lunedì 25 febbraio 2019

Le confusioni degli europeisti "illuminati"


Leggo con interesse gli editoriali di Wolfgang Munchau sul Financial Times, nonché il sito da lui curato, in quanto lo ritengo una persona di mentalità aperta. Favorevole all’integrazione politica europea, ma nello stesso tempo molto critico del modo in cui la si sta conducendo, proprio in quanto vede nelle disfunzioni della UE e in particolare dell’Eurozona le cause che stanno portando il progetto al fallimento.

Però di tanto in tanto lo vedo andare del tutto fuori strada. In questo recentissimo articolo, che argomenta come la reazione di sinistra alla democrazia liberale (o neoliberale, o sedicente liberale) potrebbe risultare più efficace di quella di destra (forse sì o forse no, ma questa è materia che riservo a futuri commenti) si legge quanto segue:

“I governi europei continentali non hanno (come evidentemente, secondo Munchau, avrebbero dovuto) aumentato le imposte sui redditi e sulle imprese per controbilanciare i tagli nella spesa pubblica”.

Cosa cosa cosa ??? “Controbilanciare con maggiori tasse i tagli alla spesa pubblica ???” quindi adottare politiche ancora più spinte di compressione della domanda ???

Possibile che qualcuno in buona fede sostenga ancora una fandonia del genere ? L’eurocrisi si è trasformata in una catastrofe perché si è preteso di imporre consolidamento fiscale, e quindi politiche procicliche, quando serviva (e serve) invece una forte immissione di potere d’acquisto nell’economia reale. Gli alti livelli di disoccupazione e sottoccupazione, la crescita della povertà, l’aumento delle diseguaglianze nascono da qui.

Altro che “controbilanciare” meno spesa con più tasse. Serviva, e serve, esattamente il contrario. Più spesa pubblica e meno tasse, fino al ripristino della piena occupazione.

Questa è la principale causa del fallimento del progetto europeo. Una governance economica che abbatte la crescita, aumenta le diseguaglianze, precarizza e marginalizza ampie fasce di popolazione.

Se cade Munchau in questi equivoci, c’è da disperare che gli europeisti nel loro complesso comprendano mai in che situazione è finito il continente. O che lo vogliano ammettere.

sabato 23 febbraio 2019

Ancora sul finanziamento monetario del deficit


Un ulteriore interessante spunto di riflessione, basato sul commento di un lettore all’ultimo post.

Affermare che emettere titoli per finanziare il deficit è meno inflazionistico che emettere moneta, argomenta il lettore, non ha senso neanche analizzando il comportamento degli attori in gioco. Lo Stato spende sempre cash,  e chi lo riceve (il cash) non si chiede certo se provenga da un’emissione diretta di moneta o dal collocamento di un titolo. L’immissione di potere d’acquisto e l’impatto sulla domanda di beni e servizi reali è quindi, evidentemente, lo stesso in entrambi i casi.

Chi compra titoli di Stato invece lo fa per dare una destinazione al suo risparmio, quindi utilizzando potere d’acquisto che al momento non ha comunque intenzione di spendere nell’economia reale. Se dovesse cambiare idea, li può peraltro vendere in qualsiasi momento – ottenendo moneta spendibile.

Aggiungo io: si potrebbe obiettare che l’emissione di titoli di Stato è una forma sicura (se è di fatto garantita dalla potestà di emissione monetaria dello Stato stesso) di impiego del risparmio, o quantomeno del suo valore nominale. L’esistenza dei titoli di Stato potrebbe quindi agire da incentivo a risparmiare di più (perché si dispone di una possibilità di impiego di ottima qualità e affidabilità) e quindi a consumare di meno.

E’ un’affermazione difficile in pratica da verificare, ma in ogni caso se i titoli di Stato non esistessero, con ogni probabilità altre forme di destinazione del risparmio assumerebbero, semplicemente, maggior peso. E potrebbero anche essere altrettanto sicure: per esempio si potrebbero semplicemente lasciare più saldi liquidi in depositi bancari, garantiti dallo Stato fino a un importo massimo fissato per legge (come avviene negli USA, dove la Federal Deposit Insurance Corporation li garantisce fine a 250.000 dollari).

Ma anche supponendo che l’esistenza dei titoli di Stato induca la popolazione a risparmiare di più, questo implicherebbe minore velocità di circolazione della moneta, a fronte della quale lo Stato stesso potrebbe comunque raggiungere l’obiettivo di piena occupazione spendendo un po’ di più (o tassando un po’ di meno), senza impatti inflazionistici. Nella tautologica equazione MV = PQ, M sarebbe più alto, V più basso mentre P e Q non avrebbero ragione di modificarsi.

Personalmente non ho nulla contro l’emissione di titoli di Stato in moneta propria, garantiti dalla potestà di emissione monetaria dello Stato, se ed in quanto costituiscano un servizio di gestione del risparmio offerto ai propri cittadini.

Il problema è che si è diffusa e viene strumentalizzata la colossale menzogna che il debito pubblico sia un problema in quanto tale. Problema che diventa reale solo quando ci si indebita in moneta estera, come avviene nell'Eurozona, dove l’emissione della moneta è stata messa nelle mani di un organismo sovranazionale e non responsabile nei confronti di Stati e cittadini.

In ogni caso, le argomentazioni di cui sopra costituiscono ulteriori rafforzamenti della tesi secondo la quale il finanziamento monetario del deficit non è né più né meno inflazionistico del finanziamento a debito.


mercoledì 20 febbraio 2019

Emettere moneta o emettere debito ?


In uno dei precedenti post avevo commentato, in merito al finanziamento monetario del deficit pubblico e alle sue implicazioni, quanto segue:

“Il punto fondamentale è che tra emettere moneta ed emettere un bond a tasso zero non c’è praticamente differenza. L’opinione diffusa sembra invece essere che emettere bond non fa aumentare l’inflazione, o comunque per qualche oscuro motivo la contiene molto di più… [Ma questa opinione] non l’ho mai sentita motivare in modo sensato, e neanche insensato per la verità. Pare un “dogma implicito” che neanche si cita perché lo si dà per ovvio. Invece non è ovvio e in effetti non è nemmeno vero”.

Sul punto in questione, un lettore si è così espresso:

“Io sul tema qualche tentativo di motivare tale ”dogma implicito” credo di averlo sentito e letto (non so valutare se sia sensato o meno e per questo avrei curiosità di sottoporlo al suo giudizio). Più o meno l’argomentazione si può riassumere così: emettere in maniera diretta moneta equivale a creare potere d’acquisto senza alcun rapporto con la crescita effettiva del valore economico degli scambi, mentre l’emissione di moneta a debito commisura la creazione di potere d’acquisto alla disponibilità effettiva di beni e servizi. La moneta emessa direttamente è di fatto un oggetto di proprietà: un puro asset senza liabilities, un attivo senza passivi, un credito senza debitori. Una “ricchezza assoluta” che però potrebbe però rivelarsi assolutamente illusoria nel momento in cui nessuno fosse più disposto a riconoscerle valore. L’emissione di un bond garantisce al contrario l’associazione di ogni credito a un debito, di ogni posta attiva a una posta passiva corrispondente, conferendo valore all’emissione a prescindere dalla fiducia e dalla disponibilità dei soggetti a riconoscerle valore”.

Il lettore ammette senza problemi che si tratta di un’argomentazione molto “contorta e sfuggente”. Nello stesso tempo però fa ”fatica a credere che il mondo intero sia ostaggio di un equivoco concettuale gigantesco”.

Ho fornito una risposta, che qui di seguito riporto espandendola ed articolandola in modo (spero) che risulti ancora più chiara.

L’immissione di potere d’acquisto nel sistema economico crea valore solo se stimola, in misura corrispondente, maggiore produzione di beni e di servizi. Altrimenti produce inflazione, non valore reale. Al momento dell’emissione, tra l’altro, quella che entra nel sistema economico è, appunto, moneta (tramite maggiore spesa pubblica o minore prelievo di imposte), non debito sotto forma di titoli di Stato.

L’emissione di titoli, offerti a chi, trovandosi moneta in mano, in parte la risparmia ed è interessato a una forma di impiego del risparmio stesso, è un evento indipendente. Potrebbe benissimo non essere effettuata (se lo Stato emettesse direttamente moneta, senza delegare il compito a una Banca Centrale).

Che si emettano o non si emettano titoli di debito, non cambia il fatto che la disponibilità di potere d’acquisto crea valore reale solo se espande la domanda e la produzione di beni e di servizi. Se le capacità produttive del sistema economico sono già completamente utilizzate, genera invece pressione al rialzo sui prezzi ma non (evidentemente) maggiore produzione.

Affermare che “la moneta emessa direttamente è di fatto un oggetto di proprietà: un puro asset senza liabilities, un attivo senza passivi, un credito senza debitori. Una “ricchezza assoluta” che però potrebbe però rivelarsi assolutamente illusoria nel momento in cui nessuno fosse più disposto a riconoscerle valore” sembra sottointendere che nessun attivo patrimoniale ha valore se non gli corrisponde un impegno di pagamento di qualcun altro (di un debitore, quindi).

Ma questo è evidentemente falso per almeno due motivi. Intanto, perché esistono al mondo un numero enorme di oggetti e di proprietà che hanno valore non perché a fronte della loro esistenza sussista un impegno di pagamento di qualcuno, ma perché esiste una funzione d’uso. Una casa, un terreno, un'automobile non hanno forse valore per il proprietario perché non esiste una controparte impegnata a pagarli o a rimborsarli in cash ?

La moneta ha una funzione d’uso appunto perché lo Stato la accetta in pagamento delle imposte (è uno dei presupposti del progetto Moneta Fiscale). Inoltre, il fatto che sussista un impegno di accettazione implica (per ragionare nei termini dell’argomentazione esposta dal lettore) che in realtà non si tratta nemmeno di un “asset senza liabilities”. Liability significa “impegno, responsabilità”: l’impegno di rimborso cash non è l’unico possibile. L’impegno di accettazione da parte dello Stato è un altro, anch’esso a tutti gli effetti valido come presupposto di valore.

In conclusione, ragioni per cui il finanziamento monetario del deficit debba essere un’ipotesi impercorribile, o pericolosa, o comunque non ottimale rispetto al finanziamento con emissione di debito pubblico, continuo a non vederle. E sospetto fortemente che non esistano…


sabato 16 febbraio 2019

Come non si contrasta l'egemonismo cinese


Da un po’ di tempo, Silvio Berlusconi ha assunto le vesti del supereuropeista, cantore delle magnifiche sorti dell’integrazione politica UE (proprio nel momento in cui il progetto dà l’idea di essere completamente deragliato…).

Quanto sinceramente non lo so, visto che in passato i suoi toni e dichiarazioni tendevano, in molte occasioni, ad essere eurocritiche. Qualcuno maliziosamente ritiene che stia solo cercando di ingraziarsi l’establishment per difendere alcuni suoi interessi personali. O magari di assicurare un futuro politico a qualche suo vecchio sodale (Tajani, Brunetta…).

Ad ogni modo, una delle sue argomentazioni preferite (anche se non originalissima) è che l’integrazione europea è necessaria per contrastare un “evidente disegno egemonico cinese, che sta emergendo con sempre maggiore chiarezza”.

Se il disegno esista o no, si può discuterlo. Di sicuro le dimensioni della Cina rendevano inevitabile, nel momento in cui è partito il grande processo di sviluppo della sua economia, che assurgesse al ruolo di superpotenza.

Quello che rende non credibile l’argomentazione di Berlusconi (e di tanti altri) è che trasformare la UE negli Stati Uniti d’Europa sia la strada per evitare la marginalizzazione dell’economia europea in conseguenza dei mutati equilibri mondiali.

La ragione è semplice. La governance economica della UE, e in particolare dell’Eurozona, è improntata a logiche deflattive, di contenimento della domanda interna, e di espansione dei surplus commerciali come leva di crescita.

E’ una strategia del tutto incoerente perché nessuna area economica di grandi dimensioni può svilupparsi facendo leva principalmente sulla domanda estera. E il tentativo è un grave fattore d’instabilità: l’economia mondiale sta rallentando perché le tensioni commerciali stanno frenando gli interscambi mondiali, e proprio in questo momento sostenere la domanda interna sarebbe ancora più importante.

Il paradosso è che le tensioni riguardano in primo luogo i rapporti tra USA e Cina: ma entrambi – qualunque cosa si pensi della strategia conflittuale sviluppata da Trump – non hanno intenzione di spingere i loro paesi in recessione. E il sostegno alla domanda interna, nonché le pressioni dello stesso Trump sulla Fed per arrestare i rialzi nei tassi d’interesse, fin qui l’hanno in effetti evitato.

Le politiche eurozoniche sono invece ostinatamente orientate a comprimere i deficit pubblici. Gli ultimi dati economici del blocco della moneta unica sono molto preoccupanti. Ma ancora di più lo è la caparbietà con cui a Bruxelles e a Francoforte ci si ostina a difendere un sistema che spinge ad azioni procicliche – quando le cose vanno maluccio, si fa di tutto per farle andare malissimo.

Caro Silvio B., l’Europa era economicamente molto più forte quando i singoli paesi sviluppavano, autonomamente, politiche orientate allo sviluppo (e alla costruzione di un solido e complessivamente efficace welfare state).

La UE non sta affatto contrastando il vero o presunto disegno egemonico della Cina. Sta drammaticamente accelerando la perdita di peso del nostro continente. Molto più di quanto sarebbe, nei confronti dei paesi emergenti, in una certa misura inevitabile. E anche nei confronti degli USA.

O si cambia rotta in fretta, o tra altri vent’anni la UE peserà, nel contesto dell’economia mondiale, tanto quanto la Scandinavia (con tutto il rispetto) pesa oggi in Europa. Con l’aggravante che le sue popolazioni staranno molto peggio.


mercoledì 13 febbraio 2019

Krugman, il debito pubblico e i fraintendimenti sulla MMT


Negli USA, si sta parlando con sempre maggiore frequenza di applicare i concetti della Modern Monetary Theory (MMT) alla politica economica.

Sembrava inverosimile pochi anni fa, non lo è più oggi: c’è la possibilità che accada se le elezioni del 2020 porteranno un democratico progressista alla Casa Bianca, spalleggiato da solide maggioranze alla Camera e al Senato. Non è – per il momento - uno scenario ad altissima probabilità, beninteso. Ma il crescente seguito di astri nascenti del quadro politico statunitense quali Alexandria Ocasio-Cortez ne aumenta le possibilità.

Paul Krugman ha quindi dedicato un paio di articoli del suo blog alla MMT e a una teoria economica dai contenuti fortemente analoghi, la finanza funzionale di Abba Lerner (vedi qui e qui). Ma pur dichiarandosi egli stesso democratico e progressista, Krugman continua a essere scettico su alcuni elementi di queste teorie.

Ancora una volta, però, mi sembra che il buon Paul perda di vista un tema fondamentale.

Il punto chiave delle sue argomentazioni è il seguente: l’impianto Lerner / MMT presuppone che qualsiasi livello di deficit e di debito pubblico possa essere finanziato se lo Stato si indebita nella moneta che egli stesso emette. Naturalmente se il deficit raggiunge livelli tali da immettere troppo potere d’acquisto nell’economia si crea un eccesso di inflazione. Ma non ci sono rischi di insolvenza.

La critica di Krugman è che se il livello di debito implica un tasso d’interesse (affinché il debito sia finanziato) superiore al tasso di crescita sostenibile dell’economia, si verifica un effetto “palla di neve” che manda il debito fuori controllo.

E’ un argomentazione debole e, quantomeno, incompleta. Eppure Krugman conosce bene la situazione del Giappone, dove un debito pubblico di oltre il 200% del PIL non crea alcun problema né all’inflazione né ai tassi d’interesse – che si mantengono da lustri e lustri intorno allo zero.

In Giappone, il deficit pubblico è, in buona sostanza, finanziato da acquisti di titoli effettuati dalla Bank of Japan: in altri termini, monetizzato.

Detto altrimenti, supporre che il livello del debito pubblico influenzi i tassi d’interesse implica che il debito debba essere collocato sul mercato dei capitali. Se interviene la Banca Centrale a finanziarlo, o - per essere ancora più semplici – se lo Stato emette direttamente moneta, il problema degli interessi da pagare scompare.

Rimane quello dell’inflazione, se si immette troppo potere d’acquisto nel sistema. Ma questo, appunto, Lerner e gli autori MMT lo affermano con totale chiarezza.

Se c’è un motivo teorico per cui la monetizzazione del debito pubblico sia di per sé (cioè a prescindere dalle dimensioni in cui viene effettuata) una via inagibile, Krugman non lo dice. E io non vedo quale possa essere.

Certo, il debito pubblico svolge funzioni utili, prima fra tutte la possibilità di offrire ai propri cittadini un servizio di gestione del risparmio. Ma questo non implica di dover “collocare debito” sul mercato. Si tratta solo di offrire la protezione dall’inflazione (per le scadenze brevi) o qualcosa di più (un punto o due per le scadenze medie e lunghe) ai risparmiatori che desiderano una “custodia sicura” per il proprio patrimonio.

Tutto questo non produce alcun effetto “palla di neve” né alcuna insostenibilità del “debito” (che bisognerebbe cominciare a chiamare con altri nomi…).

La domanda da porre a Krugman in altri termini è: perché uno Stato emittente della propria moneta dovrebbe preoccuparsi degli interessi che paga (nella moneta stessa) ? Può non pagarli, oppure può mantenerli a livelli pari all'inflazione - (quindi zero in termini reali, e di conseguenza al di sotto della crescita reale del PIL: niente "palle di neve", appunto).

Non ho dubbi che parecchi lettori solleciteranno Krugman a confrontarsi su questo argomento. Attendo con curiosità la sua risposta.


lunedì 11 febbraio 2019

Una lettera aperta a Mattarella e Draghi

Predisposta dagli amici di GECOFE (Gruppo ECOnomia FErrara) e in particolare dal suo instancabile animatore, Claudio Bertoni.

Dubito che Mattarella e/o Draghi risponderanno… ma provate voi (che seguite questo blog) a rispondere alle sei domande contenute nella lettera. Non vi dovrebbe risultare difficile...

venerdì 8 febbraio 2019

Perchè la Moneta Fiscale non decolla (ancora)


Abbiamo una maggioranza parlamentare e un governo composti da due schieramenti politici, che sono entrambi informati del progetto Moneta Fiscale / CCF, e sempre più ne comprendono le valenze.

Ma abbiamo anche un soggetto politico con forti poteri d’interdizione, che è il presidente della Repubblica.

Qualcuno dice che il ministro dell’economia è sua emanazione. Forse è vero, forse no. Ma comunque l’apparato tecnico-burocratico fa in larga misura riferimento alle strutture di comando preesistenti rispetto alle elezioni del 4 marzo 2018.

E il progetto Moneta Fiscale / CCF ridà poteri agli stati nazionali, sottraendoli a soggetti che danno attualmente per conseguito di essersene appropriati in modo irreversibile: alcune grandi istituzioni finanziarie, nonché la UE e la BCE.

Il progetto minerebbe, si dice, l’integrazione politica che l’euro dovrebbe promuovere. Integrazione che a mio modesto avviso sta fallendo, e potrebbe al contrario essere rilanciata proprio da una diversa governance dell’Eurozona e da una forte ripresa della crescita e dell’occupazione. Che la Moneta Fiscale consente di ottenere. Ma questo lo penso io, non Mattarella, e/o le persone a cui il presidente presta orecchio.

Mattarella durerà in carica ancora tre anni. Forse sono i tre anni che mancano alla svolta.

O forse succederà qualcosa prima, sulla spinta delle circostanze esterne: una nuova recessione e un nuovo appesantimento del malessere economico che grava in particolare sull’Italia, ma in effetti sulla maggior parte dell'Eurozona.


martedì 5 febbraio 2019

Spread: quando manca il coraggio


In quattro giorni di borsa, successivamente all’annuncio che l’Italia è entrata in recessione tecnica nel secondo semestre 2018 e che gennaio è stato, con ogni probabilità, un altro mese negativo per l’economia, lo spread tra i titoli di Stato decennali italiani e tedeschi è risalito fino a un massimo di una trentina di punti, da 240 a 270.

Purtroppo l’Italia rischia di pagare a caro prezzo la mancanza di coraggio del governo. Si è cercato un compromesso con la commissione UE che evitasse l’apertura della procedura d’infrazione, temendo gli effetti sullo spread.

Ma come l’esperienza del governo Monti ha dimostrato nel 2012, procedura o non procedura, atteggiamento ostile o amichevole della UE, se l’economia non cresce i mercati aumentano i loro dubbi sulla capacità dell’Italia di sostenere il servizio di un debito pubblico denominato in moneta straniera (perché l’euro per l’Italia, che non lo emette, è una moneta straniera).

Proseguendo questa tendenza, gli accordi presi con la commissione UE potrebbero spingere verso una manovra restrittiva. Il che sarebbe un autentico suicidio per l’Italia: la recessione diventerebbe pesantissima, e rivedere lo spread oltre i 500 punti come a novembre 2011, ma anche come a luglio 2012 (quando divenne evidente che le azioni “lacrime e sangue” di Monti erano state un catastrofico fallimento) sarebbe una previsione tutt’altro che azzardata.

Senza una ripartenza della crescita (e in assenza di una garanzia forte ed esplicita dell'istituto d'emissione) la fiducia dei mercati non regge. E senza una forte azione espansiva sulla domanda interna – che il deficit / PIL del 2,04% NON è – la crescita non riparte, e il generale rallentamento internazionale ributta l’Italia in recessione.

Purtroppo dopo mesi di dibattiti animati, la maggioranza di governo, che pure aveva diagnosticato correttamente tutto questo, non si è sentita di andare fino in fondo.

E neanche – che sarebbe stata la soluzione di gran lunga migliore - di attivare uno strumento innovativo come i CCF / Moneta Fiscale, che consentono un effetto espansivo senza incremento del deficit pubblico.

Certo, gli interessi che remano contro sono forti e consolidati. Certo, percorrere vie nuove richiede coraggio, visione e determinazione.

Ma un compromesso che non risolve il problema garantisce, al massimo, poche settimane di tranquillità.

La possibilità di correggere la rotta esiste ancora. C’è sempre un domani.

Però bisogna decidersi.


domenica 3 febbraio 2019

Più investimenti o più dipendenti pubblici ?


L’Italia è in recessione, ma in effetti anche Francia e Germania sono in una situazione congiunturale tutt’altro che smagliante. E tenuto conto anche del contesto generale dell’Eurozona, il 2,04% di deficit pubblico concordato dopo le lunghe trattative con la UE dei mesi scorsi è del tutto insufficiente a invertire la tendenza.

I vincoli dell’eurosistema e la pretesa di crescere facendo leva primariamente, se non esclusivamente, sull’export mostrano ancora una volta tutta la loro insensatezza. La domanda interna va rilanciata, e in modo sostanzioso.

La legge di bilancio approvata a fine 2018 è stata criticata, tra le altre cose, perché fa leva molto sui trasferimenti (reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni) e poco sugli investimenti.

Questa critica si fonda sul fatto che gli investimenti pubblici sono un incremento di domanda e di produzione per il loro intero importo (senza contare gli effetti indotti successivi) e fin dal momento della loro effettuazione. I trasferimenti no, perché chi riceve soldi in parte li risparmia.

Personalmente la ritengo un’obiezione meno significativa di quanto può apparire a prima vista, nel contesto attuale. La depressione dell’economia italiana ha ridotto ai minimi termini la propensione al risparmio, quindi dubito che i trasferimenti non verrebbero spesi, quantomeno in misura del tutto preponderante.

Detto ciò, una forte spinta sugli investimenti pubblici sarebbe del tutto opportuna. A questo proposito, viene costantemente citato il fatto che esistono 150 miliardi di opere già autorizzate e computate nei deficit passati, ma non avviate per problemi burocratici e autorizzativi.

Il governo sta lavorando per sbloccare, per quanto possibile di questi intoppi, ma non ho ancora visto stime plausibili in merito alla misura in cui questi interventi potrebbero incidere a breve termine.

E’ in effetti un esempio di una difficoltà sistematica che si incontra nel rilancio della domanda interna mediante investimenti pubblici, e non solo in Italia: tra decisione di spesa e avvio della spesa stessa, intercorrono tempi tutt’altro che brevi, e spesso anche difficili da stimare.

Per questa ragione occorre prendere in considerazione una via decisamente più rapida: far ripartire l’impiego pubblico.

Purtroppo se ne parla poco perché il mantra del “dipendente pubblico improduttivo e fannullone” è pervasivo. Ma è anche, in larga misura, sbagliato. La sanità pubblica italiana, per esempio, è regolarmente ai primissimi posti nelle classifiche mondiali per efficienza (intesa come efficacia rispetto ai costi sostenuti).

E sicuramente c’è spazio per potenziare in modo estremamente utile funzioni esercitate dal settore statale, quali l’istruzione, l’ordine pubblico e la manutenzione del territorio.

Non è neanche vero che gli investimenti pubblici creano necessariamente più competitività, e sono necessariamente più utili, di un potenziamento delle risorse umane. Dipende da caso a caso. Meglio assunzioni in un ospedale sottostaffato rispetto a una strada che conduce nel nulla.

Per evitare fraintendimenti: sono assolutamente a favore di una ripresa degli investimenti pubblici. Ma lo sono ancora di più riguardo a un rilancio del pubblico impiego nelle moltissime aree dove è utile. Cosa che rispetto agli investimenti ha due vantaggi.

Il primo, come detto, è la maggiore rapidità di esecuzione.

Il secondo è che si assumono persone italiane, mentre un appalto pubblico può essere vinto da un operatore estero, e comunque i materiali utilizzati sono, almeno in parte, di importazione. Quindi il contributo al PIL del reddito da lavoro pubblico è maggiore (rispetto a quello degli investimenti).

Non c’è che da muoversi, utilizzando gli strumenti appropriati per attuare quanto necessario, superando gli attuali vincoli dell’eurosistema. Mettendo in campo il progetto CCF / Moneta Fiscale, quindi…


venerdì 1 febbraio 2019

Che cosa rende forte il fronte eurista


La maggiore difficoltà nel promuovere, e soprattutto nell’arrivare ad applicare, un progetto di uscita dall’euroausterità sta negli interessi costituiti ben presenti e ben identificati, soprattutto nell’ambito del settore finanziario.

In soldoni: le grandi istituzioni bancarie e finanziarie sono strettamente connesse, con un sistema di “porte girevoli” che interessa i rispettivi vertici, con gli organismi tecnici dei ministeri, della BCE, delle banche centrali nazionali, con le istituzioni universitarie eccetera.

E le grandi istituzioni bancarie e finanziarie hanno interesse a perpetuare un sistema che mette una quantità sproporzionata di influenza nelle mani di chi controlla e intermedia i flussi finanziari.

Le porte di cariche e contratti di consulenza remunerativi si aprono quindi molto più facilmente per chi non contesta e non contrasta l’attuale sistema.

Questa influenza è pervasiva e mette in difficoltà le proposte di revisione del sistema, anche quando al governo arriva, come oggi in Italia, una maggioranza eurocritica.

Naturalmente questo è ancora più vero se si ipotizza di perseguire una “revisione” del sistema deflagrante, e tecnicamente molto difficile da attuare, come il breakup.

Tuttavia, anche il progetto CCF / Moneta Fiscale, per quanto decisamente più “morbido” e più semplice da attuare (e altrettanto efficace di un breakup, quanto al risultato finale) è in larga misura osteggiato dagli organismi sopra citati.

Per metterlo in atto, serve una combinazione di chiarezze di idee, determinazione e capacità di leadership politica. Che al momento non si è ancora espressa.

Il problema, in buona sostanza, è tutto qui.