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giovedì 26 dicembre 2024

La fiducia dei tedeschi

 

Adesso che il modello economico tedesco perde colpi, di pari passo con la produzione industriale della Germania, questa argomentazione la sento meno spesso. Ma rimane comunque un ritornello favorito degli euroausterici. A rallentare l’integrazione politica ed economica europea e i suoi mirabolanti (potenziali in quanto al momento inesistenti) risultati, contribuisce l’assenza di fiducia nel Nord Europa nei confronti del Sud Europa, anzi soprattutto della Germania nei confronti dell’Italia.

Ho detto contribuisce ? ma no, di più: è determinante, è decisiva.

Ne segue (sempre secondo gli euroausterici) che la responsabilità è nostra: dobbiamo raddoppiare triplicare decuplicare gli sforzi per conquistarci la soprammenzionata fiducia.

Ora, se questa attitudine teutonica sia giustificata o meno si potrebbe discutere a lungo. Ma non ho intenzione di farlo perché non penso che sia questo il punto.

Siccome se ne parla da quando esiste la UE e da quando esiste l’euro, ma in effetti anche da prima, da molti decenni per non dire da molti secoli, non mi interessa decidere chi ha ragione e chi ha torto.

Mi limito a constatare che un fidanzamento che non abbia alla base un reciproco rapporto di fiducia, una volta accertato che il rapporto medesimo non si è sviluppato in un adeguato periodo di tempo, non deve dare origine a un matrimonio.

Deve essere sciolto.

Se no è un disastro.

E’ così tra le persone. E’ così anche tra i paesi e tra le popolazioni.

domenica 27 ottobre 2024

Italia, Germania, euro e austerità

 

E’ interessante riflettere sull’evoluzione del PIL procapite italiano e di quello tedesco, nell’ultimo quarto di secolo. In particolare suddividendo questo arco temporale in cinque fasi.

Il primo periodo inizia nel 1998, ultimo anno prima dell’introduzione dell’euro, e termina nel 2007, picco delle economie occidentali prima della grande crisi finanziaria mondiale (fallimento Lehman).

Il secondo periodo arriva fino al 2010: la reazione post crisi.

Il terzo periodo termina nel 2014: il quadriennio in cui il recupero dell’economia italiana è stato tarpato dalle politiche di austerità, “prescritte” dalla UE con l’obiettivo (completamente fallito) di “rimettere in ordine i conti pubblici e il debito”.

Il quarto periodo arriva al 2019: gli anni in cui se non altro si è evitato di fare ulteriori danni con ulteriore austerità.

Infine, gli anni successivi fino a oggi: il Covid, la crisi ucraina e le conseguenze.

Il confronto è effettuato sul PIL procapite in dollari a parità di potere d’acquisto 2017, cioè corretto per le differenze di prezzi verificatesi nel tempo e tra i due paesi. Un indicatore omogeneo dei redditi medi, in altri termini. Fonte: Fondo Monetario Internazionale.

Si scoprono diverse cose interessanti.


Nel 1998, ultimo anno prima dell’euro, Italia e Germania stavano esattamente allo stesso livello.

Gli anni fino al 2007 sono di decorosa crescita, ma l’Italia comincia a perdere terreno. Si apre una differenza del 4,5%.

Il triennio della grande crisi finanziaria viene superato dalla Germania che recupera i livelli pre-Lehman, ma non dell’Italia. Scivoliamo indietro dell’11% circa.

Gli anni dell’austerità europrescritta sono una vera catastrofe. Andiamo a -20% abbondante. Grazie UE, grazie Monti, grazie Fornero, grazie Letta.

A questo punto si riconosce che la strada è sbagliata. Non si inverte la direzione, non sia mai. Però quantomeno non si peggiorano le cose. I 20-21 punti rimangono sostanzialmente quelli fino al 2019.

Poi arriva il Covid, arriva l’Ucraina. Si sospendono i vincoli di bilancio. L’Italia rilancia gli investimenti con il Superbonus (che sicuramente poteva essere fatto meglio: ma è stato molto più positivo farlo che non fare nulla). La Germania scopre che senza gas russo a buon mercato il suo sistema industriale non è esattamente quella meraviglia che tutti pensavano.

Stavolta è la Germania che dopo cinque anni non ha affatto recuperato i livelli precrisi. L’Italia sì e anzi a distanza di DICIASSETTE (!) anni supera, finalmente, il PIL procapite 2007. I punti in meno rispetto alla Germania scendono a quattordici. Sempre tanti, però…

Però, con il venir meno dell’austerità, finalmente una significativa inversione di tendenza.

martedì 26 gennaio 2021

La Germania impone la sua volontà all’Europa ?

 

Mi capita di discutere in merito a questo tema con interlocutori convinti che la Germania sia in grado di imporre la sua volontà all’intero continente europeo. Spesso, lo ritengono addirittura inevitabile.

Vediamo un po’.

L’Europa è attualmente abitata da oltre 740 milioni di persone, suddivisi tra 50 stati.

La Germania è il principale stato dell’Unione Europea per popolazione e per PIL, ma 23 stati parzialmente o totalmente appartenenti al continente europeo non fanno parte della UE: Albania, Andorra, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia, Georgia, Islanda, Kazakistan, Liechtenstein, Moldavia, Principato di Monaco, Montenegro, Nord Macedonia, Norvegia, Russia, San Marino, Serbia, Svizzera, Turchia, San Marino, Città del Vaticano e Regno Unito.

Sia la Germania che l’Unione Europea intrattengono relazioni commerciali e sviluppano interazioni politiche con questi stati, come con tutti gli altri esistenti al mondo, ma la Germania non è in grado di “imporre la sua volontà” a nessuno di loro.

Poi ci sono i 27 stati appartenenti alla UE, abitati da più di 440 milioni di persone. Otto di questi, tuttavia, non utilizzano l’euro: Svezia, Danimarca, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria e Croazia. Utilizzare la moneta nazionale implica un ampio grado di indipendenza nella gestione dell’economia. Gli otto paesi UE non euro aderiscono a un’area di libero scambio e di cooperazione economica, ma la loro situazione non è un granché diversa rispetto a quella che caratterizzava il periodo della vecchia CEE.

Arriviamo quindi ai 19 paesi eurozonici. In tutto, 330 milioni abbondanti di persone. Tuttavia, Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Lussemburgo e Paesi Bassi sono paesi le cui monete, prima dell’euro, tendevano a muoversi in sincrono con il marco tedesco. Appartenevano in effetti alla vecchia “area marco”, il che significa che utilizzare una moneta unica, gestita con le logiche monetarie e fiscali del marco, ha cambiato e cambio molto poco la loro situazione.

Quest’ultima affermazione è meno vera per la Francia che per gli altri; tuttavia il peso geopolitico della Francia – status di potenza nucleare, seggio permanente all’ONU, seconda economia dell’Eurozona – “sterilizza” la Francia dagli effetti dell’egemonia tedesca. In altri termini la Francia non codecide (fa solo finta) ma è in grado di evitare gli impatti deleteri delle decisioni tedesche, anche se i suoi fondamentali economici tenderebbero a inserirla nel gruppo “mediterraneo” più che nell’ex area marco.

I sei paesi sopra citati valgono oltre 110 milioni di persone. Ne rimangono quindi circa 220, di cui 80 rappresentati dalla Germania stessa.

Su chi viene imposta, quindi, l’egemonia tedesca ? su 140 milioni di anime (come si diceva una volta) in dodici stati. I paesi dell’Europa mediterranea, più alcune altre economie (eurozoniche) di minore dimensione. Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, Cipro, Malta, Slovenia, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania.

130 di quei 140 milioni stanno nei primi sei sopraelencati: quelli che in varie fasi del recente passato – e del presente – hanno sofferto e continuano a soffrire a causa dello scellerato sistema di governance imposto dalla UE a trazione tedesca.

Particolarmente colpita l’Italia. Perché ha un debito pubblico alto (che non sarebbe mai stato un problema, né tanto meno un’arma di ricatto, se l'avessimo lasciato in lire) ? perché è il principale concorrente manifatturiero della Germania, che quindi ha uno specifico interesse a indebolirla ? perché è storicamente un paese frammentato e diviso al suo interno (da una quindicina di secoli in qua…) ? per una combinazione di questi fattori.

Ad ogni modo, la Germania “egemonizza” il 20% della popolazione europea. Non di più. Per fortuna dell’altro 80%. Ma non per fortuna nostra, visto che pesiamo per quasi la metà di quel 20%.

venerdì 3 novembre 2017

I destabilizzanti surplus commerciali

La Germania sfora, da parecchi anni, il limite massimo del 6% previsto da trattati e regolamenti UE per il rapporto tra surplus commerciale e PIL. E lo sfora di parecchio, raggiungendo sistematicamente livelli dell’8-9%, senza che la commissione UE si senta in dovere di sollevare il problema.

Ma la Germania, al contrario di alcuni anni fa, realizza questo surplus in larghissima parte fuori dall’Eurozona. Il saldo export – import con il resto dell’unione monetaria europea, che costituiva il grosso dell’attivo fino al 2012, è attualmente quasi in pareggio.

L’austerità “prescritta” e adottata dai paesi mediterranei dell’Eurozona – tra cui, anche e soprattutto, l’Italia – ha calmierato l’export tedesco verso questi paesi. Le aziende tedesche l’hanno compensato con maggiori esportazioni verso America e Asia, anche grazie all’indebolimento dell’euro che si è verificato in concomitanza (a partire da fine 2014) con le aspettative, e poi con l’avvio, del programma di Quantitative Easing da parte della BCE.

Se il surplus tedesco sfora i limiti, ma grazie soprattutto all’interscambio extra Eurozona, è giusto per questo non intervenire sullo sforamento (in quanto non si creano problemi all’interno dell’unione monetaria europea) ?

No. Un surplus commerciale molto alto realizzato da un’area economica rilevante, quale è l’Eurozona, è destabilizzante perché per definizione impone ad altri paesi di essere in deficit.

E un alto surplus da parte della Germania, anche se realizzato prevalentemente fuori dall’Eurozona, implica una delle seguenti due cose.

Se gli altri paesi dell’unione monetaria europea non sono, nel loro complesso, in deficit commerciale, deve essere in deficit – e in misura rilevante - il resto del mondo. In altri termini, il totale dell’Eurozona è in forte surplus, e il resto del mondo è in forte deficit. Questa è la situazione odierna.

Altrimenti, l’Eurozona può essere in equilibrio solo a condizione che il surplus tedesco verso il resto del mondo sia compensato da un deficit (sempre verso il resto del mondo) degli altri stati membri.

In sintesi:

Prima possibilità (le cose come stanno oggi): Germania in surplus verso il resto del mondo ma non verso il resto dell’Eurozona; resto dell’Eurozona complessivamente in equilibrio; QUINDI resto del mondo in deficit.

Seconda possibilità (riequilibrio Eurozona verso resto del mondo ma senza che la Germania accetti di ridurre il suo surplus): Germania in surplus verso il resto del mondo ma non verso il resto dell’Eurozona; QUINDI resto dell’Eurozona in deficit verso il resto del mondo.

L’alto surplus tedesco è, quindi, comunque destabilizzante, e dovrebbe essere contenuto.

E la Germania potrebbe tranquillamente agire in questo senso, non (necessariamente) riducendo le sue esportazioni, ma espandendo la propria domanda interna (per esempio abbassando le tasse o aumentando gli investimenti pubblici) e quindi le importazioni.

Alcune doverose precisazioni: non penso proprio che la Germania farà nulla di tutto questo. Ed è quindi sterile chiederlo: anche perché l’Italia è in grado di uscire dai vincoli dell’Eurosistema e di risolvere la crisi senza chiedere nulla alla Germania.

Con emissioni di Moneta Fiscale che rilancino la domanda interna italiana e in parte, nella misura opportuna, la competitività delle nostre aziende (riducendo il cuneo fiscale effettivo), l’Italia può produrre una notevole ripresa della sua produzione e della sua occupazione, senza alcun rilevante impatto negativo sui saldi commerciali esteri (oggi attivi, peraltro, per oltre 50 miliardi all’anno).

Rimarrà l’effetto destabilizzante degli squilibri commerciali tra Germania e resto del mondo: problema che non possiamo risolvere noi, ovviamente, e che costituisce un punto di dibattito principalmente tra Germania e USA.

Va anche detto che gli USA sono una grande economia, ed assorbire buona parte di un surplus tedesco di 250 miliardi all’anno non li entusiasma (anzi) ma è un’inefficienza con cui possono convivere (che poi lo vogliano è un altro discorso: ma qui, ripeto, l’Italia può poco o nulla).

Quanto sopra, tuttavia, mette in evidenza che è fuori strada chi insiste a dire "l’Italia dovrebbe una buona volta rispettare le regole, come fa la Germania”. Il tema dei surplus commerciali è una prova (e non certo l’unica) che l’atteggiamento tedesco nei confronti delle regole UE è molto semplice: le rispetta (e strilla per richiederne il rispetto) dove le conviene.

Altrimenti, non si preoccupa neanche più di tanto di contestarle. Le ignora.