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mercoledì 14 agosto 2019

Certificati di Compensazione Fiscale

In attesa di scoprire se la "crisi di governo" diventerà una crisi di governo, abbiamo ragionato sulla denominazione del progetto - in particolare, noi del Gruppo Moneta Fiscale e Pino Cabras, su cui, qualunque cosa accada, faccio pieno affidamento per continuare a promuoverlo a livello politico.

Fermo restando che rimane in essere l'ormai "storica" sigla CCF, il significato di quest'ultima è stato modificato da Certificati di Credito Fiscale in

CERTIFICATI DI COMPENSAZIONE FISCALE

La nuova denominazione riflette molto meglio la natura del titolo. Non è legal tender money. Non è un credito destinato a essere rimborsato cash.

E' un titolo che dà diritto appunto a compensare, quindi a ridurre, pagamenti altrimenti da effettuare nei confronti della Pubblica Amministrazione.

sabato 11 maggio 2019

Vincoli temporali all'utilizzo dei CCF


Fin dalla prima formulazione, ho proposto l’introduzione dei CCF (Certificati di Credito Fiscale) con un differimento temporale tra la data di emissione / assegnazione, e la data in cui diventano utilizzabili per ridurre pagamenti all’erario.

Per esempio, un CCF viene emesso il 1° gennaio 2020 e diventa utilizzabile (nel senso sopra definito) a partire dal 1° gennaio 2022.

Lo scopo è di dare tempo all’assegnazione dei CCF di stimolare la domanda e l’attività economica, con il conseguente incremento di PIL e di entrate fiscali, in modo che al momento dell’utilizzo (nell’esempio, nel 2022) la ripresa compensi i minori incassi dovuti all’utilizzo stesso.

Ricordo che i CCF, incorporando un diritto patrimoniale futuro ma certo (il diritto a sconti d'imposta), hanno valore fin dal momento dell'emissione: così come un CTZ a due anni ha valore già oggi, anche se fino alla scadenza finale non dà diritto ad alcun beneficio finanziario.

La scelta dei due anni come periodo di differimento è, in qualche modo, arbitraria, nel senso che non esistono fattori tecnici sulla base dei quali non si possa scegliere un periodo più lungo, o uno più breve.

La mia idea era di avere un differimento abbastanza lungo per permettere di beneficiare della ripresa della domanda; ma non troppo lungo, perché altrimenti nei percettori dei CCF potrebbe crearsi un qualche tipo di dubbio sul valore di un beneficio economico al momento non conseguito, e rimandato a un futuro troppo distante (o percepito come tale).

Due anni mi pareva (e mi pare) un compromesso sensato tra queste due esigenze.

Vari interlocutori, tuttavia, mi hanno manifestato la sensazione che sarebbe più cauto un periodo di differimento più lungo, per avere sicurezze ancora maggiori in merito alla generazione di entrate fiscali compensative.

Una variante da prendere in considerazione potrebbe essere di distribuire CCF in parte minore, a utilizzabilità immediata; e in parte maggiore, con un periodo di differimento, ad esempio, di tre anni.

Qualcosa del tipo: il 20% del CCF sono a utilizzabilità immediata, l’80% differita di tre anni. La media del periodo di differimento è 2,4 anni, quindi superiore a 2.

Il vantaggio di questa variante è che una parte dei CCF sono utilizzabili subito, e quindi viene a cadere ogni dubbio sul fatto che abbiano un effettivo valore. Il che si riflette positivamente anche sulla valutazione percepita dei CCF “differiti”.

In pratica, il CCF “immediato” è un “euro fiscale”, il CCF “differito” un titolo simile a un normale BTP o CTZ che a scadenza viene rimborsato non in euro ma in “euro fiscali”.

Tra parentesi, tutte le valutazioni che abbiamo effettuato (vedi qui da pag. 16 a pag. 19) sono basate sull’ipotesi che i CCF vengano utilizzati (per conseguire sconti fiscali) nell’esatto momento in cui termina il periodo di differimento.

In realtà una parte, forse consistente, degli ”euro fiscali” che si conseguono quando questo periodo termina (o fin da subito, se emettiamo, in parte, anche CCF “non differiti”) circoleranno in transazioni tra privati per un certo periodo di tempo, prima dell’utilizzo finale.

Si può anche ottenere un effetto di estensione di questo periodo dando la possibilità di mantenere gli “euro fiscali” su conti che offrono una remunerazione leggermente più alta dei normali conti correnti in euro (oggi è facile, visto che i conti bancari rendono zero…). Per esempio 1% in più.

I conti correnti sarebbero comunque, in qualsiasi momento, utilizzabili per effettuare pagamenti a controparti che accettino gli “euro fiscali”. I possessori tenderanno invece a differire, almeno in una certa misura, l'utilizzo per conseguire sconti fiscali, allo scopo di beneficiare degli interessi.


lunedì 6 maggio 2019

MMT e Moneta Fiscale


Il dibattito sulla Modern Monetary Theory sta salendo di intensità, negli USA e di conseguenza anche nel resto del mondo, a causa tra l’altro dell’interesse manifestato da importanti esponenti del partito democratico quali Bernie Sanders ed Alexandra Ocasio-Cortez, nonché del ruolo di Stephanie Kelton quale consulente economico di Sanders.

Il progetto progetto Moneta Fiscale / CCF può essere considerato, in larga misura, l’applicazione all’Eurozona dei concetti fondamentali che caratterizzano la MMT.

Un aspetto paradossale, in tutto questo, è che quando ho iniziato a sviluppare i CCF, della MMT non sapevo pressoché nulla. E’ vero che una delle mie due fonti di ispirazione sono stati i Tax-Backed Bonds di Warren Mosler e Philip Pilkington (l’altra, i MEFO bills di Hjalmar Schacht).

Ma a parte questo, la MMT la conoscevo, in pratica, solo di nome, ed ero stato fuorviato da alcune rappresentazioni del tutto fuori luogo, formulate da economisti non-MMT.

Il primissimo post di questo blog, che avevo scritto in forma di domande e risposte (in pratica, un’autointervista) contiene quanto segue.

D. Una digressione teorica, a questo punto: quello che dici suona simile alle affermazioni della Modern Monetary Theory, una scuola eterodossa di pensiero economico di cui ultimamente si parla parecchio.

R. Guarda, non ne sono un profondo conoscitore. Di sicuro la MMT ha avuto il merito di diffondere la conoscenza di due elementi chiave per comprendere l’attuale crisi, soprattutto nel contesto europeo. Il primo è che uno Stato dotato di sovranità monetaria, che si indebita nella sua valuta, può sempre evitare il default essendo in grado di emettere moneta per ripagare il debito. Ovvio dirai tu, ma forse non per chi ha progettato l’euro…

D. Il secondo elemento ?

R. Il fatto che, in una situazione di economica depressa, di trappola della liquidità, dove i tassi d’interesse sono pressoché azzerati ma questo è insufficiente a riportare l’economia alla piena occupazione, è possibile sostenere la domanda stampando moneta, senza che ci sia da preoccuparsi né dell’inflazione né dei tassi d’interesse. Questo è un punto importantissimo e, come abbiamo visto, non compreso da parecchi insigni politici ed economisti.

D. Su altre cose la MMT ti lascia invece dei dubbi.

R. Con riserva di approfondirla, mi pare che la MMT abbia sviluppato argomentazioni che faccio fatica a seguire, e che quindi mi risultano dubbie, sul fatto che l’espansione monetaria può e deve essere perseguita anche dopo che l’economia è tornata alla piena occupazione.

D. Questo non lo condividi.

R. No, e i motivi risultano chiari ripercorrendo il dibattito economico del secondo dopoguerra. Le politiche di sostegno della domanda hanno goduto in quel periodo di grande notorietà e successo, creando però equivoci e quindi rischi di abusi. Se il sistema economico è già in situazione di piena occupazione, il sostegno della domanda si scontra con il limite fisico di capacità produttiva che in quel momento esiste. C’è più domanda che capacità, in altri termini.

D. Quindi se spingo la domanda oltre quei livelli, per esempio aumentando la spesa pubblica…

R. …non riesco a espandere la produzione. Se il sostegno della domanda è finanziato con emissione di moneta, faccio salire i prezzi. Se è finanziato con emissione di debito, faccio salire i tassi d’interesse e quindi calano altre forme di domanda – consumi, investimenti delle aziende, export perché si rafforza il cambio.

Dal che è evidente che a fine 2012 – inizio 2013 della MMT sapevo solo quanto ne avevo letto in alcune sintesi (errate e di seconda mano). Il concetto che “se il sistema economico è già in situazione di piena occupazione, il sostegno alla domanda si scontra con il limite fisico di capacità produttiva” è assolutamente basilare ed espresso con totale chiarezza dagli economisti MMT. Ed è totalmente omogeneo alle conclusioni a cui ero arrivato per conto mio, come ho potuto verificare quando ho letto gli autori MMT invece di basarmi su rappresentazioni fuorvianti.

L’omogeneità del progetto MF / CCF ai principi MMT sta nel fatto che i Certificati di Credito Fiscale possono svolgere, in stati appartenenti a un’unione monetaria, la funzione di regolazione del deficit pubblico necessaria a perseguire, contemporaneamente, piena occupazione e stabilità dei prezzi.

Funzione normalmente attuabile emettendo moneta sovrana (nei paesi che non hanno rinunciato ad averne una, cioè praticamente tutti quelli minimamente rilevanti nell’ambito dell’economia mondiale – Eurozona esclusa).

Personalmente, mi ritengo al 95% in sintonia con l’impostazione MMT, così come descritta nel recentissimo testo di Mitchell, Wray e Watts (il più significativo e aggiornato sull’argomento, a mio parere).

Già che ci sono (ne ho già parlato, ma ritornerò su entrambi i temi) cito anche che cosa costituisce il 5% di non-(totale)-sintonia.

Primo, la tendenza della MMT a trascurare le implicazioni geopolitiche e di lungo termine dei deficit commerciali: il deficit commerciale di paesi dotati di moneta sovrana è descritto grosso modo come la capacità di ottenere beni e servizi in cambio di “carta”. Quindi una condizione favorevole, sotto molti aspetti.

Ma è anche l’indicazione che si sta perdendo base produttiva a favore di altri paesi. Il che ha implicazioni molto meno positive, anche se non immediate.

Secondo, la necessità (perlomeno, sulla base dell’esposizione di Mitchell, Wray e Watts nel libro citato) di elaborare meglio la spiegazione dei fenomeni inflattivi.

Per chiarire: Mitchell, Wray e Watts parlano frequentemente di “inflazione da costi” soprattutto con riferimento alle crisi petrolifere degli anni Settanta. Ma in effetti anche quei fenomeni inflattivi sono stati la conseguenza di uno squilibrio tra domanda e reddito potenziale del sistema economico. Solo, diversamente da molti altri casi, l’origine dello squilibrio non è stata una crescita troppo rapida della domanda, ma una caduta del reddito potenziale dovuta all’impennata dei prezzi di specifici input produttivi.

Su scala più accentuata, del resto, anche i citatissimi (a sproposito) fenomeni di iperinflazione (Weimar, Zimbabwe, Venezuela) sono stati prodotti da crolli del reddito potenziale dovuti a turbolenze politiche.

Al di là di approfondimenti su questi temi, comunque, mi sento tranquillamente di affermare che il progetto Moneta Fiscale / CCF è una modalità (credo la più semplice ed efficace, quantomeno tra tutte le idee e proposte che sono stato in grado di formulare o di cui ho sentito parlare) di applicazione dei principi MMT alle specificità dell’Eurozona.


lunedì 8 aprile 2019

I CCF sono politica fiscale, non politica monetaria


Marco Mori fa notare che l’articolo 3 del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) afferma (comma 1c) che, tra i settori in cui l’Unione ha competenza esclusiva, rientra la “politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro”.

Ne tra quindi la conclusione che il progetto Moneta Fiscale / Certificati di Credito Fiscale costituirebbe una violazione di quell’articolo.

Ma è una conclusione sbagliata.

La politica fiscale è l’insieme degli atti posti in essere da uno Stato per definire dimensioni e allocazione della spesa pubblica, nonché dimensioni e ripartizione del prelievo di tasse, imposte, accise, contributi eccetera.

La politica monetaria riguarda invece gli interventi sui tassi d’interesse e sul credito, nonché la regolamentazione delle istituzioni finanziarie.

E’ quindi evidente che emettere MF / CCF è un’azione di politica fiscale, non di politica monetaria.

Immaginiamo, del resto, che lo Stato emetta titoli di Stato e li assegni direttamente a cittadini e aziende, ad esempio per pagare stipendi di dipendenti pubblici e forniture della pubblica amministrazione. E che promuova anche un circuito che consenta ai possessori di titoli di Stato di scambiarseli direttamente (se lo desiderano) per regolare transazioni private.

In effetti è quello che noi del Gruppo Moneta Fiscale intendiamo fare con i CCF.

Sarebbe un’azione molto meno efficace se realizzata con gli attuali titoli di Stato e non con i CCF, in quanto non otterrebbe il risultato di evitare la formazione di nuovo deficit pubblico e nuovo debito pubblico ai sensi del trattato di Maastricht (ricordo che i CCF NON rientrano nel Maastricht Debt, al contrario dei titoli di debito).

Però potrebbe comunque dar luogo a risultati interessanti, quali (1) la possibilità di collocare debito pubblico senza costi di intermediazione da pagare al settore finanziario, e (2) l’incremento di liquidità dei titoli di debito.

E’ evidente che un’azione di questo tipo sarebbe semplicemente una diversa modalità per condurre la politica fiscale. Non costituirebbe un’azione di politica monetaria.

Tra l’altro, Stefano Sylos Labini ricorda che la tangente Enimont fu pagata in titoli di Stato. E nel caso in cui si ritenga l’esempio un po’ dubbio, visto che si trattava di una transazione illecita (Sergio Cusani si è fatto otto anni a San Vittore per questo…), a me personalmente è accaduto di negoziare più di una transazione immobiliare con pagamento in titoli di Stato.

Utilizzare i titoli di Stato, e domani i CCF, come strumento di scambio non è quindi nulla di inusitato.

Ed emettere CCF è politica fiscale, non politica monetaria.


giovedì 21 marzo 2019

La nostra risposta a CESifo

Come Gruppo della Moneta Fiscale abbiamo pubblicato pochi giorni fa la nostra risposta alle obiezioni formulate dal think tank tedesco CESifo in merito al progetto Moneta Fiscale / Certificati di Credito Fiscale.

Qui l'articolo, che riprende con varie estensioni i contenuti già pubblicati in italiano qui.

mercoledì 5 dicembre 2018

Non sono un politico - ma...


A volte me lo rimproverano. Non sono un politico, sono un tecnico dell’economia e della finanza. Ragionare in termini politici non è la cosa che mi riesce più spontanea. E gestire la complessa situazione dell’Italia nell’ambito dell’Eurozona è sicuramente un tema che richiede forti doti di comunicazione, persuasione, tattica negoziale. Doti politiche, in altri termini.

Però qualcuno mi dovrebbe spiegare perché l’Italia è partita impostando una legge di bilancio con una previsione di deficit / PIL al 2,4% e nello stesso tempo riconoscendo che gli eurorequisiti ne risultavano non rispettati.

Naturalmente venivano anche addotte argomentazioni logiche, solide, fondate, condivisibili in base alle quali questo mancato rispetto era necessario, per dare all’Italia possibilità di recupero dall’attuale, del tutto insoddisfacente, contesto economico, nonché per condurre il debito / PIL su una traiettoria di riduzione. Perché la riduzione si ottiene solo riportando l’economia italiana ad esprimere il suo potenziale produttivo: incrementando il denominatore, in altri termini.

Problema: era totalmente noto, in partenza, che la UE su questo argomento avrebbe avuto una differente opinione.

Non era più coerente invece approfondire il progetto CCF / Moneta Fiscale, comprendere che non viola nessun trattato e nessun regolamento, e utilizzare quello per attuare le azioni espansive di cui l’economia italiana ha bisogno ?

E impostare fin da subito una legge di bilancio dichiarando che era totalmente in regola con gli eurorequisiti, in quanto l’immissione del necessario potere d’acquisto nell’economia italiana è garantita via CCF / MF ?

La UE sarebbe comunque stata in disaccordo ? sul pieno dei trattati e dei regolamenti, il disaccordo è infondato. E comunque non c’era nulla da guadagnare affermando “emettiamo più debito del consentito ma ci serve”. Molto, ma molto meglio: otteniamo quanto ci serve senza emettere maggior debito.

Dove per debito si intende il Maastricht Debt, quello da rimborsare in euro, quello che ti rende dipendente dai mercati finanziari. Dipendenza da cui, invece, i CCF ti svincolano.

Si poteva fare, e non si è fatto. Approccio politico sbagliato ? credo, invece, mancanza di conoscenza e di approfondimento dello strumento tecnico.

Adesso bisogna correggere la rotta. Era meglio farlo prima, ma comunque si può. E si deve.


mercoledì 28 novembre 2018

Sterili atteggiamenti di sfida


Mi era sfuggito un commento apparso pochi giorni fa (22.11.2018) nel sito Eurointelligence.com, gestito da Wolfgang Munchau (editorialista del Financial Times e, di tanto in tanto, anche del Corriere della Sera).

Non so se l’autore del commento sia Munchau stesso (un europeista critico, favorevole al processo di integrazione ma con forti dubbi sul modo in cui lo si sta ponendo – o non ponendo - in atto). Alcuni collaboratori del sito (gli articoli non sono firmati) hanno posizioni maggiormente pro-UE rispetto a Munchau.

Ad ogni modo, un passaggio su cui riflettere è il seguente.

“Abbiamo segnalato, in passato, che esistono strategie intelligenti per sfidare la UE e le sue troppo rigide regole fiscali. Può essere fatto alla maniera francese, oppure è possibile espandere la spesa mediante vouchers che agiscono come una moneta parallela. Quello che non si può fare è ignorare le regole, e non fare altro. Un atteggiamento di sfida puro e semplice non funziona”.

La “maniera francese”, per intenderci (ma si potrebbe chiamarla, ancora più appropriatamente, “maniera spagnola”) è presentare una previsione che rispetta le regole, sapendo in partenza che a consuntivo si sforerà. Rispetto formale e violazione sostanziale, in altri termini.

I vouchers citati come alternativa possono invece prendere la forma dei Certificati di Credito Fiscale, ben noti ai lettori di questo blog: strumenti utilizzabili per effettuare un’azione espansiva sull’economia, senza incrementare il Maastricht Debt.

Effettivamente, il governo italiano per ora non ha fatto né l’una né l’altra cosa. Ha presentato una legge di bilancio che comporta una modesta (e comunque insufficiente) azione espansiva, affermando che violava le regole ma che la violazione era necessaria e giustificata.

Quest’ultima affermazione è corretta, ma la sua correttezza non è, di per sé, d’aiuto. Il clamore mediatico e le turbolenze di mercato che si sono generate hanno, sicuramente, complicato la situazione.

Munchau (o chi per esso) ha ragione quando afferma che l’atteggiamento di sfida dal punto di vista tattico non paga (magari invece porta consensi elettorali, ma da un certo momento in poi conteranno i risultati, non le sensazioni del momento).

Naturalmente la via che preferisco è quella dei vouchers, altrimenti detto dei CCF, che tra l’altro evita le ipocrisie dell’alternativa “franco-spagnola”. E, soprattutto, consente di avviare la ripresa dell’economia riducendo – in contemporanea – la dipendenza dai mercati finanziari.

Era meglio partire fin da subito così: toni sfumati, e lanciare i CCF.

E’ andata diversamente, e il passato non si può cambiare. Da qui in poi, tuttavia, è fondamentale correggere il tiro.

Lo spiegavo qui, e ne sono sempre più convinto.


mercoledì 24 ottobre 2018

Economia italiana: tre problemi e una soluzione


PRIMO PROBLEMA: un pesantissimo output gap - altrimenti detto, un enorme sottoutilizzo di risorse produttive, che significa altissima disoccupazione e sottoccupazione.

SECONDO PROBLEMA: il debito da rifinanziare in moneta estera – il Maastricht Debt – è rischioso ed è elevato rispetto al PIL. Va quindi trovata una strategia per ridurlo progressivamente. Ma questa strategia è inefficace, anzi controproducente per non dire distruttiva – come visto nel 2011-2014 – se si pretende di attuarla con tagli e tasse.

TERZO PROBLEMA: la rottura dell’euro con ridenominazione in Nuove Lire del debito esistente è però operativamente complessa, è destabilizzante, e non esiste il necessario consenso politico per attuarla.

Non si risolve nulla con modesti sforamenti (rispetto alle richieste UE) del rapporto deficit / PIL: sono insufficienti per rilanciare la crescita in misura adeguata, ma sufficienti invece per agitare le acque sul piano dei rapporti politici e dell’incertezza sui mercati.

LA SOLUZIONE – non credo che ne esistano altre, al di là di possibili varianti tecniche – è emettere una attività finanziaria che abbia valore, quindi dia potere d’acquisto chi la riceve, e funzioni anche come intermediario di scambio.

Un'attività finanziaria (vedi il link precedente) che non rientra nel Maastricht Debt e che quindi può essere emessa in misura tale da produrre una forte ripresa dell’economia, riducendo nel frattempo, in modo costante e significativo, il rapporto Maastricht Debt / PIL.

Lasciamoci i timori alle spalle, e procediamo. Si sa come fare: i CCF hanno tutte le caratteristiche appropriate per raggiungere l’obiettivo.

Serve visione, coerenza, coraggio politico.

Ma non esistono alternative sensate.


sabato 20 ottobre 2018

L'interlocutore dell'Italia non è la UE: sono i mercati


L’attuale tensione in merito alla legge di bilancio italiana per il 2019 viene descritta come un conflitto tra l’Italia e la UE. E i toni sono, effettivamente, molto accesi.

Ricordiamoci, tuttavia, che il vero interlocutore dell’Italia non è la UE, e neanche singole nazioni quali Germania o Francia (per quanto nella UE abbiano un peso politico particolarmente elevato).

La UE dà “consigli” e “raccomandazioni” (seguendo le quali l’economia italiana si è ridotta nelle condizioni attuali…) ma non dà soldi né fornisce garanzie.

La UE è un consulente: la paghiamo noi (siamo contribuenti netti), diamo soldi noi e forniamo noi garanzie per altri paesi (e non viceversa) tramite i fondi salvastati. Un consulente il cui contributo alla soluzione dei problemi economici italiani non è stato esattamente brillantissimo - e che per di più si pone in termini e toni che un consulente, nei confronti del suo cliente, non userebbe mai (e se lo facesse il suo incarico non durerebbe a lungo…).

Ma al di là di questo, il punto chiave è che i soldi li danno i mercati. E’ così perché l’Italia è indebitata in una moneta che non emette. Un errore enorme, ma questa è la situazione odierna.

E i mercati devono essere convinti che l’Italia sia in grado di ridurre (in proporzione al PIL) il Maastricht Debt, il debito in euro che deve essere collocato e rifinanziato.

Come è possibile ? introducendo uno strumento finanziario che non è debito (i CCF) per effettuare azioni di politica economica espansiva.

In queste condizioni sarà possibile mostrare in modo assolutamente convincente che la strategia di riduzione del Maastricht Debt (in rapporto al PIL) esiste, è solida e fondata.

Questa è le linea da adottare, e questa è la logica sottostante. Da spiegare al mercato, non alla UE.


lunedì 24 settembre 2018

CCF e bilancia commerciale


Per qualche strana ragione, un’obiezione ricorrente che mi sento formulare riguardo al progetto Moneta Fiscale / CCF è che produrrebbe squilibri nei saldi commerciali esteri, in quanto una parte rilevante del maggiore potere d’acquisto in circolazione si rivolgerebbe all’acquisto di prodotti stranieri.

In generale, politiche espansive dal lato della domanda incontrano – a parità di altre condizioni - un limite dovuto alla bilancia commerciale. Oggi per la verità c’è molto margine, perché l’Italia ha da anni un surplus di 50 miliardi abbondanti. Ma il limite effettivamente esiste, se non siamo in grado di abbinare all’azione espansiva un miglioramento di competitività delle aziende localizzate in Italia. Miglioramento che potrebbe essere ottenuto in tempi molto rapidi solo – si afferma - tramite un riallineamento valutario: altrimenti detto, tramite l’uscita dall’euro e la svalutazione della Nuova Lira.

Questa obiezione è sorprendente perché fin dalla sua primissima formulazione, il progetto CCF prevede di erogarli anche alle aziende, in funzione dei costi di lavoro sostenuti. Altrimenti detto: il datore di lavoro sostiene un determinato costo lordo in euro, ma l’assegnazione di Certificati di Credito Fiscale riduce il costo effettivo.

Tanto è vero che il primissimo articolo da me pubblicato sul tema (sul Sole 24 Ore, nientemeno: era l’ormai lontano 31 ottobre 2012) aveva come titolo “Certificati di credito per il cuneo”.

Magari in seguito io e i miei colleghi del Gruppo della Moneta Fiscale abbiamo dato meno enfasi a questo aspetto della proposta: meno, intendo, rispetto a quanto sarebbe stato opportuno. Forse proprio perché lo davamo per evidente ed acquisito. Comunque tutte le esposizioni del progetto l’hanno debitamente menzionato.

In effetti, emettere CCF mette nelle mani del governo due macroleve di intervento sull’economia: una che agisce sulla domanda interna (i CCF assegnati a lavoratori, pensionati, a integrazione della spesa sociale, a rafforzamento degli investimenti pubblici), e un’altra (l’azione sul cuneo fiscale, appunto) che interviene sulla competitività aziendale.

Nelle varie formulazioni del progetto, uno split tipico è tre quarti sulla domanda interna, un quarto sulla competitività. Una proporzione plausibile, che richiama l’incidenza dell’import e dell’export sul PIL italiano (incidenza che,  appunto, è intorno al 25%).

E’ sicuro che sia la proporzione giusta per evitare una parziale dispersione dell’impulso espansivo a causa del deterioramento dei conti con l’estero ? sicuro no, in quanto stimare l’elasticità di import ed export alla domanda interna da un lato, e al costo del lavoro dall’altro, è un esercizio complesso.

Tuttavia, la “manopola cuneo fiscale” può essere facilmente regolata in corso d’opera. L’allocazione dei CCF a riduzione del cuneo può essere aumentata o diminuita via via che si constata, eventualmente, una riduzione del surplus commerciale estero – o, al contrario, un suo incremento: anch’esso da evitare, perché l’obiettivo non è di seguire la Germania lungo la via, destabilizzante, del mercantilismo. E’ di rilanciare produzione e occupazione a saldi commerciali esteri invariati.

Un'ulteriore obiezione è che riducendo il costo del lavoro effettivo delle aziende (tramite, lo preciso perché pure qui nascono equivoci, allocazione di CCF, non riduzione di salari netti - che anzi si accresceranno, perché i CCF vengono assegnati anche ai lavoratori) si creano sì le condizioni per migliorarne la competitività: ma solo se le aziende abbassano i prezzi.

Questo, tuttavia, è vero anche nel caso di una svalutazione. Le aziende italiane non vendevano all’estero (e non venderanno in futuro, ove mai si andasse al breakup) in lire, ma in dollari, yen, sterline, franchi svizzeri, marchi. L’adeguamento dei listini era sempre necessario.

Ma è anche facile e molto conveniente attuarlo, nel momento in cui permette alle aziende di aumentare, a parità di margine di contribuzione unitario, le quantità prodotte e vendute. Soprattutto se nel sistema economico esiste (ed oggi è così) un ampio livello di capacità produttiva inutilizzata, che consente di migliorare i margini di contribuzione totali senza aumentare i costi fissi.


lunedì 10 settembre 2018

I disallineamenti di interessi che la Moneta Fiscale risolve


A ulteriore chiarimento dell'ultimo post ed elaborando alcuni commenti di Biagio Bossone, va sottolineato che il progetto Moneta Fiscale / CCF risolve due fondamentali disallineamenti d’interessi: quello tra l’Italia e i mercati finanziari, nonché quello tra l’Italia e la UE.

Il progetto MF / CCF consente infatti di rilanciare la crescita italiana e nello stesso tempo di bloccare definitivamente l’incremento del Maastricht Debt: il debito su cui il paese emittente può essere forzato al default, in quanto è denominato in una moneta emessa da terzi.

Incrementare il Maastricht Debt aumenta la dipendenza dai mercati finanziari, e i rischi connessi. Questo pone gli interessi italiani in contrapposizione rispetto a quelli dei mercati.

D’altra parte, il Maastricht Debt italiano è sostenibile solo a condizione di ridurlo, in modo graduale ma continuo, rispetto al PIL. Se questo non avviene il rischio di default, o di rottura dell’Eurozona, è sempre presente. Ed entrambe queste possibilità sono altamente rischiose, oltre che per i mercati, anche e soprattutto per la UE.

La UE insiste quindi sul contenimento del Maastricht Debt, ma se questo ha come conseguenza (come è accaduto, pesantissimamente, nel 2011-2013) la compressione del PIL, il rapporto aumenta invece di diminuire.

Occorre quindi uno strumento di espansione della domanda, della produzione e dell’occupazione che agisca senza incrementare il Maastricht Debt. Identificare e utilizzare questo strumento è indispensabile per l’Italia, ma è anche una via estremamente appropriata per ridurre i fattori di instabilità che continuano a caratterizzare l’Eurozona.

Il progetto MF / CCF ha le caratteristiche necessarie per raggiungere questo obiettivo.


mercoledì 5 settembre 2018

A volte mi sembra così banale...


L’Eurosistema ha dei difetti strutturali gravissimi.

Ma possono essere risolti, anche senza rompere l’euro:

Se al suo fianco si introduce uno strumento finanziario

che costituisce una riserva di valore

che può essere anche utilizzato come intermediario di scambio

e che non rientra nel debito pubblico ai sensi dei trattati e delle regolamentazioni dell’Eurozona.

Se questo strumento viene emesso dallo Stato nella misura necessaria per effettuare le necessarie politiche macroeconomiche: espansione della domanda interna e miglioramento di competitività delle aziende (ad esempio, riducendo il cuneo fiscale effettivo).

E se il Maastricht Debt, il debito che deve essere finanziato sui mercati perché soggetto a rimborso in una moneta (l’euro) che lo Stato italiano non emette, cessa di aumentare in valore assoluto e si riduce rapidamente in percentuale del PIL – via via che il PIL cresce.

Lo strumento necessario è stato definito in tutte le sue caratteristiche fondamentali, ed è la Moneta Fiscale, nella forma dei Certificati di Credito Fiscale.


lunedì 6 agosto 2018

CCF: eppure non è complicato


se si studia la proposta con attenzione:

Introdurre i Certificati di Credito Fiscale (CCF).

Utilizzarli per rilanciare la domanda interna e migliorare la competitività delle imprese.

Privilegiare investimenti pubblici, rilancio del pubblico impiego, sostegno alle fasce sociali deboli, riduzione del cuneo fiscale a beneficio delle imprese.

Proseguire fino a che si riassorbe tutta la disoccupazione e la sottoccupazione prodotta dalla crisi (se non si va oltre, non si innesca inflazione eccessiva).

La riduzione del cuneo fiscale massimizza l’impatto dell’azione espansiva perché evita peggioramenti nei saldi commerciali esteri.

Bloccare una volta per tutte l’incremento del debito pubblico da rimborsare in euro (il debito vero, il Maastricht Debt).

I CCF possono essere introdotti in congiunzione con un sistema di clausole di salvaguardia che evita qualsiasi possibile obiezione in merito all’assenza di coperture.

L’ammontare dei CCF utilizzabili per sconti fiscali resterà sempre e comunque una modesta frazione degli incassi lordi del settore pubblico.

CCF possono anche essere emessi per rifinanziare debito pubblico via via che giunge a scadenza, riducendo progressivamente le passività su cui lo Stato può essere forzato al default.

Non c’è violazione di alcun trattato o regolamento UE.

Non c’è nessuna richiesta di risorse finanziarie supplementari al mercato dei capitali.

La presenza dell’Italia nell’Eurosistema sotto queste condizioni è stabile e sostenibile.


lunedì 16 luglio 2018

A che cosa puntano Tria e Savona


Come intende muoversi il governo italiano nei confronti della UE, in vista dell’importantissima legge di bilancio 2019, che sarà presentata tra settembre e ottobre ?

Leggendo le dichiarazioni di (in particolare) Giovanni Tria e Paolo Savona, emerge con chiarezza quanto segue.

Il contratto di governo M5S – Lega prevede un impulso fiscale espansivo (potere d’acquisto immesso nell’economia sotto forma di maggiori spese, maggiori trasferimenti, maggiori investimenti, minori tasse) di un ordine di grandezza pari a circa 100 miliardi.

L’idea è di realizzarlo frazionando gli interventi su un arco di tempo pluriennale – per esempio, tre anni.

E la priorità verrà data alla ripartenza degli investimenti pubblici, che sono tra l’altro una delle forme di impulso fiscale a più alto moltiplicatore (quindi con il maggiore effetto espansivo sul PIL).

Tutto funziona se ci si accorda con la UE in merito allo scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit.

Via via che gli investimenti daranno impulso alla crescita e di conseguenza al gettito fiscale, si creeranno gli spazi necessari per avviare e incrementare altre azioni – reddito di cittadinanza, riduzioni di tasse eccetera.

E se la UE non ci sta ? Bisogna fare altro


giovedì 5 luglio 2018

La solidità della proposta CCF / Moneta Fiscale


Quattro post da tenere costantemente sotto mano, per rispondere alla domanda consueta & ricorrente “ma se i CCF non innescano la ripresa… non è che finiamo nei guai ?”.

Perché in condizioni di domanda fortemente depressa il moltiplicatore keynesiano è particolarmente elevato: vedi qui.

Perché non ci sono dubbi che oggi la domanda in Italia SIA FORTEMENTE DEPRESSA: vedi qui.

Come è possibile strutturare un meccanismo di clausole di salvaguardia che evita, sempre e comunque, l’incremento del debito pubblico: vedi qui.

Perché anche una generazione di PIL e gettito fiscale lordo inferiore alle aspettative è comunque tranquillamente gestibile: vedi qui.


martedì 3 luglio 2018

Confucio e i CCF


Molto spesso, anzi quotidianamente, qualcuno mi chiede perché il progetto Moneta Fiscale / Certificati di Credito Fiscale non è ancora esplicitamente al centro del programma politico di questo governo – che pure, sicuramente, ha le idee molto più chiare dei precedenti in merito alle disfunzioni dell’attuale eurosistema.

La domanda è legittima e naturalmente me la pongo continuamente anch’io, tenuto conto che il mio primo articolo sul tema risale addirittura al 31 ottobre 2012. Lo trovate qui (pubblicato nientemeno che sul Sole 24Ore…).

La spiegazione a quanto pare l’ha fornita un eminente economista di nome Confucio, all’incirca 2.500 anni fa:

“Quando fai qualcosa, sappi che avrai contro quelli che volevano fare la stessa cosa, quelli che volevano fare il contrario, e la stragrande maggioranza di quelli che non volevano fare niente”.

Ma invito tutti a non perdersi d’animo e ad evitare che il pessimismo prenda il sopravvento. In primo luogo, perché è perfettamente inutile.

Secondo e più importante, perché al netto degli stessacosisti, dei farecontraristi, e dei nonfarenientisti, rimangono tante altre persone che vogliono fare le cose giuste e che hanno anche le idee sufficientemente chiare sul come.

venerdì 29 giugno 2018

Moneta Fiscale per rimettere in moto l'economia


Il nuovo governo M5S – Lega deve affrontare con la massima determinazione i gravissimi problemi che affliggono l’economia italiana. Nonostante nel 2017 abbia fatto registrare una crescita dell’1,5%, il PIL reale (corretto per l’inflazione) è stato ancora inferiore di 100  miliardi ai livelli del 2007 – dieci anni prima ! E i segnali attuali sono di rallentamento.

Le persone in povertà assoluta hanno superato i cinque milioni (da 1,7 nel 2007). Solo tassi di crescita ben più sostenuti possono avviare una vera ripresa dell’occupazione e delle condizioni economico-sociali di vasti segmenti della popolazione.

Una situazione irrisolvibile ? non sulla base della proposta elaborata da un gruppo di ricercatori, tra cui l’autore del presente articolo – Marco Cattaneo – insieme tra gli altri a Biagio Bossone, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini.

Si tratta di introdurre un nuovo strumento finanziario, i Certificati di Credito Fiscale (CCF): titoli da assegnare gratuitamente a una pluralità di soggetti – lavoratori, aziende, pensionati, disoccupati, fornitori del settore pubblico.

Un CCF permette di ridurre pagamenti futuri dovuti alla pubblica amministrazione, per qualsiasi causale (tasse, imposte, contributi, tariffe, ticket sanitari). In pratica sono diritti a sconti fiscali futuri.

Il titolare può monetizzarli in anticipo: un CCF emesso oggi, e utilizzabile come sconto fiscale a partire (ad esempio) dal 2020, ha valore fin da subito. E’ infatti negoziabile e trasferibile, e avrà un prezzo di mercato pari al valore facciale (lo sconto fiscale usufruibile alla scadenza) al netto di un modesto fattore di attualizzazione che incorpora l’effetto del differimento.

Molto probabilmente, si diffonderà anche l’utilizzo diretto dei CCF come corrispettivo di compravendite di beni e servizi. I CCF costituiscono una vera e propria forma di “Moneta Fiscale”, integrativa rispetto all’euro.

Peraltro, non essendo una moneta ad accettazione obbligatoria (ma negoziata e transata liberamente dalle parti, su base volontaria) i CCF non ledono il monopolio della BCE. L’euro rimane la moneta legale e l’unità di conto per i bilanci pubblici e privati.

Emissioni di CCF che crescono gradualmente fino a 100 miliardi annui nel giro di tre anni possono produrre una forte ripresa del PIL, a ritmi intorno al 3%.

La crescita inoltre aumenta il gettito fiscale lordo, compensando gli sconti ottenuti, a scadenza, dai titolari dei CCF. Il maggior denominatore riduce il rapporto debito pubblico / PIL, e la differenza tra spese e incassi pubblici annui (in euro) cala a zero.

Le assegnazioni di CCF andranno, inoltre, in parte alle aziende, in funzione dei costi di lavoro sostenuti. Questo riduce il costo del lavoro effettivo, migliora la competitività ed evita che la ripresa squilibri i saldi commerciali esteri: la maggiore competitività consentirà alle aziende di esportare di più e di guadagnare quote di mercato interno nei confronti della concorrenza estera, compensando le maggiori importazioni dovute alla ripresa.

Si raggiungono così anche le finalità del Fiscal Compact. L’Eurosistema prevede che la BCE garantisca i debiti pubblici purché ogni paese s’impegni al pareggio di bilancio e a ridurre il rapporto debito / PIL. In pratica la BCE garantisce gli attuali livelli di debito, purché non si incrementino.

Ma i CCF non sono debito da rimborsare. Lo stato emittente si impegna solo ad accettarli a riduzione di pagamenti futuri. Nessuna garanzia è richiesta alla BCE: il valore dei CCF è assicurato dall’impegno di accettazione dello Stato.

Tutto ciò risolve le attuali disfunzioni dell’Eurosistema senza rompere la moneta unica, e senza che l’Italia debba chiedere maggiori garanzie o sostegni finanziari a nessuno. Non è necessaria la revisione di alcun trattato. L’Italia si rimette in moto semplicemente riassorbendo la disoccupazione e quindi utilizzando l’enorme potenziale inespresso della sua economia.


venerdì 22 giugno 2018

Germania, Argentina, California: condizioni per la funzionalità della Moneta Fiscale


Un recente articolo (commentato qui) apparso su Lavoce.info, sul tema CCF, Minibot, e Moneta Fiscale in genere, riportava la seguente sorprendente affermazione: “non si può non rilevare che le rare esperienze internazionali di misure del genere qui considerato si sono rivelate dei fallimenti (Germania del 1933, Argentina, California)”.

L’affermazione è sorprendente (lascia in effetti sbigottiti) perché denota una gravissima mancanza di conoscenza dell’episodio “MEFO Bills”, che diede al contrario risultati eccezionalmente positivi. I MEFO Bills sono un diretto ispiratore del progetto CCF: se ne è parlato ampiamente in questo blog, ad esempio qui e qui.

Vale la pena però di soffermarsi sull’episodio argentino e su quello californiano, citati anche da qualche altro commentatore come esempi che confuterebbero, o quantomeno creerebbero dubbi, in merito alla validità della proposta MF / CCF.

La Moneta Fiscale consente di superare una fase di depressione dovuta a deficit di domanda all’interno di un’economia nazionale, senza creare nuovo debito e senza dover fare affidamento su collocamenti presso i mercati finanziari. Ci sono però alcune condizioni che devono essere rispettate affinché lo strumento MF funzioni. In particolare:

UNO, la MF in circolazione deve essere utilizzabile per ottenere riduzioni di impegni finanziari (in primo luogo, tasse da pagare) verso il settore pubblico, in misura pari a una frazione limitata degli impegni stessi. Se troppa MF è utilizzabile rispetto all’ammontare degli impegni finanziari, la MF perde di valore. Un esempio limite per rendere il concetto: se un comune emette 100 milioni di MF utilizzabili esclusivamente per pagare multe per divieto di sosta, e se le multe sono all’incirca 1 milione all’anno, è chiaro che il valore di quella MF tende a zero.

DUE, una parte delle emissioni di MF deve essere utilizzata per eliminare gli (eventuali) deficit di competitività nei confronti dei partner commerciali: la via più semplice è destinare quella parte delle emissioni a ridurre il cuneo fiscale. Altrimenti il maggior potere d’acquisto in circolazione finisce per rivolgersi soprattutto alle importazioni, sbilancia i saldi commerciali esteri e non avvia un’adeguata ripresa produttiva ed occupazionale nel paese che emette la MF.

La condizione UNO rende molto problematico far funzionare l’emissione di MF da parte di un ente pubblico locale. Il motivo è semplice: solo una piccola parte della raccolta tributaria è gestita dall’ente locale. Diventa quindi molto difficile emettere quantità significative di MF il cui valore sia adeguatamente garantito dall’utilizzabilità fiscale.

Questo è il problema che ha condotto, dopo pochi mesi, all’interruzione del progetto californiano del 2009. La California, per quanto si tratti di un’area economica molto evoluta e di ampie dimensioni, è uno stato USA, quindi un ente locale. La raccolta fiscale è solo in parte minore gestita dagli stati; la parte di gran lunga predominante dei pagamenti di tasse e imposte è dovuta al governo federale.

Nel caso argentino del 2001, sussisteva lo stesso problema. I titoli (che erano in effetti obbligazioni con impegno di pagamento, quindi debito, ma successivamente si diede loro valenza fiscale, trasformandoli perciò in MF) erano emessi da singole province della federazione argentina. Erano infatti noti con il nome di patacones, nome che non significa quello che a un italiano verrebbe intuitivo pensare (!) ma proviene dal fatto che il primo emittente fu la provincia della Patagonia.

Altre province seguirono, e si pensò effettivamente a emettere patacones nazionali. Ma qui entrava in gioco l’altro problema: dopo anni di cambio fisso con il dollaro, le differenze cumulate di inflazione tra Argentina e USA avevano raggiunto livelli tali che il riallineamento di competitività necessario era nell’ordine del 200% (come poi in effetti avvenne, con la rottura della convertibilidad e la svalutazione del peso). Erano differenze, in altri termini, impossibili da gestire mediante un’allocazione di CCF a riduzione del cuneo fiscale.

Il progetto MF / CCF proposto per l’Italia non soffre di nessuna di queste due controindicazioni.  I CCF possono essere emessi con valenza di Moneta Fiscale nazionale, utilizzabile per ridurre qualsiasi tipo di pagamento altrimenti dovuto nei confronti di tutto il settore pubblico italiano: non solo tributi locali ma anche e soprattutto imposte nazionali (oltre che contribuiti sanitari e pensionistici, tariffe, canoni, ecc.).

L’ammontare di emissioni necessario non supererà, in nessuno scenario prevedibile,  una modesta frazione delle entrate lorde totali del settore pubblico.

E il riallineamento di competitività necessario per l’Italia non è certo ai livelli di quello argentino del 2001. Stime plausibili, formulate sia da istituzioni finanziarie sovranazionali che da grandi banche, indicano cambi di equilibrio (se l’Italia uscisse dall’euro) della Nuova Lira circa alla pari contro dollaro (a fronte dell’attuale 1,15), mentre l’euro si assesterebbe intorno a 1,30 Nuove Lire. In altri termini, è plausibile che il riallineamento di competitività sia del 15% contro dollaro e del 30% contro euro. Non certo del 200% e più come nel caso argentino.

In sintesi, nessuno dei problemi che si sono verificati in Argentina nel 2001 e in California nel 2009 è rilevante nell’ipotesi in cui l’Italia avvii oggi un progetto MF / CCF.


giovedì 24 maggio 2018

CCF / Moneta Fiscale: aggiornamento del progetto - Maggio 2018

Ormai è una consuetudine… due volte all'anno il progetto base viene aggiornato sulla base dei dati e delle previsioni più recenti elaborate dal Ministero Economia e Finanza.

Ecco qui la versione più recente (grazie anche a Francesco Chini per la consueta collaborazione informatica).