martedì 28 maggio 2024

Il deficit pubblico non è un costo

 

Un passo fondamentale per migliorare ENORMEMENTE la gestione economica dell’Italia (e per la verità di molti altri paesi) è rendersi conto che il deficit pubblico NON E’ UN COSTO.

Perfino i più accaniti critici del superbonus, ad esempio, ammettono che ha prodotto un significativo, e insperato, recupero di PIL e di occupazione, ma, affermano, “a un costo troppo alto”.

In regime di moneta fiat, generare un deficit pubblico NON COMPORTA COSTI. Se riattiva risorse produttive al momento inoperose, tramite incremento di domanda e di occupazione, è solo un beneficio macroeconomico, non un costo.

Se invece non ci sono risorse produttive da riattivare, il deficit genera inflazione. Quindi è un errore incrementarlo in quelle condizioni, perché crea disordine e effetti redistributivi indesiderati, senza necessità. Ma è un’inefficienza. NON E’ UN COSTO.

Il costo per il sistema economico è l’austerità: una carenza di potere d’acquisto nell’economia che produce sottoccupazione delle risorse produttive. QUELLO è uno spreco puro, e va assolutamente evitato. Mentre le regole dell’eurosistema sono concepite in modo tale da crearlo.

domenica 26 maggio 2024

Marcello Spanò: una pregevolissima analisi socio-economica

 Ho molta stima di Marcello Spanò, docente all'Università dell'Insubria, che considero uno dei migliori economisti italiani (ma non essendo mainstream, difficilmente ne sentirete parlare sui giornaloni paludati).

Qui trovate un suo recentissimo pezzo, del 7 maggio scorso, che invito tutti a leggere e a prendere come spunto di seria riflessione.

I partiti socialisti europei hanno lanciato un appello a liberali e conservatori affinché non cedano alla tentazione di "normalizzare la destra nazionalista" dopo le elezioni. L'orizzonte che si prospetta dopo le prossime elezioni di giugno, come tutti si stanno accorgendo, è un'avanzata dei partiti di destra lepeniana-orbanista-alternativefürdeutschlandista che al momento sono all'opposizione.
Il problema è che queste forze di estrema destra rastrellano voti provenienti dalle fasce sociali escluse dal benessere economico che i partiti espressione dell'attuale alleanza della commissione Von Der Leyen (tra cui i socialisti) stanno governando da decenni.
Sono movimenti di ispirazione autoritaria che rispondono a una forte richiesta di protezione, sia da parte delle imprese a rischio di sopravvivenza, sia da parte del lavoro precario e povero, sottoposto alla concorrenza del lavoro ancora più precario e più povero proveniente dai confini dell’Europa. Il loro concetto di protezione non è universalistico, ma si fonda sull’esclusione di alcuni soggetti a vantaggio di altri. I soggetti esclusi per eccellenza sono gli stranieri (ma non solo: si pensi per esempio alla questione dei diritti civili e alle politiche per la famiglia).
La destra, quindi, avanza perchè gli esclusi dal benessere economico nel tempo aumentano. Questa semplice considerazione dovrebbe interrogarci tutti, e in primis i partiti che ancora si denominano "socialdemocratici", sul tipo di democrazia che abbiamo costruito in Europa.
La politica e la stessa architettura istituzionale europea si fondano su un compromesso sociale post-fordista, che rompe con quello fordista prevalente fino più o meno agli anni settanta del novecento. Il patto sociale fordista, ormai rottamato, può essere a grandi linee definito come un'alleanza fra una parte del capitale industriale e il lavoro salariato. Il patto post-fordista è invece caratterizzato grosso modo dall'alleanza fra il capitale finanziario e una parte del lavoro salariato. La parte del lavoro salariato che è stata beneficiata da questo nuovo patto sociale è, con una scala di sfumature, quella del lavoro a maggiore qualificazione e ad alto grado di istruzione. Il blocco sociale che sostiene sia il macronismo in Francia, sia l'attuale maggioranza von Der Leyen nell'UE, sia i governi di grossa coalizione tedeschi, sia i governi italiani tutti, è grosso modo espressione di questo patto post-fordista.
Il patto, o compromesso, post-fordista ha progressivamente portato a diverse conseguenze socialmente pericolose: l'incremento delle disuguaglianze, lo smantellamento dello stato sociale l'aumento della precarietà, la crescita delle sacche di povertà, l'estromissione delle fasce sociali popolari dai principali centri urbani, un'alta disoccupazione strutturale. Questi effetti, se da un lato hanno funzionato come strumento per abbassare il grado di conflittualità sociale, che negli anni sessanta e settanta era andato crescendo, dall'altro hanno di anno in anno, di crisi in crisi e di riforma in riforma eroso il consenso politico intorno ai governi di (sempre più) grossa coalizione.
In un contesto in cui il consenso politico intorno agli attori del compromesso post-fordista vacilla, e in cui viene meno il sostegno degli elettori alle "riforme necessarie" (smantellamento dello stato sociale, precarizzazione del mercato del lavoro, redistribuzione dei redditi verso l'alto), la democrazia stessa - dal punto di vista delle classi dominanti - è vista come un ostacolo. Per difendersi dal rischio di delegittimazione e di perdita di egemonia, nel corso degli anni la classe dominante, in mancanza di argomentazioni più convincenti, si è aiutata direttamente con la forza e la violenza di Stato (come in Francia contro chi protestava), oppure agitando lo spauracchio mediatico di un'emergenza o di un pericolo per la democrazia stessa. In Italia (l'avanguardia europea della normalizzazione), il pericolo è stato rappresentato da Berlusconi e i suoi accoliti negli anni novanta, via via normalizzati per fronteggiare l'emergenza dei grillini populisti, successivamente normalizzati per fronteggiare (con l'aiuto dei supertecnici supercompetenti) l'emergenza del pericolo sovranista (va be', adesso questi hanno fatto breccia e sono al governo, ma fanno quello che l'UE e gli USA dicono di fare: chi saranno, allora, i prossimi topi di fogna da normalizzare?). In Francia, il pericolo è transitato in fasi alterne dai terroristi islamici, alla "feccia" delle banlieux, ai lepenisti. Negli anni recenti, grazie anche al pretesto della pandemia, il cambiamento climatico è stato adottato come argomento emergenziale per giustificare sacrifici sociali, favori al grande capitale, ulteriore impoverimento delle fasce medio basse. Nel 2024, alle soglie delle elezioni europee, il pericolo Putin ha preso gran parte della scena un po' ovunque. La destra estrema, peraltro, condivide gran parte dei valori e della filosofia politica di Putin, quindi quale occasione migliore per fare di tutta l'erba un fascio e alimentare la narrazione di una democrazia accerchiata da pericoli esterni?
Alla luce delle considerazioni precedenti, a me sembra tuttavia evidente che ad accerchiare la democrazia oggi non è Putin, non sono i picchiatori fascisti nostrani, ma sono stati, e non da oggi, gli stessi partiti che lanciano l'allarme. E la ragione è semplice: la sopravvivenza del compromesso post-fordista è incompatibile con la democrazia parlamentare come l'abbiamo conosciuta nel dopoguerra.
I socialdemocratici, poi, sono particolarmente ipocriti, perchè per raccogliere voti non esitano a sventolare la bandiera del lavoro, del salario e dello stato sociale, facendo leva su punti di forza, parole chiave, visioni del mondo appartenenti al vecchio patto fordista che loro stessi hanno attivamente contribuito a rottamare. Più che contro la normalizzazione dell'estrema destra, sarebbe opportuno lanciare un appello per la de-normalizzazione dei socialdemocratici europei.

giovedì 23 maggio 2024

Moneta, fisco e mistificazioni

 

E’ perfettamente possibile che una moneta nasca come mezzo di scambio in seguito a un libero accordo tra privati. Ma è del tutto normale che la moneta principalmente in uso in uno Stato, quella quotidianamente e ordinariamente utilizzata, sia la moneta in cui lo Stato stesso chiede di pagare le tasse.

In altri termini, una Moneta Fiscale. Lo Stato del resto è di gran lunga il singolo soggetto economico di maggior rilievo, dato che intermedia una quota di PIL compresa, nella maggior parte dei paesi, tra il 30% e il 50%.

E’ quindi del tutto ridicolo, è un’affermazione comica (se non avesse conseguenze tragiche) che uno Stato “abbia bisogno di farsi prestare i soldi” e debba soffrire di limiti di spesa in seguito alle opinioni dei mercati finanziari.

Lo Stato può spendere fino a saturazione delle proprie risorse produttive e non ha limiti fintantoché l’inflazione rimane ragionevolmente sotto controllo.

E’ una verità elementare che però viene costantemente e quotidianamente negata, da quasi tutti i politici, dagli economisti mainstream e da quasi tutti i commentatori.

Questa è una delle grandi tragedie del mondo occidentale moderno, ed è una delle cause, forse la principale, della sua decadenza.

lunedì 20 maggio 2024

Il non problema del deficit pubblico

 

Il mondo occidentale soffre di un gravissimo problema nella gestione delle sue politiche economiche. La ragione ? si è diffusa e viene alimentata la convinzione che il deficit pubblico sia un problema.

Perché mai uno Stato che spende più di quanto incassa sotto forma di imposte dovrebbe andare in difficoltà, se la spesa avviene utilizzando moneta emessa dallo Stato medesimo ?

Si tratta, in realtà, di un meccanismo tramite il quale la moneta viene immessa nel sistema economico.

E la moneta che circola nel sistema economico DEVE AUMENTARE NEL TEMPO, via via che le economie si sviluppano. E’ totalmente logico e normale che ci sia più moneta in circolazione oggi rispetto a 50 o a 100 anni fa, perché produzione e consumi sono decisamente più alti oggi che 50 o 100 anni fa.

Naturalmente l’immissione di moneta nel sistema economico può essere eccessiva e produrre inflazione. Di conseguenza NON è corretto dire che QUALSIASI livello di deficit è appropriato.

Ma è assolutamente vero che la condizione NORMALE di uno Stato è il deficit del bilancio pubblico. Normale, non patologico.

E affermare che uno Stato con il bilancio in pareggio è “virtuoso” mentre uno Stato con un deficit del 3%, del 5%, o del 7% “ha un problema” e “deve mettere in ordine i conti” è, semplicemente, un’asserzione priva di fondamento.

sabato 18 maggio 2024

I vincoli inesistenti della finanza pubblica giapponese

 

La bestia nera degli euroausterici, il Giappone, vive tranquillo e non ha nessun problema di finanza pubblica con il suo debito / PIL al 260%. Perché ? ma perché è debito in yen, che è la moneta sovrana giapponese.

Qualcuno cerca, nonostante ciò, di favoleggiare che in realtà il Giappone ha un potenziale problema, perché “è obbligato a tenere i tassi a zero”. Altrimenti la spesa per interessi “andrebbe fuori controllo”.

Non si capisce perché “uscirebbe di controllo”, dato che gli interessi su un debito in yen sono anche loro moneta sovrana, emessa dallo stato giapponese.

In realtà il Giappone potrebbe benissimo riconoscere tassi d’interessi più alti sui titoli di Stato. Semplicemente non lo vuole fare, non vuole riconoscere questo tipo di rendimento ai suoi rentiers.

Questo, insistono gli euroausterici, ha però come conseguenza l’indebolimento dello yen sul mercato dei cambi, che a loro dire “non può proseguire all’infinito” e quindi costringerebbe prima o poi il Giappone ad abbandonare la politica dei tassi zero, o quasi, sul debito pubblico.

Indebolimento dovuto per inciso al fatto che i tassi sul dollaro, sull’euro, eccetera, non sono a zero (non più) ma stanno al 3% o al 4%.

Sfugge però che questo indebolimento del cambio non crea nessuna difficoltà al Giappone, in quanto non ha avuto alcun impatto di maggior inflazione. Anzi, l’inflazione giapponese non ha neanche sofferto, se non in minima parte, dell’incremento subito in Occidente con la fine dei lockdown e con il conflitto ucraino.

Il cambio debole dello yen al contrario ha prodotto due notevolissimi vantaggi alle aziende e agli investitori: ha reso le aziende più competitive, e ha aumentato il valore degli investimenti esteri detenuti da residenti giapponesi.

Il debito pubblico giapponese è assolutamente un non problema, e la sua politica dei tassi non soffre di alcun vincolo. Questa è la realtà che gli euroausterici non vogliono accettare. Normale: hanno un modello di analisi sbagliato e ci hanno costruito troppi castelli in aria, per troppi anni, per abbandonarlo.

domenica 12 maggio 2024

Fantasticherie sul Superbonus: fatevi due domande

 

L’ineffabile Giancarlo Giorgetti è arrivato a paragonare l’effetto del Superbonus sui conti pubblici alla catastrofe del Vajont. Ci sarebbe da ridere se non fosse stata chiamata in causa una tragedia che ha prodotto migliaia di morti.

Fatevi invece due domande in merito alle affermazioni di Giorgetti, anzi aggiungetene poi una terza.

La prima domanda: se veramente il Superbonus ha prodotto una catastrofe sui conti pubblici, come mai non si registra alcuna tensione sullo spread e sui rendimenti dei titoli di Stato italiani ?

La seconda: se veramente c’è “un buco da 200 miliardi” com’è che le manovre correttive che (si ipotizza) saranno necessarie in sede di prossima legge di bilancio sono dell’ordine di QUALCHE miliardo, non decine o centinaia ?

E poi la terza domanda:

possiamo veramente credere all’utilità di votare Lega per “rafforzarne l’ala sovranista”, nel momento in cui la Lega è il partito di Giancarlo Giorgetti ?

Io la mia risposta ce l’ho, ed è una risposta che non mi piace.

Ma non mi pare una buona idea coltivare illusioni, né credere alle favole.

giovedì 9 maggio 2024

Chiariamoci sul Giappone

 

Il Giappone è una delle bestie nere degli euroausterici: enorme debito pubblico, altissimi e persistenti deficit, monetizzazione costante ed elevata da parte della Banca Centrale, tassi vicini a zero da trent’anni. Dovrebbe avere rischi enormi di insolvenza e/o di inflazione – SE la visione euroausterica avesse qualche atomo di plausibilità – e invece ? e invece no.

Non tutti gli euroausterici però demordono. Anzi qualcuno arriva a dire che “eh ma il Giappone è un caso diverso, i motivi sono noti, non puoi prenderlo a paragone”.

Per quali ragioni il Giappone “sarebbe diverso” ? perché hanno gli occhi a mandorla e hanno inventato Godzilla ? no, l’euroausterico in questo caso cerca di argomentare. Ma non va lontano.

“In realtà il dato giapponese di debito pubblico / PIL, il 260%, non è confrontabile perché c’è un diverso trattamento contabile degli impegni pensionistici”. Scrivere al Fondo Monetario Internazionale, please. I dati li riportano loro, c’è da supporre che siano rilevati in modo coerente e omogeneo, e dicono che il debito / PIL giapponese è quasi il doppio di quello italiano e più del doppio di tutti gli altri.

“Il Giappone ha grandi riserve valutarie”. E allora ? queste riserve non sono poste in alcun modo, né formale né sostanziale, a garanzia del debito.

“Una percentuale molto alta del debito pubblico giapponese è posseduto da residenti”. Quindi ? la “tutela” sarebbe che nel caso il governo si riserva la possibilità di non ripagare i residenti, cioè di espropriarli ?

“Il Giappone ha bassa fiscalità e quindi margini per aumentarla”. Se fosse così l’Italia sarebbe tranquilla perché ha alta spesa pubblica e “può quindi tagliarla”. Gli effetti li abbiamo visti in seguito all’applicazione delle politiche di austerità, 2011-3. L’austerità non aiuta in alcun modo la gestione del debito pubblico.

“Una grossa quota del debito pubblico giapponese è detenuta dalla Banca Centrale”. QUI CI SIAMO, ma l’euroausterico a questo punto ci sta solo dando ragione. Il debito in moneta propria, garantito e nel caso acquistato dal proprio istituto di emissione, non genera MAI rischi d’insolvenza.

Alla fine del salmo, l’euroausterico ammette (forse senza accorgersene) che abbiamo ragione noi. Il problema della finanza pubblica italiana è un problema INVENTATO, e deriva dalla rinuncia a utilizzare la PROPRIA moneta.

Tutto qui.