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venerdì 6 dicembre 2024

I ritardi dell’Eurozona

 

Sta diventando sempre più evidente che l’Eurozona è in perdita di peso economico nei confronti del resto del mondo. Il che in parte è giustificato dalla crescita di paesi, grandi (Cina e India) e meno grandi, che fino a una ventina d’anni erano in via di sviluppo per non dire, in termini più crudi, arretrati, ma da allora si sono fortemente avvicinati ai livelli di reddito procapite del “primo mondo”.

Ma quanto sopra giustifica solo in parte la diminuzione di incidenza dell’Eurozona. Perché è normale che chi è partito dopo si riallinei: ma l’Eurozona ha perso terreno anche nei confronti degli USA. L’avevamo visto qui: i principali stati eurozonici hanno registrato, dal 1998 ha oggi, una crescita media annua del reddito procapite, a potere d’acquisto costante, intorno all’1% (con l’eccezione ahinoi dell’Italia che si è fermata allo 0,4%). Gli USA, dell’1,5%.

Se mezzo punto all’anno vi pare poco, tenete conto che in un quarto di secolo equivale a una crescita del 45% contro 28%.

Quindi c’è dell’altro. E la spiegazione che si legge più di frequente è che gli USA sono innovativi, dinamici, aperti al cambiamento. Il vecchio continente invece sa solo regolamentare, burocratizzare, vincolare.

Vero, tutto questo. E gli osservatori più attenti se n’erano accorti molto tempo fa. Ricordo una conversazione con Paolo Bassi, successivamente per alcuni anni presidente della BPM: “tutti parlano dell’efficienza, della disciplina tedesca. Ma l’innovazione arriva solo da una parte: dagli USA”.

Che anno era ? il 1993.

Però anche questa non è tutta la storia.

Perché la stessa analisi effettuata per gli anni pre-1998 in poi mostra che nel trentennio precedente l’Eurozona (o più precisamente i paesi che poi ci sono entrati) NON PERDEVA TERRENO nei confronti degli USA. Cresceva qualche decimale in meno all’anno (di media) in termini di PIL totale, ma qualche decimale in più in termini procapite. La differenza essendo data dalla minore crescita demografica.

Gli USA sono da lunghissimo tempi più innovativi e dinamici, ma da questo lato dell’Atlantico sapevamo come adottare l’innovazione e applicarla con efficacia.

Fino a una certa data.

Perché il 1998 non è un anno che ho scelto a caso. E’ l’ultimo anno prima dell’introduzione dell’euro.

E dei connessi, deliranti, insensati vincoli di bilancio. E della folle governance dell’economia che ne è stata la conseguenza.

QUESTO è il motivo per cui perdiamo terreno nei confronti degli USA. Prima dell’euro il modello sociale europeo generava crescita, in abbinamento con un welfare state, e con tutele e diritti, che il resto del mondo poteva solo invidiare.

PRIMA dell’euro.

 

mercoledì 19 giugno 2024

“Esperti” geopolitici che non sanno di macroeconomia ?

 

I due più noti esperti italiani di geopolitica sono Lucio Caracciolo, il direttore di Limes, e Dario Fabbri, suo “delfino” storico che si è recentemente messo in proprio.

Sono i più noti, ma sono bravi ? sono affidabili ?

A tutti e due ho sentito formulare, nei video che circolano su Youtube e social media vari, i seguenti concetti.

Uno, la Germania garantisce il debito pubblico italiano.

Due, l’Italia ha bisogno di questa garanzia. Un bisogno vitale. A causa, s’intende, del suo “enorme” debito pubblico.

Ora, queste due affermazioni sono due sfondoni colossali.

La Germania non garantisce assolutamente nulla. In realtà uno dei problemi dell’Eurozona è la mancanza di una garanzia sui debiti pubblici degli stati membri da parte dell’istituto di emissione. Che peraltro è la BCE, non la Germania.

E

L’Italia non ha bisogno di garanzie esterne da parte di nessuno. Basta (basterebbe) che lo Stato italiano riprenda a finanziarsi utilizzando moneta nazionale. Come potrebbe tranquillamente fare, in qualsiasi momento, emettendo Moneta Fiscale.

Caracciolo e Fabbri, si dirà, non sono economisti. E l’economia non è tutto.

Certo. Ma se non è tutto, l’economia è molto, MOLTISSIMO. Non è possibile interpretare la posizione di forza e di debolezza degli Stati, non è possibile valutarne le strategie nel contesto internazionale, non è possibile giudicarne i punti di forza e di debolezza, partendo da assunzioni COMPLETAMENTE sbagliate in merito alla condizione delle loro economie.

Si può parlare di economia senza conoscere la geopolitica, ma non si può parlare di geopolitica senza conoscere l’economia. Perché la geopolitica è una disciplina estremamente ampia, ai limiti dell’onnicomprensivo.

Penso che Caracciolo e Fabbri se ne rendano conto. Ma cadono vittima di quell’accozzaglia di luoghi comuni che passa per pensiero economico mainstream.

 

martedì 5 dicembre 2023

Draghi sopravvalutato ?

 

Vedo porre questa domanda. Mario Draghi è sopravvalutato ? al di là dell’opinione che se ne può avere, positiva o negativa, al di là di considerarlo un agente del bene o del male, forse si è costruita un’immagine troppo enfatica in merito alle sue capacità, alla sua influenza, alla portata della sua azione ?

La risposta a mio parere è affermativa, ma non perché lo ritenga un incompetente.

Draghi è senz’altro un uomo molto abile, senz’altro parecchio superiore alla grande maggioranza dei burocrati che stanno ai vertici delle grandi istituzioni sovranazionali, dei ministeri economici, delle banche centrali.

Questa abilità l’ha utilizzata soprattutto per accreditarsi di fronte ai potentati economici e finanziari, e su questo ha costruito una formidabile carriera.

Se poi la sua azione sia da giudicare positivamente o negativamente, dipende dall’opinione che si ha in merito alle finalità di questi potentati. La mia la conoscete.

Draghi però non ha dimostrata quella superiore comprensione dei fenomeni economici, e men che meno di quelli geopolitici, che i media allineati all’establishment gli attribuiscono.

Dicendo che non l’ha dimostrata non intendo affermare che non la possieda. Non lo escludo. Ma neanche ne ho le prove.

Forse, ad esempio, Draghi saprebbe come riformare la governance economica dell’Eurozona in senso progressivo, inclusivo, rispettoso del benessere collettivo, in grado di ridurre le diseguaglianze.

Forse lo saprebbe e forse no.

Ma quando si è seduto su prestigiosissime poltrone, chiaramente non era lì per fare quello, non era lì per conseguire quelle finalità.

E’ stato posto ai vertici di importantissime istituzioni per fare qualcos’altro, e deve la sua carriera al fatto di essere stato ritenuto la persona migliore per ottenere questo qualcos’altro.

Credo e spero che questo “altro”, a medio e lungo termine, si rivelerà un progetto inattuabile. Che il pendolo oscillerà in un’altra direzione.

E di conseguenza Mario Draghi non sarà ricordato come un grande statista, né come un grande economista, né tantomeno come un grande personaggio storico.

 

giovedì 28 settembre 2023

Pareggio di bilancio, stati USA e stati Eurozona

 

Tra le principali fesserie propalate con costanza degna di miglior causa da parte dei commentatori euroausterici, si segnala la seguente: molti degli stati USA hanno regole che impongono il pareggio di bilancio. Perché mai lo stesso non dovrebbe valere per gli stati dell’Eurozona ? in fondo si parla di due blocchi economici di dimensioni simili, ognuno con la sua moneta – il dollaro per loro, l’euro per noi.

Per la verità parecchi stati USA hanno effettivamente adottato, e inserito nelle proprie costituzioni, il vincolo del pareggio di bilancio. Ma non tutti. Tanto è vero che la California nel 2009 è andata in default sul debito che aveva contratto.

Ma il punto non è questo. La differenza c’è ed è (o dovrebbe essere) evidente.

Si può pensare, negli USA, a un vincolo di pareggio di bilancio degli Stati perché i deficit di bilancio pubblico, indispensabili per una crescita economica stabile ed armoniosa, vengono messi in atto dal governo federale.

Sarebbe invece assurdo imporre il pareggio di bilancio agli stati dell’Eurozona perché non esiste un governo centrale in grado di immettere significative quantità di potere d’acquisto nell’economia mediante deficit pubblici.

Al contrario degli USA, l’Eurozona è un’unione monetaria ma non è un’unione fiscale, non è un’unione di trasferimenti, non è un’unione politica.

Il confronto tra USA ed Eurozona mette semplicemente in evidenza come l’attuale assetto dell’Eurozona sia economicamente insensato.

Certo, la risposta degli europeisti l’abbiamo sentita, anche quella, spesso. L’unione monetaria per funzionare richiede l’unione politica, quindi è stata attuata appunto per arrivarci (all’unione politica).

Però è passato quasi un quarto di secolo. L’eurosistema ha generato danni enormi e di volontà di arrivare all’unione politica non si vede traccia.

Quindi ?

domenica 8 gennaio 2023

Come riformare la governance dell’economia e dell’eurozona

 

UNO, definire un obiettivo di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL paese per paese, puntando per esempio al raggiungimento dell’obiettivo del fiscal compact – 60% di livello debito / PIL raggiunto in vent’anni.

Commento al punto UNO: il debito pubblico in moneta straniera (cioè in moneta non emessa dallo stato che emette il debito) comporta un rischio di insolvenza che va ridotto al minimo. L’euro non è emesso dagli Stati dell’eurozona che collocano, ognuno, i loro titoli sovrani di debito pubblico. Dal punto di vista dei mercati finanziari, è quindi debito in moneta straniera.

 

DUE, chiarire (come peraltro è già chiaro leggendo trattati e regolamenti) che i crediti fiscali utilizzabili in compensazione e non rimborsabili in cash (Moneta Fiscale / MF) non sono inclusi nel debito pubblico.

Commento al punto DUE: la MF non è debito perché non sussiste alcun impegno di rimborso. Non è possibile che condizioni di mercato o manovre speculative forzino lo Stato che la emette a disconoscere il suo impegno di accettare MF a saldo delle obbligazioni pecuniarie (fiscali in primo luogo) verso di esso.

 

TRE, la BCE s’impegna a garantire incondizionatamente il debito pubblico degli stati che rispettino la traiettoria del rapporto debito pubblico / PIL definita come da punto UNO.

Commento al punto TRE: il puntuale impegno degli obiettivi di contenimento del rapporto debito pubblico / PIL deve andare di pari passo con la garanzia della banca centrale di eliminare il rischio di default, evitando che l’Eurozona si trovi in posizione perennemente svantaggiata rispetto a tutti gli altri paesi economicamente avanzati (dove nessuno pensa seriamente alla possibilità che la banca centrale permetta al Tesoro di andare in default).

 

QUATTRO, la BCE opera per ottenere un’inflazione media, nell’Eurozona, il più vicina possibile all’obiettivo del 2%.

Commento al punto QUATTRO: è l’obiettivo primario della BCE.

 

CINQUE, i paesi che manifestino scostamenti rispetto all’obiettivo d’inflazione dell’Eurozona devono operare per riportare il proprio livello verso la media. Se sono sotto, devono adottare politiche di sostegno della domanda mediante espansione fiscale. Se sono sopra, possono a seconda dell’origine dello scostamento adottare politiche fiscali restrittive, oppure (in una situazione come l’attuale in cui lo scostamento deriva principalmente da problemi di approvvigionamenti e forniture) adottare politiche fiscali espansive finalizzate a ridurre oneri e imposte indirette su beni di prima necessità e/o a domanda rigida (es. alimentari ed energia).

Commento al punto CINQUE: la BCE ha difficoltà a raggiungere il suo obiettivo primario perché la politica monetaria da sola è spesso insufficiente a tale scopo. Il punto CINQUE assicura che gli Stati coadiuvino la BCE con un appropriato utilizzo delle leve fiscali.

 

SEI: i paesi che manifestino saldi di bilancia commerciale fortemente positivi o negativi devono agire per riportarli verso la parità. I paesi in surplus possono scegliere tra politiche di espansione della domanda interna (che aumentano l’import) e maggiore tassazione dei fattori produttivi (che riducono l’export) o un mix delle due cose; viceversa i paesi in deficit (commerciale) possono scegliere tra contrazione della domanda interna (che diminuisce l’import) e minore tassazione dei fattori produttivi (che aumenta l’export): anche in questo caso, è possibile mixare i due interventi.

Commento al punto SEI: questo, per evitare che alcuni paesi accumulino passività finanziarie, la cui contropartita è la crescita del debito privato netto in valuta estera di altri: crescita che rischia di essere destabilizzante.

 

SETTE: il MEF offre ai risparmiatori Conti di Risparmio di due categorie: conti su cui può essere depositata Moneta Fiscale (utilizzabile per compensare imposte, ma che non dà diritto al rimborso in euro) e conti rimborsabili in euro.

Commento al punto SETTE: questi conti sono uno strumento ideale per agevolare la circolazione della MF (nel primo caso) e come strumento alternativo per l’emissione di debito pubblico (nel secondo caso: rispetto ai titoli di Stato, non si prestano ad attività di trading e sono quindi uno strumento finanziario non speculativo e molto meno influenzabile dagli andamenti dei mercati finanziari).

 

OTTO: l’Italia crea un sistema di banche a proprietà e controllo pubblico, partendo ad esempio da un polo incentrato su Monte dei Paschi di Siena.

Commento al punto OTTO: un sistema di banche pubbliche (come quello che la Germania, ad esempio, continua a detenere) è un preziosissimo strumento di politica economica al servizio dello sviluppo.

 

mercoledì 12 ottobre 2022

Bruciare soldi con i surplus di bilancio pubblico

 

Nelle conversazioni da bar, o da talk show televisivo, si parla spesso e volentieri del deficit pubblico come di soldi che vengono “sperperati”, o quantomeno impiegati per finalità che il commentatore ritiene dubbie e discutibili.

Al di là del giudizio di merito sulla qualità e utilità della spesa pubblica netta, comunque, chi ascolta questi commenti rimane con l’impressione che si stia parlando dell’impiego di una risorsa che scarseggia. Ogni volta che spendiamo, ci ritroviamo con meno soldi di prima – se siamo un privato. Perché non dovrebbe avvenire la stessa cosa per il settore pubblico ?

Normalmente, invece – per la maggior parte degli Stati -  è vero esattamente il contrario. Perché con l’unica eccezione dell’Eurozona, in ogni paese il settore pubblico PRODUCE la moneta che si utilizza nel paese stesso.

Di conseguenza quando lo stato spende immette moneta nell’economia: i mezzi di pagamento in circolazione non si riducono, SI ESPANDONO.

E vale anche il contrario: se la pubblica amministrazione genera surplus di bilancio, ritira soldi, li toglie dalla circolazione: come se li bruciasse.

Perché mai allora il deficit – che immette soldi nell’economia – sarebbe uno spreco, e il surplus – che li toglie - un atteggiamento virtuoso ? Non ha senso.

Questo non significa che in alcuni casi ridurre il deficit pubblico o addirittura generare surplus non possa essere opportuno. Può esserlo per gestire fenomeni inflattivi da eccesso da domanda, o squilibri commerciali esteri.

Ma non è assolutamente un arricchimento del paese. Il paese ha meno soldi in circolazione rispetto a prima. Si riduce un cosiddetto “debito pubblico” che in effetti posso rifinanziare quando mi pare (perché emetto la moneta in cui è espresso): un debito per modo di dire. Mentre cala l’importo delle attività finanziarie in possesso del settore privato - delle famiglie e delle aziende. Attività finanziarie vere, vero risparmio, vero potere d’acquisto.

Tutto questo vale se, come detto, il settore pubblico produce la moneta che si utilizza nel paese.

L’Eurozona è diversa perché l’emissione della moneta è stata tolta dal controllo degli Stati, delegandola a un’entità sovranazionale. Ed è quindi necessario procurarsela vendendo beni o servizi, o indebitandosi.

Nell’Eurozona la moneta è diventata ARTIFICIALMENTE una risorsa scarsa.

Non una grandissima idea, visto che la storia dell'eurozona è una storia di disfunzioni e di crisi tamponate ma mai risolte.

 

venerdì 23 settembre 2022

Ma guarda un po’: il cambio è uno stabilizzatore

Ho già citato, in questo blog, Robin Brooks, un economista mainstream molto attivo (tra l’altro) su twitter: interessanti i dati che commenta, ma spesso non si rende conto delle incoerenze che spuntano nelle sue analisi.

Per esempio giusto ieri, qui



ci fa sapere che la BCE sbaglia ad alzare i tassi velocemente e intensamente come sta avvenendo. Apparentemente (dice) sta entrando in gioco la “paura del cambio flessibile” (fear of floating), che spinge ad alzare i tassi per evitare una svalutazione troppo forte. Invece è meglio “lasciare che l’euro si aggiusti e che [il cambio] sia lo stabilizzatore automatico che è supposto essere”.

Il problemino sottostante a questa affermazione, in sé assolutamente condivisibile, è il seguente.

Se il cambio flessibile è un preziosissimo stabilizzatore automatico, non è stato FOLLE eliminare i cambi flessibili ALL’INTERNO dell’eurozona, e in maniera molto difficilmente reversibile, come è avvenuto con l’introduzione dell’euro ?

L’affermazione di Brooks, in altri termini, starebbe benissimo in bocca a un eurocritico. Che direbbe: giusto, lasciamo che il cambio dell’euro scivoli, mitigando gli effetti di Putin che ci taglia il gas (mentre gli USA sono autosufficienti). Aiutiamo chi è più colpito dalle difficoltà rispetto a chi lo è meno. Proprio a questo serve la fluttuazione del cambio.

Ma aggiungerebbe anche, l’eurocritico: quanto sarebbe stato utile, allora, per i paesi mediterranei svalutare rispetto a quelli del Nord ?

Brooks non è affatto un eurocritico. Però dovrebbe allora spiegare perché il cambio flessibile è un insostituibile stabilizzatore se si parla di euro / dollaro, mentre si è allegramente e serenamente deciso di farne a meno nell’ambito dell’eurozona.

Ma questa spiegazione Brooks non la dà, insistendo invece sull’utilità delle regole fiscali e delle riforme strutturali.

Che essendo procicliche e deflattive, sono invece risultate un problema ancora peggiore del cambio fisso.


sabato 10 settembre 2022

Debito pubblico: la storia non è quella che raccontano

 

La condizione assolutamente normale della finanza pubblica è che il bilancio degli Stati sia in deficit. Il deficit pubblico implica più spesa rispetto al prelievo fiscale, e questo significa che il settore privato riceve risorse finanziarie. L’ammontare complessivo dei mezzi di pagamento in circolazione cresce, e nello stesso tempo questi mezzi di pagamento sono anche risparmio di chi li detiene.

In un’economia in sviluppo, i mezzi di pagamento e il risparmio finanziario DEVONO gradualmente aumentare nel tempo.

Certo, in un singolo paese possono aumentare grazie a forti surplus commerciali e/o di bilancia di pagamenti con l’estero.

Ma questo significa drenare risparmio da altri paesi: non può accadere per tutto il mondo contemporaneamente.

Certo, quando l’economia è particolarmente tonica, quando c’è molto ottimismo, il risparmio lordo di aziende e famiglie può crescere anche in assenza di deficit pubblico, perché si verifica una forte espansione del credito bancario, o finanziario in genere.

Ma a fronte della crescita di risparmio lordo, aziende e famiglie in questa situazione accrescono fortemente il loro debito (privato). Il che è destabilizzante, perché crea rischi di bolle speculative e prepara il terreno per un peggioramento prociclico della congiuntura: quanto le cose andranno meno bene, gli intermediari finanziari privati saranno rapidissimi a tagliare il credito che hanno in precedenza (nel periodo di euforia) erogato.

Tendenzialmente, tipicamente, mediamente, il bilancio pubblico DEVE ESSERE IN DEFICIT.

E se lo Stato emette moneta, non è indispensabile, peraltro, che i deficit accrescano il debito pubblico. Non c’è NECESSITA’ di emettere titoli di Stato, se lo Stato gestisce la SUA moneta. L’emissione di titoli (ripeto, per un Stato che emette e gestisce la propria moneta: al di fuori quindi dal manicomio dell’Eurozona) è un’opportunità offerta ai privati per impiegare il risparmio finanziario generato dai deficit pubblici.

Il debito pubblico in moneta propria non crea, per definizione, problemi di solvibilità. E neanche di inflazione: l’inflazione può insorgere se vengono generati deficit pubblici eccessivi e/o male impostati dal punto di vista del loro livello e della loro composizione. Ma questo, se avviene, è un problema che NON ha a che vedere con l’avere, o meno, emesso titoli di Stato.

La storiella che “il debito pubblico incombe sui nostri figli” e che “un giorno dovrà essere ripagato” (nel senso di estinto) è, appunto, solo una storiella. Il debito pubblico deve essere rifinanziato – ZERO problemi se lo emetti nella tua moneta – NON estinto.

Se poi proprio lo si vuole estinguere, una strada c’è ed è molto semplice: interrompere l’emissione di titoli di debito, e rimborsare l’esistente, nonché mettere in atto i deficit pubblici futuri, semplicemente utilizzando moneta di Stato.

Altra via non c’è. Fanno ridere i “piani tagliadebito” che qualche organo di stampa periodicamente estrae dal cassetto, basati su austerità e privatizzazioni. Non funzionano mai (se non per promuovere, appunto, un’agenda di austerità e privatizzazioni…).

Il debito pubblico si estingue solo monetizzandolo. Fermo restando che se lo emetti nella TUA moneta, non c’è alcuna logica nel volerlo estinguere.

 

venerdì 1 luglio 2022

Banche centrali, finte divinità

 

La principale funzione, il principale obiettivo delle banche centrali – quello che tutte condividono – è il controllo dell’inflazione. Ma sono realmente in grado di perseguire questo obiettivo ?

Per anni si è dato credito alla tesi di Milton Friedman – “l’inflazione è sempre un fenomeno monetario” – e quindi alla teoria seconda la quale se controlli la moneta controlli l’inflazione.

Alla prova dei fatti, la teoria non regge.

Per svariati anni il mondo occidentale è stato alle prese con un problema di inflazione troppo bassa, al di sotto degli obiettivi, che sia la Fed che la BCE ponevano al 2%. Il Quantitative Easing è stata l’arma utilizzata per alzare i livelli d’inflazione – ed ha fallito, nonostante anni e anni (se non decenni, vedi Giappone) di sforzi.

Dopo la fine dei lockdown e complice anche la crisi ucraina, l’inflazione è finalmente salita – troppo. Ma le cause vanno identificate molto più nella situazione dell’offerta (rottura delle catene produttive, problemi di approvvigionamento di gas, petrolio e materie prime in genere, aggravati dalla crisi ucraina) che in quella della domanda.

In effetti le banche centrali sono in grado di raffreddare la domanda alzando i tassi d’interesse e in generale imponendo condizioni più restrittive per l’accesso al credito. Ma nelle condizioni attuali un’azione di questo genere sarebbe efficace (nel senso di ottenere un calo rilevante dell’inflazione) solo a costo di produrre una recessione violentissima.

Non è meglio allora lasciar fare alla politica fiscale, che può anch’essa agire – e in modo anche più diretto - sulla domanda aggregata ? e in più – molto importante – è in grado di mitigare, sia congiunturalmente che strutturalmente, le cause dell’attuale inflazione: abbassando accise e imposte indirette su beni energetici e prodotti di prima necessità; e incentivando investimenti nelle diversificazione delle risorse produttive (materie prime e componenti).

Se queste ultime azioni non vengono attuate, o non nella misura e nelle modalità necessarie, la ragione sono i vincoli (inventati) di finanza pubblica. Perché preoccuparsi di deficit e debito pubblico se vengono utilizzati per attuare interventi che mitigano l’inflazione ? solo per la pretesa (insensata sul piano economico) che gli Stati non possano emettere direttamente moneta, e perché ci si preoccupa di un potenziale default del settore pubblico.

Preoccupazione quest’ultima che è assurda se il debito è in moneta sovrana; mentre è reale nel manicomio dell’Eurozona, ma solo perché si è creato un assetto – la “moneta senza Stato” – privo di qualsiasi logica economica.

Abbiamo divinizzato le banche centrali, ma i loro poteri sono tutt’altro che divini. E la loro effettiva necessità e utilità è, a dir poco, molto ma molto dubbia.

 

domenica 26 giugno 2022

Eurozona e rischio di frammentazione

 

Robin Brooks è un commentatore economico molto attivo su twitter. Già collaboratore di Fondo Monetario Internazionale e Goldman Sachs, pubblica grafici e analisi spesso interessanti nei contenuti – ma non necessariamente condivisibili nelle conclusioni che ne deriva.

Faccio spesso fatica a condividerne le conclusioni perché Brooks non è tenero nei confronti dell’Italia: il che naturalmente è legittimo, ma non nel momento in cui ci imputa guai che nascono dalla (paurosamente disfunzionale) struttura dell’eurosistema – e non da problemi specifici del nostro paese.

Alcuni giorni fa, esattamente il 19 giugno scorso, un suo tweet riportava quanto segue.


“La BCE ha tenuto questa settimana una riunione d’emergenza sulla “frammentazione”. Il problema è che nessuno sa come misurare la frammentazione, quindi è una questione di percezioni. C’è frammentazione se il decennale italiano rende meno di quello neozelandese o australiano, anche se l’Italia ha più debito ?”.

In pratica il buon Robin sta implicitamente affermando che non vede la necessità di interventi per abbassare il costo del debito italiano. Perché questo costo è inferiore rispetto a paesi con meno debito, quindi perfino più basso di quanto “meriterebbe”. Allora, perché mai la BCE dovrebbe fare qualcosa ?

Suona ragionevole: ma i presupposti dell’analisi sono smentiti dal consueto “rompiscatole”, il Giappone. Sui due piedi mi era parso (a me come ad altri) che il grafico di Brooks ignorasse i nostri amici nipponici. Ma non è così, ci sono: soltanto sono posizionati così in basso e così a destra rispetto a tutti gli altri che a una prima occhiata si rischia di non vederli…

E invece il Giappone c’è, e guarda un po’: ha DI GRAN LUNGA IL DEBITO MENO COSTOSO, nonostante un RAPPORTO DEBITO PUBBLICO / PIL DI GRAN LUNGA PIU’ ALTO.

Il punto è che Brooks ha in testa che a maggior debito debba corrispondere maggior costo, ma questo è vero (e il grafico lo evidenzia chiaramente) SOLO ALL’INTERNO DELL’EUROZONA. Non c’è invece nessuna correlazione per quanto riguarda i paesi che sono nella (normale, normalissima) condizione di emettere e gestire la propria moneta.

Se il debito è nella tua moneta, decidi tu a che livello fissarne il costo, facendolo o non facendolo acquistare dal tuo istituto di emissione (e potresti addirittura fare deficit SENZA emettere debito). E lo puoi fare quale che sia il livello del debito. Per cui la correlazione costo / livello semplicemente non esiste.

Se invece il debito è in moneta straniera, la faccenda cambia aspetto. Ed è del tutto comprensibile che a maggior debito corrisponda maggior costo.

Brooks ci ha quindi fornito, con quel grafico, la miliardesima prova che l’Italia non doveva entrare nell’euro: perché entrandoci ha trasformato un NON problema – il debito pubblico in lire – in un problema gravissimo – il debito pubblico in moneta straniera.

Per cui, l’eurosistema – eh sì, Robin – è a costante rischio di frammentazione. Perché il debito alto diventa troppo costoso, ma i tentativi di ridurlo via austerità abbattono il PIL e non risolvono il problema: anzi lo peggiorano pesantissimamente, come visto in particolare tra il 2011 e il 2013.

E il rischio di frammentazione non scomparirà finché, de minimis, lo spread non verrà totalmente eliminato.

O finché non scomparirà l’euro…

 


giovedì 6 maggio 2021

Il destino dell’Eurozona (nel lungo termine)

 

Un ritornello degli euro-unionisti è che gli Stati europei hanno bisogno di aggregarsi per “pesare” nei confronti dei grandi blocchi economico-politici mondiali (USA e Cina in particolare).

In merito a questo tema, credo sia utile riflettere su alcuni dati.

Se parliamo di aggregazione economica, assimilabile almeno in parte a un embrione di Superstato, dobbiamo fare riferimento all’Eurozona, non alla UE. Gli Stati che usano la loro moneta sono collegati agli altri da un sistema di accordi di libero scambio, regolamentazione della concorrenza, cooperazione economica, ma godono di autonomia pressoché totale per quanto riguarda le loro politiche di bilancio.

Bene. Oggi l’Eurozona ha una popolazione di circa 330 milioni di persone, il mondo nel suo complesso 7.850 milioni.

Il mondo continua a crescere in termini di popolazione. A metà del secolo o poco dopo si raggiungerà una stabilizzazione intorno a 10 miliardi di persone.

Gli Stati membri dell’Eurozona resteranno ai livelli attuali o forse caleranno un po’, diciamo intorno a 300 milioni.

In termini economici, lo sviluppo mondiale continuerà a ritmi molto sostenuti in Asia e (trainato anche dalla demografia) in Africa. E sarà significativo anche in America e in generale nella sfera anglosassone.

Se l’Eurozona continuerà con le sue politiche deflattive, orientate alla compressione salariale e alla ricerca ossessiva di surplus commerciali verso l’estero (orientamento che il Recovery Fund NON modifica in modo minimamente significativo) la sua crescita di PIL sarà invece modesta o nulla.

Nel 2050, possiamo quindi aspettarci un’Eurozona che pesa per il 3% della popolazione mondiale, con un PIL procapite ancora superiore alla media, ma decisamente meno di oggi.

Che peso avrà l’Eurozona nelle dinamiche mondiali ?

Il 3% della popolazione, e poco di più in termini di PIL complessivo, significa essere, rispetto al mondo, nella stessa relazione in cui la Svezia è oggi rispetto all’Eurozona. 

La Svezia ha 10 milioni di abitanti – il 3% di 330, appunto – e un reddito procapite un po’ più alto della media eurozonica.

Con tutto il rispetto per il civile e progredito popolo svedese, quanto pesa la Svezia in termini di capacità di interazione con l’Eurozona ?

Qualcosa di vicino a zero.

Mettiamolo in termini di proporzioni:

Svezia : Eurozona = Eurozona : Mondo.

In altri termini, se mai l’Eurozona s’integrasse sul piano politico (eventualità oggi remota, peraltro) negli equilibri mondiali conterebbe…

…tra poco e nulla.

Certo, le cose potrebbero cambiare. Altri paesi potrebbero adottare l’euro, per esempio. Peccato che gli stati UE-non-euro di un certo peso economico e/o demografico – Svezia, Danimarca, Polonia, Ungheria, Romania, Repubblica Ceca – se ne stiano guardando bene.

Per tacere dei britannici, che per non lasciare dubbi dalla UE sono proprio usciti

Mettiamola pure in termini crudi: l’integrazione politica europea “per contare negli equilibri economici mondiali” è una bufala. Tanto per cambiare.

 

martedì 26 gennaio 2021

La Germania impone la sua volontà all’Europa ?

 

Mi capita di discutere in merito a questo tema con interlocutori convinti che la Germania sia in grado di imporre la sua volontà all’intero continente europeo. Spesso, lo ritengono addirittura inevitabile.

Vediamo un po’.

L’Europa è attualmente abitata da oltre 740 milioni di persone, suddivisi tra 50 stati.

La Germania è il principale stato dell’Unione Europea per popolazione e per PIL, ma 23 stati parzialmente o totalmente appartenenti al continente europeo non fanno parte della UE: Albania, Andorra, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia, Georgia, Islanda, Kazakistan, Liechtenstein, Moldavia, Principato di Monaco, Montenegro, Nord Macedonia, Norvegia, Russia, San Marino, Serbia, Svizzera, Turchia, San Marino, Città del Vaticano e Regno Unito.

Sia la Germania che l’Unione Europea intrattengono relazioni commerciali e sviluppano interazioni politiche con questi stati, come con tutti gli altri esistenti al mondo, ma la Germania non è in grado di “imporre la sua volontà” a nessuno di loro.

Poi ci sono i 27 stati appartenenti alla UE, abitati da più di 440 milioni di persone. Otto di questi, tuttavia, non utilizzano l’euro: Svezia, Danimarca, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria e Croazia. Utilizzare la moneta nazionale implica un ampio grado di indipendenza nella gestione dell’economia. Gli otto paesi UE non euro aderiscono a un’area di libero scambio e di cooperazione economica, ma la loro situazione non è un granché diversa rispetto a quella che caratterizzava il periodo della vecchia CEE.

Arriviamo quindi ai 19 paesi eurozonici. In tutto, 330 milioni abbondanti di persone. Tuttavia, Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Lussemburgo e Paesi Bassi sono paesi le cui monete, prima dell’euro, tendevano a muoversi in sincrono con il marco tedesco. Appartenevano in effetti alla vecchia “area marco”, il che significa che utilizzare una moneta unica, gestita con le logiche monetarie e fiscali del marco, ha cambiato e cambio molto poco la loro situazione.

Quest’ultima affermazione è meno vera per la Francia che per gli altri; tuttavia il peso geopolitico della Francia – status di potenza nucleare, seggio permanente all’ONU, seconda economia dell’Eurozona – “sterilizza” la Francia dagli effetti dell’egemonia tedesca. In altri termini la Francia non codecide (fa solo finta) ma è in grado di evitare gli impatti deleteri delle decisioni tedesche, anche se i suoi fondamentali economici tenderebbero a inserirla nel gruppo “mediterraneo” più che nell’ex area marco.

I sei paesi sopra citati valgono oltre 110 milioni di persone. Ne rimangono quindi circa 220, di cui 80 rappresentati dalla Germania stessa.

Su chi viene imposta, quindi, l’egemonia tedesca ? su 140 milioni di anime (come si diceva una volta) in dodici stati. I paesi dell’Europa mediterranea, più alcune altre economie (eurozoniche) di minore dimensione. Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, Cipro, Malta, Slovenia, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania.

130 di quei 140 milioni stanno nei primi sei sopraelencati: quelli che in varie fasi del recente passato – e del presente – hanno sofferto e continuano a soffrire a causa dello scellerato sistema di governance imposto dalla UE a trazione tedesca.

Particolarmente colpita l’Italia. Perché ha un debito pubblico alto (che non sarebbe mai stato un problema, né tanto meno un’arma di ricatto, se l'avessimo lasciato in lire) ? perché è il principale concorrente manifatturiero della Germania, che quindi ha uno specifico interesse a indebolirla ? perché è storicamente un paese frammentato e diviso al suo interno (da una quindicina di secoli in qua…) ? per una combinazione di questi fattori.

Ad ogni modo, la Germania “egemonizza” il 20% della popolazione europea. Non di più. Per fortuna dell’altro 80%. Ma non per fortuna nostra, visto che pesiamo per quasi la metà di quel 20%.

martedì 27 gennaio 2015

La svalutazione competitiva dell’euro


Vale la pena di quantificare, almeno in termini di ordini di grandezza, il possibile impatto della recente svalutazione dell’euro. Le variazioni sono notevoli e, potenzialmente, in grado di modificare l’evoluzione a breve-medio termine dei fondamentali economici dell’Eurozona.

Mentre scrivo il cambio euro-dollaro oscilla interno a 1,12 contro un livello medio di 1,33 registrato del 2014. Si tratta di una variazione del 15% circa.

Le esportazioni italiane sono pari a circa 480 miliardi. Dimezziamo questo dato per tener conto del fatto che il nostro interscambio si sviluppa per metà all’interno dell’Eurozona, e per metà all’esterno.

Un delta cambio del 15% su 240 miliardi corrisponde a circa 36 miliardi, quindi a oltre il 2% del PIL italiano (pari attualmente a poco più di 1.600 miliardi). Questo è l’equivalente di una manovra espansiva di pari ordine di grandezza.

Naturalmente quanto detto sopra è solo un primo embrione di analisi, molto grezzo e preliminare. Molti altri fattori possono avere un impatto: va comunque detto che, per la maggior parte, hanno buone probabilità di rafforzare ulteriormente l’impatto positivo della svalutazione.

In primo luogo, quanto sopra suppone che tutto il delta cambio si trasli sui prezzi di vendita. Le aziende italiane potrebbero invece, almeno in parte, utilizzare l’indebolimento del cambio per abbassare i prezzi, aumentare i volumi e guadagnare quote di mercato. Ma questo dovrebbe ulteriormente migliorare la situazione. Un’azione di questo genere si effettua soprattutto quando c’è molta capacità produttiva inutilizzata, cosa che rende possibile aumentare i volumi a costi fissi invariati, migliorando i margini unitari delle aziende. Ed è proprio la situazione odierna.

Un altro fattore migliorativo è la possibilità di guadagnare quota di mercato nei confronti dei concorrenti esteri operanti sul mercato italiano. Non tenerla in considerazione equivale a formulare l’ipotesi che i concorrenti abbassino i prezzi in misura pari alla rivalutazione della loro moneta, sacrificando margine per non perdere quota. E’ molto prudenziale ipotizzare che questo avvenga in misura totale: probabilmente un ulteriore, apprezzabile beneficio verrà alle aziende italiane, al contrario, dalla possibilità di sostituire importazioni con produzioni domestiche. Ci sarà anche – se la svalutazione si protrae per un periodo di tempo abbastanza lungo – una tendenza di alcune aziende di proprietà italiana a rilocalizzare in patria produzioni dislocate all’estero nel recente passato. E addirittura possono avvenire trasferimenti di capacità produttiva in Italia da parte di operatori stranieri (anche se questo ha probabilmente tempi ancora più lunghi).

I fattori negativi, che possono erodere il vantaggio della svalutazione, sono in primo luogo la crescita di prezzo delle importazioni (da paesi extraeurozona) di beni non sostituibili con produzioni interne. Il caso tipico è quello delle materie prime: qui però il fenomeno dovrebbe essere largamente compensato dal violento calo del petrolio, disceso nei mesi finali del 2014 a 50 dollari al barile circa quando ormai da alcuni anni si consideravano normali valori doppi.

Un altro elemento negativo sono gli effetti di retroazione sulle economie extraeurozona. Se sottraggo quote di mercato a concorrenti esteri, indebolisco (a parità di condizioni) le loro economie, quindi la loro capacità di assorbimento delle mie vendite diminuisce. Tuttavia il PIL mondiale generato extraeurozona è pari all’85% del totale. Questo equivale a dire che la svalutazione dell’euro stimolerà l’Eurozona in modo molto più apprezzabile di quanto rallenterà l’andamento del resto del mondo.

Il governo italiano potrebbe (e dovrebbe), inoltre, cogliere l’occasione del recupero produttivo per abbassare imposte e contributi sul costo del lavoro, cioè per ridurre il cuneo fiscale. Questa azione, effettuata nelle dimensioni corrette, compenserebbe la crescita delle importazioni italiane dovuta al rimbalzo del PIL, riducendo tra l’altro gli squilibri nei confronti dei paesi più competitivi dell’Eurozona, e della Germania in particolare.

Tutto quanto detto si applica non solo all’Italia ma anche agli altri paesi periferici dell’Eurozona. In pratica, mentre il Quantitative Easing attivato dalla Banca Centrale Europea, come si è detto in molte occasioni, non sostiene la domanda e non dà contributi apprezzabili all’economia reale, la svalutazione competitiva dell’euro può ottenerli.

Dico svalutazione competitiva e non riallineamento valutario perché un cambio euro / dollaro di 1,12 è sicuramente inferiore al livello di equilibrio di lungo termine che, sulla base dei rapporti di produttività e della parità del potere d’acquisto, è stimabile in non meno di 1,25. Ma gli USA, la cui situazione economica è oggi nettamente migliore di quella dell’Eurozona, e per i quali, inoltre, è ormai fortemente predominante il peso del mercato interno e dell’interscambio con l’Asia, potrebbero aver raggiunto un accordo tacito o quantomeno non formalizzato per tirare l’eurosistema fuori dalle secche più gravi, senza che i tedeschi debbano fare troppe concessioni in termini di espansione fiscale. Detto altrimenti, potrebbero non opporsi alla rivalutazione del dollaro e magari accettare che si accentui ulteriormente.

Rimane la necessità di rimandare (sine die, si spera...) l’applicazione del Fiscal Compact, e comunque di utilizzare il bonus dovuto al cambio (e anche al calo del petrolio) per consentire una significativa ripresa di PIL e occupazione, senza stroncare la possibile ripresa (come avverrebbe se si pretendesse di destinare le maggiori risorse che si verranno a generare alla riduzione dei deficit pubblici).

Entro un paio di mesi diventerà chiaro se e in che misura questa analisi è corretta. Personalmente sono combattuto tra il desiderio di vedere finalmente un’inversione significativa nei dati di produzione e occupazione, e il timore che si consenta all’economia reale di rimettere la testa sopra il pelo dell’acqua, ma solo il minimo indispensabile per non affrontare il problema dell’architettura sbagliata – perché sbagliata è e rimane, comunque – dell’eurosistema.

Proprio per questo ho tutte le intenzioni di non abbassare minimamente la guardia sulla diffusione nel progetto Moneta Fiscale. Che tra l’altro è anche, nel momento in cui la possibilità di attuarlo è sul tavolo, un’arma per evitare, appunto, che a Berlino, Bruxelles e Francoforte si stronchi sul nascere la prospettiva di ripresa che la svalutazione dell’euro potrebbe consentire.

E su cui bisogna continuare a ragionare anche perché agli USA un dollaro forte può andare bene oggi, magari per il prossimo paio d’anni, ma certamente non all’infinito. Un assetto economico stabile e sano richiede di fare affidamento sulla domanda interna, non sui surplus commerciali. Concetto, questo, la cui non comprensione da parte di Berlino è all’origine di parecchi dei guai attuali.

lunedì 20 ottobre 2014

Superare l’attuale eurosistema e risolvere la crisi


UNO - Premessa

L’Eurozona, e soprattutto i paesi mediterranei, si trovano in una situazione economica pesantissima: massiccia disoccupazione e incapacità di crescere in misura sufficiente a riassorbirla.

I trattati bloccano adeguate azioni espansive della domanda, non risolvono gli squilibri commerciali interni, lasciano dubbi sulla solvibilità dei debiti pubblici.

Senza una profonda revisione dei meccanismi di funzionamento, la rottura deflagrante e disordinata dell’Eurozona ha probabilità molto significative. E il proseguimento delle politiche attuali implica comunque bassa crescita, alta disoccupazione, malessere sociale e instabilità politica.

 

DUE - La diagnosi sbagliata della crisi

I vertici della UE e degli stati membri hanno agito in base a presupposti errati.

In quasi tutti i casi, i paesi non sono andati in crisi per irresponsabilità fiscale ed eccesso di spesa pubblica. In Italia tra il 1999 e il 2007 il rapporto debito pubblico / PIL è diminuito. In Spagna e in Irlanda era a livelli molto inferiori alla Germania.

Il problema era invece un eccesso di debito privato (spesso erogato da paesi del Nord Europa, per finanziare speculazioni immobiliari e consumi privati), unito a perdite di competitività del Sud rispetto al Nord (dovute a maggior inflazione salariale).

A questo si è aggiunta, dal 2008, la debolezza dell’economia mondiale causata dalla “crisi Lehman”. Gli investitori hanno quindi venduto il debito dei paesi periferici, innalzando spread e tassi d’interesse, in quanto diventavano dubbie solvibilità e/o capacità di rimanere nell’Eurozona.

 

TRE - Le terapie adottate: perché non hanno funzionato

Data la diagnosi errata, le terapie messe in atto non hanno risolto la crisi. Si sono imposte al Sud politiche di austerità (aumenti di tasse e contenimenti di spesa pubblica) e cercato di riequilibrare la competitività con il Nord (nell’impossibilità di riallineare i cambi) con riduzioni salariali.

Ciò ha abbattuto domanda, produzione e occupazione: i rapporti debito pubblico / PIL sono non calati bensì saliti (per la compressione del denominatore).

Solo nell’agosto 2012 la BCE ha annunciato la disponibilità a garantire i debiti sovrani, condizionata però alla prosecuzione di deleterie politiche di austerità.

 

QUATTRO - L’attuale eurosistema non è solo inefficiente, è inapplicabile

Il Fiscal Compact impone la riduzione, per vent’anni, del rapporto debito pubblico / PIL, e nello stesso tempo la contrazione dei deficit (puntando al pareggio di bilancio).

Tentare di ridurre i deficit con azioni di austerità abbasserebbe ancor più domanda e PIL, innalzando, invece di ridurre, il rapporto debito / PIL, e accrescendo i già disastrosi effetti sull’occupazione.

 

CINQUE - Le soluzioni possibili: precondizioni

L’euro come moneta unica di una pluralità di stati ha futuro solo se gestito come una moneta sovrana. I debiti statali non possono avere rischi d’insolvenza, devono essere sicuri quanto la moneta. Di fatto sono una forma di moneta: depositi a termine (trasferibili) presso il tesoro dello stato emittente.

Senza questa garanzia, i debiti pubblici diventano debiti in moneta estera: crisi finanziarie e congiunture negative creano rischi d’insolvenza agli stati e li costringono ad adottare politiche procicliche.

Questo NON significa che ogni stato possa o debba espandere il proprio debito all’infinito (né espandere l’emissione di moneta all’infinito). Vanno rispettati vincoli, ma non i parametri aritmetici previsti nel trattato di Maastricht e nel Fiscal Compact.

Emettere debito sovrano equivale ad emettere moneta, e troppa moneta che alimenta troppa domanda crea inflazione eccessiva. L’obiettivo BCE è però inflazione “inferiore ma vicina” al 2%. Oggi è vicina a zero e tende a scendere.

Ogni stato deve avere la facoltà di effettuare azioni espansive della domanda, mediante emissione di moneta o di debito integralmente garantito. Questo, rispettando l’obiettivo d’inflazione: il che oggi significa aumentare domanda, PIL e occupazione.

Se non si crea inflazione eccessiva, e nessuno stato deve far fronte a debiti altrui (in quanto esiste la garanzia BCE) l’espansione monetaria non ha costi per nessuno.

Un altro vincolo è non creare alti e cronici deficit commerciali (quindi crescita di debito estero) in singoli paesi. Questo si ottiene se una parte adeguata dell’azione espansiva effettuata nei paesi meno competitivi va a ridurre le imposte e in generale i costi che gravano su lavoro e produzione domestica.

 

SEI - Revisione dei vincoli di bilancio pubblico

Una via per ottenere ciò è confermare che la BCE garantisce i debiti dei vari stati, e nello stesso tempo innalzare i deficit pubblici nei paesi in difficoltà.

Per esempio un incremento da parte della Francia dal 4,4% al 7%, e dell’Italia dal 3% al 6%, per tre anni, con una parte non marginale che va a ridurre imposte su lavoro e produzioni interne (evitando quindi squilibri nei saldi commerciali esteri) invertirebbe totalmente l’andamento economico dell’Eurozona.

 

SETTE - Azione espansiva con finanziamento monetario a cura della BCE

Una via più innovativa è che la BCE eroghi moneta per una quota prefissata del PIL, senza contropartita e a titolo definitivo, a ogni stato (“helicopter money”).

I paesi con problemi di occupazione e competitività utilizzeranno la moneta per espandere la spesa e ridurre le tasse, fino a riportare occupazione e inflazione ai livelli desiderati, evitando nello stesso tempo (grazie al minor carico fiscale sulle produzioni domestiche) di squilibrare i saldi commerciali esteri.

I paesi che non hanno tali necessità, o le hanno in misura minore, potranno utilizzare le erogazioni per acquistare e annullare quote del loro debito pubblico.

L’azione potrebbe ammontare ad alcuni punti di PIL ed essere ripetuta negli anni, fino a ristabilire condizioni economiche positive ed equilibrate in tutta l’Eurozona.

 

OTTO - Introduzione di strumenti monetari complementari, in parallelo all’euro

Vari stati membri dell’Eurozona possono emettere monete complementari nazionali per effettuare azioni di rilancio dell’economia.

Per esempio, l’Italia (e altri paesi) possono emettere Certificati di Credito Fiscale (CCF) e assegnarli gratuitamente a cittadini e aziende per integrare i redditi, ridurre il carico fiscale che grava sui costi di lavoro e delle produzioni domestiche, ed effettuare azioni di spesa.

I CCF saranno utilizzabili dal possessore per pagare tasse e altre obbligazioni finanziarie dovute allo stato emittente, a partire ad esempio da due anni dopo l’inizio delle assegnazioni. Il differimento dà tempo all’economia di innalzare il PIL e di generare maggiori entrate fiscali (al lordo dell’utilizzo dei CCF).

I riceventi potranno monetizzare in anticipo i CCF, cedendoli sul mercato con uno sconto presumibilmente non molto diverso da un normale titolo di stato.

Si rilanciano così le economie in difficoltà, preservando l’obiettivo del Fiscal Compact: ridurre i rischi di insolvenza dei vari stati.

In effetti è la via per ridare senso e applicabilità al Fiscal Compact: i CCF sono un titolo che lo stato emittente si impegna ad accettare, ma non a rimborsare. Non è possibile un default sui CCF, che sono di fatto una forma di moneta.

Ogni stato potrebbe emettere CCF in misura tale da recuperare PIL e occupazione, rispettando gli obiettivi di stabilità monetaria e di equilibrio dei saldi commerciali esteri, purché il saldo annuo tra pagamenti e incassi pubblici in euro (quindi CCF esclusi) sia in pareggio e purché il rapporto tra debito pubblico da rimborsare in euro (anche qui, CCF esclusi) e PIL cali come previsto dal Fiscal Compact.

L’Italia, in particolare, potrebbe emettere CCF per 90-100 miliardi il primo anno, da incrementare poi fino a un massimo di 200. L’ammontare, anno per anno, sarà modulabile in base alla risposta dell’economia e alla congiuntura.

Ulteriori riduzioni del rischio di default sul debito pubblico sono ottenibili rifinanziando i titoli in scadenza con “BOT fiscali”, cioè con titoli che – analogamente ai CCF – lo stato si impegna ad accettare in pagamento di tasse e obbligazioni finanziarie future nei suoi confronti, ma non a rimborsare in euro.

I CCF potrebbero anche diventare, in futuro, una moneta nazionale circolante, rimpiazzando gradualmente l’euro. Questa eventualità - comunque non indispensabile al funzionamento della proposta – costituirebbe una forma di uscita dall’euro per sostituzione e senza rotture.

 

NOVE - Che cosa si evita adottando una di queste soluzioni

***Attuare il breakup dell’euro.

***Attivare trasferimenti di risorse finanziarie tra paesi.

***Effettuare riallineamenti valutari.

***Ridenominare la moneta in cui sono espressi contratti di qualsiasi genere (finanziamenti, rapporti di lavoro, pensioni ecc.).

***Convertire la valuta in cui sono espressi titoli, depositi bancari o qualsiasi altra attività finanziaria.

***Richiedere ai paesi più competitivi (Germania in primis) alti livelli di inflazione salariale, per riallinearsi ai paesi mediterranei: che recuperano competitività, invece, riducendo il carico fiscale sulle produzioni domestiche.

***Costringere l’Eurozona, per un periodo imprecisato ma sicuramente lungo, a bassissima crescita e pesante disoccupazione.

***Mantenere a zero, per un periodo indefinito, i tassi di riferimento BCE e i tassi sui titoli di stato Nord Europei (cosa che penalizza i risparmiatori locali).

 

DIECI - Conclusioni

Soluzioni all’Eurocrisi sono possibili e, dal punto di vista tecnico, rapidamente applicabili. Se ne può identificarne una e attuarla rapidamente. E si deve.

E’ auspicabile che questo avvenga tramite un dialogo costruttivo che porti rapidamente a un accordo efficace tra gli stati membri dell’Eurozona. Ma in assenza di accordo singoli stati possono, e devono, agire in modo unilaterale (ancorché non deflagrante), ad esempio tramite l’emissione di moneta parallela (i CCF).