sabato 14 dicembre 2013

Paul Krugman, elicotterista mancato


Ho trovato piuttosto curioso questo articolo, e non perché PK dica nulla di tecnicamente non corretto.

E’ l’esposizione che lascia un po’ perplessi.

In particolare, Krugman si chiede perché mai esistano persone secondo le quali è preferibile che (1) il governo spenda e finanzi la spesa emettendo moneta – rispetto a (2) spendere, emettere titoli di debito pubblico e farli poi comprare alla banca centrale.

(Oh, stiamo parlando di un felice paese dotato di sovranità monetaria – gli USA per esempio - non di uno stato membro dell’eurozona).

Ora, le vie (1) e (2) nella sostanza sono equivalenti, certo. Ma chi ha mai detto il contrario ?

La domanda da porsi è un’altra. Perché viene ritenuta (da economisti mainstream come PK) logica e naturale la strada (2), mentre della (1) si parla quasi come fosse un’innocua eccentricità ?

La via diretta è la (1), la cosiddetta “helicopter money”. E’ la (2) a essere un arzigogolo. Certo, per andare da Milano a Lodi posso anche arrivare a Piacenza e tornare indietro, ma qual è lo scopo ?

Anche perché questo arzigogolo (emettere debito pubblico e farlo comprare dalla banca centrale, rispetto a finanziare la spesa emettendo direttamente moneta) è, dicevo, equivalente “nella sostanza”, ma qualche inconveniente a essere sinceri ce l’ha.

L’emissione di debito ha dei costi di collocamento.

Un buon numero di media, commentatori e presunti esperti inizia a preoccuparsi dell’incremento del debito pubblico (lordo, certo: ma com’è che i dati vengono quasi sempre citati al lordo, e non al netto dei titoli posseduti dalla banca centrale ?)

Un buon numero di media, commentatori e presunti esperti inizia a preoccuparsi di che cosa succederà quando il debito comprato dalla banca centrale “dovrà essere ricollocato sul mercato” (quando potrebbe essere annullato con un click).

Più in generale, si solleva una nuvola di fumo intorno a un’azione di politica economica che in realtà è semplicissima.

Dì la verità Paul, ti vogliamo tutti bene, sei un punto di riferimento per tutti nella battaglia per la razionalità economica e contro le follie dell’austerità, però…

Confessa, hai ancora un po’ di antipatia “di pancia” verso la MMT…

giovedì 12 dicembre 2013

CCF e Mosler Bonds


Ieri, a “La Gabbia”, Paolo Barnard ha parlato dei Mosler Bonds e in molti si sono chiesti (e mi hanno chiesto) se siano una proposta identica ai Certificati di Credito Fiscale (CCF).

Identica no, ma c’è una strettissima parentela. Di CCF peraltro avevo discusso già mesi fa con Warren Mosler stesso (vedi qui) che ha scritto anche la prefazione del libro mio e di Giovanni Zibordi, in uscita (finalmente…!) dopo Natale.

I Mosler Bonds, o Tax-Backed Bonds, sono stati proposti originariamente in questo articolo di Warren Mosler e Philip Pilkington.

I Mosler Bonds (cito) sono “obbligazioni simili a normali titoli di stato, salvo che includerebbero una clausola tale per cui se lo stato emittente omette di effettuare pagamenti, e solo in questo caso, sarebbero utilizzabili per saldare imposte dovute allo stato emittente”.

Emettendo Mosler Bonds, lo stato emittente si finanzia, di conseguenza con titoli che NON possono andare in default: se non vengono rimborsati in euro, automaticamente diventano moneta corrente, utilizzabile per pagamenti allo stato emittente stesso.

I CCF sono, dicevo, strettamente imparentati ai Mosler Bonds (che anzi me li hanno ispirati, insieme ai MEFO bills di Hjalmar Schacht).

I CCF sono anch’essi titoli utilizzabili per pagare tasse e qualsiasi altra obbligazione finanziaria nei confronti dello stato emittente; nella mia proposta, a partire da due anni dopo la loro emissione.

Il mio progetto CCF non prevede di emetterli al posto dei normali titoli di stato, bensì di assegnarli gratuitamente a cittadini e aziende. I riceventi si troverebbero in mano uno strumento finanziario che ha valore fin da oggi: è vero che sarà utilizzabile nei confronti dello stato in un futuro prossimo, ma sarebbero subito monetizzabili (con uno sconto finanziario non molto diverso da quello dei normali titoli di stato) vendendoli a soggetti che hanno la necessità di pagare tasse, imposte ecc. in futuro.

In questo modo si verifica subito un forte incremento della capacità di spesa e della domanda.

Inoltre una parte delle assegnazioni è diretta alle aziende, in proporzione ai costi di lavoro da esse sostenuti. In questo modo, il loro costo del lavoro per unità di prodotto scende e si porta all’incirca al livello della Germania. Questo evita che la maggior domanda prodotta dalle assegnazioni di CCF si rivolga in misura eccessiva a prodotti importati, e impedisce il ricrearsi degli squilibri commerciali che sono all’origine dell’eurocrisi.

L’Italia, attuando il progetto CCF, avvierà subito una rapida ripresa di domanda, PIL e occupazione. Il riallineamento di competitività migliorerà l’export e produrrà la sostituzione di una quota di import con produzioni interne. Questo compenserà il maggior import dovuto alla maggior domanda interna: i saldi commerciali italiani rimarranno in equilibrio (come sono oggi), ma con livelli di PIL, import, export e occupazione molto più alti.

I CCF e i Mosler Bonds possono peraltro essere usati congiuntamente. E’ opportuno che, dal momento dell’avvio del progetto, lo stato italiano non emetta più titoli tradizionali, ma rifinanzi BOT e BTP in scadenza con Mosler Bonds, che sono titoli che NON comportano (per loro natura) rischio di default e non possono quindi essere considerati debito (come non sono debito i CCF).

In questo modo si riduce rapidamente la quota di debito pubblico italiano soggetto a rischio di default, cioè del debito che è effettivamente tale. Questa è, tra parentesi, l’unica via tramite la quale è possibile raggiungere gli obiettivi del “fiscal compact”.

Ricordo che il “fiscal compact” ha come obiettivo di ridurre il rapporto tra debito pubblico e PIL dei vari paesi per evitare che si verifichino altri “casi Grecia”: ovvero default del debito pubblico di singoli stati che costringano gli altri a intervenire per evitare dissesti finanziari, fallimenti di banche eccetera.

Il problema è che il “fiscal compact”, nella situazione attuale, impone ai vari stati politiche restrittive che aggravano la depressione della domanda e del PIL e che – come ampiamente dimostrato dalle vicende degli ultimi due anni – rendono impossibile raggiungere gli obiettivi di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL (anzi lo peggiorano fortemente).

Una volta che, mediante l’assegnazione di CCF, l’Italia avrà rilanciato domanda, PIL e occupazione e riallineato la competitività delle proprie aziende con quella tedesca; e, mediante l’emissione di Mosler Bonds, avrà rapidamente ridotto i rischi di default sul debito pubblico residuo – a quel punto saranno stati conseguiti tutti gli obiettivi sostanziali che, diversamente, richiederebbero il break-up dell’euro e la reintroduzione della lira.

Tutto ciò, senza attuare una deflagrazione dell’eurozona ed evitando tutte le possibili conseguenze che preoccupano vari soggetti: niente rivalutazione della moneta usata nel Nord dell’eurozona; niente svalutazione dei crediti nei confronti di residenti italiani; niente turbolenze sui mercati finanziari; nessuna conversione forzata dei risparmi delle famiglie italiane.

Il progetto qui descritto è, a tutti gli effetti pratici, una “euroexit” in quanto svincola l’Italia (e gli altri paesi che lo attueranno con modalità analoghe) dalle restrizioni e dalle pesantissime negatività del sistema monetario oggi in essere.

E’ però un’uscita non deflagrante: non si spacca nulla, ma ci si “sfila” (elegantemente, se mi permettete…).

lunedì 9 dicembre 2013

Reddito di cittadinanza o programmi di lavoro garantito ?


Il recupero della sovranità monetaria e di un sistema monetario flessibile è fondamentale per ottenere l’uscita dall’eurocrisi, ma è una condizione necessaria – non sufficiente.

Si deve accompagnare a una forte azione di sostegno della domanda. Occorre mettere cittadini, aziende e pubblica amministrazione nelle condizioni di rilanciare la loro spesa.

Riguardo alle aziende, come sottolineato varie volte, l’azione proposta nell’ambito del progetto CCF è incentrata sulla riduzione del carico fiscale che grava sui costi di lavoro. Si ottiene, in tal modo, anche un riallineamento della competitività italiana nei confronti dei paesi europei più efficienti (leggi Germania), rafforzando l’export netto ed evitando che il recupero della domanda si indirizzi in modo eccessivo verso le importazioni. E si evitano così squilibri nei saldi commerciali con l’estero.

Su un totale di 200 miliardi previsti come dimensione delle emissioni annue di CCF, circa 80 sono stati preliminarmente allocati a questa azione, 70 alla riduzione del carico fiscale sui lavoratori e 50 ad altre azioni non specificamente identificate.

Quest’ultima componente può includere, tra le altre cose, due tipi di sostegno della domanda non collegati al carico fiscale sul lavoro (e non necessariamente incompatibili tra di loro): il reddito di cittadinanza (RC) e i programmi di lavoro garantito (PLG).

C’è un motivo chiaro ed evidente per preferire una o l’altra di queste due fattispecie ?

Il RC ha il vantaggio di poter essere attivato in tempi molto rapidi.

Tra le controindicazioni, si citano a volte:

la minore spinta, per chi oggi non ha lavoro, a intraprenderne uno – su questo tema non sono un esperto, ma mi pare che il livello di reddito garantito non sarebbe comunque tale da disincentivare chi ha un’opportunità lavorativa dal perseguirla, e

il rischio che il reddito potrebbe essere in buona parte risparmiato e non speso – ma mi sembra una preoccupazione di scarso rilievo, partendo da un contesto di domanda depressa come quello odierno.

I PLG sono invece spesa pubblica, e vanno quindi direttamente a innalzare il PIL. Naturalmente questo è vero a livello statistico, poi esiste il problema che le attività svolte potrebbero essere di scarsa utilità effettiva. Paradossalmente, questo NON renderebbe i PLG inefficaci: dare soldi a persone inoccupate per fare qualcosa di inutile (il famoso paradosso keynesiano dello scavare buche e riempirle) o addirittura di distruttivo (la spesa bellica) è comunque una forma di sostegno della domanda positiva a livello macroeconomico, in quanto i soldi vengono poi spesi da chi li riceve e avviano un processo di recupero dell’economia.

Alla peggio i PLG finirebbero per essere, in effetti, una forma surrettizia (e male organizzata) di RC.

Partendo dal ragionevole presupposto che con i PLG qualcosa di utile si farebbe, la loro controindicazione maggiore sono forse i tempi di messa in moto del programma, più lunghi (per ragioni di organizzazione) rispetto al RC.

In sintesi quindi non vedo, sul piano macroeconomico, ragioni forti per preferire una soluzione all’altra. Potremmo definire il RC un meccanismo “liberale” (in quanto fornisce risorse ai privati spostando su di loro le decisioni di spesa) e i PLG una via “dirigista” (perché la sua attuazione è gestita dal settore pubblico).

Mi appaiono entrambi, comunque, metodi validi per rimettere in moto la domanda, la produzione e i consumi e dare un sostanziale contributo al superamento dell’attuale depressione economica.

sabato 7 dicembre 2013

Gennaro Zezza segnala


questo articolo di Robert Parenteau, economista associato con il Levy Economics Institute.

Le “Tax Anticipation Notes” (TAN) proposte nell’articolo sono, sostanzialmente, analoghe ai Certificati di Credito Fiscale.

E’ interessante la segnalazione dell’autore (nella risposta a uno dei commenti) che strumenti di questo tipo sono già, attualmente, utilizzati da alcuni stati USA.

Riporto qui di seguito la traduzione del mio commento all’articolo.

“Un progetto dettagliato per introdurre i TAN in Italia (con il nome di CCF – Certificati di Credito Fiscale) è descritto qui, e trovate qui una bozza di proposta di legge.

Il progetto CCF è descritto in un libro in fase di pubblicazione (Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi, “Una soluzione per l’euro”, Hoepli 2014, con una prefazione di Warren Mosler e un’introduzione di Biagio Bossone).

Biagio ha inoltre menzionato la proposta in un articolo apparso su Voxeu.org.

Una caratteristica basilare del progetto CCF è che una parte sostanziosa dei CCF emessi saranno destinati a ridurre i costi di lavoro per le aziende (mentre un’ulteriore porzione andrà a incrementare le retribuzioni nette, producendo così una forte contrazione del “cuneo fiscale”).

L’effetto è di riallineare il costo di lavoro per unità di prodotto dell’Italia rispetto alla Germania, replicando (con un diverso meccanismo) l’effetto di una “spaccatura” dell’euro con svalutazione della nuova moneta.

Per quanto riguarda la proposta di Warren Mosler, menzionata da Gennaro, a quanto ho inteso è stata in effetti discussa con alcuni organismi UE, ma non presentata formalmente.

Lo scopo era di garantire risorse per la ricostruzione dell’Aquila, una città dell’Italia centrale gravemente danneggiata da un terremoto.

Mi è stato anche riferito che uno schema analogo è stato introdotto in Emilia Romagna (regione italiana che ha anch’essa, più recentemente, subito un terremoto). Le autorità locali non hanno chiesto nessuna autorizzazione alla UE, hanno semplicemente implementato il progetto…”

giovedì 5 dicembre 2013

Che cosa è moneta ?


“In realtà lo stato definisce cosa sia o non sia moneta nel momento in cui accetta una qualsiasi cosa per pagare le tasse.
 
Se lo stato accettasse alcune categorie di beni e oggetti fisici per saldare le tasse, avrebbe espanso in questo modo la moneta esistente.
 
Se lo stato accettasse che si possano fornire prestazioni di lavoro (in servizi e occupazioni utili, indicate dallo stato medesimo) per pagare le tasse ad esso dovute, avrebbe aumentato per questa via la moneta in circolazione.
 
Ci sarebbero milioni di ore di lavoro, valutate ad esempio a dieci euro l’una, che sarebbero una forma di moneta, perché consentirebbero allo stato di fornire una serie di servizi senza usare denaro.
 
Queste non sono ovviamente soluzioni molto pratiche da adottare, la moneta è più comoda da usare rispetto a stabilire il valore di beni, oggetti o ore di lavoro, ma non sono impossibili.”
 
Giovanni Zibordi, 2013
 
Aggiungo io: se lo stato dichiara di accettare beni o oggetti fisici per saldare le tasse, espande effettivamente la moneta esistente, ma non effettua un’operazione di sostegno della domanda a meno che non li accetti per controvalori significativamente più alti rispetto a quelli a cui tali beni e oggetti potrebbero essere monetizzati (= venduti) dal suo possessore.
 
Diversamente, infatti, non c’è incremento di potere d’acquisto e di capacità di spesa.
 
Vale inoltre il concetto che l’incremento di domanda di traduce in maggior produzione (e quindi PIL) se ci sono risorse inattive (nel sistema economico) che vengono di conseguenza rimesse al lavoro. Altrimenti l'incremento di domanda spinge al rialzo i prezzi, non la produzione.
 
Se lo stato, invece, accetta prestazioni di lavoro in pagamento delle tasse, e tali prestazioni di lavoro sono effettuate da persone che altrimenti rimarrebbero inattive, si verifica, effettivamente, un incremento di domanda e di produzione economica.

martedì 3 dicembre 2013

Euroexit: è attuabile tramite referendum ?

Domenica scorsa, a Genova, Grillo è tornato sul tema euro.
 
Parecchie sue dichiarazioni, negli ultimi mesi, erano apparse contraddittorie. Stavolta è stato, invece, decisamente meno ambiguo, affermando tra le altre cose: che i vincoli di bilancio pubblico previsti da Maastricht vanno modificati; che, a maggior ragione, non è accettabile il pareggio di bilancio in Costituzione, né il Fiscal Compact; e che lui non ha dubbi sul fatto che dall’euro si debba uscire.
 
Tuttavia, la decisione se effettivamente rimanere o no nell’euro, continua – secondo Grillo – a dover essere condizionata a un referendum.
 
E sulla possibilità, o meno, di poter effettivamente procedere su questa strada, si è dibattuto parecchio e si continua a farlo.
 
In Italia è prevista la possibilità di tenere referendum abrogativi, non istitutivi. E non è possibile che un referendum abbia ad oggetto trattati internazionali, quali il trattato di Maastricht. Salvo cambiare la Costituzione, un referendum su Maastricht dovrebbe avere quindi natura consultiva.
 
Comunque, un governo dotato di maggioranza parlamentare orientata in favore dell’uscita potrebbe tenere un tale referendum e impegnarsi, immediatamente dopo il suo esito, ad agire di conseguenza.
 
Il motivo per il quale il referendum appare a molti una via impercorribile è un altro. E’ impercorribile, o quantomeno altamente problematico, se si identifica il break-up “secco” come via per attuare l’euroexit.
 
Se uscire dall’euro equivale a convertire repentinamente, nelle condizioni attuali, una serie di rapporti economici governati dal diritto italiano (contratti, attività finanziarie, rapporti di credito – debito, stipendi, pensioni, affitti ecc.) da euro a Nuove Lire, condizionare un tale evento al risultato di un referendum rischia di causare grossi guai.
 
La conversione dovrebbe essere effettuata, per quanto possibile, di sorpresa, per evitare turbolenze sui mercati finanziari e massicci deflussi di depositi bancari. Non si vede come ciò sia conciliabile con i tempi di preparazione di un referendum e con le aspettative che si creerebbero, in merito ai risultati, nell’imminenza del suo svolgimento.
 
Se invece adottiamo un progetto diverso, non basato sulla rottura della moneta unica con conseguente conversione da euro a Nuove Lire (destinate a svalutarsi), lo scenario è differente.
 
Questo blog sviluppa in dettaglio un progetto di questo tipo, basato sull’introduzione di titoli – i Certificati di Credito Fiscale (CCF) – che sono una forma di moneta nazionale destinata non a sostituire immediatamente, bensì ad affiancare l’euro.
 
Poiché non si verifica una “rottura secca”, un progetto di questo tipo può essere discusso in piena trasparenza, alla luce del sole, e poi applicato.
 
Se si ritiene importante – e personalmente comprendo, al riguardo, la posizione di Grillo – che ci sia una chiara espressione di volontà popolare relativamente all’assetto finale del sistema monetario utilizzato in Italia, lo schema di intervento può, effettivamente, prevedere un referendum. Su quando e in che termini, ci sono varie possibilità.
 
Una prima possibilità è predisporre un progetto di dettaglio relativo allo strumento monetario complementare (CCF o una sua variante che sia), formulare un testo di legge e poi lanciare un referendum consultivo, prima dell’attuazione del progetto.
 
Una seconda possibilità è attuare il progetto, e lanciare il referendum poi - per esempio un anno dopo - sottoponendo all’elettorato una scelta tra alternative.
 
Le alternative potrebbero essere: (i) vuoi proseguire così (strumento monetario complementare che affianca l’euro) oppure (ii) vuoi trasformare lo strumento monetario complementare nell’unica moneta utilizzata in Italia, convertendo tutti i contratti da euro in CCF / Nuove Lire / o come altrimenti si chiamerà la nuova moneta nazionale.
 
Se si sceglie l’alternativa (ii), potenzialmente potrebbero verificarsi gli stessi problemi di turbative sui mercati finanziari e sul sistema bancario, di cui si parlava con riferimento al break-up “secco” e immediato (non preceduto, cioè, dall’introduzione dello strumento monetario complementare).
 
Il rischio è tuttavia, in pratica, molto inferiore, se l’introduzione dello strumento monetario complementare sarà finalizzato, tra le altre cose, anche a ridurre l’impatto della fiscalità sui costi di lavoro delle aziende italiane.
 
Questo è tra l’altro indispensabile per impedire che, a seguito della riforma monetaria e del rilancio dell’economia italiana, una parte della maggior domanda interna si traduca in squilibri dei saldi commerciali (cioè alimenti importazioni e non produzione nazionale). Ed è infatti uno dei punti essenziali del progetto CCF.
 
Se tutto questo viene attuato, al momento in cui il nuovo strumento monetario (CCF o altro che sia) diventa, a tutti gli effetti, LA moneta italiana unica circolante, non è prevedibile che si verifichi una sua forte svalutazione.
 
I benefici in termini di competitività delle aziende saranno infatti già stati conseguiti senza bisogno di una svalutazione, bensì grazie all’intervento sulla fiscalità del lavoro.
 
Il riallineamento di valore del nuovo strumento monetario rispetto all’euro sarà incerto nel segno (potrebbe anche essere positivo). E, soprattutto, sarà sicuramente di importo percentuale molto inferiore a quanto prevedibile con un break-up attuato oggi.
 
Le probabilità di fenomeni di turbolenza finanziaria o bancaria saranno quindi in pratica molto basse, per non dire nulle.
 
Tra le due possibilità, preferisco personalmente, e di gran lunga, la seconda. L’introduzione del nuovo strumento monetario e le connesse azioni di rilancio della domanda e della competitività italiana devono infatti avvenire con certezza, e il più rapidamente possibile.
 
Referendum o no, ritengo comunque fondamentale che si apra un dibattito non solo sull’opportunità dell’euroexit, ma anche sul suo schema di attuazione. Riguardo al quale schema esiste una macroalternativa – break-up o strumento monetario complementare – della quale, ancora, non si discute abbastanza.

sabato 30 novembre 2013

La svalutazione non serve ? il caso UK


Qualche settimana fa è circolato in rete questo grafico, elaborato da Riccardo Trezzi.
 
Come vedete raffigura due eleganti curve, che mostrano come, partendo da inizio 2008, l’andamento del prodotto nazionale lordo del Regno Unito abbia avuto un andamento all’inizio simile a quello italiano, per poi discostarsi nettamente.
 
Il confronto per l’Italia non è lusinghiero: se è vero che oltre Manica non hanno ancora totalmente recuperato gli effetti della “crisi Lehman”, noi siamo parecchi punti percentuali sotto.
 
Questi sono fatti noti. Il motivo per cui il grafico è stato ampiamente commentato è però un altro. C’è, chiaramente, un momento in cui le due curve si discostano.
 
Questo momento non è il settembre 2008, quando con il fallimento Lehman si entra nel fase più acuta della crisi finanziaria - e il Regno Unito reagisce svalutando fortemente la sterlina.
 
E’ l’estate del 2011, quando entra nel vivo, invece, la crisi dell’euro, e parte una serie di eventi (la lettera della BCE, la caduta di Berlusconi, l’avvento di Monti, l’approvazione del fiscal compact) che danno il via alle misure di austerità deflattiva tramite le quali, particolarmente in Italia, la crisi viene “affrontata”.
 
Un’interpretazione superficiale è che la svalutazione della sterlina non ha fatto differenza e che, di conseguenza, l’euro con la crisi italiana non c’entra.
 
Non è così.
 
Qui sotto trovate l’evoluzione del rapporto deficit commerciale / PIL Italia e UK, e l’andamento del cambio sterlina / euro ed euro / dollaro (dati FMI e tradingeconomics.com).
 
Si sono aggregati i dati in tre periodi: gli anni precedenti alla “crisi Lehman”, da inizio 2004 al settembre 2008 (Periodo 1).
 
Il periodo successivo, dalla “crisi Lehman” fino all’inizio dell’”austerità deflattiva” italiana – da ottobre 2008 a giugno 2011 (Periodo 2).
 
E la fase successiva, da luglio 2011 a settembre 2013 (dato più aggiornato disponibile): il Periodo 3.
 


I 2004

IV 2008

III 2011

III 2008

II 2011

III 2013

Deficit commerciale / PIL: UK

-2,9%

-2,0%

-2,0%

Deficit commerciale / PIL: Italia

-0,7%

-1,4%

0,7%

Cambio medio sterlina/euro

 

1,43

1,15

1,19

Cambio medio euro/dollaro

 

1,32

1,36

1,32

 
Nel Periodo 1, il Regno Unito registra deficit commerciali, rispetto al PIL, mediamente pari a -2,9%. Considerevolmente più vicina al pareggio commerciale è l’Italia (-0,7%).
 
A settembre 2008 scoppia la “crisi Lehman” e la sterlina accentua rapidamente la tendenza al ribasso che si era cominciata a manifestare già nei mesi precedenti.
Il risultato è che il cambio medio sterlina / euro scende di poco meno del 20% (da 1,43 a 1,15) tra Periodo 1 e Periodo 2.
 
In corrispondenza con la crisi, l’euro scende a sua volta rispetto al dollaro, ma si era fortemente apprezzato nei mesi precedenti. Se esaminiamo le medie di periodo, il cambio euro / dollaro nel Periodo 2 non cala, anzi si rafforza leggermente (da 1,32 a 1,36) rispetto al Periodo 1.
 
L’indebolimento della sterlina ha avuto o no un peso sulla performance economica britannica ? UK e Italia, dice il grafico di Trezzi, si sono mosse in sincrono (se guardiamo al PIL) fino a metà 2011.
 
Ma i deficit commerciali raccontano una storia differente. UK migliora, abbassando il deficit medio dal 2,9% al 2,0% del PIL. L’Italia invece lo innalza dallo 0,7% all’1,4%.
 
Possono non sembrare variazioni drammatiche, e in effetti il deficit commerciale italiano anche nel Periodo 2 rimane inferiore a quello inglese.
 
Ma attenzione: il Regno Unito si finanzia nella sua valuta. L’Italia in euro, una moneta che non ha la possibilità di emettere.
 
In corrispondenza di un incremento tutto sommato modesto del deficit e del debito estero italiano, a metà 2011 crescono di colpo i timori per la possibile insolvenza dell’Italia, o per il rischio che non riesca a sostenere la permanenza nella moneta unica.
 
Da qui l’austerità deflattiva. L’Italia non ha a disposizione la leva del cambio e l’aggiustamento si scarica quindi su PIL, occupazione e consumi.
 
Il risultato si vede. Nel Periodo 3, l’Italia ha conseguito un surplus commerciale mediamente pari allo 0,7% del PIL. Un miglioramento dell’1,4% rispetto al -0,7% del Periodo 1.
 
Il Regno Unito mantiene invece un deficit commerciale del 2% del suo PIL (e, non avendo rilevante indebitamento in valuta estera, non ha difficoltà a finanziarlo). Rimane il miglioramento dello 0,9% rispetto al Periodo 1.
 
In sintesi, entrambi i paesi hanno messo in atto un aggiustamento dei loro conti con l’estero. L’Italia, che è indebitata in un valuta che non emette, viene spinta a effettuarlo in misura più accentuata. Ma soprattutto, non ha a disposizione la leva del cambio per ammortizzare l’effetto.
 
Le conseguenze sul PIL reale (2007 = 100):
 



PIL reale (dato 2013 previsionale)

2007

2011

2013

Regno Unito



100,0

96,7

98,2

Italia

 

 

 

100,0

95,3

91,4
 
Fino all’inizio dell’austerità deflattiva, la performance italiana non era molto diversa di quella britannica. Ma i loro saldi commerciali miglioravano, i nostri peggioravano.
 
Quando l’Italia ha “aggiustato” i conti con l’estero, il PIL è collassato – mentre nel Regno Unito si sviluppava una ripresa (sia pure a ritmi modesti).
 
Partendo dal picco 2007, tutto questo ha significato per l’Italia circa un 7% di PIL in meno (nel 2013) rispetto al Regno Unito.
 
Conclusioni:
 
Uno, la svalutazione non è da sola sufficiente a superare una crisi dovuta a un pesante crollo della domanda: serve una forte azione di sostegno (più spesa e/o meno tasse). Durante il Periodo 2, queste azioni sono state attuate ma a livelli insufficienti, e il PIL è sceso (sia da noi che nel Regno Unito).
 
Due, svalutando il Regno Unito ha però conseguito un miglioramento dei propri saldi commerciali, che invece in Italia peggioravano.
 
Tre, a metà 2011 l’Italia – nonostante un deficit commerciale comunque inferiore a quello britannico – ha visto aumentare i dubbi sulla sostenibilità del suo debito. Dubbi che invece non sono minimamente insorti riguardo al Regno Unito (che si finanzia nella SUA moneta, e non in una moneta straniera come è, per l'Italia, l'euro).
 
Quattro, l’Italia è quindi entrata nella spirale dell’austerità deflattiva, e nel Periodo 3 ha pesantemente contratto il suo PIL – mentre nel Regno Unito si verificava una, sia pur blanda, ripresa.
 
Tutto questo non smentisce, quindi, ma anzi conferma che l’Italia è stata decisamente penalizzata dall’euro, o più precisamente dal non disporre di un sistema monetario flessibile (e dall'essere indebitata in una moneta che non emette).
 
E che la via da uscita dalla crisi passa attraverso una forte azione di sostegno della domanda, abbinata a un intervento di miglioramento della competitività in grado di ottenere effetti immediati.
 
Questi effetti immediati possono essere conseguiti solo tramite un’azione di tipo monetario: svalutazione (che implica evidentemente il break-up dell’euro) o intervento sul costo del lavoro nei termini previsti (ad esempio) dal progetto CCF.