domenica 16 giugno 2024

La bussola persa dell’Occidente


Leggere i giornaloni paludati, quelli che meglio rappresentano il pensiero dell’establishment – o per meglio dire, che ne convertono le veline in articoli – dà un’impressione alquanto sconfortante in merito alla capacità dell’establishment stesso di evolversi.

Putin è imperialista e colonialista e tutti devono capire che va combattuto. Putin è tutto questo, certo. Ma che lo dicano i leader di un Occidente che tutto il resto del mondo percepisce come imperialista e colonialista molto più di Putin non è una posizione molto convincente, mi pare.

Le destre avanzano nei paesi più importanti della UE. In Francia e in Germania mettono in dubbio la stabilità dei governi. In Italia al governo ci sono già. E la risposta dell’establishment com’è ? Solo e soltanto repressiva. Bisogna impedire che vadano al governo o se ci vanno cooptarli o se no isolarli, comunque metterli in condizione di non nuocere, di non modificare l’assetto politico dell’Occidente. Prima ancora che in Europa, negli USA: hai visto mai che ritorna Trump ?

Il problema è che i partiti al di fuori dell’establishment magari non hanno le risposte giuste, o magari non riusciranno a metterle in pratica. Ma avanzano perché l’Occidente, e soprattutto l’Unione Europea, insistono su un modello di azione politica, e in particolare di governance economica, che ha prodotto stagnazione, crescita delle diseguaglianze, insicurezza. La reazione dell’establishment non è capire e correggere: è mettere a tacere chi si fa interprete dell’inquietudine degli elettorati.

L’Occidente dice di voler difendere la democrazia liberale ma l’ha trasformata in un’oligocrazia imperniata su una globalizzazione antisociale e sullo strapotere della finanza speculativa. L’Occidente ha perso la bussola da un quarto di secolo, e non dà segnali di volerla ritrovare. E’ questo che preoccupa.

mercoledì 12 giugno 2024

Giorgia Meloni e la prossima commissione UE


Che cosa si può sperare come conseguenza dei risultati elettorali dello scorso weekend ?

La maggioranza numerica per una riedizione della coalizione Ursula sulla carta c’è ancora. Però è meno forte di cinque anni fa, quanto VDL fu eletta con solo nove voti di margine: perché all’interno degli schieramenti che la sostengono c’è ben poca compattezza, incluso nel PPE.

Giorgia Meloni, che tra i capi di governo dei maggiori paesi UE ha ottenuto il risultato di gran lunga migliore, ha quindi una carta importante da giocare. Non creando una maggioranza ID + ECR, che non ha i numeri, ma sostenendo un candidato PPE. Che mi auguro non sarà VDL, anche se VDL è un puro (e scadente) esecutore di ordini esterni, quindi non credo che la sua mancata rielezione sia in sé chissà quale svolta epocale.

La cosa importante è – sarebbe – che Giorgia Meloni abbia le idee sufficientemente chiare, e che sia dotata di sufficiente  abilità politica, da ottenere, in cambio del sostegno al PPE, una grossa, GROSSA contropartita.

Tipo il commissario agli affari economici, ma con portafoglio pieno, non dimezzato come quello attribuito a Gentiloni. Senza la subordinazione al Dombrovskis di turno. E che non sia Gentiloni, ovviamente. Ma neanche Giorgetti.

E che questo commissario faccia passare una revisione, o un’interpretazione, del patto di stabilità che finalmente abbia senso e possa funzionare. 

Ovviamente l’ideale sarebbe il libero utilizzo della Moneta Fiscale.

domenica 9 giugno 2024

Il controllo politico sull’istituto di emissione

 

La funzione di emissione della moneta deve essere istituzionalmente subordinata a un governo democraticamente eletto. E’ indispensabile per preservare la democrazia.

Di fronte a questa affermazione, spesso mi viene proposta la seguente obiezione. Chi lavora presso le banche centrali e i ministeri dell’economia è comunque fortemente condizionato dall’establishment finanziario. E la ragione è evidente: si tratta di persone che hanno ambizioni di carriera, magari proprio presso le grandi istituzioni finanziarie, che offrono (tra l’altro) posizioni pagate molto, MOLTO meglio. E ingraziarsi l’establishment finanziaria è quindi una tentazione a cui non è facile sfuggire.

Ma questo è un motivo in più, non in meno, per cui la funzione di emissione monetaria debba essere FORMALMENTE sotto il pieno controllo del potere politico. Perché SOSTANZIALMENTE lo sarà solo a metà. Ma l’alternativa è avere un governo dell’economia COMPLETAMENTE in mano alle grandi istituzioni finanziarie e al big business.

Il potere del denaro resterà sempre forte, parecchio forte. Ma appunto per questo serve un sistema di contrappesi. E non mi viene in mente nulla di meglio della democrazia parlamentare per fare in modo che i contrappesi esistano e operino.

lunedì 3 giugno 2024

Finanza pubblica: il dibattito non è serio

 

La grande maggioranza degli articoli riguardanti la politica economica sono, semplicemente, privi di qualsiasi serietà e quindi di qualsiasi interesse. Idem per i dibattiti da talk-show.

E il motivo è semplice. Articoli e dibattiti prendono le mosse dall’assunto che il problema principale dell’economia italiana (e di molti altri paesi) sia la finanza pubblica.

Beh, è un’impostura totale.

Il mondo è in regime di moneta fiat dal 1971. La moneta è un bene che gli stati possono produrre liberamente.

Quindi è una falsità smaccata sostenere che la finanza pubblica possa essere un problema.

L’inflazione può essere un problema. Le diseguaglianze possono essere un problema. La carenza di investimenti può essere un problema. La produttività può essere un problema. L’inadeguatezza dei servizi pubblici può essere un problema.

Ma gli approfondimenti su questi temi finiscono per non proporre soluzioni, o per identificare ben che vada palliativi inadeguati quando non risibili, perché “mancano i soldi”.

Il dibattito non è serio perché assume l’esistenza di un vincolo che è in realtà completamente inventato, e assumendolo impedisce di dire cosa sensate praticamente su tutto il resto.

sabato 1 giugno 2024

La definizione di austerità

 

A sentire gli euroausterici – ne avevo già parlato in post precedenti, ad esempio in questo – in Italia non si è mai fatta austerità, dopo la Grande Crisi Finanziaria del 2008, se non (forse) nel periodo 2011-2013. Perché viene sostenuta questa tesi ? perché c’è sempre stato un deficit pubblico, e perché il debito pubblico in rapporto al PIL non è diminuito.

E’ un’affermazione insensata perché deficit e debito sono la risultante non solo delle politiche fiscali, ma anche e soprattutto dei loro effetti di retroazione. Che in parole povere significa: se io adotto politiche restrittive, l’effetto sul deficit e sul debito può essere di innalzarli e non di abbassarli, in quanto le restrizioni riducono il gettito fiscale e riducono il PIL.

Detto altrimenti, se deficit e debito non calano, ciò NON significa necessariamente che si stiano adottando politiche espansive. Può essere che le politiche siano restrittive – MA CONTROPRODUCENTI, anche dal punto di vista dei saldi di finanza pubblica. E in Italia è avvenuto esattamente questo.

Il che rende però necessaria una definizione più precisa di che cosa si intenda per austerità. E la definizione che propongo è la seguente.

C’è austerità quando, nonostante livelli di inflazione sotto controllo e magari addirittura inferiori al target del 2% generalmente adottato dalle banche centrali, l’occupazione è debole: ci sono molti disoccupati, molti lavoratori potenziali che rinunciano a cercare lavoro perché scoraggiati, e molti lavoratori precari e part-time.

Secondo questo criterio, dal 2011 in poi in Italia c’è SEMPRE stata austerità, salvo nel periodo in cui il Covid ha costretto il governo a effettuare forti interventi di sostegno (e la UE ad accettare che avvenissero). La crescita è stata debole se non inesistente o negativa, l’occupazione problematica e precaria, e l’inflazione – rispetto ai target fissati dalla BCE stessa – troppo bassa.

L’unico periodo di inflazione elevata è stato causato non da eccesso di domanda, ma da fenomeni esterni – problemi nelle catene di fornitura post lockdown, guerra in Ucraina. Ma siamo ormai rientrati stabilmente sotto il 2%.

Per cui sì, in Italia dal 2011 abbiamo vissuto, E SIAMO TUTTORA, in un contesto di austerità pressoché permanente. Con gravissimi danni all’occupazione, alla crescita, al tessuto economico. E SENZA aver minimamente risolto i problemi della finanza pubblica – problemi che peraltro non sarebbero MAI esistiti se non fossimo entrati nell’euro.

martedì 28 maggio 2024

Il deficit pubblico non è un costo

 

Un passo fondamentale per migliorare ENORMEMENTE la gestione economica dell’Italia (e per la verità di molti altri paesi) è rendersi conto che il deficit pubblico NON E’ UN COSTO.

Perfino i più accaniti critici del superbonus, ad esempio, ammettono che ha prodotto un significativo, e insperato, recupero di PIL e di occupazione, ma, affermano, “a un costo troppo alto”.

In regime di moneta fiat, generare un deficit pubblico NON COMPORTA COSTI. Se riattiva risorse produttive al momento inoperose, tramite incremento di domanda e di occupazione, è solo un beneficio macroeconomico, non un costo.

Se invece non ci sono risorse produttive da riattivare, il deficit genera inflazione. Quindi è un errore incrementarlo in quelle condizioni, perché crea disordine e effetti redistributivi indesiderati, senza necessità. Ma è un’inefficienza. NON E’ UN COSTO.

Il costo per il sistema economico è l’austerità: una carenza di potere d’acquisto nell’economia che produce sottoccupazione delle risorse produttive. QUELLO è uno spreco puro, e va assolutamente evitato. Mentre le regole dell’eurosistema sono concepite in modo tale da crearlo.

domenica 26 maggio 2024

Marcello Spanò: una pregevolissima analisi socio-economica

 Ho molta stima di Marcello Spanò, docente all'Università dell'Insubria, che considero uno dei migliori economisti italiani (ma non essendo mainstream, difficilmente ne sentirete parlare sui giornaloni paludati).

Qui trovate un suo recentissimo pezzo, del 7 maggio scorso, che invito tutti a leggere e a prendere come spunto di seria riflessione.

I partiti socialisti europei hanno lanciato un appello a liberali e conservatori affinché non cedano alla tentazione di "normalizzare la destra nazionalista" dopo le elezioni. L'orizzonte che si prospetta dopo le prossime elezioni di giugno, come tutti si stanno accorgendo, è un'avanzata dei partiti di destra lepeniana-orbanista-alternativefürdeutschlandista che al momento sono all'opposizione.
Il problema è che queste forze di estrema destra rastrellano voti provenienti dalle fasce sociali escluse dal benessere economico che i partiti espressione dell'attuale alleanza della commissione Von Der Leyen (tra cui i socialisti) stanno governando da decenni.
Sono movimenti di ispirazione autoritaria che rispondono a una forte richiesta di protezione, sia da parte delle imprese a rischio di sopravvivenza, sia da parte del lavoro precario e povero, sottoposto alla concorrenza del lavoro ancora più precario e più povero proveniente dai confini dell’Europa. Il loro concetto di protezione non è universalistico, ma si fonda sull’esclusione di alcuni soggetti a vantaggio di altri. I soggetti esclusi per eccellenza sono gli stranieri (ma non solo: si pensi per esempio alla questione dei diritti civili e alle politiche per la famiglia).
La destra, quindi, avanza perchè gli esclusi dal benessere economico nel tempo aumentano. Questa semplice considerazione dovrebbe interrogarci tutti, e in primis i partiti che ancora si denominano "socialdemocratici", sul tipo di democrazia che abbiamo costruito in Europa.
La politica e la stessa architettura istituzionale europea si fondano su un compromesso sociale post-fordista, che rompe con quello fordista prevalente fino più o meno agli anni settanta del novecento. Il patto sociale fordista, ormai rottamato, può essere a grandi linee definito come un'alleanza fra una parte del capitale industriale e il lavoro salariato. Il patto post-fordista è invece caratterizzato grosso modo dall'alleanza fra il capitale finanziario e una parte del lavoro salariato. La parte del lavoro salariato che è stata beneficiata da questo nuovo patto sociale è, con una scala di sfumature, quella del lavoro a maggiore qualificazione e ad alto grado di istruzione. Il blocco sociale che sostiene sia il macronismo in Francia, sia l'attuale maggioranza von Der Leyen nell'UE, sia i governi di grossa coalizione tedeschi, sia i governi italiani tutti, è grosso modo espressione di questo patto post-fordista.
Il patto, o compromesso, post-fordista ha progressivamente portato a diverse conseguenze socialmente pericolose: l'incremento delle disuguaglianze, lo smantellamento dello stato sociale l'aumento della precarietà, la crescita delle sacche di povertà, l'estromissione delle fasce sociali popolari dai principali centri urbani, un'alta disoccupazione strutturale. Questi effetti, se da un lato hanno funzionato come strumento per abbassare il grado di conflittualità sociale, che negli anni sessanta e settanta era andato crescendo, dall'altro hanno di anno in anno, di crisi in crisi e di riforma in riforma eroso il consenso politico intorno ai governi di (sempre più) grossa coalizione.
In un contesto in cui il consenso politico intorno agli attori del compromesso post-fordista vacilla, e in cui viene meno il sostegno degli elettori alle "riforme necessarie" (smantellamento dello stato sociale, precarizzazione del mercato del lavoro, redistribuzione dei redditi verso l'alto), la democrazia stessa - dal punto di vista delle classi dominanti - è vista come un ostacolo. Per difendersi dal rischio di delegittimazione e di perdita di egemonia, nel corso degli anni la classe dominante, in mancanza di argomentazioni più convincenti, si è aiutata direttamente con la forza e la violenza di Stato (come in Francia contro chi protestava), oppure agitando lo spauracchio mediatico di un'emergenza o di un pericolo per la democrazia stessa. In Italia (l'avanguardia europea della normalizzazione), il pericolo è stato rappresentato da Berlusconi e i suoi accoliti negli anni novanta, via via normalizzati per fronteggiare l'emergenza dei grillini populisti, successivamente normalizzati per fronteggiare (con l'aiuto dei supertecnici supercompetenti) l'emergenza del pericolo sovranista (va be', adesso questi hanno fatto breccia e sono al governo, ma fanno quello che l'UE e gli USA dicono di fare: chi saranno, allora, i prossimi topi di fogna da normalizzare?). In Francia, il pericolo è transitato in fasi alterne dai terroristi islamici, alla "feccia" delle banlieux, ai lepenisti. Negli anni recenti, grazie anche al pretesto della pandemia, il cambiamento climatico è stato adottato come argomento emergenziale per giustificare sacrifici sociali, favori al grande capitale, ulteriore impoverimento delle fasce medio basse. Nel 2024, alle soglie delle elezioni europee, il pericolo Putin ha preso gran parte della scena un po' ovunque. La destra estrema, peraltro, condivide gran parte dei valori e della filosofia politica di Putin, quindi quale occasione migliore per fare di tutta l'erba un fascio e alimentare la narrazione di una democrazia accerchiata da pericoli esterni?
Alla luce delle considerazioni precedenti, a me sembra tuttavia evidente che ad accerchiare la democrazia oggi non è Putin, non sono i picchiatori fascisti nostrani, ma sono stati, e non da oggi, gli stessi partiti che lanciano l'allarme. E la ragione è semplice: la sopravvivenza del compromesso post-fordista è incompatibile con la democrazia parlamentare come l'abbiamo conosciuta nel dopoguerra.
I socialdemocratici, poi, sono particolarmente ipocriti, perchè per raccogliere voti non esitano a sventolare la bandiera del lavoro, del salario e dello stato sociale, facendo leva su punti di forza, parole chiave, visioni del mondo appartenenti al vecchio patto fordista che loro stessi hanno attivamente contribuito a rottamare. Più che contro la normalizzazione dell'estrema destra, sarebbe opportuno lanciare un appello per la de-normalizzazione dei socialdemocratici europei.

giovedì 23 maggio 2024

Moneta, fisco e mistificazioni

 

E’ perfettamente possibile che una moneta nasca come mezzo di scambio in seguito a un libero accordo tra privati. Ma è del tutto normale che la moneta principalmente in uso in uno Stato, quella quotidianamente e ordinariamente utilizzata, sia la moneta in cui lo Stato stesso chiede di pagare le tasse.

In altri termini, una Moneta Fiscale. Lo Stato del resto è di gran lunga il singolo soggetto economico di maggior rilievo, dato che intermedia una quota di PIL compresa, nella maggior parte dei paesi, tra il 30% e il 50%.

E’ quindi del tutto ridicolo, è un’affermazione comica (se non avesse conseguenze tragiche) che uno Stato “abbia bisogno di farsi prestare i soldi” e debba soffrire di limiti di spesa in seguito alle opinioni dei mercati finanziari.

Lo Stato può spendere fino a saturazione delle proprie risorse produttive e non ha limiti fintantoché l’inflazione rimane ragionevolmente sotto controllo.

E’ una verità elementare che però viene costantemente e quotidianamente negata, da quasi tutti i politici, dagli economisti mainstream e da quasi tutti i commentatori.

Questa è una delle grandi tragedie del mondo occidentale moderno, ed è una delle cause, forse la principale, della sua decadenza.

lunedì 20 maggio 2024

Il non problema del deficit pubblico

 

Il mondo occidentale soffre di un gravissimo problema nella gestione delle sue politiche economiche. La ragione ? si è diffusa e viene alimentata la convinzione che il deficit pubblico sia un problema.

Perché mai uno Stato che spende più di quanto incassa sotto forma di imposte dovrebbe andare in difficoltà, se la spesa avviene utilizzando moneta emessa dallo Stato medesimo ?

Si tratta, in realtà, di un meccanismo tramite il quale la moneta viene immessa nel sistema economico.

E la moneta che circola nel sistema economico DEVE AUMENTARE NEL TEMPO, via via che le economie si sviluppano. E’ totalmente logico e normale che ci sia più moneta in circolazione oggi rispetto a 50 o a 100 anni fa, perché produzione e consumi sono decisamente più alti oggi che 50 o 100 anni fa.

Naturalmente l’immissione di moneta nel sistema economico può essere eccessiva e produrre inflazione. Di conseguenza NON è corretto dire che QUALSIASI livello di deficit è appropriato.

Ma è assolutamente vero che la condizione NORMALE di uno Stato è il deficit del bilancio pubblico. Normale, non patologico.

E affermare che uno Stato con il bilancio in pareggio è “virtuoso” mentre uno Stato con un deficit del 3%, del 5%, o del 7% “ha un problema” e “deve mettere in ordine i conti” è, semplicemente, un’asserzione priva di fondamento.

sabato 18 maggio 2024

I vincoli inesistenti della finanza pubblica giapponese

 

La bestia nera degli euroausterici, il Giappone, vive tranquillo e non ha nessun problema di finanza pubblica con il suo debito / PIL al 260%. Perché ? ma perché è debito in yen, che è la moneta sovrana giapponese.

Qualcuno cerca, nonostante ciò, di favoleggiare che in realtà il Giappone ha un potenziale problema, perché “è obbligato a tenere i tassi a zero”. Altrimenti la spesa per interessi “andrebbe fuori controllo”.

Non si capisce perché “uscirebbe di controllo”, dato che gli interessi su un debito in yen sono anche loro moneta sovrana, emessa dallo stato giapponese.

In realtà il Giappone potrebbe benissimo riconoscere tassi d’interessi più alti sui titoli di Stato. Semplicemente non lo vuole fare, non vuole riconoscere questo tipo di rendimento ai suoi rentiers.

Questo, insistono gli euroausterici, ha però come conseguenza l’indebolimento dello yen sul mercato dei cambi, che a loro dire “non può proseguire all’infinito” e quindi costringerebbe prima o poi il Giappone ad abbandonare la politica dei tassi zero, o quasi, sul debito pubblico.

Indebolimento dovuto per inciso al fatto che i tassi sul dollaro, sull’euro, eccetera, non sono a zero (non più) ma stanno al 3% o al 4%.

Sfugge però che questo indebolimento del cambio non crea nessuna difficoltà al Giappone, in quanto non ha avuto alcun impatto di maggior inflazione. Anzi, l’inflazione giapponese non ha neanche sofferto, se non in minima parte, dell’incremento subito in Occidente con la fine dei lockdown e con il conflitto ucraino.

Il cambio debole dello yen al contrario ha prodotto due notevolissimi vantaggi alle aziende e agli investitori: ha reso le aziende più competitive, e ha aumentato il valore degli investimenti esteri detenuti da residenti giapponesi.

Il debito pubblico giapponese è assolutamente un non problema, e la sua politica dei tassi non soffre di alcun vincolo. Questa è la realtà che gli euroausterici non vogliono accettare. Normale: hanno un modello di analisi sbagliato e ci hanno costruito troppi castelli in aria, per troppi anni, per abbandonarlo.

domenica 12 maggio 2024

Fantasticherie sul Superbonus: fatevi due domande

 

L’ineffabile Giancarlo Giorgetti è arrivato a paragonare l’effetto del Superbonus sui conti pubblici alla catastrofe del Vajont. Ci sarebbe da ridere se non fosse stata chiamata in causa una tragedia che ha prodotto migliaia di morti.

Fatevi invece due domande in merito alle affermazioni di Giorgetti, anzi aggiungetene poi una terza.

La prima domanda: se veramente il Superbonus ha prodotto una catastrofe sui conti pubblici, come mai non si registra alcuna tensione sullo spread e sui rendimenti dei titoli di Stato italiani ?

La seconda: se veramente c’è “un buco da 200 miliardi” com’è che le manovre correttive che (si ipotizza) saranno necessarie in sede di prossima legge di bilancio sono dell’ordine di QUALCHE miliardo, non decine o centinaia ?

E poi la terza domanda:

possiamo veramente credere all’utilità di votare Lega per “rafforzarne l’ala sovranista”, nel momento in cui la Lega è il partito di Giancarlo Giorgetti ?

Io la mia risposta ce l’ho, ed è una risposta che non mi piace.

Ma non mi pare una buona idea coltivare illusioni, né credere alle favole.

giovedì 9 maggio 2024

Chiariamoci sul Giappone

 

Il Giappone è una delle bestie nere degli euroausterici: enorme debito pubblico, altissimi e persistenti deficit, monetizzazione costante ed elevata da parte della Banca Centrale, tassi vicini a zero da trent’anni. Dovrebbe avere rischi enormi di insolvenza e/o di inflazione – SE la visione euroausterica avesse qualche atomo di plausibilità – e invece ? e invece no.

Non tutti gli euroausterici però demordono. Anzi qualcuno arriva a dire che “eh ma il Giappone è un caso diverso, i motivi sono noti, non puoi prenderlo a paragone”.

Per quali ragioni il Giappone “sarebbe diverso” ? perché hanno gli occhi a mandorla e hanno inventato Godzilla ? no, l’euroausterico in questo caso cerca di argomentare. Ma non va lontano.

“In realtà il dato giapponese di debito pubblico / PIL, il 260%, non è confrontabile perché c’è un diverso trattamento contabile degli impegni pensionistici”. Scrivere al Fondo Monetario Internazionale, please. I dati li riportano loro, c’è da supporre che siano rilevati in modo coerente e omogeneo, e dicono che il debito / PIL giapponese è quasi il doppio di quello italiano e più del doppio di tutti gli altri.

“Il Giappone ha grandi riserve valutarie”. E allora ? queste riserve non sono poste in alcun modo, né formale né sostanziale, a garanzia del debito.

“Una percentuale molto alta del debito pubblico giapponese è posseduto da residenti”. Quindi ? la “tutela” sarebbe che nel caso il governo si riserva la possibilità di non ripagare i residenti, cioè di espropriarli ?

“Il Giappone ha bassa fiscalità e quindi margini per aumentarla”. Se fosse così l’Italia sarebbe tranquilla perché ha alta spesa pubblica e “può quindi tagliarla”. Gli effetti li abbiamo visti in seguito all’applicazione delle politiche di austerità, 2011-3. L’austerità non aiuta in alcun modo la gestione del debito pubblico.

“Una grossa quota del debito pubblico giapponese è detenuta dalla Banca Centrale”. QUI CI SIAMO, ma l’euroausterico a questo punto ci sta solo dando ragione. Il debito in moneta propria, garantito e nel caso acquistato dal proprio istituto di emissione, non genera MAI rischi d’insolvenza.

Alla fine del salmo, l’euroausterico ammette (forse senza accorgersene) che abbiamo ragione noi. Il problema della finanza pubblica italiana è un problema INVENTATO, e deriva dalla rinuncia a utilizzare la PROPRIA moneta.

Tutto qui.

lunedì 6 maggio 2024

Il superbonus e le buche di Keynes

 

Sarebbe stato meglio utilizzare il superbonus per qualcosa di diverso dall’efficientamento energetico degli edifici ? questo si può senz’altro sostenerlo. Ma è una critica ben diversa rispetto a vaneggiare di un presunto “buco” che il superbonus avrebbe creato.

Ipotizziamo pure che il superbonus abbia incentivato una forma di spesa completamente inutile. Si tratterebbe, nel caso, di un’esemplificazione dell’apparente paradosso keynesiano: quando le risorse produttive sono fortemente inutilizzate, quando c’è carenza di domanda, produzione e occupazione, è ENORMEMENTE meglio pagare qualcuno per scavare buche e poi riempirle, rispetto a non far nulla, o peggio ancora rispetto a fare tagli e aumentare tasse per cercare di ridurre il deficit di bilancio pubblico.

Una volta di più, ricordiamo che la completa uscita degli Stati Uniti dalla Grande Depressione è avvenuta solo con la seconda guerra mondiale. Cioè con l’enorme aumento della spesa militare. Che sul piano economico è la forma di spesa più inefficiente che esista. E’ spesa distruttiva: spreco puro.

Il superbonus, l’emissione di Moneta Fiscale, ha permesso all’economia italiana di riprendersi molto più intensamente e rapidamente rispetto alle aspettative più ottimistiche. E non crea nessun buco. Problemi ci saranno solo se per rincorrere parametri di bilancio privi di qualsiasi logica si attueranno tagli di deficit. Quando invece è perfettamente possibile emettere nuova Moneta Fiscale, via via che quella esistente viene utilizzata.

Lasciate pure che i Monti, i Boeri, i Perotti, i Cottarelli, i Trezzi, le De Romanis, i Fubini, i De Bortoli delirino. La Moneta Fiscale funziona e deve diventare uno strumento permanente per l’attuazione delle politiche economiche necessarie al paese. Poi discutiamo sulle TIPOLOGIE di applicazione. Alcune sono migliori di altre. Discutiamo di TEMPISTICHE e di DIMENSIONI. Alcune sono più appropriate di altre. Ma non sogniamoci nemmeno per un istante di dar credito a chi da anni cerca di spingere l’Italia nella direzione sbagliata.

 

domenica 28 aprile 2024

Banche centrali ed eserciti mercenari

 

Mi era balzato in testa il seguente parallelo: l’esistenza di una banca centrale, o per essere più precisi un istituto di emissione monetaria, indipendente dal potere politico, equivale ad avere in casa un esercito mercenario, dopo essersi privati del proprio.

Ma dopo breve riflessione, mi sono reso conto che in realtà è anche peggio.

Un esercito mercenario non è necessariamente formato da stranieri. E’ in effetti un esercito di volontari, non di leva, che paghi per il servizio che ti rende. Può essere estremamente efficiente ed affidabile e servire con lealtà e scrupolo il suo committente (almeno finché il committente paga). Leali e scrupolosi si dice ad esempio che fossero, durante il tardo Medioevo e il Rinascimento, i mercenari svizzeri.

Una banca centrale indipendente dal potere politico non è l’equivalente di un esercito di volontari pagati. E’ l’equivalente di una forza di occupazione straniera.

Straniera anche se magari è in parte o in tutto formata da cittadini del tuo paese: perché se è “indipendente” significa che non risponde al tuo governo, quindi non risponde al tuo elettorato, quindi non risponde alla TUA POPOLAZIONE.

Un vulnus gravissimo, inaccettabile, per la democrazia.

Se poi non credete alla democrazia, perorate pure la causa dell’istituto di emissione indipendente.

Però siate onesti e ditelo: siete antidemocratici.

venerdì 26 aprile 2024

Stima e simpatia per Claudio Borghi, ma

 

Di Claudio Borghi ho stima, e sulla base delle poche volte che ho avuto occasione di incontrarlo e di parlargli mi è anche simpatico.

Però quando perora la causa di “votare Lega per cambiare la UE da dentro” ho tre perplessità, alquanto robuste.

La meno importante delle tre, è che anni fa Borghi sosteneva come e qualmente “cambiare la UE da dentro” fosse una mission impossible. E’ la meno importante perché cambiare idea è lecito, e a volte anche saggio.

Le due più importanti sono che all’interno della Lega troviamo:

Giancarlo Giorgetti, che da ministro dell’economia ha fatto di tutto per affossare la Moneta Fiscale

nonché

Alberto Bagnai, che gli ha tenuto bordone con sproloqui pseudoragionieristici da matita blu (vedi qui e qui).

Il punto è che la Moneta Fiscale è la via plausibile e percorribile per risolvere le spaventose disfunzioni dell’Eurozona. L’unica realistica: tecnicamente e soprattutto politicamente.

E sparare contro la Moneta Fiscale non mi dice bene in merito alle capacità della Lega di cambiare la UE.

Da dentro o da fuori o da sopra o da sotto o da destra o da sinistra.

Felice, nel caso, di sbagliarmi.

mercoledì 24 aprile 2024

Come “ragionano” gli euroausterici

 

Marco Cattaneo: con la lira competevamo senza problemi.

Euroausterico: competevamo con le svalutazioni competitive.

Marco Cattaneo: competevamo con il corretto livello di cambio, sulla base dei nostri fondamentali.

Euroausterico: abbiamo avuto 15 anni per migliorare i nostri pessimi fondamentali.

Marco Cattaneo: se questi (presunti) “pessimi fondamentali” ti rendono poco competitivo, l’ULTIMA COSA DA FARE, LA PIU’ CRETINA, è agganciarti a una moneta più forte della tua.

Euroausterico: di migliorare i fondamentali non se ne parla proprio, eh ?

Marco Cattaneo: ammesso che fossero pessimi (non lo erano ma fa niente) in che modo fissare il cambio dovrebbe essere d’aiuto nel conseguire questo miglioramento ?

Euroausterico: svalutare equivale a barare.

Marco Cattaneo: allora sarebbero tutti “bari” meno la Svizzera, perché negli ultimi ottant’anni tutte le monete si sono svalutate rispetto al franco.

Euroausterico: tante cose hanno come discriminante la quantità. Alcuni farmaci sono curativi in piccole dosi ma diventano doping o droghe in dosi differenti.

Marco Cattaneo: ovviamente se le chiedo qual è livello oltre il quale si passa dalla dose “curativa” a quella “dopante” lei non ha la minima idea di cosa rispondere.

Euroausterico: non in 140 caratteri…

Marco Cattaneo: ma neanche in 140.000. Mi mandi pure un paper.

Non è arrivato, il paper. Penso che lo aspetterò a lungo.

lunedì 22 aprile 2024

Riccardo Trezzi, l’euroausterico che si vergogna

L’economista Riccardo Trezzi si autodefinisce un “keynesiano di sinistra” ma non è altro che un euroausterico vergognoso di chiamarsi tale. Prove in merito ne fornisce continuamente, ultima delle quali quella riportata qui sotto.

Secondo Trezzi, il grafico dimostrerebbe che sì, c’è stata austerità nel 2010-2014, e lui bontà sua l’ha pure criticata, ai tempi: ma poi non più. Perché ? perché i consumi del settore pubblico, procapite e in termini reali, hanno poi ripreso a crescere.

Certo, hanno ripreso a crescere. E infatti un po’ di crescita economica da allora in poi l’Italia l’ha vista. Il problema è che i consumi pubblici reali sono semplicemente tornati ai livelli di venticinque anni fa. E come si sente ripetere tutti i giorni, il PIL procapite e i salari reali in Italia sono oggi, guarda un po’, ai livelli raggiunti intorno al 2000. Un quarto di secolo di mancato sviluppo economico.

L’austerità targata UE – Monti – Letta è stata una catastrofe. Poi sono seguiti anni in cui si è evitato di peggiorare la situazione; ma sono comunque stati anni di austerità, intesa come insufficienza di domanda rispetto ai livelli necessari a conseguire buona e stabile occupazione, nonché produttività in crescita e salari reali che tengano il passo della produttività.

Questo un keynesiano lo capisce. Non lo capisce un euroausterico, e non lo capisce Trezzi.


sabato 20 aprile 2024

Le due più grandi bugie della finanza pubblica

 

In materia di deficit e di debito pubblico, le bugie e le mistificazioni che tocca leggere e ascoltare sono innumerevoli. Fare una classifica delle più fuorvianti, ignobili e spudorate è un compito arduo.

Però ce ne sono due che si stagliano sopra le altre.

La prima è che l’austerità riduca il debito pubblico di un paese, in rapporto al suo PIL. Austerità è quando una combinazione di politiche fiscali restrittive – tagli di spesa e aumenti di tasse – costringe l’economia del paese in questione a lavorare al di sotto delle sue capacità, quindi a contrarre produzione e occupazione.

L’effetto SICURO è che aumentano povertà, disoccupazione, precarietà e disagio sociale.

L’effetto TOTALMENTE ALEATORIO è che il debito / PIL cali. I presunti “risparmi” sono compensati, almeno in parte ma forse anche più che proporzionalmente, dalla diminuzione del gettito fiscale dovuta ai bassi livelli di attività economica. E il denominatore del rapporto diminuisce.

L’altra macrobugia è che il paese si impoverisca se il debito pubblico sale, e che si arricchisca se scende. Il debito pubblico è uno strumento messo a disposizione di famiglie e aziende per impiegare il proprio risparmio finanziario. A parità di altre condizioni, meno debito pubblico significa meno risparmio finanziario privato. Che significa meno ricchezza, non più ricchezza.

Dovrebbero essere ovvietà. E invece…

domenica 14 aprile 2024

Superbonus, il “buco” che non c’è

 

Gli euroausterici vaneggiano a reti unificate in merito al “buco da 200 miliardi nei conti pubblici” che sarebbe stato prodotto dal Superbonus.

Naturalmente una prima risposta ovvia a questa affermazione è che sono stati emessi 200 miliardi di crediti fiscali, a fronte dei quali è stata però conseguita una crescita di PIL e di gettito. Parlare di “200 miliardi di buco” tiene conto di un elemento (i crediti emessi) ignorando l’altro (la crescita di gettito).

Ma in realtà l’errore dell’affermazione è ancora più basilare.

Immaginiamo che un’Italia in possesso della propria moneta decida di effettuare una manovra fiscale espansiva emettendo 200 miliardi (in lire) e distribuendoli ai residenti.

E immaginiamo che dopo un anno i 200 miliardi vengono utilizzati per pagare tasse. Si crea un buco ? no, perché l’Italia può, semplicemente, emettere altri 200 miliardi. La quantità di moneta in circolazione rimane la stessa, e non c’è bisogno di effettuare alcuna manovra fiscale restrittiva.

Poi, l’Italia può decidere di offrire al pubblico 200 miliardi di titoli di Stato. A quel punto la moneta in circolazione viene sostituita da titoli per pari importo. Cambia qualcosa nella solvibilità dello Stato ? no, perché i titoli sono rimborsabili in lire.

Con i bonus fiscali immobiliari, in realtà, l’Italia si è riappropriata della possibilità di emettere moneta: moneta fiscale, per la precisione.

La moneta fiscale a un certo punto viene utilizzata per pagare tasse. Come compensa questo effetto, lo Stato ? la maniera più ovvia e semplice sarebbe emettere un pari importo di moneta fiscale. Che non è debito pubblico (come riconosciuto dalla stessa Eurostat).

Dov’è che si crea un potenziale problema ?

Si crea perché l’ineffabile Giorgetti, senza spiegare perché, strepita che la moneta fiscale è brutta e cattiva, e quindi non se ne emetterà altra. Il che comporta di emettere titoli. Che sono denominati in euro, moneta che l’Italia non emette. Qui c’è l’incremento di debito, e qui c’è l’appesantimento della solvibilità.

Ma il motivo è solo e soltanto uno: SI POTREBBE CONTINUARE AD EMETTERE MONETA FISCALE VIA VIA CHE VIENE UTILIZZATA, MA GIORGETTI NON LO VUOLE FARE.

Capite adesso che il problema è creato ad arte ?

martedì 9 aprile 2024

Mercati e “assorbimento del debito”

 

Niente da fare, non ci si riesce a liberare dal tambureggiamento di commenti preoccupati in merito alla “capacità dei mercati finanziari di assorbire il debito pubblico”.

Capisco che la partita doppia, così come l’economia keynesiana, pur non essendo argomenti in realtà complessi (se per complessi intendiamo, che so io, la fisica quantistica o la grammatica sanscrita) siano in qualche misura controintuitivi.

La controintuitività può trarre in inganno chi non se ne occupa di mestiere. Ma i giornalisti economici ? ma gli economisti di professione ??

Ragazzi, l’emissione di debito pubblico viene effettuata per offrire un impiego al risparmio privato generato dalla differenza tra spesa pubblica e tasse (che è il deficit pubblico) e per reinvestire i proventi ricevuti da chi si vede rimborsato il debito in scadenza.

Non esiste alcun mismatch. Non esiste alcun “limite di assorbimento” contro cui si potrebbe sbattere la capoccia. Il nuovo debito offre un impiego al risparmio privato generato dal deficit, e un reimpiego al rimborso del debito scaduto.

Tanti soldi di qui, tanti soldi di là. Negli stessi ammontari. Le dotte e pensose analisi della “capacità di assorbimento del debito pubblico da parte dei mercati” usatele per incartare il pesce.

sabato 6 aprile 2024

Le cause del declino demografico

 

L’Italia nel 2023 ha registrato un nuovo minimo di natalità. Un fenomeno preoccupante che caratterizza il nostro paese più di altri, anche se è in effetti rilevabile in tutto il mondo economicamente avanzato.

Immancabilmente, si ripropone la domanda: è una tendenza che nasce da fattori economici, o ha cause sociali ?

La risposta è che si tratta di un misto delle due.

Il calo delle nascite è in primo luogo una conseguenza della cosiddetta transizione demografica. Le famiglie facevano tanti figli quando la mortalità infantile era elevata: tanti perché ne sopravvivesse qualcuno. Per fortuna tutto questo è stato superato con il miglioramento delle condizioni sanitarie e della situazione economica generale.

Un fenomeno strettamente sociale è poi dato dalle crescenti possibilità, e dal crescente interesse, delle donne a sviluppare carriere lavorative. Che sono difficilmente compatibili con il fare molti figli.

Però si rileva facilmente, esaminando i dati, che la caduta della natalità, rispetto ai picchi negli anni Sessanta, si era sostanzialmente arrestata a metà degli anni Ottanta. E le nascite erano rimaste grosso modo stabili fino alla crisi finanziaria mondiale del 2008.


Da lì in poi la caduta è ripresa, e a ritmi sostenuti, abbassando le nuove nascite annue da quasi 600.000 a meno di 400.000.

Quest’ultimo declino ha, indiscutibilmente, ragioni economiche. La crisi del 2008 e soprattutto le demenziali politiche di austerità fiscale introdotte su pressione UE nel 2011-2013 hanno prodotto questo ulteriore declino.

Si può invertire la tendenza ? certo che sì. Uscendo dai dogmi della governance economica di Bruxelles, e dalle sue ricette deliranti.

mercoledì 3 aprile 2024

Euroausterici, titoli e link

 Quando ci si confronta sui social network, due atteggiamenti ricorrenti caratterizzano le controparti aderenti al mainstream economico (in particolare se non sono commentatori occasionali, ma proprio economisti di professione).

La prima è reagire a un’argomentazione domandando “ma tu che titoli hai per parlare ? hai un PhD ? sei un docente universitario ?”.

Reazione veramente puerile. Se la controparte fa affermazioni di scarsa validità, sarà facile, dovrebbe essere facile, confutarle. Che bisogno c’è di cercare di sminuirle sulla base dei “titoli” di chi le formula ? Forse che confutarle è proprio quello che NON ti riesce di fare ?

La seconda è irritarsi perché la controparte supporta le sue affermazioni con link ad articoli o post. Anche questo è un atteggiamento puerile. Chi ha sviluppato in profondità la sua visione di un problema, ovviamente l’ha fatto sulla base di considerazioni, analisi, dati che per essere compiutamente esposti, illustrati, approfonditi, richiedono qualcosa in più dello spazio di un tweet. Ben venga il link, quindi.

Sono due atteggiamenti che esprimono mancanza di rispetto per l’interlocutore. Ma in realtà, più ancora, consapevolezza seminconscia che si sta cercando di difendere una posizione debole.

Molto debole. Anzi, perdente.

lunedì 1 aprile 2024

Debito pubblico, oneri e benefici

 

Il deficit pubblico incrementa il risparmio privato, e il debito pubblico E’ risparmio privato. Queste affermazioni, che dovrebbero essere sostanzialmente ovvietà, se non tautologie, sono nondimeno fortemente avversate dagli euroausterici.

Spesso il loro tentativo di confutazione s’impernia grosso modo su quanto segue.

Sì certo, il deficit pubblico mette soldi a disposizione del settore privato. Ma questi soldi rimangono in tasca ad alcuni soggetti, non a tutti. C’è chi riesce a risparmiare, magari anche parecchio, e magari utilizza il risparmio per comprare titoli di Stato. C’è che non ci riesce. Però l’onere di pagare le tasse grava invece  su tutti.

Per cui, conclude l’euroausterico, in realtà la spesa pubblica beneficia alcuni soggetti più, magari molto più, di altri, mentre “l’onere del debito” (in realtà, la necessità di pagare tasse per non spingere il deficit a livelli eccessivi in quanto inflazionistici) è un onere dell’intero paese.

La maniera corretta di esporre la situazione è un’altra.

Il deficit pubblico immette risorse nell’economia, e la spesa pubblica fornisce beni e servizi alla collettività, secondo un’allocazione che viene stabilita tramite un processo di scelte politiche.

Anche l’onere di pagare le tasse incombe sulla collettività, e anche modalità e ripartizione di pagamento delle tasse sono stabilite tramite un processo politico. C’è chi paga più tasse e chi meno. Il sistema dovrebbe essere informato a criteri di progressività, dice la Costituzione. Ma i criteri non sono sempre rispettati.

Il beneficio della spesa e l’onere delle tasse possono quindi essere ripartiti in modo iniquo. Nessuno, in effetti, considera mai la ripartizione perfettamente equa. Più o meno tutti vorrebbero ripartizioni diverse. Alla fine le ripartizioni sono il risultato di un processo politico, quindi di un compromesso.

Ci sono ripartizioni più efficienti e corrette, e altre meno. Ma è un problema di allocazione.

Non è che il beneficio della spesa “è solo di alcuni” mentre l’”onere del debito” (più esattamente, delle tasse) è di tutti.

Onori e oneri sono di tutti. In varia misura, come dicevo. Più o meno correttamente ed efficientemente.

Rimane però vero che il deficit incrementa il risparmio finanziario del settore privato, e che il debito pubblico è risparmio privato, perché ne rappresenta una forma di impiego finanziario.

Tutto il resto è un problema di allocazione. Problema importantissimo, beninteso. Ma che non inficia in alcun modo quanto detto al paragrafo precedente.

 

giovedì 28 marzo 2024

Il principio insensato della politica economica

 

Praticamente in tutto il mondo occidentale, la politica economica degli Stati, o più esattamente la politica fiscale, è incentrata, a parole anche se (per fortuna) non del tutto a fatti, su un principio basilare.

Basilare e completamente sbagliato.

Il principio è che il debito pubblico sia un fattore d’impoverimento del paese. Un onere che vincolerà lo sviluppo dell’economia e incomberà sulle generazioni future.

Bene: il debito pubblico non è niente di tutto questo.

Il debito pubblico è uno strumento messo a disposizione di aziende e cittadini per impiegare il loro risparmio.

E il deficit pubblico produce risparmio finanziario nel settore privato dell’economia. Se lo Stato spende più di quanto tassa, il settore privato riceve più di quanto paga.

Il deficit pubblico può essere eccessivo se genera livelli di inflazione troppo alti. Ma tipicamente deve esistere, perché un’economia in sviluppo ha bisogno di una crescita tendenziale e graduale dei mezzi di pagamento in circolazione.

E come crescono i mezzi di pagamento, devono crescere anche gli strumenti di impiego del risparmio: funzione, come detto, svolta del debito pubblico.

Invece politici e media paludati nel 99% dei casi parlano, e purtroppo troppo spesso agiscono, come se il deficit e il debito fossero un male da estirpare, o quantomeno da limitare, contingentare, ridurre. Da limitare perché non si riesce ad azzerarli: ma l’ideale sarebbe raderli al suolo.

L’Occidente è in preda a un’isteria collettiva che stiamo pagando a carissimo prezzo.

martedì 26 marzo 2024

Borsa, aspettatevi una correzione

 

E’ noto, e anch’io lo ammetto senza problemi, che lanciarsi in esercizi di previsione sull’andamento del mercato azionario nei prossimi tre, sei, dodici mesi è un’esercitazione priva di qualsiasi utilità.

Però nella vita non si possono fare solo cose utili. Ogni tanto fa bene allo spirito lanciarsi in qualcosa di inutile ma divertente.

Quindi…

Lascio qui per iscritto il mio vaticinio: entro il 2024 vedremo una significativa correzione del mercato azionario, dell’ordine del 10% almeno.

Ma come, dirà qualcuno, proprio adesso che le banche centrali sono sul punto di iniziare l’agognata discesa dei tassi d’interesse (gli svizzeri sono stati i primi, settimana scorsa) ?

Il problema è proprio questo: entro i prossimi sei mesi, forse tre, Fed e BCE inizieranno finalmente a ridurre i tassi, ma la riduzione sta partendo molto in ritardo e con molta più cautela rispetto alle ipotesi che si formulavano anche di recente.

Non sarebbe un gran guaio se il mercato avesse oggi valutazioni compresse. Ma l’SP500, che dà il la al mercato mondiale,  è sopravvalutato (mia stima) di un 30% circa, e sale senza significative correzioni da ormai diciotto mesi ininterrotti.

Per cui prevedo che una correzione sia vicina.

Se poi mi sbaglio, vedrete almeno confermata la mia affermazione di inizio post: che le previsioni di breve termine in merito alla borsa sono divertenti da formulare e da leggere, ma di nessuna utilità pratica…

 

domenica 24 marzo 2024

Convegno alluvione Emilia-Romagna

 Trovate a questo link il video del convegno tenuto lo scorso 22 marzo 2024 riguardo a strumenti finanziari d'intervento per affrontare l'emergenza alluvione Emilia-Romagna. Purtroppo non mi è stato possibile essere presente ma il video guardatelo, i contenuti esposti da Fabio Conditi, Fabio Dragoni, Alessandro Ierardi e Fabio Tintori sono MOLTO interessanti.

sabato 23 marzo 2024

La follia dell’austerità 2011-2013

 

Sarà che sono passati più di dieci anni e la memoria collettiva è labile, ma ogni tanto rispuntano commentatori vari a sostenere che “in realtà l’Italia non ha mai fatto austerità” oppure che “beh sì c’è stata negli anni della crisi dei debiti sovrani ma era indispensabile perché Berlusconi stava portando il paese al fallimento”.

A questi signori, è bene ricordare quanto segue.

I pacchetti di interventi fiscali restrittivi (tagli e tasse) sono stati fatti trangugiare a viva forza all’ultimo governo Berlusconi a partire dalla primavera del 2011. Ovviamente questo non ha risolto la crisi dello spread e ne è risultata la caduta del governo e (a novembre) l’insediamento di Mario Monti.

Le feroci azioni di restrizione fiscale – IMU, legge Fornero, aumento dell’IVA, tagli a sanità ed investimenti pubblici – non hanno minimamente risolto il problema della finanza pubblica.

Hanno invece provocato tredici trimestri complessivi di discesa del PIL reale, con cinque punti percentuali di decrescita cumulata (nel periodo in cui invece tutto il resto del mondo recuperava), decine di migliaia di fallimenti, quattro milioni di persone in più in povertà assoluta (in pratica, ridotte a fare la fila alla Caritas, o giù di lì).

E il debito pubblico ?

Il debito pubblico in rapporto al PIL è AUMENTATO dal 119% al 132%, per il peggior motivo possibile – la caduta del denominatore.

Nell’estate del 2012 si è quindi preso atto che si stava buttando benzina sul fuoco invece di spegnerlo con l’acqua. E quindi è intervenuto Mario Draghi con il whatever it takes: l’impegno della BCE a fare quello che fanno tutte le altre banche centrali, cioè a sostenere il debito pubblico in caso di necessità.

Questo ha prodotto finalmente il rientro a livelli accettabili dello spread di rendimento tra BTP e Bund; ma non il recupero del PIL, che le assurde politiche fiscali messe in atto nel frattempo hanno fatto proseguire ancora per un anno e mezzo, con danni ciclopici.

Quando ricordi tutte queste cose, l’euroausterico di turno spesso ribatte che “il whatever in takes senza austerità non ci sarebbe stato, la BCE non l’avrebbe posto in essere”.

Quest’ultima affermazione francamente non ricordo, ai tempi, che fosse stata formulata da nessun alto esponente della BCE né tantomeno da Draghi. Ma se corrispondesse alla realtà, non sarebbe che un’ulteriore prova della follia del sistema.

Per “risolvere” un problema di finanza pubblica metti in atto una serie di azioni che DEVASTANO l’economia e PEGGIORANO i livelli di debito. Ponendoli però come precondizione per pronunciare tre parole che mettono immediatamente fine alla crisi, come si poteva fare un anno prima – in condizioni MOLTO MIGLIORI, MOLTO MENO DETERIORATE.

Un comportamento del genere è poco definirlo folle. La parola giusta è CRIMINALE.