Vale la pena di
quantificare, almeno in termini di ordini di grandezza, il possibile impatto
della recente svalutazione dell’euro. Le variazioni sono notevoli e,
potenzialmente, in grado di modificare l’evoluzione a breve-medio termine dei
fondamentali economici dell’Eurozona.
Mentre scrivo il
cambio euro-dollaro oscilla interno a 1,12 contro un livello medio di 1,33
registrato del 2014. Si tratta di una variazione del 15% circa.
Le esportazioni
italiane sono pari a circa 480 miliardi. Dimezziamo questo dato per tener conto
del fatto che il nostro interscambio si sviluppa per metà all’interno
dell’Eurozona, e per metà all’esterno.
Un delta cambio
del 15% su 240 miliardi corrisponde a circa 36 miliardi, quindi a oltre il 2%
del PIL italiano (pari attualmente a poco più di 1.600 miliardi). Questo è
l’equivalente di una manovra espansiva di pari ordine di grandezza.
Naturalmente
quanto detto sopra è solo un primo embrione di analisi, molto grezzo e
preliminare. Molti altri fattori possono avere un impatto: va comunque detto
che, per la maggior parte, hanno buone probabilità di rafforzare ulteriormente
l’impatto positivo della svalutazione.
In primo luogo,
quanto sopra suppone che tutto il delta cambio si trasli sui prezzi di vendita.
Le aziende italiane potrebbero invece, almeno in parte, utilizzare
l’indebolimento del cambio per abbassare i prezzi, aumentare i volumi e
guadagnare quote di mercato. Ma questo dovrebbe ulteriormente migliorare la
situazione. Un’azione di questo genere si effettua soprattutto quando c’è molta
capacità produttiva inutilizzata, cosa che rende possibile aumentare i volumi a
costi fissi invariati, migliorando i margini unitari delle aziende. Ed è
proprio la situazione odierna.
Un altro fattore
migliorativo è la possibilità di guadagnare quota di mercato nei confronti dei
concorrenti esteri operanti sul mercato italiano. Non tenerla in considerazione
equivale a formulare l’ipotesi che i concorrenti abbassino i prezzi in
misura pari alla rivalutazione della loro moneta, sacrificando margine per non
perdere quota. E’ molto prudenziale ipotizzare che questo
avvenga in misura totale: probabilmente un ulteriore, apprezzabile beneficio
verrà alle aziende italiane, al contrario, dalla possibilità di sostituire
importazioni con produzioni domestiche. Ci sarà anche – se la svalutazione si
protrae per un periodo di tempo abbastanza lungo – una tendenza di alcune aziende
di proprietà italiana a rilocalizzare in patria produzioni dislocate all’estero
nel recente passato. E addirittura possono avvenire trasferimenti di capacità
produttiva in Italia da parte di operatori stranieri (anche se questo ha
probabilmente tempi ancora più lunghi).
I fattori
negativi, che possono erodere il vantaggio della svalutazione, sono in primo
luogo la crescita di prezzo delle importazioni (da paesi extraeurozona) di beni
non sostituibili con produzioni interne. Il caso tipico è quello delle materie
prime: qui però il fenomeno dovrebbe essere largamente compensato dal violento
calo del petrolio, disceso nei mesi finali del 2014 a 50 dollari al barile
circa quando ormai da alcuni anni si consideravano normali valori doppi.
Un altro
elemento negativo sono gli effetti di retroazione sulle economie extraeurozona.
Se sottraggo quote di mercato a concorrenti esteri, indebolisco (a parità di
condizioni) le loro economie, quindi la loro capacità di assorbimento delle mie
vendite diminuisce. Tuttavia il PIL mondiale generato extraeurozona è pari
all’85% del totale. Questo equivale a dire che la svalutazione dell’euro
stimolerà l’Eurozona in modo molto più apprezzabile di quanto rallenterà
l’andamento del resto del mondo.
Il governo
italiano potrebbe (e dovrebbe), inoltre, cogliere l’occasione del recupero
produttivo per abbassare imposte e contributi sul costo del lavoro, cioè per
ridurre il cuneo fiscale. Questa azione, effettuata nelle dimensioni corrette, compenserebbe
la crescita delle importazioni italiane dovuta al rimbalzo del PIL, riducendo
tra l’altro gli squilibri nei confronti dei paesi più competitivi
dell’Eurozona, e della Germania in particolare.
Tutto quanto
detto si applica non solo all’Italia ma anche agli altri paesi periferici
dell’Eurozona. In pratica, mentre il Quantitative Easing attivato dalla Banca
Centrale Europea, come si è detto in molte occasioni, non sostiene la domanda e
non dà contributi apprezzabili all’economia reale, la svalutazione competitiva
dell’euro può ottenerli.
Dico
svalutazione competitiva e non riallineamento valutario perché un cambio euro /
dollaro di 1,12 è sicuramente inferiore al livello di equilibrio di lungo
termine che, sulla base dei rapporti di produttività e della parità del potere
d’acquisto, è stimabile in non meno di 1,25. Ma gli USA, la cui situazione
economica è oggi nettamente migliore di quella dell’Eurozona, e per i quali,
inoltre, è ormai fortemente predominante il peso del mercato interno e
dell’interscambio con l’Asia, potrebbero aver raggiunto un accordo tacito o
quantomeno non formalizzato per tirare l’eurosistema fuori dalle secche più
gravi, senza che i tedeschi debbano fare troppe concessioni in termini di
espansione fiscale. Detto altrimenti, potrebbero non opporsi alla rivalutazione
del dollaro e magari accettare che si accentui ulteriormente.
Rimane la
necessità di rimandare (sine die, si spera...) l’applicazione del Fiscal Compact,
e comunque di utilizzare il bonus dovuto al cambio (e anche al calo del
petrolio) per consentire una significativa ripresa di PIL e occupazione, senza
stroncare la possibile ripresa (come avverrebbe se si pretendesse di destinare
le maggiori risorse che si verranno a generare alla riduzione dei deficit
pubblici).
Entro un paio di
mesi diventerà chiaro se e in che misura questa analisi è corretta.
Personalmente sono combattuto tra il desiderio di vedere finalmente
un’inversione significativa nei dati di produzione e occupazione, e il timore
che si consenta all’economia reale di rimettere la testa sopra il pelo
dell’acqua, ma solo il minimo indispensabile per non affrontare il problema
dell’architettura sbagliata – perché sbagliata è e rimane, comunque –
dell’eurosistema.
Proprio per
questo ho tutte le intenzioni di non abbassare minimamente la guardia sulla
diffusione nel progetto Moneta Fiscale. Che tra l’altro è anche, nel momento in
cui la possibilità di attuarlo è sul tavolo, un’arma per evitare, appunto, che
a Berlino, Bruxelles e Francoforte si stronchi sul nascere la prospettiva di
ripresa che la svalutazione dell’euro potrebbe consentire.
E su cui bisogna
continuare a ragionare anche perché agli USA un dollaro forte può andare bene
oggi, magari per il prossimo paio d’anni, ma certamente non all’infinito. Un
assetto economico stabile e sano richiede di fare affidamento sulla domanda
interna, non sui surplus commerciali. Concetto, questo, la cui non comprensione da parte di Berlino è all’origine di parecchi dei guai attuali.