lunedì 17 gennaio 2022

Mitigare l’inflazione

 

Ferve il dibattito sull’innalzamento dei tassi d’inflazione, in crescita un po’ in tutto il mondo. In Italia per la verità meno che altrove, in particolare meno che in Germania e negli USA. Tuttavia l’aumento, in particolare, del costo dell’energia incide anche da noi in maniera molto sensibile, sia per le famiglie che per le aziende.

Le incertezze sono significative in primo luogo perché non è chiaro se e in che misura il fenomeno sia destinato a rientrare da solo. In parte è un’illusione statistica, ovvero il rimbalzo da livelli bassissimi se non negativi raggiunti nel periodo dei lockdown “duri”. In parte, la conseguenza di dislocazioni nelle catene di fornitura di materie prime e componenti, che verranno superate (ma in che tempi ?). In parte ancora, della spinta verso la decarbonizzazione delle economie (che non è un fenomeno transitorio – SE veramente verrà attuato nei tempi di cui si discute).

Le incertezze si traducono in dubbi sulle azioni da attuare. 

Aumentare i tassi d’interesse ? ma non risolve i problemi di approvvigionamenti, anzi rischia di rallentare gli investimenti necessari per superarli.

Ridurre i deficit di bilancio pubblico ? ma con il Covid ancora non alle spalle, eliminare sostegni e ristori in tempi rapidi rischia di essere impossibile.

Introdurre controlli sui prezzi ? funzionano ? le opinioni degli economisti divergono di parecchio.

Mi pare che si parli invece poco o nulla di un set di provvedimenti che dovrebbe essere preso in serissima considerazione: immettere moneta dell’economia per eliminare o per compensare tassazioni che impattano sui costi delle aziende e dei consumatori.

Gli esempi possibili sono parecchi. Ridurre l’IVA. Ridurre le accise. Tagliare il cuneo fiscale. Diminuire gli oneri di sistema.

C’è una remora da superare – sempre la stessa. La (falsa) necessità di contenere i deficit pubblici. Ma i deficit sono negativi se creano eccesso d’inflazione; se facciamo deficit per diminuire i costi sia alla produzione che al consumo, non andiamo invece nella direzione giusta, sotto tutti i punti di vista ?

E anche per i paesi soggetti alle manicomiali regole dell’Eurosistema, ipotizzando che non si riesca a modificarle, lo strumento esiste: erogare sostegni o attuare riduzioni di tasse ma NON tramite emissione di euro, bensì attribuendo Moneta Fiscale / CCF, come proponevo qui. Ridurre quindi gli impatti dei maggiori costi in modo indiretto (ma efficacissimo) con strumenti di compensazione fiscale.

Ancora una volta è evidente che, se ci concentriamo sui problemi veri e non su quelli inventati, le soluzioni esistono.

 

sabato 15 gennaio 2022

L’Italia è un paese SPECIALE

 

Il prossimo a cui sento dire, in uno dei consueti latrati autorazzisti che per qualche motivo caratterizzano (da sempre) il dibattito pubblico “ma quand’è che l’Italia diventa un paese normale ?”: giuro, LO MORDO.

Ma perché mai l’Italia dovrebbe diventare un paese “normale” ? e quale sarebbe un paese “normale” ? ne esiste uno ?

La Germania è un paese normale ? ha donato all’umanità enormi progressi nella scienza, nella tecnica, nella filosofia, nella musica – e poi ha mostrato, tra il 1933 e il 1945, di quali abissi di abiezione sia capace l’essere umano.

Il Regno Unito è un paese normale ? la patria della democrazia liberale e della rivoluzione industriale – ma anche una feroce potenza coloniale, che per secoli ha seminato stragi e lutti in metà del mondo.

La Francia è un paese normale ? ha mostrato all’umanità la strada del pensiero illuminato e positivo, ha rovesciato un regime tirannico e oppressivo – e poi ha mandato alla ghigliottina, dopo i tiranni di prima, i rivoluzionari di dopo.

Gli Stati Uniti ? terra della libertà e delle opportunità, faro di progresso e di diritti – che da un secolo rovescia governi e sostiene dittature in tutto il mondo, in funzione di interessi economici gretti e meschini.

La Russia ? la Cina ? il Giappone ?

L’Italia ha raggiunto vette ineguagliabili nelle arti, nelle scienze, nella letteratura, nel pensiero politico. E naturalmente, come qualsiasi GRANDE paese, è ricco anche di difetti, di incoerenze, di contraddizioni.

Perché, come qualsiasi grande paese, è un paese SPECIALE.

L’errore che commettiamo noi italiani – per qualche arcana ragione più di tutti gli altri – è vergognarci della nostra specialità, della nostra originalità, da cui nascono innovazione, creatività, vitalità.

I nostri guai derivano dal tentativo – sbagliato nelle intenzioni e fallimentare (inevitabilmente) nell’esecuzione – di omologarci a modelli esterni.

Dobbiamo invece essere orgogliosi di NON ESSERE UN PAESE NORMALE.

MOLTO orgogliosi.

mercoledì 12 gennaio 2022

Sì, l’Italia ha ancora le aziende

 

Bazzicando i social networks, mi imbatto frequentemente in commentatori pervasi da pessimismo cosmico in merito alle prospettive economiche dell’Italia. E beninteso li comprendo: quanto è avvenuto dall’euroaggancio in poi non spinge esattamente alla positività e all’entusiasmo.

Però, per quanti danni abbia fatto l’eurosistema all’Italia, per quanto scellerate siano state le ricette “ispirate” dalla UE, la tendenza a vedere le cose più cupe di quanto in realtà siano spinge a volte a conclusioni eccessive, quando non del tutto sbagliate.

Un esempio è l’affermazione ricorrente secondo la quale “ormai l’Italia dipende dall’esterno per tutto, non ha più nulla, non produce, ha perso il tessuto aziendale”.

Al che replico facendo notare che dal 2014 in poi l’Italia ha registrato un surplus commerciale oscillante tra i 40 e i 60 miliardi di euro all’anno. Producendo, quindi, più beni e servizi – molti di più – di quanti ne utilizza. Con una gamma di presenze settoriali estremamente variegata e diversificata.

L’obiezione successiva è “ma bisogna vedere di queste aziende quante sono di proprietà italiana, abbiamo venduto quello, e anche quell’altro, mohbillgatessicompraildanieliavenezia”.

Anche in questo caso un’occhiata ai dati rimette le cose nella giusta prospettiva.



I dati sono in miliardi di euro e forniscono il dettaglio della cosiddetta Net International Investment Position, che è la posizione patrimoniale italiana sull’estero. Altrimenti detto, il saldo tra attività patrimoniali possedute all’estero da residenti italiani, e attività patrimoniali possedute da residenti stranieri in Italia.

Prima considerazione: la posizione netta è attiva, per 90 miliardi di euro, corrispondenti a un rispettabile 5% del PIL. Residenti italiani possiedono 3.201 miliardi di beni esteri. Residenti stranieri detengono 3.111 miliardi di beni italiani.

OK, mi si obietta a questo punto: ma dall’estero ci stanno comprando le aziende !! loro prendono beni produttivi, noi investiamo in “carta” !!!

Beh, viene in soccorso la prima sezione della tabellina, quella che riguarda gli investimenti diretti. Qui si parla proprio di partecipazioni di controllo in aziende. Non di investimenti di minoranza in azioni comprate e vendute in borsa: mio cugino che si è comprato 100 Apple, al netto del mio amico Bernhard di Zurigo che ha 5.000 Enel, stanno sotto, negli “investimenti di portafoglio”.

Allora: anche il saldo degli investimenti diretti azionari è positivo per i residenti italiani. Il valore detenuto da italiani all’estero è 488 miliardi. Quello degli stranieri in Italia, 356. Differenza +132.

Prendiamo pure in considerazione anche gli “strumenti di debito”, perché per fornire capitali a una filiale estera spesso si utilizzano finanziamenti intragruppo, e non (solo) partecipazioni azionarie. Includendoli, il saldo scende ma rimane comunque ampiamente positivo: 618 contro 521, +97.

Insomma, questa calata di lanzichenecchi venuti a prendere possesso di tutto l’apparato produttivo italiano proprio non si vede. Gli italiani, a volte, investono per comprare o creare aziende all’estero. Gli stranieri, per comprare o creare aziende in Italia. Ma in termini di valori, pesa di più il primo caso del secondo. Siamo più “colonizzatori” che “colonizzati”, sotto questo profilo.

domenica 9 gennaio 2022

Ma quali riforme strutturali

 

L’elenco delle baggianate euriste che si sono lette e ascoltate in questi anni è decisamente moooooolto lungo, però in posizione alta nella classifica c’è quella secondo cui “l’euro non c’entra, l’Italia ha un problema di produttività, lì bisogna intervenire: con le riforme strutturali”.

Le fantomatiche riforme strutturali, lo dicevo parecchio tempo fa ma rimane totalmente vero oggi, non si è mai capito quali dovrebbero essere, salvo precarizzare il lavoro, tagliare il welfare state e comprimere verso il basso retribuzioni e diritti.

Tutto questo non ha risolto nessun problema dell’economia italiana (anzi) e in particolare non ha fatto assolutamente nulla di positivo per la produttività (ri-anzi).

Tuttavia la litania eurista rimane la stessa: la medicina ha fatto male “quindi” aumentiamo le dosi, perché “evidentemente” non se ne è assunta abbastanza. L’eventualità che sia sbagliata la cura non è contemplata.

La stagnazione della produttività del lavoro in Italia parte esattamente con l’aggancio all’euro. In altra sede ho fornito gli elementi per smentire la farloccata della Total Factor Productivity, secondo la quale i problemi di produttività non sarebbero iniziati a fine anni Novanta, ma trent’anni prima (quando invece produttività del lavoro e redditi procapite sono cresciuti più che bene in quel trentennio).

La crescita della produttività è una conseguenza degli investimenti in impianti, infrastrutture, ricerca, e organizzazione. I quali investimenti possono essere effettuati dal settore pubblico, o dal settore privato.

Gli investimenti pubblici sono stati compressi dalle politiche di contenimento della domanda interna, a cui l’Italia si è assoggettata per “centrare i vincoli di Maastricht” e per (non) risolvere il problema (inventato, perché non sarebbe mai esistito lasciandolo in lire) del debito pubblico.

E la compressione della domanda interna ha potentemente disincentivato le aziende a investire in Italia. Se il mercato non si sviluppa e chi ci opera fa meno utili, ovviamente si ha molto meno voglia, e molte meno possibilità, di investire.

Il problema della produttività italiana nasce con l’euro. È risultato molto più acuto in Italia rispetto alla media dell’eurozona perché i Nordeuropei hanno tratto beneficio da una moneta che per i loro fondamentali era debole (al contrario che per noi). E perché altri paesi mediterranei – Spagna ma anche Francia – non hanno compresso la domanda interna nella misura in cui l’abbiamo fatto noi.

Perché, si dice, avevano meno debito pubblico. Ma qui torniamo al tema euro: la difficoltà a finanziare il debito nasce dall’averlo convertito in moneta straniera. L’alto debito pubblico italiano era uno dei (vari) motivi per cui l’Italia nell’euro non ci doveva proprio entrare (ammesso che creare l’euro fosse utile o necessario per qualche altra ragione, cosa a cui non credo per niente).

Il problema della produttività italiana è risolvibile – facilmente – in presenza di una profonda e appropriata revisione delle regole di funzionamento dell’eurosistema.

Se l’assetto attuale non muta, nessuna “riforma strutturale” lo risolverà. Anzi.

 

venerdì 7 gennaio 2022

Di cosa ha bisogno lo Stato per investire

 

Viene facile, in quanto apparentemente intuitivo, affermare che lo Stato per investire, per costruire scuole, strade, ospedali, debba “canalizzare” il risparmio dei privati.

Perché per investire servono soldi, giusto ?

Sbagliato. Per investire, per costruire strade, ospedali e scuole, servono lavoro, impianti, materiali e competenze.

Se lavoro, impianti, materiali e competenze sono sottoutilizzati, per investire non serve altro se non metterle all’opera.

E i soldi per pagarli ? il risparmio da canalizzare ?

I soldi, lo Stato li emette. E una volta che li ha emessi e li ha resi disponibili a lavoratori e aziende, quei soldi restano nell’economia. Non scompaiono.

Questo, anche se lavoratori e aziende li spendono a loro volta per consumi o investimenti privati. Perché spendendoli li passano dalle loro tasche a quelle dei fornitori. Per cui il monte risparmi privati si accresce STABILMENTE in misura pari all’incremento di spesa pubblica.

Non c’è “risparmio da canalizzare”. La spesa pubblica CREA risparmio. Centesimo per centesimo.

I soldi fuoriescono dall’economia nazionale solo se peggiora la bilancia dei pagamenti con l’estero.

Se questo peggioramento non avviene, mettere al lavoro persone e aziende disoccupate o sottoccupate permette di aumentare lo stock di investimenti pubblici, E NELLO STESSO TEMPO di incrementare il risparmio privato.

Tutto questo SE I SOLDI VENGONO EMESSI DALLO STATO.

Se lo Stato non utilizza la potestà di emissione monetaria, questo meccanismo si rompe.

E ci ritroviamo nel disastro dell’eurosistema.

martedì 4 gennaio 2022

La riluttanza delle banche centrali

 

In molti ipotizzano che le banche centrali, e in particolare le due più importanti – Federal Reserve e BCE – dovranno presto rompere gli indugi e procedere non solo all’azzeramento dei programmi di Quantitative Easing, ma anche ad azioni di incremento dei tassi di interesse più rapide di quanto attualmente previsto.

Il problema si pone in termini diversi tra USA ed Eurozona, per due ragioni.

La prima è che l’inflazione USA è un paio di punti più alta di quella eurozonica – 6% abbondante là, 4% qui. Conseguenza di un rimbalzo dell’economia molto più vigoroso, e di un recupero dell’occupazione decisamente più rapido.

La seconda è che l’incremento di tassi eurozonici rischia di dissestare il rifinanziamento dei debiti pubblici di vari Stati, visto che la BCE non fa quello che dovrebbe fare qualsiasi banca centrale – garantirli incondizionatamente e illimitatamente dal rischio di default.

Risultato, negli USA attualmente si ipotizzano due o tre incrementi all’anno nei tassi d’intervento della Fed, al ritmo di un quarto di punto per ogni incremento. Con il che si arriverebbe al livello – non certo stellare, su base storica – del 2% circa nel 2024.

Nell’Eurozona, è tutto ancora sospeso in aria.

Tassi nominali prossimi a zero con un’inflazione del 4% o del 6%, quindi tassi reali profondamente negativi, hanno tutta l’aria di un’anomalia.

Per inciso, anomalia fino a un certo punto: abbiamo vissuto questa situazione – tassi reali sotto zero – negli anni Settanta. Con la differenza che allora sia l’inflazione che i tassi nominali erano a doppia cifra, tipo tassi nominali al 10%-15% e inflazione al 15%-20%.

Ma comunque anomalia, rispetto all’esperienza degli ultimi quarant’anni. Sottopongo però una riflessione a quanti ritengono che, di conseguenza, l’atteggiamento di Fed e BCE dovrà cambiare, prima del previsto.

Le tensioni sui prezzi nascono, in misura significativa, da un problema di offerta. Gli approvvigionamenti di componenti e materie prime soffrono di paurosi colli di bottiglia, di portata nettamente peggiore di quanto si pensasse anche solo pochi mesi fa.

Molte aziende hanno ordini ma non riescono a evaderli perché, semplicemente, non trovano materiali, o li trovano a prezzi impazziti, e comunque senza alcuna affidabilità sui tempi di consegna.

Come sintetizza qualcuno, “manca la roba”.

Un fenomeno che ha preso un po’ tutti di sorpresa. Certo, dopo aver chiuso buona parte del sistema produttivo mondiale per mesi, rimetterlo in modo non è semplice né immediato. Però le riaperture sono state sostanzialmente completate più di un anno fa, e la sorpresa è che i problemi di fornitura sono entrati in una fase critica, molto più pesante di prima, solo da pochi mesi.

Perché si sia sviluppata questa dinamica temporale non è chiaro. Forse perché la ripresa della domanda, per quanto rapida, è stata comunque graduale e quindi ha raggiunto solo di recente una soglia critica. Forse perché le aziende, a vari stadi delle catene produttive, avevano buffer di scorte, che hanno tamponato il problema per sei, nove mesi, ma poi si sono esaurite.

Poi c’è il problema dei wafer al silicio per produrre i semiconduttori. La domanda è esplosa per la crescita delle applicazioni digitali e di trasmissioni dati, anche in video, e per lo sviluppo dell’auto elettrica. La capacità produttiva deve essere incrementata – oggi la maggior parte della produzione mondiale arriva da due megaimpianti, uno in Corea e l’altro a Taiwan. Va creata nuova capacità. Il problema minore è che servono molti soldi. Il problema maggiore è che serve molto tempo (tre anni).

Soprattutto, non sono chiari i tempi di soluzione di queste strozzature. E quindi le banche centrali sono meno sicure di prima sulla transitorietà dell’inflazione.

Ma la conclusione è che l’inasprimento del credito sarà più rapido ?

Non è detto, per la semplice ragione che se “manca la roba”, alzare i tassi non la fa ricomparire. Anzi, disincentiva gli investimenti necessari per “sbottigliare” le catene produttive.

Quindi, la salita rapida dei tassi non è affatto un evento certo.

E se avviene, ancora meno certo è che non si tratterà / tratterebbe di un errore. Potenzialmente molto grave. Una mossa sbagliata potrebbe dissestare il sistema finanziario e bloccare la ripresa.

E sarebbe anche dubbio l’impatto sull’inflazione. Che potrebbe calare (un risultato ottenuto a carissimo prezzo) per effetto dei minori livelli di domanda, ma anche no perché si rallenterebbero le azioni di adeguamento dell’offerta.

Se le banche centrali sono molto guardinghe quando si parla di alzare i tassi, in definitiva hanno le loro ragioni.

domenica 2 gennaio 2022

La riforma dell’eurogovernance e il ruolo della BCE


No, l’accrocchio giavazziano, id est la proposta franco-italiana recentemente venuta alla luce, non è la via per far funzionare il Patto di Stabilità e Crescita.

Perché l’euro funzioni decentemente e non sia costantemente a rischio di innescare rotture, default e terremoti finanziari, occorre in primo luogo prendere atto di quanto segue.

UNO, l’Eurozona non si può permettere di avere Stati con debiti pubblici non pienamente garantiti dalla potestà di emissione della Banca Centrale. La situazione attuale la pone in uno spaventoso svantaggio competitivo rispetto a tutto il resto del mondo economicamente sviluppato.

DUE, i deficit di bilancio non impoveriscono i paesi che li pongono in atto. Anzi: i deficit immettono potere d’acquisto nell’economia e si traducono automaticamente in risparmio finanziario dei privati. Un eccesso di deficit può creare problemi d’inflazione, o anche di bilancia dei pagamenti. Ma questo non è funzione di nessuna prestabilita soglia massima di deficit o di debito pubblico.

TRE, la BCE ha grossi limiti nell’adempiere al suo mandato principale – la stabilità dei prezzi, o più esattamente il raggiungimento di un tasso d’inflazione moderato e stabile, tipo il 2%. Quando l’economia è depressa, anche azzerare i tassi e spingere sul Quantitative Easing risolve poco o nulla. Quando l’economia è euforica, non lo è allo stesso modo in tutti i paesi, e azioni di restrizione del credito appropriate per alcuni sono deleterie per altri.

CONSEGUENZA DI UNO E DI TRE: la BCE non ha strumenti adeguati per adempiere al suo mandato di stabilizzare l’inflazione. La politica monetaria non basta: serve anche, e in certe fasi prevalentemente, la politica fiscale. La BCE avrebbe invece gli strumenti per eliminare il rischio di insolvenza degli Stati: ma i trattati lo impediscono.

QUINDI: il sistema funzionerà SE E QUANDO ad ogni paese sarà consentito di attuare i deficit di bilancio necessari per raggiungere il pieno impiego, compatibilmente con il mantenimento degli obiettivi d’inflazione; e quando, dati questi presupposti, tutti i debiti pubblici saranno totalmente garantiti dalla BCE.

La Moneta Fiscale è un eccellente strumento, che aiuterebbe moltissimo il raggiungimento dell’assetto descritto al precedente paragrafo.

Diversamente, l’Eurozona resterà un sistema disfunzionale e instabile.