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giovedì 29 maggio 2025

La moneta fiscale, qualche anno dopo

 Ad anni di distanza, ho trovato interessante rileggere questo articolo di Roberto Perotti ma soprattutto il dibattito che si è sviluppato nei commenti, tra l'autore e i proponenti del progetto - Biagio Bossone, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini, Giovanni Zibordi e naturalmente il sottoscritto.

Qualcuno ha fatto considerazioni assennate, qualcun altro meno. A voi il giudizio.

lunedì 17 ottobre 2022

Video - Festival dell'Economia - Sole24Ore a Trento - 4 giugno 2022

Profondo cordoglio ha suscitato, alcuni mesi fa, l'improvvisa scomparsa di Jean-Paul Fitoussi. Una sua conseguenza è stata anche l'impossibilità di tenere un panel presso il Festival dell'Economia di Trento nella forma in cui lui e noi avremmo voluto: interamente dedicato, cioè, alla Moneta Fiscale.

In effetti il panel ha avuto comunque luogo, ma al fine di commemorare la figura e il pensiero del grande economista francese nella sua interezza.

Di Moneta Fiscale si è in ogni caso parlato abbastanza a lungo nella parte conclusiva, a cui si riferisce il video riportato qui sotto (ringrazio moltissimo Francesco Chini per la segnalazione).

Partecipanti Luigi Bonatti dell'Università degli Studi di Trento, Stefano Sylos Labini e il sottoscritto.

I miei interventi sono ai minuti da 10.00 a 16.30 e da 20.25 a 22.35.




mercoledì 17 agosto 2022

Ancora sul riformismo

 

Commentando un mio recente post, Stefano Sylos Labini ricordava che il termine “riformismo” è in effetti entrato in voga, nel dibattito pubblico italiano, negli anni migliori dell’allora vituperata (e oggi molto ma molto rimpianta) Prima Repubblica.

I due partiti dominanti, DC e PCI, si caratterizzavano, negli anni Cinquanta e Sessanta, rispettivamente come “conservatore” e “rivoluzionario”.

La DC puntava sostanzialmente a mantenere inalterato, nelle linee generali, l’assetto economico-sociale. Il PCI, almeno sulla carta, a rovesciarlo.

Dico “sulla carta” perché in realtà era molto ben chiaro, ai dirigenti comunisti, che gli accordi di Yalta comportavano l’appartenenza dell’Italia al blocco atlantico. La rivoluzione si poteva teorizzare e auspicare: attuare no. Almeno per il momento.

Però negli intendimenti, quando fossero “maturate le condizioni politiche” (leggi di politica estera), il PCI almeno a parole era rivoluzionario.

Tra la conservazione e la rivoluzione si apriva a questo punto uno spazio intermedio, che fu occupato sostanzialmente dal PSI. Un progetto politico che mirava a cambiamenti sostanziali – potenziamento del welfare state, maggiori investimenti dell’industria di Stato, nazionalizzazioni – senza però proclamare la repubblica dei Soviet (o qualcosa del genere…). E questo spazio intermedio prese il nome di “riformismo”.

Per l’elettore, le scelte erano quindi sufficientemente definite.

Se eri conservatore, votavi DC o uno dei partitini laici.

Se eri rivoluzionario, votavi PCI.

Se eri riformista, votavi PSI.

Aggiungo, se eri “nostalgico” votavi MSI.

Ai tempi, in definitiva, cosa fosse e cosa desiderasse un “riformista” era chiaro.

Nel contesto odierno, in cui la rivoluzione non vuole farla più nessuno (nemmeno a chiacchiere), cosa sia un riformista e che senso abbia definirsi tale (visto, come si diceva nell’altro post, che tutti desiderano cambiare qualcosa ma nessuno vuole rovesciare l’ordinamento dello Stato) non lo è più.

Se tutti sono riformisti non ha più senso il termine, perché non si capisce quali sarebbero i “non-riformisti” a cui ci si contrapporrebbe.

In compenso è chiaro cosa intendono per “riformista” i giornaloni paludati. Fare tutto quello che chiedono la UE, la BCE e i potentati economico-finanziari. Che dei giornaloni sono gli editori, i finanziatori, i compratori di spazi pubblicitari, e quant’altro.

E naturalmente, sostenere al 100% il braccio operativo dei potentati, il PD.

 

domenica 1 maggio 2022

Perché a Jean-Paul Fitoussi interessava la Moneta Fiscale

 

Insieme a Stefano Sylos Labini, ho conosciuto Jean-Paul Fitoussi soltanto a fine 2021: pochi mesi, ma di intensissima interazione e confronto sul nostro Progetto Moneta Fiscale, che ha attratto il suo interesse in maniera sempre più accentuata via via che lo approfondiva.

Perché il Progetto aveva catturato il suo interesse ? perché ne aveva percepito le valenze per risolvere le disfunzioni della moneta unica europea e per trasformare l’Eurozona in un’area di sviluppo economico condiviso e solidale.

Moneta Fiscale è qualsiasi titolo o attività che possa essere utilizzato dal detentore per compensare obbligazioni finanziarie dovute al settore pubblico. È quindi un diritto a uno sconto fiscale, e può essere scambiato per ottenere beni, servizi o un corrispettivo finanziario, da controparti che lo accettino su base volontaria. Il settore pubblico nazionale si impegna ad accettarlo in compensazione (come sopra definita) ma non ad effettuare pagamenti in cash.

Per comprendere la logica del Progetto occorre sgombrare il campo da alcune affermazioni insensate che purtroppo ancora orientano (per fortuna meno che in passato) il dibattito economico. In particolare, si sente tuttora dire che il deficit e il debito del settore pubblico sono “gravami” per l’economia.

L’affermazione è sbagliata, per la ragione fondamentale che il deficit è l’eccesso della spesa del settore pubblico rispetto al prelievo fiscale. Questo eccesso di spesa, per evidenti ragioni contabili, si tramuta in saldo positivo a disposizione del settore privato. Se il pubblico spende più di quanto tassa, il privato riceve più di quanto paga: incrementa quindi i suoi redditi e i suoi risparmi.

Il deficit pubblico PUO’ rappresentare un problema ma SOLO in presenza di una di queste due situazioni: l’immissione di potere d’acquisto nell’economia crea (a) livelli di inflazione indesiderata, OPPURE (b) scompensi nei saldi commerciali esteri (il potere d’acquisto immesso dal settore pubblico defluisce verso l’estero).

L’Italia ha adottato feroci politiche di austerità nonostante NON soffrisse di nessuna di queste due situazioni: l’inflazione fino al 2021 è stata inferiore alle medie dell’Eurozona nonché ai target BCE; la NIIP (Net International Investment Position) è positiva; i saldi commerciali con l’estero sono stati, dal 2014 al 2021, eccedentari per 40-60 miliardi annui.

In tutti questi anni, in altri termini, maggiori deficit pubblici avrebbero generato un ARRICCHIMENTO per il paese. Avrebbero messo a disposizione del settore privato nazionale capacità di spesa senza alzare l’inflazione a livelli indesiderati (anzi, casomai l’avrebbero avvicinata ai target BCE), e senza creare scompensi nei conti con l’estero.

Quanto al debito pubblico, un paese che emette la sua moneta non ha bisogno di emettere debito per finanziare il deficit. Spende, semplicemente, accreditando le controparti tramite i suoi conti correnti presso l’istituto di emissione.

In questo modo immette risparmio finanziario nell’economia. L’emissione di debito pubblico è un servizio offerto al settore privato per impiegare, in un investimento a basso rendimento ma sostanzialmente privo di rischio, il risparmio stesso. Non ha però una necessità logica; è un evento successivo, potrebbe anche non aver luogo.

La gravissima disfunzione dell’euro consiste proprio nell’aver spossessato gli Stati membri dalla possibilità di effettuare spesa pubblica netta senza passare tramite il collocamento di debito presso i mercati finanziari; e di averli costretti ad emettere debito in una moneta di cui nessuno Stato ha il controllo.

Gli Stati hanno quindi dovuto utilizzare, come canale di finanziamento dei deficit, un debito che incorpora un rischio di default che in circostanze normali (emissione di moneta sovrana) non sarebbe esistito.

Disfunzione pesantissima, che impedisce, in varie circostanze, agli Stati di effettuare politiche economiche anticicliche. Ne segue il rischio – già visto in passato – di aggravare in modo disastroso situazioni di difficoltà che adeguate politiche anticicliche avrebbero consentito di superare rapidamente.

L’Unione Europa ha modificato la sua attitudine nei confronti della gestione della finanza pubblica degli Stati membri, perlomeno rispetto a quanto avvenuto durante la crisi dei debiti sovrani (2011-3).

Allora, si chiedeva agli Stati in difficoltà di attuare contemporaneamente riforme economiche e di ridurre i deficit pubblici. Le politiche di “consolidamento fiscale” hanno invece pesantemente aggravato la crisi, provocando cadute di PIL e accrescendo, in luogo di diminuire, il rapporto tra debito pubblico e PIL medesimo.

La UE ha riconosciuto l’errore. Il Piano Nazionale di Resilienza e Ripresa (PNRR), precondizione per l’accesso ai fondi del NextGenerationEU (NGEU), non prescrive riforme “e” austerità”, ma riforme “insieme a” politiche espansive.

Il problema è che la dimensione del NGEU, spesso definita “immensa”, “ciclopica”, “oceanica” e via iperboleggiando, è in realtà carente.

I mezzi finanziari messi a disposizione all’Italia vengono stimati in circa 200 miliardi. Di questi, tuttavia, 120 sono finanziamenti e incidono sul deficit: non rappresentano quindi soldi in più immessi nell’economia ma solo una fonte di approvvigionamento alternativa rispetto all’emissione di titoli di Stato.

Gli altri 80 miliardi, cosiddetti “grants” o “contributi a fondo perduto”, a fondo perduto in realtà non sono, in quanto dovranno essere compensati da futuri versamenti o tasse. Almeno temporaneamente, danno comunque un beneficio: ma insufficiente, tenuto conto che verranno resi disponibili nell’arco di 4-5 anni.

Draghi stesso è consapevole dell’insufficienza del PNRR. In più occasioni ha affermato che il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) non potrà essere riattivato in forma invariata. Ma le posizioni degli Stati membri sono antitetiche. I mediterranei vogliono un PSC più flessibile ed espansivo; i paesi del Nord ne chiedono il ripristino in termini invariati, se non più rigidi e restrittivi.

I paesi del Nord temono che un eccesso di debito pubblico di altri Stati membri possa dar luogo a eventi di default o alla spaccatura della moneta unica. Non accettano però un'illimitata e incondizionata garanzia da parte della BCE.

Il compromesso politicamente perseguibile consiste nel mantenere l’impegno alla riduzione del rapporto debito pubblico / PIL degli Stati, tenuto conto che il debito pubblico di riferimento NON include la Moneta Fiscale.

La Moneta Fiscale potrà quindi essere utilizzata per attuare le politiche espansive necessarie al raggiungimento e al mantenimento del pieno impiego delle risorse produttive del paese.

La Moneta Fiscale non comporta impegni di pagamento da parte dello Stato emittente, che quindi non potrà mai essere forzato da situazioni di mercato finanziario ad andare in default. L’impegno di accettazione (per compensare obblighi finanziari verso lo Stato emittente stesso) potrà sempre essere onorato.

Un'eventuale “indisciplina” di uno Stato (eccesso di emissione di Moneta Fiscale) al massimo depaupererà il valore della Moneta Fiscale di quello Stato, perché circoleranno più titoli di quanti se ne riesca a utilizzare nelle scadenze prestabilite. Ma questa eventualità (peraltro del tutto improbabile) non avrà un riflesso sull’assetto generale dell’eurosistema né forzerà la BCE o gli altri a dover intervenire per preservarne la stabilità. Resterà un problema interno allo Stato in questione.

La Moneta Fiscale potrà essere utilizzata sia per finanziare interventi di spesa pubblica (pubblico impiego, spesa sociale, investimenti, sostegno ai redditi) che per ridurre il carico fiscale effettivo (senza necessariamente ridurre tasse o imposte, bensì erogando Moneta Fiscale al contribuente).

La Moneta Fiscale può inoltre essere utilizzata come mitigante dell’inflazione, ritornata a essere un problema in seguito al dissesto delle catene di fornitura di materie prime e componenti, prodotto dalla ripartenza post Covid e aggravato poi dalla crisi ucraina.

Erogazioni di Moneta Fiscale agli utilizzatori di energia, carburanti, prodotti alimentari allevierebbero grandemente i problemi che oggi affliggono imprese e consumatori (e in maniera particolarmente sensibile le fasce sociali disagiate).

Una parte delle erogazioni di Moneta Fiscale potrà inoltre essere effettuata a beneficio dei datori di lavoro, riducendo il peso effettivo del cuneo fiscale. Le produzioni italiane diventeranno così più competitive, evitando che parte dell’effetto espansivo del progetto Moneta Fiscale si disperda in peggioramento dei saldi esteri.

Non occorre che BCE, UE o Stati membri forniscano garanzie addizionali. Si saranno create le condizioni per ridurre, gradualmente ma costantemente, il peso del debito a rischio di default rispetto a un PIL finalmente in crescita stabile. La constatazione che le macrodisfunzioni del sistema sono state finalmente risolte è adeguata per rassicurare i detentori del debito pubblico che il sistema è diventato, finalmente, stabile e affidabile.

Il progetto Moneta Fiscale è stato criticato da alcuni commentatori in quanto, si afferma, non c’è certezza che l’espansione economica prodotta dalla disponibilità di maggior potere d’acquisto produca PIL e quindi gettito fiscale lordo in misura corrispondente agli sconti fiscali, via via che questi diventano utilizzabili.

Il motivo è che l’effetto espansivo è governato dai cosiddetti “moltiplicatori fiscali”, sulla cui dimensione (come su qualsiasi manovra di politica economica) a priori si possono formulare ragionevoli ipotesi, non previsioni precise al centesimo.

Va però chiarito un equivoco: non occorre che questa equivalenza perfetta si verifichi, perché un eventuale ammanco potrebbe facilmente essere compensato incrementando gradualmente nel tempo le emissioni di Moneta Fiscale.

Ad esempio, la formulazione originaria del Progetto prevede che gli sconti fiscali che diventano via via utilizzabili (con un differimento temporale di due anni rispetto all’emissione) arrivino gradualmente a 100 miliardi di euro annui.

Gli incassi totali lordi del settore pubblico italiano sono dell’ordine di 800, e saliranno con l’espansione del PIL nominale. Emettere qualcosa più di 100 nell’anno in cui 100 di sconti fiscali vengono utilizzati significa che continuerà a esistere un’enorme differenza tra Moneta Fiscale in circolazione e incassi lordi del settore pubblico. Il rischio che le emissioni di Moneta Fiscale raggiungono livelli tali da svilirne il valore è, in pratica, infinitesimale.

La Moneta Fiscale non è un meccanismo per rompere l’euro. Risolvendone le disfunzioni, ne garantisce in effetti la continuità, oggi periodicamente revocata in dubbio.

Non è uno strumento sostitutivo, ma integrativo dell’euro. Il Progetto prevede che la circolazione di Moneta Fiscale in Italia possa raggiungere qualche centinaio di miliardi, mentre il valore totale delle attività finanziarie detenute dal settore privato nazionale è dell’ordine di 5.000 circa.

Sono queste le considerazioni che a nostro parere rendono il Progetto Moneta Fiscale un passaggio cardine per rimettere in carreggiata l’economia italiana e l’assetto dell’Eurozona. Jean-Paul Fitoussi ne ha compreso le valenze e ci ha incoraggiati nel nostro sforzo di elaborazione e di proposta.

L’ha fatto perché era un grandissimo economista e uno splendido essere umano. Perché il suo desiderio era che il nostro continente riprendesse la strada di uno sviluppo economico armonico, solidale, inclusivo, rispettoso della coesione sociale.

 

martedì 19 aprile 2022

Jean-Paul Fitoussi

 

Come un triste fulmine a ciel sereno, è giunta pochi giorni fa la notizia improvvisa della scomparsa di Jean-Paul Fitoussi.

Economista insigne e squisito gentleman, personaggio che l’establishment non poteva ignorare anche se le sue posizioni erano di critica radicale e senza sconti alla follie dell’euroausterità.

L’ho incontrato una sola volta in vita mia, a un gradevolissimo (e gustosissimo) pranzo a Roma nel settembre scorso, insieme a Stefano Sylos Labini.

L’ho incontrato una sola volta ma nelle settimane e mesi successivi siamo stati in contatto quasi quotidiano, via telefono, email e whatsapp. Jean-Paul era venuto a conoscenza del Progetto Moneta Fiscale grazie ai contatti con vari esponenti (alcuni poi fuoriusciti) del M5S, in particolare Pino Cabras e Dora di Caprio.

Jean-Paul ha letto con grande attenzione il materiale da noi predisposto in questi anni di attività, e ne abbiamo ampiamente discusso, superando dubbi, discutendo chiarimenti e miglioramenti, e quant’altro.

Si è fatto promotore di una tavola rotonda presso il Festival dell’Economia di Trento, il prossimo 4 giugno alle 9.30. Noi avremmo esposto, lui avrebbe moderato, e si stava adoperando per ottenere la partecipazione alla tavola rotonda di nomi di prim’ordine.

Saremo comunque a Trento. La tavola rotonda è confermata. Senza di lui non sarà la stessa cosa, ma quantomeno sarà un omaggio postumo in più, che si aggiunge ai tantissimi pervenuti in questi giorni (molti sinceri, moltissimi paurosamente ipocriti, da parte di politici ed alti burocrati che hanno riconosciuto il valore delle sue idee, nello stesso tempo lavorando a pieno regime per andare nella direzione opposta).

Conto che un giorno non lontano gli si possa dedicare qualcosa, anzi molto, di più: il pieno successo, la piena implementazione della Moneta Fiscale.

 

venerdì 8 aprile 2022

La battaglia della Moneta Fiscale

Da un po' di tempo circolava, all'interno del Gruppo Moneta Fiscale, l'idea di pubblicare un libro in merito alle vicende che hanno portato all'elaborazione della proposta, ai risultati ottenuti, alle critiche, ai contrasti, ai passi effettuati e a quelli che verranno. Eccetera.

Stefano Sylos Labini ha rotto gli indugi e l'ha scritto e pubblicato.


Ne consiglio la lettura a tutti !

domenica 26 settembre 2021

Audizione "Crediti Fiscali" - Commissione Finanze Senato - 23.9.2021

Video della seconda audizione del ciclo.

Interventi:

Prof. Michele Pizzo - AIDEA - 1'30"

Stefano Sylos Labini - 34'20"

Marco Cattaneo - 47'35"

Domande e risposte a / di Stefano Sylos Labini / Marco Cattaneo - 1.08'00"

In particolare, Marco Cattaneo da 1.25'00" a 1.31'00"





domenica 19 settembre 2021

Le audizioni alla Commissione Finanze del Senato

Sono iniziate le audizioni presso la Commissione Finanze e Tesoro del Senato, relativamente a una serie di proposte di legge sul tema Moneta Fiscale / crediti fiscali.

La prossima sarà giovedì 23 settembre alle 14.30 ed io sarò tra gli auditi (insieme a Stefano Sylos Labini).

Nel frattempo si è tenuta la prima, martedì 14 scorso, dove sono stati ascoltati funzionari di Eurostat e di ISTAT. Qui il video:


Mi trovo subito costretto a mettere in evidenza che quanto dichiarato dai funzionari è (uso un eufemismo) "altamente questionabile", per le ragioni messe in evidenza sinteticamente in questo post nonché diffusamente illustrate nel video che trovate a questo link. Video quest'ultimo realizzato con Fabio Conditi.

Tutti temi su cui si tornerà ovviamente nell'audizione di giovedì 23, unitamente a concetti di natura maggiormente generale / macroeconomica.



lunedì 1 giugno 2020

L'infrastruttura digitale per i CCF

A cura del Gruppo della Moneta Fiscale, un articolo dal titolo forse un po' intimidatorio ( :))) )

"Un'infrastruttura digitale per l'uso dei Certificati di Compensazione Fiscale (CCF) come strumento di pagamento: opzioni tecniche"

Lo trovate a questo link.

L'introduzione dell'infrastruttura per lo scambio dei CCF è un passaggio molto importante per la creazione di un vero e proprio sistema di Moneta Fiscale.

mercoledì 15 aprile 2020

Perchè i CCF non sono - non possono essere - debito

In anteprima, a questo link, un articolo del Gruppo Moneta Fiscale (Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini).

Si mette la parola FINE a qualsiasi ipotesi di assimilazione dei CCF a una forma di debito.

lunedì 9 marzo 2020

Moneta Fiscale per un nuovo Piano Marshall


Gli impatti economici del Coronavirus sono, benché al momento difficili da stimare, senz’altro molto rilevanti. Per di più, colpiscono un paese già fiaccato da anni di austerità e da una congiuntura negativa, non solo italiana, che era in effetti iniziata parecchi trimestri prima.

La decisione, presa nella notte tra il 7 e l’8 marzo, di mettere in quarantena la Lombardia e altre quattordici province dell’Italia Settentrionale rende ancora più impellente la necessità di agire.

Si invoca a gran voce un “Piano Marshall” che rappresenti un’autentica svolta per l’economia del paese. Ma i vincoli del sistema euro, nel suo assetto corrente, non lasciano margini di manovra minimamente adeguati alle dimensioni del problema.

La modalità di intervento attuabile dall’Italia, senza passare per la rottura deflagrante della moneta unica europea, è l’introduzione di una o più forme di Moneta Fiscale.

Una possibilità in questo senso è costituita dai Minibot di Claudio Borghi, responsabile economico della Lega. Nella configurazione proposta, però, la sua portata è del tutto insufficiente.

L’idea è di rimborsare debiti della pubblica amministrazione (debiti di fornitura e debiti a fronte di crediti d’imposta) con uno strumento cartaceo utilizzabile per pagare le tasse. Questo strumento, quindi, circolerebbe a un valore presumibilmente in linea con quello dell’euro.

I Minibot hanno però il limite di essere assegnati a soggetti già titolari di crediti. Anticipano, in altri termini, una disponibilità finanziaria, ma non incrementano reddito e ricchezza del percipiente.

Il Gruppo Moneta Fiscale (che comprende Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini) ha elaborato uno strumento di intervento molto più potente, i CCF (Certificati di Compensazione Fiscale).

Il progetto CCF ha dato origine a una proposta di legge, sottoscritta da una novantina di parlamentari M5S e attualmente all’esame del Senato.

I CCF sono titoli che danno diritto, a partire da due anni dopo la loro assegnazione, a ridurre pagamenti verso l’erario di importo pari al valore facciale dei CCF stessi. Sono in pratica dei “BTP fiscali” a due anni, ma non rientrano nel debito pubblico in quanto non sono da rimborsare cash in euro.

Incorporando un beneficio certo a termine (lo sconto fiscale), i CCF hanno valore fin dal momento della loro emissione (nonostante l’utilizzo per ridurre i pagamenti verso l’erario sia differito).

Possono essere emessi dallo Stato e assegnati gratuitamente, per attuare una serie amplissima di azioni: integrazione di redditi, riduzione del carico fiscale alle imprese, spesa sociale, investimenti pubblici. E naturalmente anche per finanziare le azioni di contrasto alla crisi sanitaria prodotta dal Coronavirus.

Una forte emissione di CCF consente di rivitalizzare la domanda, la produzione e l’occupazione. La ripresa del PIL gradualmente produrrà anche la crescita del gettito fiscale lordo, il che compenserà l’utilizzo dei CCF nel momento in cui questi giungeranno a scadenza e verranno usati per ridurre pagamenti verso l’erario.

L’emissione di CCF può essere espansa a una condizione: le quantità che annualmente diventano utilizzabili non devono superare una modesta frazione degli incassi lordi della pubblica amministrazione. Diversamente, l’uso di CCF per ridurre pagamenti verso la P.A. diverrebbe “vischioso” e ridurrebbe il loro valore rispetto a quello dell’euro.

Il problema, in ogni caso, non si pone, in quanto il progetto CCF prevede emissioni massime annue intorno a 100 miliardi: una quantità modesta rispetto agli incassi lordi annui del settore pubblico (oltre 800). Più che sufficiente, nello stesso tempo, a produrre una forte ripresa dell’economia.

L’introduzione dei CCF andrà effettuata comunicando al mercato che, grazie alla disponibilità di questo nuovo strumento, il debito pubblico (quello da rimborsare in euro) diminuirà costantemente, anno dopo anno, in rapporto al PIL.

In questo modo i mercati finanziari vedrebbero invertirsi la tendenza alla crescita del rapporto debito pubblico / PIL, che oggi li preoccupa perché implica un rischio di default (essendo debito non garantito dalla potestà di emissione dello Stato o della sua banca centrale).

Per attuare il progetto CCF non occorre aprire alcun tavolo negoziale con la UE, né chiedere nulla a nessuno. I CCF possono essere introdotti per iniziativa autonoma del parlamento e del governo italiano.

Uno strumento di Moneta Fiscale con queste valenze e con queste direttrici di applicazione consente una “potenza di fuoco” adeguata non solo a contrastare gli effetti economici del Coronavirus, ma anche, una volta per tutte, a risolvere le disfunzioni dell’Eurozona e a far ripartire l’economia italiana.


giovedì 6 febbraio 2020

Caldaie e CCF

Che cosa c'entrano i sistemi di riscaldamento domestici, altrimenti detti caldaie, con il progetto Moneta Fiscale / CCF ? C'entrano. Lo spiegano, in questo articolo apparso su Micromega pochi giorni fa, Biagio Bossone e Stefano Sylos Labini.

mercoledì 14 agosto 2019

Certificati di Compensazione Fiscale

In attesa di scoprire se la "crisi di governo" diventerà una crisi di governo, abbiamo ragionato sulla denominazione del progetto - in particolare, noi del Gruppo Moneta Fiscale e Pino Cabras, su cui, qualunque cosa accada, faccio pieno affidamento per continuare a promuoverlo a livello politico.

Fermo restando che rimane in essere l'ormai "storica" sigla CCF, il significato di quest'ultima è stato modificato da Certificati di Credito Fiscale in

CERTIFICATI DI COMPENSAZIONE FISCALE

La nuova denominazione riflette molto meglio la natura del titolo. Non è legal tender money. Non è un credito destinato a essere rimborsato cash.

E' un titolo che dà diritto appunto a compensare, quindi a ridurre, pagamenti altrimenti da effettuare nei confronti della Pubblica Amministrazione.

martedì 18 giugno 2019

CCF e Minibot: simili ma diversi


Sono entrambe forme di Moneta Fiscale, ma l’impatto sull’economia è molto differente


Qualche settimana fa, i Minibot sono di colpo diventati un tema di grande attualità, non solo in Italia ma anche sui media internazionali. L’origine di questa impennata di attenzione è stata una mozione, approvata dalla Camera con voto unanime, che impegna il governo a “sbloccare i pagamenti della pubblica amministrazione verso professionisti e imprese agevolando il meccanismo di compensazione tra crediti commerciali e debiti tributari” tramite “la cartolarizzazione di crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio”.

I Minibot, proposti da Claudio Borghi (deputato e responsabile economico della Lega) sono una forma di Moneta Fiscale. Possono infatti possono essere utilizzati per ridurre pagamenti dovuti all’Erario.

Esiste una chiara somiglianza con il progetto Certificati di Credito Fiscale (CCF), che ho concepito e sto promuovendo a partire dall’ottobre del 2012, in collaborazione con vari economisti e ricercatori e in particolare con il Gruppo della Moneta Fiscale (che comprende, oltre a me, Biagio Bossone, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini).

Esistono però anche significative differenze, che cerco qui di chiarire.

Il progetto Minibot prevede di emetterli a creditori della Pubblica Amministrazione, nonché a detentori di crediti d’imposta. Questi creditori avrebbero facoltà di accettare, su base volontaria (quindi NON sarebbero obbligati), la conversione del loro credito in Minibot.

Un credito con tempi di realizzo incerti verrebbe quindi sostituito da un Minibot, che NON dà diritto a rimborsi cash, ma può essere utilizzato in qualsiasi momento per ridurre pagamenti, altrimenti dovuti, all’Erario.

Qual è il vantaggio ? che il Minibot potrebbe circolare ed essere utilizzato come intermediario di scambio. Nessuno (salvo l’Erario stesso) sarà obbligato ad accettarlo, ma presumibilmente l’accettazione sarà ampia, appunto perché in qualsiasi momento il suo valore sarà garantito dalla possibilità di impiego (in luogo di euro) nei rapporti con il fisco.

Sono quindi un nuovo strumento finanziario, altamente liquido.

Tutto ciò premesso, quale impatto ci si può attendere sul debito pubblico e sull’economia ?

Si è affermato che l’emissione del Minibot non ha impatto sul debito pubblico, in quanto lo Stato sostituisce una forma di debito (commerciale o fiscale) con un’altra (il Minibot).

Se parliamo di “debito pubblico” in senso del tutto generale, questo è vero.

Bisogna tuttavia aver presente che ai fini dei trattati e dei regolamenti UE, la definizione che rileva è il cosiddetto “Maastricht Debt”: che NON COMPRENDE né i debiti commerciali del settore pubblico, né i debiti nati da rapporti fiscali che non comportano pagamenti da parte dell’Erario (ma solo la possibilità, per il loro titolare, di utilizzarli a compensazione di altri pagamenti).

Quando si parla di Maastricht Debt, l’affermazione corretta è quindi un’altra: i Minibot non incidono sul Maastricht Debt al momento della loro emissione perché sostituiscono impegni NON compresi nel Maastricht Debt con altri, anch’essi NON compresi.

Questo al momento dell’emissione. Tuttavia, che cosa accade se chi riceve i Minibot li utilizza immediatamente per ridurre pagamenti all’Erario ?

A questo punto, il Maastricht Debt aumenta, a causa della perdita di gettito.

E’ anche vero, tuttavia, che l’utilizzo dei Minibot fa venir meno altri pagamenti che sarebbero stati effettuati in seguito (perché i debiti commerciali prima o poi sono comunque da pagare) o altre perdite di gettito future (nel caso dei Minibot emessi a fronte di crediti d’imposta utilizzabili, in futuro, in compensazione: verrà infatti meno quest’ultimo effetto).

L’effetto finale sul Maastricht Debt quindi è neutro. Transitoriamente, si può avere un effetto positivo o negativo, a seconda del periodo medio intercorrente tra l’emissione e l’utilizzo dei Minibot (da una parte), confrontato con il ritardo medio con cui i debiti commerciali verranno pagati, o i crediti d’imposta verranno utilizzati in compensazione (dall’altra).

Esempio: emetto 10 miliardi di Minibot, 5 a fronte di debiti commerciali che sarebbero stati pagati 180 giorni dopo, e 5 a fronte di crediti d’imposta che sarebbero stati utilizzati in compensazione 360 giorni dopo.

I Minibot circolano per 270 giorni, e a quel punto i loro detentori li utilizzano per ridurre pagamenti all’Erario.

Fino al 180° giorno, il Maastricht Debt è invariato.

Tra il 180° e il 270° giorno, il Maastricht Debt è più basso di 5 miliardi (l’Erario non deve più pagare i debiti commerciali).

Tra il 270° e il 360° giorno, il Maastricht Debt è più alto di 5 miliardi (l’Erario perde 10 miliardi di gettito a causa dell’utilizzo dei Minibot).

A partire dal 360° giorno, tutti gli effetti si compensano (l’Erario non subisce più i 5 miliardi di perdita di gettito dovuti agli originari crediti d’imposta).


OK. Ma i CCF in cosa sono diversi ?

I CCF sono titoli che incorporano un credito fiscale utilizzabile in compensazione, cioè per ridurre pagamenti verso l’Erario altrimenti dovuti, non a partire dalla loro emissione bensì a partire da due anni dopo.

Hanno comunque valore IMMEDIATO in quanto incorporano un diritto futuro certo.

Inoltre, non vengono emessi a chi ha già un credito (commerciale o fiscale). L’emissione è fiat.

Consentono quindi un’immediata immissione di potere d’acquisto supplementare nell’economia, per le dimensioni necessarie ad avviare una forte ripresa, e indirizzabile a una pluralità di azioni, tra cui: integrazioni di redditi da lavoro, sostegno alle fasce sociali disagiate, riduzione del cuneo fiscale, potenziamento degli investimenti pubblici.

Il differimento temporale tra emissione e utilizzabilità (i due anni sopra citati) dà tempo all’economia di generare, grazie alla ripresa, gettito fiscale compensativo che, al momento dell’utilizzo finale dei CCF, eviterà l’incremento del Maastricht Debt (vedi a pag. 12-15 qui le ipotesi e i meccanismi che lo garantiscono).

I CCF restituiscono quindi all’Italia le leve necessarie per sviluppare un’adeguata politica economica.

A questo fine, i Minibot non sono sufficienti, in quanto:

PRIMO, la loro dimensione è limitata dalla pre-esistenza di debiti commerciali e di crediti d’imposta (che tra l’altro devono essere verificati e certificati, prima di poter assegnare i Minibot); e

SECONDO, chi riceve i Minibot non ottiene né un effettivo arricchimento patrimoniale, né reddito supplementare. Ha un effetto di anticipazione di liquidità, sicuramente utile, ma non della stessa portata.

In altri termini: ricevere un Minibot oggi invece di euro tra alcuni mesi può indurre, in una certa misura, a spendere di più, ma sicuramente non ha lo stesso impatto di ricevere CCF senza che in cambio venga meno nessun altro credito o diritto.

La via per risolvere le disfunzioni dell’Eurosistema e per far uscire l’Italia dalla depressione economica, quindi, è il progetto Moneta Fiscale / CCF.

sabato 1 giugno 2019

I CCF sono un "gimmick" ? intendiamoci...


Sabato scorso si è tenuto a Milano un convegno, organizzato agli amici di Sottosopra, che ha visto tra i relatori Sergio Cesaratto, Warren Mosler, Marco Veronese Passarella, e Randall Wray.

Non ho potuto presenziare, ma Francesco Chini mi ha riferito di aver sintetizzato per sommi capi il progetto Moneta Fiscale / CCF a Randall Wray. Il quale ha commentato qualcosa nel tipo “it sounds like a gimmick”.

Non essendoci, non posso giudicare se il commento sia stato formulato in un tono che lasciava intendere “sono scettico”, o “sono sorpreso”, o “bisogna rifletterci”, o altro ancora.

Mi limito a qualche considerazione. Che cosa vuol dire “gimmick” ? e i CCF possono essere definiti tali ?

Prendiamo le definizioni e le traduzioni proposte da wordreference.com, un dizionario / vocabolario online che utilizzo parecchio, anche per lavoro.

Le accezioni che vengono proposte per “gimmick” sono due, tra loro abbastanza differenti.

Gimmick = trick, catch = trucco, strategemma, espediente.

Gimmick = clever device = aggeggio, arnese (ma anche, anzi letteralmente: “intelligente strumento”).

Ovviamente il mio giudizio è di parte (!) ma mi pare proprio che i CCF non siano un “trick”, bensì un “clever device”.

Lo confermano gli studi approfonditi dei trattati e dei regolamenti UE (vedi qui, ma tornerò sul tema in uno dei prossimi post), effettuati dal Gruppo della Moneta Fiscale (Biagio Bossone – Marco Cattaneo – Massimo Costa – Stefano Sylos Labini).

E l’utilizzo dei CCF è proposto sulla base di alcune semplici considerazioni.

I debiti pubblici dei paesi appartenenti all’Eurozona non sono garantiti da una potestà di emissione monetaria. Quest’ultima è demandata alla BCE, a cui i trattati impediscono di fornire garanzie esplicite e illimitate.

Formalmente neanche (per esempio) la Federal Reserve garantisce incondizionatamente il debito federale USA, ma l’eventualità che la Fed consenta un default degli USA è considerata (a ragione) pura fantascienza.

I debiti sovrani degli stati membri dell’Eurozona incorporano invece un reale rischio di default: tanto è vero che uno stato membro, la Grecia, è andato in default. Il rischio non è teorico: si è già concretizzato.

E’ corretto e giusto che sia così ? no, è uno – probabilmente il più grave – dei difetti strutturali dell’Eurosistema.

E’ possibile cambiare questa situazione, ottenendo una garanzia incondizionata sui debiti sovrani, de jure o de facto, da parte della BCE ? No, è una proposta che non vale nemmeno la pena di formulare. Non sarebbe discussa, anzi nemmeno esaminata. La BCE e la UE la considererebbero “non ricevibile e non ricevuta”.

Dati questi presupposti, che strada si può percorrere ?

Emettere un’attività finanziaria (il Certificato di Credito Fiscale) che non è debito ai sensi dei trattati e dei regolamenti UE (non rientra nel Maastricht Debt) e che, non essendo soggetta a impegni di rimborso cash, non comporta il rischio di essere forzati al default.

Vedi qui per avere conferma che il Maastricht Debt non comprende i crediti fiscali.

L’utilizzo dei CCF consente di rilanciare domanda, competitività, produzione e occupazione, di bloccare l’incremento del Maastricht Debt e di avviarne la progressiva riduzione in percentuale del PIL.

E’ un “gimmick” ? lasciatemi essere immodesto: sì, nel senso che è un “clever device”.

mercoledì 1 maggio 2019

Fiscal Money for Italy


Wolfgang Munchau, in his April 28, 2019 Financial Times article (“The Unbreakable, Unsustainable Eurozone”) has concluded that “More likely, instead, is that parallel currencies, unconventional debt securities, or even cryptocurrencies will offer opportunities for an official grey exit. It will turn out that you can be inside and outside the eurozone at the same time. The unbreakable and unsustainable will find a way to coexist”.

This is consistent with the policy proposal that was long advocated by the Group of Fiscal Money, even if we do not characterize it as a way to be “inside and outside the eurozone at the same time”. Rather, it is the path to make it sustainable by fixing its current dysfunctionalities.

What is Fiscal Money? It is a transferable and negotiable bond issued by government, which bearers may use for obtaining tax rebates two years from issuance. Such bond carries immediate value, since it incorporates a state commitment to accept it in exchange for reductions of future fiscal obligations, and it may be instantaneously exchanged against euros or used as a payment instrument (parallel to the euro) in a dedicated platform.

Fiscal Money would be allocated, free of charge, to supplement employees’ income, to fund public investments and social spending programs, and to reduce enterprises’ tax-wedge on labour. These allocations would increase domestic demand and (by mimicking an exchange rate devaluation) improve enterprise competitiveness. As a result, Italy’s large output gap would close without affecting the country’s external balance.

According to the International Financial Reporting Standards, Fiscal Money bonds would not constitute debt, since the issuer would be under no obligation to reimburse them in cash at any point in time. Also, the European System of Accounts would treat them as “non-payable deferred tax assets;” as such, they would not be recorded in the budget until used for tax rebates (two years after issuance, when output and fiscal revenue will have improved).

Based on conservative assumptions (i.e., fiscal multiplier of 1 and resumption of private investments enough to recover only half of the drop since 2007 in 4 years), a gradual issuance of Fiscal Money bonds that starting in 2019 would peak in 2021 at €100 billion (vis-à-vis the €800+ billion of Italy’s total fiscal revenue) and continue steadily thereafter would raise GDP growth to 3% in 2019-2021 and between 1.5% and 2% thereafter,  thereby generating tax revenues sufficient to offset the tax rebates coming due.

Were the program to under-perform, due to temporary difficulties, safeguard measures would kick in automatically and restore fiscal compliance through: financing select public expenditures with Fiscal Money (instead of euro); raising taxes and simultaneously allocating additional Fiscal Money bonds; incentivizing Fiscal Money bondholders to reschedule their use for tax rebates by enhancing their bond value; and placing Fiscal Money bonds in the market (in exchange for euros). These measures would raise the needed euro cash while avoiding procyclical effects and, importantly, would prevent market uncertainties. The high cover ratio (that is, the ratio between government gross receipts and tax rebates coming due) would make them sustainable.

By activating a Fiscal Money program, Italy would revamp growth without asking anything of anybody: no European treaty revisions; no financial transfers from other countries; and no recourse to the capital market. Public debt would stop growing and start declining relative to GDP, thus attaining the Fiscal Compact goal. And if Italy were ever to lessen fiscal discipline and over-issue Fiscal Money, only its recipients would take the hit since the value of the instrument would fall without hurting the euro or creating default risk (Fiscal Money itself is default-free and the safeguards would protect investors against higher cross-default risk on debt-instruments). In any case, the large cover ratio would make this scenario totally unlikely.

Have we found the “philosopher’s stone”? Certainly not. In an economy with large resource slack, the multiplier and the investment accelerator work their effects largely on output and moderately on prices. And if external leakages are contained (through increased competitiveness), the impact on aggregate demand would be the largest. Finally, revamping demand will benefit productivity and long-term growth, which have both dramatically declined after decades of public and private investment contraction. The so oft-invoked “structural reforms” would do nothing to change expectations and jumpstart growth without a strong and sustained positive demand shock.

Is this a step toward Italexit? Not at all. As Fiscal Money addresses the dire consequences of the Eurosystem’s dysfunctions for Italy, exit is no longer needed. Also, based on our proposal, the total stock of Fiscal Money bonds in circulation would never exceed €200 billion – a very small fraction compared to the stock of bank deposits (€4 trillion) and government debt bonds (€2 trillion) outstanding: Fiscal Money would only integrate existing financial assets, not replace them, while the euro would remain the country’s unit of account.

Fiscal Money is about mobilizing unutilized resources, accelerating investment, and inducing banks to resume lending in a national economy that has lost monetary sovereignty and exhausted the space for conventional active fiscal policy.  



The Group of Fiscal Money, Italy

Biagio Bossone

Marco Cattaneo

Massimo Costa

Stefano Sylos Labini



martedì 23 aprile 2019

Aggiornamento Progetto Moneta Fiscale / CCF

La più recente versione del Progetto Moneta Fiscale / CCF, aggiornata sulla base dell'ultimo DEF, è disponibile tramite questo link.

Grazie a Francesco Chini per la consueta consulenza informatica.

lunedì 8 aprile 2019

I CCF sono politica fiscale, non politica monetaria


Marco Mori fa notare che l’articolo 3 del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) afferma (comma 1c) che, tra i settori in cui l’Unione ha competenza esclusiva, rientra la “politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro”.

Ne tra quindi la conclusione che il progetto Moneta Fiscale / Certificati di Credito Fiscale costituirebbe una violazione di quell’articolo.

Ma è una conclusione sbagliata.

La politica fiscale è l’insieme degli atti posti in essere da uno Stato per definire dimensioni e allocazione della spesa pubblica, nonché dimensioni e ripartizione del prelievo di tasse, imposte, accise, contributi eccetera.

La politica monetaria riguarda invece gli interventi sui tassi d’interesse e sul credito, nonché la regolamentazione delle istituzioni finanziarie.

E’ quindi evidente che emettere MF / CCF è un’azione di politica fiscale, non di politica monetaria.

Immaginiamo, del resto, che lo Stato emetta titoli di Stato e li assegni direttamente a cittadini e aziende, ad esempio per pagare stipendi di dipendenti pubblici e forniture della pubblica amministrazione. E che promuova anche un circuito che consenta ai possessori di titoli di Stato di scambiarseli direttamente (se lo desiderano) per regolare transazioni private.

In effetti è quello che noi del Gruppo Moneta Fiscale intendiamo fare con i CCF.

Sarebbe un’azione molto meno efficace se realizzata con gli attuali titoli di Stato e non con i CCF, in quanto non otterrebbe il risultato di evitare la formazione di nuovo deficit pubblico e nuovo debito pubblico ai sensi del trattato di Maastricht (ricordo che i CCF NON rientrano nel Maastricht Debt, al contrario dei titoli di debito).

Però potrebbe comunque dar luogo a risultati interessanti, quali (1) la possibilità di collocare debito pubblico senza costi di intermediazione da pagare al settore finanziario, e (2) l’incremento di liquidità dei titoli di debito.

E’ evidente che un’azione di questo tipo sarebbe semplicemente una diversa modalità per condurre la politica fiscale. Non costituirebbe un’azione di politica monetaria.

Tra l’altro, Stefano Sylos Labini ricorda che la tangente Enimont fu pagata in titoli di Stato. E nel caso in cui si ritenga l’esempio un po’ dubbio, visto che si trattava di una transazione illecita (Sergio Cusani si è fatto otto anni a San Vittore per questo…), a me personalmente è accaduto di negoziare più di una transazione immobiliare con pagamento in titoli di Stato.

Utilizzare i titoli di Stato, e domani i CCF, come strumento di scambio non è quindi nulla di inusitato.

Ed emettere CCF è politica fiscale, non politica monetaria.