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giovedì 15 giugno 2023

Sopravviverà Forza Italia ?

 

In molti sospettano che Forza Italia non sia destinata a sopravvivere alla scomparsa di Berlusconi.

Io penso invece di sì, penso che sopravviverà e che continuerà a rivestire un discreto ruolo nel panorama politico italiano.

Ma dipende, principalmente, dagli alleati di governo, da Giorgia Meloni e da Matteo Salvini.

Certo, il centrodestra è diventato un destracentro, e il peso di Forza Italia nella coalizione è andato, parecchio, declinando.

Però esiste comunque una quota non irrilevante di elettori che non vogliono votare la (sedicente) sinistra, ma hanno problemi con Fratelli d’Italia (in quanto statalista e post-fascista) e con la Lega (in quanto regionalista, autonomista e secondo alcuni, tuttora, razzista e antimeridionale).

Quindi al cdx un alleato non troppo forte, ma neanche troppo marginale, che faccia da contenitore di quel 5-7% di voti, serve.

Un alleato di centro ma non di destra. Non troppo connotato a destra, quantomeno. Una scelta accettabile per l’elettore che non vuole votare la (sedicente) sinistra, ma neanche una destra troppo estrema.

E se FdI e Lega non sono stupidi, faranno quindi in modo che questo alleato si mantenga vivo e sufficientemente vegeto.

Forse Forza Italia si ridimensionerà un altro po’, ma gli alleati gli lasceranno un ruolo e uno spazio sufficienti a restare dignitosamente in vita. Diversamente, commetterebbero un serio errore.

 

lunedì 12 giugno 2023

Berlusconi e i suoi oppositori

 

Silvio Berlusconi è morto. Che abbia segnato un’epoca, come imprenditore e come uomo politico, non lo pone in dubbio nessuno, neanche tra i suoi oppositori.

Come molti imprenditori di grande successo (molti, non tutti) è stato uno spregiudicato. Nel senso che ha spesso posto i suoi interessi davanti a quelli della collettività. E questa sua spregiudicatezza l’ha trasferita alla sua attività di uomo politico.

Rispetto a molti altri, tuttavia, non è stato un cinico, e ha avuta una sua visione e un suo desiderio di perseguire il bene comune. Interpretato alla sua maniera, s’intende. Nel senso che era (sinceramente) convinto che il bene comune coincidesse con il suo personale.

A modo suo, ha sempre lavorato per il successo e per il benessere di chi gli stava intorno. Genuinamente persuaso che più successo aveva, più questo successo si riverberava su chi lo fiancheggiava, su chi collaborava con lui.

Il che è molto di più di quanto si possa dire riguardo ai suoi principali oppositori. Lui non è mai partito dall’idea di svendere il paese a interessi esterni. Li ha anzi contrastati finché ha potuto, poi si è fermato quando proseguire a contrastarli avrebbe compromesso irrimediabilmente i SUOI interessi.

Non è stato il mio modello ideale di imprenditore. Non è stato il mio modello ideale di uomo politico.

Però è stato migliore di chi l’ha osteggiato per trent’anni.

 

lunedì 12 dicembre 2022

Banca centrale, indipendenza e dipendenze

 

Ogni volta che mi confronto in pubblico sul tema dell’indipendenza delle banche centrali dal governo, qualche interlocutore commenta che è un’assoluta necessità, perché “prova a immaginarti [nome di un politico che riesce antipatico al commentatore] dare istruzioni al governatore: sarebbe la ricetta sicura per il disastro”.

Un’argomentazione rispettabile come qualsiasi altra, che però trascura un dato di fatto.

Il potere di emettere e gestire la moneta è così importante, così vitale per la conduzione dell’economia, che se la banca centrale è indipendente dal governo, il governo diventa FORTEMENTE DIPENDENTE dalla banca centrale.

Questo dovrebbe essere perfettamente chiaro soprattutto a noi italiani, che abbiamo constatato come la lettera Trichet – Draghi inviata al governo Berlusconi nell’agosto 2011 abbia pesantemente condizionato la politica economica italiana negli anni successivi.

Magari non avete mai votato per Berlusconi e magari lo detestate. Ma vi rendete conto che una banca centrale che dà ordini a un governo è la negazione della democrazia ?

E questo l’abbiamo visto, appunto, verificarsi nel contesto dell’eurozona, dove il progetto moneta unica ha portato l’indipendenza della banca centrale alla sua più completa attuazione.

Poi magari non siete estimatori della democrazia rappresentativa parlamentare, e gli preferite, appunto, il governo dei banchieri centrali.

Però allora ditelo chiaramente.

E poi domandatevi anche quali risultati l’applicazione di questo principio, la banca centrale che comanda sul governo, abbia prodotto. A me, e mi permetto di dire a qualsiasi osservatore in buona fede, pare che gli effetti siano stati pessimi, per non dire catastrofici.

La domanda “volete una banca centrale indipendente dal governo ?” la trovo mal posta, anzi fuorviante.

La domanda corretta è: cosa preferite, la banca centrale dipendente dal governo, o il governo dipendente dalla banca centrale ?

sabato 16 febbraio 2019

Come non si contrasta l'egemonismo cinese


Da un po’ di tempo, Silvio Berlusconi ha assunto le vesti del supereuropeista, cantore delle magnifiche sorti dell’integrazione politica UE (proprio nel momento in cui il progetto dà l’idea di essere completamente deragliato…).

Quanto sinceramente non lo so, visto che in passato i suoi toni e dichiarazioni tendevano, in molte occasioni, ad essere eurocritiche. Qualcuno maliziosamente ritiene che stia solo cercando di ingraziarsi l’establishment per difendere alcuni suoi interessi personali. O magari di assicurare un futuro politico a qualche suo vecchio sodale (Tajani, Brunetta…).

Ad ogni modo, una delle sue argomentazioni preferite (anche se non originalissima) è che l’integrazione europea è necessaria per contrastare un “evidente disegno egemonico cinese, che sta emergendo con sempre maggiore chiarezza”.

Se il disegno esista o no, si può discuterlo. Di sicuro le dimensioni della Cina rendevano inevitabile, nel momento in cui è partito il grande processo di sviluppo della sua economia, che assurgesse al ruolo di superpotenza.

Quello che rende non credibile l’argomentazione di Berlusconi (e di tanti altri) è che trasformare la UE negli Stati Uniti d’Europa sia la strada per evitare la marginalizzazione dell’economia europea in conseguenza dei mutati equilibri mondiali.

La ragione è semplice. La governance economica della UE, e in particolare dell’Eurozona, è improntata a logiche deflattive, di contenimento della domanda interna, e di espansione dei surplus commerciali come leva di crescita.

E’ una strategia del tutto incoerente perché nessuna area economica di grandi dimensioni può svilupparsi facendo leva principalmente sulla domanda estera. E il tentativo è un grave fattore d’instabilità: l’economia mondiale sta rallentando perché le tensioni commerciali stanno frenando gli interscambi mondiali, e proprio in questo momento sostenere la domanda interna sarebbe ancora più importante.

Il paradosso è che le tensioni riguardano in primo luogo i rapporti tra USA e Cina: ma entrambi – qualunque cosa si pensi della strategia conflittuale sviluppata da Trump – non hanno intenzione di spingere i loro paesi in recessione. E il sostegno alla domanda interna, nonché le pressioni dello stesso Trump sulla Fed per arrestare i rialzi nei tassi d’interesse, fin qui l’hanno in effetti evitato.

Le politiche eurozoniche sono invece ostinatamente orientate a comprimere i deficit pubblici. Gli ultimi dati economici del blocco della moneta unica sono molto preoccupanti. Ma ancora di più lo è la caparbietà con cui a Bruxelles e a Francoforte ci si ostina a difendere un sistema che spinge ad azioni procicliche – quando le cose vanno maluccio, si fa di tutto per farle andare malissimo.

Caro Silvio B., l’Europa era economicamente molto più forte quando i singoli paesi sviluppavano, autonomamente, politiche orientate alla crescita (e alla costruzione di un solido e complessivamente efficace welfare state).

La UE non sta affatto contrastando il vero o presunto disegno egemonico della Cina. Sta drammaticamente accelerando la perdita di peso del nostro continente. Molto più di quanto sarebbe, nei confronti dei paesi emergenti, in una certa misura inevitabile. E anche nei confronti degli USA.

O si cambia rotta in fretta, o tra altri vent’anni la UE peserà, nel contesto dell’economia mondiale, tanto quanto la Scandinavia (con tutto il rispetto) pesa oggi in Europa. Con l’aggravante che le sue popolazioni staranno molto peggio.


venerdì 4 maggio 2018

Ancora sul mancato accordo tra Centrodestra e M5S


Due mesi dopo le elezioni, la formazione del nuovo governo è un rebus ancora irrisolto. Non si può escludere nulla, ma le probabilità che si riaprano spazi per un accordo tra M5S e Centrodestra appaiono decisamente basse.

L’ipotesi è caduta sulla pregiudiziale M5S contro l’ingresso di Forza Italia nella coalizione, o per essere più esatti sul veto a Silvio Berlusconi.

Ho già spiegato qui perché lo ritengo un errore: in sintesi, SB come persona non è eleggibile, non può ricoprire alcuna carica di governo, e non è nemmeno un parlamentare. Forza Italia risponde a lui, certo: ma Forza Italia avrebbe un potere di condizionamento molto basso, perché i suoi voti non sono decisivi per la maggioranza.

Di fronte a queste considerazioni, più di un elettore M5S mi ha obiettato che SB ha comunque una grossa influenza su Matteo Salvini e sulla Lega, anzi un vero e proprio potere di ricatto. E qui ritornano a galla le illazioni sul fatto che il marchio della Lega sarebbe stato venduto anni fa a SB, su debiti da lui pagati per conto della Lega, e simili.

Le definisco illazioni perché di provato, a quanto mi risulta, non c’è nulla. Ma se anche qualcosa o molto di vero ci fosse, mi pare il caso di sottolineare che come motivazione per accettare (da parte del M5S) un accordo con la Lega (e Fratelli d’Italia ?) ma solo escludendo Forza Italia, non regge.

Perché ? semplice: se SB è in grado di condizionare, per non dire di ricattare, Salvini, lo può fare anche stando al di fuori della maggioranza di governo. Il M5S avrebbe quindi dovuto escludere tassativamente anche l’ipotesi di accordo con la sola Lega. Su cui invece si è ragionato a lungo.

La posizione M5S mi riesce, quindi, incomprensibile. Mentre da quella di Salvini si può magari dissentire, ma le motivazioni sono forti e chiare: (1) far partire un governo con una maggioranza solida (CDX + M5S) e non risicata (M5S + Lega) (2) mantenere fede a un accordo preso in campagna elettorale (3) evitare problemi alle molte amministrazioni locali dove il CDX governa unito (4) sedersi al tavolo del negoziato come leader di una coalizione che pesa il 37%, non di un partito che conta solo il 17%.

E’ un grossissimo peccato che questa strada, salvo sorprese, non possa essere riaperta. Le convergenze potenziali, in particolare sui temi economici, avrebbero potuto (potrebbero ?) rivelarsi molto, molto interessanti. Il M5S si è dotato di un qualificato gruppo di potenziali ministri economici (Fioramonti – Roventini – Tridico). Il dialogo con Borghi e Bagnai poteva (può ?) essere parecchio fruttuoso.

A partire, naturalmente, dalla rimozione dei vincoli dell’Eurosistema via strumenti fiscali “quasi-monetari” (integrando CCF e Minibot…).

Se per sconfiggere Hitler ci si è alleati con Stalin, ha veramente senso lasciar cadere una enorme opportunità di rilancio dell’economia italiana per non voler concedere a Berlusconi di salvare la faccia ?

Io non lo credo. Ma così è andata… o almeno a tutt’oggi (venerdì 4 maggio) così pare.


lunedì 16 aprile 2018

Perché il M5S sbaglia su Berlusconi


Le trattative per la formazione del nuovo governo sono in stallo. E uno dei motivi, anzi di gran lunga il principale, è il veto posto dal M5S a una maggioranza che includa Forza Italia, o per essere più esatti Silvio Berlusconi.

Ora, SB è ben lontano dall’essere il mio ideale di statista. E naturalmente coinvolgerlo nel governo non è una decisione né ovvia né semplice per un movimento che ha fatto della lotta alla corruzione un punto chiave della sua proposta politica.

Ci sono però alcune considerazioni su cui il M5S dovrebbe riflettere più in profondità di quanto (apparentemente) emerga dalle dichiarazioni dei suoi esponenti.

In primo luogo, il problema fondamentale del paese oggi è la profonda depressione in cui si trova l’economia. Che a sua volta può essere risolta solo staccandosi dai vincoli dell’Eurosistema. Per farlo occorrono idee e progetti chiari, nonché una maggioranza solida.

Maggioranza solida che senza Forza Italia non c’è. Un eventuale accordo M5S + Lega + Fratelli d’Italia, o alternativamente M5S + PD + Leu, quand’anche le possibili controparti lo prendessero in considerazione (cosa che oggi negano di voler fare) avrebbe margini risicati, soprattutto al Senato.

Senza contare che, per quanto riguarda la seconda ipotesi, accordarsi con il PD per staccarsi dall’euroausterità appare chimerico, visto che il PD fin qui non è stato altro che la longa manus della UE nel nostro paese.

Per quante colpe si possano imputare a Berlusconi, va poi sempre ricordato che per applicare la fase più feroce e catastrofica dell’austerità euroindotta è stato necessario (a novembre 2011) rimuoverlo dal governo.

D’altra parte, che cosa si teme se Forza Italia entra in maggioranza ? leggi ad personam ? distorsioni a tutela degli interessi economici di SB ? ma queste cose ha potuto farle quando il capo del governo era lui, con Forza Italia in posizione di netto predominio nella coalizione. Oggi sarebbe il terzo partito su quattro, quindi non in condizione di imporre nulla.

Se non d’imposizione, SB avrebbe comunque una capacità di ricatto ? no: se si ritirasse dalla maggioranza la indebolirebbe ma non sarebbe comunque in grado di farla cadere, soprattutto se un certo numero di parlamentari di Forza Italia non lo seguissero. Cosa molto probabile, a legislatura avviata e con un governo in carica.

Queste cose SB – sul quale si possono dire molte cose, ma non che sia uno sprovveduto – le ha ben chiare. Il suo obiettivo è salvare la faccia e vivere con un po’ di tranquillità i prossimi anni. Non molto altro: età, salute, calo di influenza politica fanno sì che il suo ruolo non possa che continuare a ridimensionarsi.

Chiarito tutto questo, torniamo al problema chiave. E’ fondamentale comporre una maggioranza solida per cambiare corso (in primo luogo) all’economia. E le idee su cui convergere, tra M5S e centrodestra, ci sono (vedi anche e soprattutto la Moneta Fiscale, in una delle sue possibili declinazioni).

Si può conseguire moltissimo con un programma condiviso, che evidentemente non rispecchierà al 100% i desideri di tutti, ma che senz’altro potrà riportare il paese nella direzione giusta.

Se invece il M5S si inchioda su posizioni “travaglistiche”, se antepone l’antipatia verso un avversario politico alle esigenze del paese, rischia di condannarsi all’irrilevanza e a lasciare irrisolti i problemi dell’economia. E sarebbe gravissimo.


martedì 23 gennaio 2018

Esternazioni berlusconiane


Negli ultimi giorni, alcune interviste rilasciate da Berlusconi hanno creato una certa agitazione, e anche un certo scoramento, tra i potenziali elettori della coalizione di centrodestra. Quantomeno, tra chi spera che il centrodestra al governo possa costituire una svolta nelle relazioni con la UE – in termini di uscita dai vincoli dell’eurosistema, in particolare.

Sentire Berlusconi che parla di “rapporto debito pubblico / PIL da far scendere al 100% anche mediante privatizzazioni per cinque punti di PIL” sotto questo profilo non è granché incoraggiante.

Il mio commento ? è una perdita di tempo prendere Berlusconi alla lettera, qualunque cosa dica. Per questo motivo non mi deprimo per le ultime esternazioni, così come non mi euforizzerei se urlasse “Moneta Fiscale” a squarciagola.

Berlusconi dice solo e sempre quello che in un determinato momento della campagna elettorale ritiene convenirgli. In fatto di tattica non lo batte nessuno. La strategia è un altro discorso.

In questa fase, ritiene che la cosa migliore si mostrare un volto rassicurante a Bruxelles e tener le acque calme fino alle elezioni, anche in vista della sentenza di Strasburgo sulla sua possibile riabilitazione (per quanto difficile sia che arrivi prima del 4 marzo).

Poi, se il centrodestra vince le elezioni, si vedrà quali sono i pesi all’interno della coalizione. Fermo restando che il programma condiviso (inclusi i Minibot di Borghi - da far evolvere in CCF, aggiungo io) a mio modesto avviso piace (a Berlusconi) molto più dell’ipotesi di vendere beni pubblici per il 5% del PIL (ammesso che sia possibile, cosa di cui dubito fortissimamente: sarebbero 90 miliardi in cinque anni…).

L’importanza di immettere potere d’acquisto nell’economia, Berlusconi l'ha capita da tempo, e non credo proprio che abbia cambiato idea adesso.

I giochi sono ancora tutti da fare.


mercoledì 10 gennaio 2018

Breve riflessione su centrodestra ed euroexit


Breve davvero. Berlusconi ripete che “l’euro è fatto male ma non se ne può uscire”; la Lega invece, per bocca di Salvini e soprattutto di Borghi “prepareremo l’uscita, per attuarla appena ce ne saranno le condizioni”.

Se tutto questo vi suona contradditorio, vi capisco. Ma prima di saltare a qualsiasi tipo di conclusione, invito a tener conto di quanto segue.

Anche la pura e semplice uscita da un sistema di cambi fissi, che è naturalmente molto più semplice della rottura di un’unione monetaria, viene attuata (quando viene attuata) di sorpresa, negandola fino all'ultimo istante - fino al momento dell’esecuzione.

Allora, la coalizione di centrodestra non sta dicendo nulla di chiaro. Ma se ci fosse una decisione già presa, non avrebbe nessun senso annunciarla in anticipo – soprattutto durante una campagna elettorale.

A maggior ragione in quanto il primo passo da effettuare – se si pensa di arrivare al break-up, ma anche se si pensa di no – è un’altra cosa. E’ rilanciare l’economia introducendo uno strumento di natura fiscale, in grado di funzionare (anche) come una moneta.

Questo passo può produrre una serie di effetti che porteranno al break-up. O forse no. E gli effetti in questione, se si verificheranno, non necessariamente dipenderanno da azioni effettuate dall’Italia. Anzi, con molta maggiore probabilità saranno la conseguenza di eventi esterni.

Quindi, essere pronti è indispensabile. Il che non significa essere certi del passaggio finale.

Significa essere certi del primo passo da effettuare.

Magari non in modo del tutto volontario, ma la coalizione di centrodestra sta adottando una comunicazione che si può definire “costruttivamente ambigua”.

Non mi sorprendo quindi se quanto sopra vi è riuscito opaco. Nonostante i miei sforzi, di solito coronati da un ragionevole successo (dicono), di spiegare in modo semplice concetti complessi.

Non vi sarà riuscito estremamente chiaro, e non è colpa vostra.

Ma intanto pensateci.


martedì 22 agosto 2017

Centrodestra e Moneta Fiscale

Un articolo di Paolo Becchi e Fabio Dragoni su “Libero” sta stimolando in questi giorni il dibattito in merito alle proposte di introduzione di una Moneta Fiscale nazionale per rivitalizzare l’economia italiana e superare le gravissime (e irrisolte) disfunzioni dell’Eurosistema.

Becchi e Dragoni, tra le altre, hanno rivolto a Silvio Berlusconi la seguente domanda:

“Visto che sia Forza Italia che la Lega parlano di doppia moneta, cosa pensa dei cosiddetti Minibot ?”

E Berlusconi ha risposto in questi termini:

“I Minibot hanno caratteristiche molto simili a quelle di una nuova moneta emessa dallo Stato. Quindi non ci vedo una differenza significativa con la proposta di una nuova “lira””.

Fermo restando (come afferma sempre Berlusconi qualche riga sopra nella sua risposta) che la finalità è

“rilanciare i consumi e la domanda che sono leve fondamentali per una crescita sostenibile e duratura del Paese”.

Il nostro gruppo di ricerca ha avuto nei mesi scorsi diversi incontri con Renato Brunetta e alcuni suoi collaboratori, tra cui Paola Tommasi, in merito al progetto Moneta Fiscale, nella forma dei Certificati di Credito Fiscale.

Minibot e CCF hanno effettivamente molti punti di contatto. E’ importante però precisare che, nell’attuale proposta di Claudio Borghi (responsabile economico della Lega) i Minibot entrerebbero in circolazione mediante assegnazione a creditori del settore pubblico italiano, in particolare fornitori della Pubblica Amministrazione.

I Minibot darebbero diritto al rimborso in euro, ma anche, fin dal momento della loro assegnazione, a essere utilizzati per effettuare pagamenti verso il settore pubblico, e in particolare per saldare tasse e imposte.

I Minibot sono quindi debito pubblico, appunto perché è sempre possibile richiederne il rimborso in euro. Non incrementano però il debito in circolazione, in quanto “cartolarizzano” debito che già esiste.

In questa forma, tuttavia, non raggiungono l’obiettivo di rilanciare consumi e domanda, perché non si tratta di potere d’acquisto addizionale messo a disposizione degli individui. Non si interviene neanche sulla competitività delle aziende mediante intervento sul cuneo fiscale (come previsto nel progetto CCF) e non le si mette quindi nemmeno in grado di guadagnare mercato nei confronti dei concorrenti esteri.

Le aziende trasformano crediti scarsamente liquidi in uno strumento liquido e circolante, e questo è sicuramente un vantaggio, ma non c’è un’azione di stimolo della domanda interna e della competitività, e quindi neanche un significativo incentivo a rilanciare assunzioni e investimenti.

La proposta di Borghi si comprende, a mio parere, tenendo conto del fatto che non è concepita come un assetto permanente dell’Eurosistema, ma come un passaggio verso la revisione dei trattati - o il breakup.

I Minibot sono in effetti un mezzo per introdurre una forma di moneta circolante nazionale. Si introducono, poi si va a discutere con i partner europei la revisione dei trattati. Se non si trova un accordo, il fatto che i Minibot già esistano e siano in circolazione crea uno “scivolo” che rende meno complesso il breakup.

Quest’ultimo risultato però è ottenuto anche con l’introduzione dei CCF - che in aggiunta creano uno stimolo adeguato a produrre una vigorosa ripresa dell’economia italiana.

Rispetto al percorso:

introduco una forma di Moneta Fiscale per cartolarizzare debito esistente – vado a rinegoziare i trattati – se non c’è accordo, attivo il breakup utilizzando lo “scivolo”

mi sembra quindi decisamente preferibile quest’altro:

introduco una forma di Moneta Fiscale per espandere il potere d’acquisto in circolazione, migliorare la competitività delle aziende, e avviare la ripresa dell’economia – non vado a chiedere nulla (non c’è nulla da chiedere: i CCF non sono debito) – in ogni caso, se diventasse necessario, lo “scivolo” comunque è predisposto.


giovedì 29 dicembre 2016

Il calcolo sbagliato di Berlusconi

Non ho nessuna pretesa di essere un raffinato analista politico, e le analisi politiche del resto sono decisamente più aleatorie di quelle economiche (che già di loro non scherzano). Ma una cosa mi sento di affermarla. Berlusconi sta andando fuori strada con le sue strizzate d’occhio, ultimamente molto esplicite, a un governo di larghe intese PD – Forza Italia.

Beninteso, lo stile del personaggio è sempre quello di dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte, di rilasciare dichiarazioni un giorno per poi contraddirsi o lasciare tutti nel dubbio il giorno dopo, eccetera. Però la sua attuale linea di pensiero mi appare evidente: il PD non avrà i numeri per governare da solo e quindi allearsi con me sarà determinante, solo io porterò la futura “grande coalizione” italian style oltre il 50% in parlamento.

Ora, i sondaggi accreditano al PD (ammesso che non si spacchi) un 30% circa, mentre Forza Italia è quotata intorno al 13%. Al 50% non si arriva, neanche con i cespuglietti alfanian-verdiniani (se sopravvivono) e l’inevitabile sostegno esterno dei partiti locali valdostani o sudtirolesi (sempre filogovernativi, basta che i soldi degli statuti speciali continuino ad arrivare).

Naturalmente Berlusconi fa conto sulla sua collaudatissima capacità di rimonta in sede di campagna elettorale. Un 5% minimo, rispetto ai sondaggi, quante volte glielo abbiamo visto recuperare nelle ultime settimane prima del voto ?

Qui però, credo, sta l’errore di calcolo. La remuntada stavolta non la vedo, e non tanto perché le sue indubbie capacità di comunicazione si stiano appannando con l’età e con le condizioni di salute. Pesa anche questo, ma il punto chiave è un altro.

Berlusconi è stato per vent’anni il federatore di un centrodestra “moderato” (o che si percepiva come tale) caratterizzato dall’avere in uggia le “sinistre”. Ovviamente la linea politica del PD di sinistra non ha più nulla da una vita, ma questo la maggior parte degli elettori centrodestri comincia (forse) a capirlo solo ora. E se anche lo capisce, l’uggia comunque rimane, perché la sinistra dal PD è sparita, ma la spocchia radicalchicchista c’è ancora tutta, come prima se non peggio.

La contrapposizione tra blocchi politici che ha caratterizzato quasi vent’anni di bipolarismo italiano, in ultima analisi, si è parecchio fondata su due antipatie epidermiche, uguali e contrarie. Dell’elettore di centrodestra verso un centrosinistra ormai tale solo di nome, ma sussiegoso e intellettualmente pretenzioso come sempre. E dell’elettore del sedicente centrosinistra verso il rassemblement opposto (Milano da bere + beceri valligianbossiani + ex fasci di risulta…).

Il dato di fatto è che in Italia il “centrodestra” numericamente pesa, non da oggi ma dal 1948, più del “centrosinistra”, e soprattutto per questo Berlusconi ha vinto tre elezioni politiche (1994, 2001 e 2008) e ne ha perse solo di un pelo due in cui partiva strasfavorito (2006 e 2013).

Ma se in campagna elettorale Berlusconi non gioca più la carta della “diga contro i comunisti” e non si presenta più come il “federatore dei moderati”, una buona parte del suo elettorato tradizionale lo perde. Il 13% non risale al 18-20%. Più probabile che scenda al 7%. A vantaggio soprattutto della destra “lepenista” (e fortemente eurocritica) Salvini + Meloni.

sabato 26 novembre 2016

Berlusconi sulla moneta complementare

Silvio Berlusconi, pochi giorni fa, ha parlato diffusamente di moneta complementare e di sovranità monetaria. Qui il link all’intervista con Bruno Vespa (dal minuto 29 al minuto 32, all’incirca).

Non chiedetemi in che misura ci si possa fidare di Berlusconi perché non ho risposta, e per la verità non l’avrei neanche se mi poneste la stessa domanda sostituendo al suo nome quello di qualsiasi altro politico. Mi sembra doveroso notare, comunque, che sull’argomento dice cose corrette non al 100% ma quantomeno al 90% sì.

Un altro elemento da non sottovalutare è che Berlusconi, contrariamente a quanto spesso sento dire, è tutt’altro che finito sul piano politico. Finché c’è, continua a controllare almeno un 10-15% dell’elettorato.

Quota che ha buone possibilità di essere decisiva, se dopo il referendum (e qualunque ne sia il risultato) l’Italicum, come mi sempre inevitabile, cadrà, e verrà sostituito da una legge elettorale proporzionale o che comunque renderà necessario formare una coalizione di governo.