mercoledì 14 agosto 2019

Certificati di Compensazione Fiscale

In attesa di scoprire se la "crisi di governo" diventerà una crisi di governo, abbiamo ragionato sulla denominazione del progetto - in particolare, noi del Gruppo Moneta Fiscale e Pino Cabras, su cui, qualunque cosa accada, faccio pieno affidamento per continuare a promuoverlo a livello politico.

Fermo restando che rimane in essere l'ormai "storica" sigla CCF, il significato di quest'ultima è stato modificato da Certificati di Credito Fiscale in

CERTIFICATI DI COMPENSAZIONE FISCALE

La nuova denominazione riflette molto meglio la natura del titolo. Non è legal tender money. Non è un credito destinato a essere rimborsato cash.

E' un titolo che dà diritto appunto a compensare, quindi a ridurre, pagamenti altrimenti da effettuare nei confronti della Pubblica Amministrazione.

mercoledì 7 agosto 2019

Limiti legali (da introdurre ?) all’emissione dei CCF


Devo riflettere ulteriormente su questo tema. Mi pare comunque che il il Progetto Moneta Fiscale / CCF potrebbe essere corredato da un’impalcatura giuridica che dia le massime garanzie in merito a quanto segue.

PRIMO, la crescita del Maastricht Debt sarà limitata in maniera tale da ridurre costantemente nel tempo la sua incidenza rispetto al PIL. Per esempio, il deficit / PIL massimo potrebbe essere fissato nella misura del 2% annuo.

SECONDO, la quantità di CCF che diventeranno utilizzabili, in ogni singolo anno, come sconti fiscali, rimarrà al di sotto di una percentuale – sempre per esempio – del 20% rispetto agli incassi (al lordo degli sconti fiscali stessi) della Pubblica Amministrazione. Si assicurerà in tal modo un valore dei CCF in circolazione sempre molto prossimo a quello dell’euro.

TERZO, le percentuali sopra citate potranno essere superate solo in presenza di particolari e rare condizioni congiunturali, tali da produrre una forte contrazione del PIL e, nello stesso tempo, un’inflazione nettamente inferiore al 2% (le condizioni del 2009 post crisi Lehman, per intenderci).

QUARTO, l’assetto sopra descritto risolve le disfunzioni dell’eurosistema e rende non più necessaria, né utile, la rottura della moneta unica europea.

I temi principali su cui riflettere mi sembrano essere (1) il livello delle percentuali sopra citate da introdurre nel dettato normativo, e (2) se questa impalcatura giuridica debba essere incorporata in norme di rango costituzionale.

In ogni caso, va superato l’attuale dettato dell’articolo 81 della Costituzione.

giovedì 1 agosto 2019

Spesa pubblica e luoghi comuni


Il mio interlocutore twitter @eligio68 mi invita spesso a riflettere sulla necessità di razionalizzare, efficientizzare, rendere più trasparente la spesa pubblica italiana. Ovviamente sono obiettivi di per sé condivisibili: ma aiuterebbero molto, a suo giudizio, anche l’implementazione di progetti quali i CCF / Moneta Fiscale.

Perché, secondo @eligio68 ? perché le obiezioni all’utilizzo dei CCF per rivitalizzare l’economia italiana non saranno principalmente di natura tecnica, giuridica o macroeconomica. Verteranno sul fatto che lo Stato italiano “notoriamente” spende male. Da questo, nasce una buona parte dei dubbi sull’opportunità di politiche di rilancio della spesa pubblica.

Non sono certo in disaccordo con il concetto di “spendere meglio”. Chi potrebbe esserlo ? Ma invito a riflettere su quanto sia, o non sia, dimostrato che lo spesa pubblica italiana crei problemi in quanto qualitativamente scadente.

Io lo ritengo un luogo comune. La spesa pubblica si aggira intorno agli 800 miliardi annui, di cui però circa 300 sono trasferimenti (soprattutto pensioni e interessi sul debito pubblico), che non rappresentano quindi produzione di beni e servizi e non entrano direttamente nel calcolo del PIL.

Vogliamo esaminare un paio di voci importanti tra quante compongono gli altri 500 ?

Il sistema sanitario italiano assorbe circa 110 miliardi annui, ed è sistematicamente piazzato tra i primi cinque al mondo per efficienza, nelle classifiche prodotte annualmente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ci giochiamo regolarmente le posizioni di vertice con Hong Kong, Singapore, Giappone, Israele e Spagna. Per intenderci, la Germania è oltre il quarantesimo posto, gli USA oltre il cinquantesimo.

La pubblica istruzione assorbe 50 miliardi all’anno. In percentuale sul PIL, spendiamo molto meno delle medie OCSE. Ma in termini qualitativi non siamo affatto sotto la media, come risulta dalle rilevazioni comparative elaborate dalle varie organizzazioni internazionali.

Gli aneddoti valgono per quello che valgono, ma a me è successo varie volte di parlare con persone residenti in Canton Ticino (inclusi cittadini elvetici) e di sentirmi dire “mio figlio / figlia l’anno prossimo va al liceo ma io l’ho iscritto /  iscritta alle scuole pubbliche in Italia. Molto meglio di quelle svizzere”.

Dov’è, insomma, tutta questa inefficienza del settore pubblico italiano ? a mio modesto avviso, appunto, è in larghissima misura un condensato di aneddoti e di luoghi comuni.

Qualcuno senz’altro obietterà che i luoghi comuni hanno comunque la loro importanza. Non ne dubito: il problema è però che non li schiodi in un paio d’anni, ma neanche in dieci o venti, per quante azioni di razionalizzazione tu intraprenda.

Ipotizziamo che l’Italia lanci un ampio programma di riqualificazione del settore pubblico. Ma senza metterci soldi in più, perché si rimane inchiodati ai vincoli dell’Eurosistema.

Quale sarà il risultato ? l’economia resterà al palo, il debito / PIL non scenderà, e la percezione generale rimarrà che il debito pubblico italiano è alto e l’economia non cresce “perché, evidentemente, si spende male”.

Partiamo invece con il progetto Moneta Fiscale / CCF, riportiamo l’economia italiana a crescere, e abbassiamo il Maastricht Debt in rapporto al PIL. Non dico che questo spazzerà via tutti i luoghi comuni. Ma probabilmente spingerà a pensare che forse in Italia non si spende poi così male. E comunque, se l’economia cresce e il debito scende, a chi importa più dei luoghi comuni ?


martedì 30 luglio 2019

Un titolo fiscale è un attivo per chi lo emette


Poche settimane fa, Nino Galloni si è confrontato con Michele Boldrin. Trovate qui, su Youtube, il video del dibattito.

Successivamente Boldrin è tornato sugli argomenti discussi in quella sede, con il seguente commento su twitter:

“Nello scambio con un amico sul dibattito con Nino Galloni è emerso che ho fatto un errore: ho dato per scontato che una corbelleria contabile di NG venisse notata come tale senza necessità di mio commento. Rimedio al grave errore in questi tweet.

Nel cercare di differenziare la sua “moneta” dall’euro e da tutte le altre monete Nino Galloni insiste che essa dovrebbe entrare come un attivo nello stato patrimoniale dello Stato emissore. Non una passività ma un’attività. Come le imposte, insiste, come le tasse.

Insiste anche che la ragione fondamentale (unica infatti) per cui il pubblico l’accetterebbe in cambio di beni e servizi (facendola circolare ad un valore pari a quello di emissione) è che ESSA VERREBBE CERTAMENTE ACCETTATA DALLO STATO IN PAGAMENTO DELLE IMPOSTE DOVUTE.

Ecco, pensateci. Secondo Nino Galloni una posta che sta dallo stesso lato delle tasse nello stato patrimoniale potrebbe essere usata per pagare le tasse, cancellandole quindi ! Capite ? un + che cancella un + (o un – che cancella un -, fa lo stesso).

Se questo MADORNALE ERRORE di ragioneria elementare non dovesse essere chiaro abbastanza, ci sarebbe anche la storia di Maria, Mario e Gigio… se serve racconterò anche quella ma, mi auguro, questo thread basti. Vero Nino Galloni ?”

Boldrin qui si esprime in un suo tipico atteggiamento. I dibattiti video con chi non la pensa come lui non li organizza per approfondire temi e confrontarsi con serietà, ma per cercare di mettere alla berlina l’interlocutore. Il risultato (ne ho avuto prova anch'io) è che (primo) non ci riesce, e (secondo) dimostra di non aver capito l’oggetto del dibattito, raggiungendo, spesso, vette di involontaria comicità.

Vediamo, nel caso specifico, perché è andato fuori strada Boldrin, e non Galloni.

Accenno solo, di sfuggita, che parlare di situazione patrimoniale di un’entità pubblica che emette moneta (o un suo equivalente o succedaneo) ha probabilmente poco senso. Il perché lo trovate sintetizzato qui.

Ma se vogliamo ragionare in termini contabili, è fuori discussione che se lo Stato emette un titolo a utilizzo fiscale, crea un’attività che ha un valore. Dove mai dovrebbe registrarla, se non all’attivo ?

Lo stesso Boldrin, del resto, in altre sedi afferma che lo Stato, emettendo moneta, genera capacità di spesa tramite la quale si può appropriare di beni e servizi prodotti dal settore privato. Uno strumento che mi consente di “appropriarmi di valore” cos’è, se non un attivo ?

Ed è anche vero che, se la quantità di beni e servizi prodotti è fissa, l’emissione di questo strumento è una forma di imposizione. Lo Stato genera lo strumento, lo spende, acquista beni e servizi, e i privati ne hanno quindi di meno (in ipotesi, ripeto, di produzione fissa). I prezzi salgono (l’”odiosa tassa da inflazione”) e il settore pubblico si arricchisce a danno del privato.

In quale situazione, invece, l’emissione di moneta, o di titoli a utilizzo fiscale, non impoverisce il settore privato ma, al contrario, arricchisce la collettività ?

Quando la produzione di beni e servizi NON è fissa, perché esiste una forte quantità di risorse produttive (lavoro in primo luogo) inutilizzate. Ed è in QUESTO CASO (non in altri) che l’emissione di moneta, o di titoli a utilizzo fiscale, a sostegno della domanda è assolutamente raccomandabile.

Lo Stato emette questi titoli, che rappresentano un’attività, ma non allo scopo di tenerseli, bensì di immetterli nell’economia riducendo le tasse, aumentando i trasferimenti o commissionando la produzione di beni e servizi. I titoli sono effettivamente un attivo, ma rimangono nella disponibilità dello Stato solo per un istante: immediatamente dopo l’emissione, infatti, vengono distribuiti al settore privato.

La maggior domanda accresce produzione e occupazione – e non i prezzi, perché la produzione sale di pari passo con la domanda.

Quindi: più occupazione, più produzione, più redditi, senza impatti inflattivi indesiderati.

Successivamente, lo Stato preleva imposte e tasse, che possono essere saldate mediante i titoli a utilizzo fiscale. I titoli, una volta ricevuti, sono anche in questo caso un’attività di cui lo Stato dispone: ma ancora una volta solo per un istante – immediatamente vengono annullati, o ridistribuiti al settore privato mediante ulteriori azioni di spesa pubblica.

Non c’è nessun “madornale errore di ragioneria elementare”. Ed emettere titoli a utilizzo fiscale, quali i CCF, è lo strumento per risollevare l’economia da uno stato di depressione economica. E’ la strada che l’Italia deve percorrere, il prima possibile.


venerdì 26 luglio 2019

Alberi, sgabelli, deficit e moneta


I principi della MMT spiegano come la formazione di risparmio finanziario netto nell’ambito del settore privato richieda che lo Stato emetta più risorse finanziarie con la sua spesa, di quanta ne prelevi con le imposte. Questa è la ragione per cui le amministrazioni pubbliche devono, mediamente e normalmente, trovarsi in condizione di deficit, non di pareggio o tantomeno di surplus.

E’ vero che questo risparmio finanziario privato netto potrebbe prodursi in capo a soggetti esteri, se un paese ha saldi commerciali esteri passivi. Ed è vero che all’accumulo di risparmio finanziario netto in termini nominali può non corrispondere una sua crescita in termini reali, se l’inflazione erode il valore reale del risparmio.

Ma proprio queste ultime considerazioni fanno capire che il limite all’espansione della spesa netta da parte dello Stato sta, appunto, nei saldi commerciali e nell’inflazione: non in uno specifico livello di deficit o di debito pubblico in rapporto al PIL.

Rispetto a queste argomentazioni, un’obiezione che ho letto di recente si riassume nel modo seguente.

Il risparmio reale, l’arricchimento reale da parte del settore privato, non richiede necessariamente deficit pubblici. Prendiamo il caso di un individuo che taglia un albero e ne ricava uno sgabello. Lo sgabello ha un valore, quindi l’attività di produrlo ha arricchito l’individuo: questo, senza che la moneta e i deficit siano entrati, in alcun modo, in gioco.

Che l’arricchimento dell’individuo sia anche un arricchimento della collettività presuppone, va detto, che l’albero sia una risorsa a costo zero. Sul che ci sarebbe, per la verità, da discutere. Ma accettiamola comunque come ipotesi.

Accettando l’ipotesi, l’obiezione, in astratto, ha un suo valore. Ma se ci pensate, è applicabile solo a transazioni dove la moneta non viene utilizzata affatto. Ed assume quindi un rilievo solo in economie fondate sull’autoconsumo o, al massimo, sul baratto.

Da migliaia di anni, al contrario, qualsiasi sistema economico di un qualche rilievo utilizza la moneta come intermediario di scambio, e il settore pubblico provvede, di regola, ad emetterla.

E se le economie crescono, anche l’emissione monetaria netta deve incrementarsi nel tempo. Il che conferma come, in qualsiasi sistema economico minimamente evoluto, i deficit pubblici siano la normalità e non l’eccezione.

mercoledì 24 luglio 2019

Chi si può permettere l'espansione di bilancio


Gli esponenti dell’alta finanza internazionale esprimono frequentemente un giudizio sulle politiche economiche dell’Eurozona, che troviamo sintetizzato in questo scambio di battute (da una recente intervista di Federico Fubini, del Corriere della Sera, a Larry Fink - numero uno di Blackrock, il più grande gestore patrimoniale del mondo).

“L’Europa ha bisogno di più politica di bilancio”.

“Vuole dire, espansiva ?”

“Specialmente in Germania, sì, per stimolare”.

“Alcuni però dicono che altrove, specie in Italia, non c’è spazio per aumentare l’investimento pubblico”.

“No, l’Italia non ha quello spazio, chiaramente. Ma la Germania sì e dovrebbe essere leader in questo”.

Bene, Larry Fink è fuori strada. Le sue affermazioni sono implicitamente basate sul presupposto che lo spazio per fare politica di bilancio dipenda dal debito pubblico. In Germania è il 60% del PIL, in Italia il 130%, quindi la Germania ha spazio e l’Italia no – giusto ?

No, non è giusto.

La considerazione da fare è invece che le politiche di stimolo alla domanda servono a rimettere al lavoro capacità produttiva inutilizzata. I dati da tenere in considerazione sono quindi in primo luogo non il debito pubblico ma la disoccupazione e la sottoccupazione.

In Germania la disoccupazione è al 4% e l’indice U6 (che tiene conto anche di part-time involontari e potenziali lavoratori che non stanno attivamente cercando occupazione perché scoraggiati) è sotto il 10%.

In Germania, quindi, non c’è molta capacità produttiva da attivare. Una politica espansiva genererebbe, probabilmente, inflazione e peggiorerebbe i saldi commerciali esteri (cioè sosterrebbe produzione e occupazione fuori dalla Germania). Per questo motivo i tedeschi non hanno nessuna intenzione di attuarla. E non lo faranno, anche se tutti i giorni qualcuno gli suggerisce il contrario.

In Italia la disoccupazione è al 10% e l’indice U6 intorno al 25%. E’ in Italia, molto ma molto più che in Germania, che servono politiche espansive.

Ma il debito ?

E chi ha detto che le politiche espansive richiedano di emettere debito ? si possono attuare emettendo moneta. E nell’ambito dell’Eurozona, dato che la moneta-euro non può essere emessa dagli stati, basta mettere in atto il progetto Moneta Fiscale / CCF.

Se non si esce da questo equivoco, le disfunzioni dell’Eurozona e, in particolare, i problemi dell’economia italiana non si risolveranno ancora per chissà quanti anni.


lunedì 22 luglio 2019

Il tavolo dell'Unione Europea


Nei resoconti giornalistici, l’interazione tra Italia e UE è spesso descritta facendo riferimento a un non meglio identificato “tavolo”. “E’ fondamentale sedersi al tavolo”. “Non bisogna restare esclusi dal tavolo”. “Picchiamo i pugni sul tavolo”.

Mi permetto di dare, su questo tema, qualche consiglio al nostro governo.

“Sedersi al tavolo” con la UE è perfettamente inutile, anzi controproducente. Al tavolo UE, l’Italia si siede esclusivamente per ricevere istruzioni. Quanto propone non viene preso in considerazione, anzi nemmeno ascoltato.

“Picchiare i pugni sul tavolo” presuppone di essercisi seduti. Ma quando si picchiano i pugni, si scopre che il tavolo è di gomma, fortemente elastica. Nessuno dei (presunti) interlocutori dà il minimo segno di accorgersi che sia successo qualcosa.

“Alzarsi dal tavolo” se non altro è un’opzione che fa risparmiare tempo. Però, naturalmente, non risolve nulla.

La strada da seguire quindi è “passare di fianco al tavolo”, salutare quelli chi ci stanno seduti, e se ti chiedono “serve qualcosa ?” rispondere “un caffè, grazie”.

Perché all’economia italiana, per uscire dai suoi problemi, dalla UE non serve proprio nulla.

Serve mettere in atto il progetto Moneta Fiscale / CCF. Che non richiede nessuna autorizzazione, nessuna sovvenzione, nessuna revisione di trattati, nessun sostegno.

Serve la volontà di procedere, esercitando l’autonomia di cui l’Italia è dotata e facendo leva sulle potenzialità del paese e del suo tessuto economico. Niente di più, niente di meno, e niente di diverso.


giovedì 18 luglio 2019

Chi non capisce la moneta


Sono stato sollecitato a replicare a questo (non recentissimo, è di un anno fa) articolo di Francesco Lippi, critico nei confronti della Moneta Fiscale.

In effetti è sufficiente commentare la prima frase del paragrafo finale:

“In sintesi, l’illusione di stampare moneta parallela per accrescere il potere d’acquisto dei cittadini si fonda su una scarsa comprensione del bilancio pubblico (non capire che un buono fiscale significa meno imposte future) e dell’economia monetaria (ignorare che aumenti massicci dell’offerta di moneta creano inflazione)”.

Al contrario, è Francesco Lippi a non rendersi conto che la maggiore offerta di moneta si traduce in significativi aumenti d’inflazione:

solo se incrementa il potere d’acquisto disponibile per aziende e cittadini (se rimane chiusa nel circuito finanziario no, vedi l’impatto inflazionistico nullo delle migliaia di miliardi emesse dalla BCE con le operazioni di Quantitative Easing); e peraltro

solo in assenza di alta disoccupazione e sottoccupazione di persone e impianti (altrimenti l’offerta di beni e servizi sale di pari passo con la domanda, fino al raggiungimento di elevati livelli di saturazione della capacità produttiva: soltanto oltre quei limiti si innescano forti tensioni sui prezzi).

Quando l’offerta di moneta comporta maggior potere d’acquisto nell’ambito dell’economia reale, in presenza di un rilevante output gap, non salgono i prezzi, bensì la produzione e l’occupazione.

E inoltre, la ripresa dell’economia genera maggiori entrate per la Pubblica Amministrazione, che compensano l’utilizzo dei buoni fiscali.

E’ esattamente quanto previsto nell’ambito del progetto Moneta Fiscale / CCF.

Vedi lo stesso tema trattato in maggiore dettaglio qui.

martedì 16 luglio 2019

Non esistono solo moneta e debito


Sul tema della fattibilità dei Minibot – ma anche, in generale, della Moneta Fiscale, di cui i Minibot sono un’applicazione, e i CCF un'altra – qualche settimana fa Mario Draghi ha dichiarato che o sono illegali in quanto valuta (emessa da un soggetto diverso dalla Banca Centrale), o sono debito. Non esisterebbe una terza alternativa.

Ovviamente è un’affermazione completamente infondata e penso che Draghi nel formularla ne fosse pienamente consapevole. D’altra parte ai banchieri centrali di tanto in tanto “corre l’obbligo” di non dire la verità – e qualche volta, magari, valutano che questo obbligo esista anche dove non sarebbe il caso.

Oltre la moneta legale (quella ad accettazione obbligatoria) e ai titoli di debito, esistono una varietà amplissima di attività finanziarie o patrimoniali che hanno valore e che possono essere scambiate, ma non sono né moneta legal tender, né indebitamento.

I casi sono innumerevoli. Una fede di deposito di merci, il Sardex, una carta di credito, un contratto di locazione che dà diritto a percepire affitti per un certo periodo di tempo, un titolo di usufrutto su dividendi, un titolo azionario.

Esistono la terza, la quarta, la quinta, l’ennesima alternativa.

La Moneta Fiscale è un'ulteriore fattispecie. E’ un diritto, incorporato in un titolo che può essere scambiato (su base volontaria), a beneficiare di riduzioni di imposte o, in generale, di pagamenti altrimenti dovuti verso la pubblica amministrazione.

Pensare che tutto ciò che non è moneta-euro sia (nell’ambito dell’Eurozona) una forma di debito (da conteggiare nel Maastricht Debt) va contro la normativa, la logica e l’esperienza quotidiana.

Draghi è troppo competente per non saperlo. Evidentemente, nella sua posizione, si è sentito di dover dichiarare qualcosa di non rispondente al vero. Ai banchieri centrali, ripeto, capita…


domenica 14 luglio 2019

L'equivalenza ricardiana è difendibile ?


Un Gentile (anonimo) Lettore ha commentato l'ultimo articolo del blog nei termini seguenti.

“Monacelli è un ordinario di economia monetaria. Pur se il concetto di equivalenza ricardiana è discutibile (e se ne discute da decenni, in modo più approfondito da Barro in poi) posso far notare che l’atteggiamento di supponenza (“il peso che merita… nessuno”) e il modo sbrigativo con il quale trattate questioni complesse (i saldi settoriali… sic!!) da un lato non vi fa onore, dall’altro induce il sospetto di una certa povertà di conoscenza che può preoccupare. Capisco che un blog porti a semplificare, ma c’è modo e modo, a mio avviso. PS Monacelli non ha bisogno della mia difesa, ma è tornato un paio di settimane fa da Londra, dove la Bank of England era interessata ad ascoltare il suo parere. Sarei un filo più cauto nei giudizi sommari, per quello che conta (temo nulla, visto il tono dei commenti…) Saluti.”

Caro Gentile Lettore, la ringrazio dell’intervento e mi fa piacere risponderle. E tuttavia, senza intenti polemici, mi sento di iniziare osservando che il commento sbrigativo, qui, è il suo (“i saldi settoriali…sic!!”). A me non pare di essere stato sbrigativo, casomai sintetico (ma la sintesi non è un difetto, se non pregiudica la chiarezza) nel far notare che l’equivalenza ricardiana è un concetto largamente screditato, da molto tempo, e che comunque non c’è alcuna ragione di chiamarla in causa per spiegare la correlazione tra alto debito pubblico e alto risparmio finanziario privato interno, in paesi con saldi commerciali esteri in equilibrio o positivi.

Monacelli è professore ordinario in Bocconi, certo. L’ho scritto io stesso all’inizio dell’articolo che lei ha commentato. Ma fosse anche un premio Nobel, resterebbe a mio modesto avviso applicabile l'insegnamento di un Nobel vero, Richard Feynman:

“Non abbiate alcun rispetto per l’autorità. Dimenticate chi ha detto una cosa, e guardate invece da dove parte, dove finisce, e chiedetevi “è ragionevole” ?”

Dove “non avere rispetto” non significa “mancare di rispetto”. Significa “non avere timori reverenziali”.

Essere un professore ordinario rende magari più facile far conoscere il proprio pensiero, compreso eventualmente alla Bank of England. E’ anche legittimo – visto che le informazioni sono tante, tutto non si può leggere, e un criterio di selezione bisogna pur darselo – adottare come principio “quando leggo di economia, ignoro tutto salvo che sia scritto – minimo – da un professore ordinario”.

Se lei avesse adottato questo principio, non avrebbe letto né commentato il mio articolo, visto che io non sono professore ordinario di nulla.

Ma avendolo, invece, letto e commentato, l’argomentazione che “Cattaneo è in disaccordo con Monacelli, quindi… (?)”, mi scusi tanto, non argomenta niente e quindi non conduce a una discussione proficua.

Mi fornisca invece, se ritiene, le sue (o di qualcun altro, magari di Monacelli stesso, se lo conosce e ha occasione di sentirlo) ragioni di contrasto alle mie obiezioni. Le pubblicherò con piacere e ne nascerà, nel caso, un confronto utile.

venerdì 5 luglio 2019

La (dis)equivalenza ricardiana


Tommaso Monacelli, professore ordinario di economia politica in Bocconi, qualche giorno fa ha formulato (su twitter) una serie di affermazioni che meritano alcuni commenti.

Alcuni paesi con alto livello di indebitamento pubblico, come il Giappone (ma come anche l’Italia) sono nello stesso tempo caratterizzati da alti livelli di risparmio finanziario privato interno. In altri termini, lo Stato emette debito e i privati risparmiano.

Secondo Monacelli, questo sarebbe spiegato dall’”equivalenza ricardiana”: il principio secondo il quale se uno stato spende più di quanto preleva in tasse, i cittadini si rendono conto che le tasse dovranno aumentare in futuro (o la spesa dovrà essere tagliata) e quindi risparmiano per far fronte alle future restrizioni fiscali.

Ne segue che i deficit pubblici non stimolano la domanda perché, in generale e soprattutto se il debito pubblico è già elevato, i soldi immessi nell’economia vengono risparmiati e non spesi.

L’equivalenza ricardiana in realtà è un concetto, per citare Paul Krugman, dubbio (io direi anche di peggio…) perché “ben poche persone hanno le conoscenze o l’inclinazione necessarie a stimare l’impatto dei budget pubblico corrente sulle tasse che dovranno pagare nel corso della loro vita”.

Del resto a quanto pare lo stesso Ricardo aveva formulato il concetto, ma dopo averci riflettuto non ne era affatto convinto. Spiega la Wikipedia inglese: “Ricardo nota che la proposizione è teoricamente implicita in presenza di un’ottimizzazione intertemporale effettuata da contribuenti fiscali razionali: ma poiché i contribuenti non agiscono così razionalmente, la proposizione in pratica non è vera. Quindi, nonostante la proposizione porti il suo nome, non sembra che Ricardo ci credesse”.

E infatti la correlazione tra debito pubblico e risparmio privato si spiega in tutt’altro modo, come Monacelli saprebbe se capisse i saldi settoriali. Un’immissione di potere d’acquisto effettuata dal settore pubblico incrementa il risparmio finanziario privato anche se il maggior potere d’acquisto viene speso e non risparmiato. Il motivo è semplice: la spesa di qualcuno è il reddito di qualcun altro. Se io ricevo soldi dal governo (o me ne rimangono di più in tasca perché mi abbassano le tasse), anche se li spendo, creerò reddito e risparmio a favore di altri soggetti.

Questo qualcun altro naturalmente potrebbe essere un fornitore straniero di beni o servizi. Ma se l’immissione di potere d’acquisto è effettuata senza che peggiorino i saldi commerciali esteri, il risparmio finanziario rimarrà all’interno del paese.

Per questa ragione in paesi come l’Italia e il Giappone, i cui saldi commerciali esteri sono tendenzialmente positivi o quantomeno in pareggio, l’alto debito pubblico va di pari passo con l’alto risparmio finanziario privato.

L’equivalenza ricardiana, la presunta tendenza di cittadini e aziende a effettuare complesse valutazioni e previsioni che li spingerebbero a risparmiare oggi in previsione di restrizioni fiscali future (come poi se qualcuno fosse in grado di effettuarle, previsioni del genere…) non c’entra proprio niente.


mercoledì 3 luglio 2019

I CCF e il latinorum di Don Abbondio


All’interno del M5S, grazie in primo luogo all’infaticabile e tenacissima azione di Pino Cabras, si sta discutendo, finalmente, in modo serio e approfondito sulla possibilità di dare avvio al progetto Moneta Fiscale / CCF.

Non tutti i dubbi sono stati ancora superati. C’è una serie di soggetti che si teme prendano una posizione negativa nei confronti del progetto: i mercati finanziari, la ragioneria generale dello Stato (RGS), la Banca d’Italia (BdI), l’ufficio parlamentare del bilancio (UPB), la commissione europea.

Bene. Esaminiamo le dinamiche che si potrebbero sviluppare in seguito all’annuncio che il progetto CCF sta per essere varato.

Decimale più decimale meno, l’Italia conseguirà, nel 2019, un deficit pubblico del 2% circa.

La commissione UE vorrebbe vedere una legge di bilancio 2020 che riduce questo deficit, per esempio all’1,5%. Se il governo la presentasse in questi termini, arriverebbe senz’altro anche il placet di RGS, BdI e UPB.

Problema: se l’Italia si limita a questo, il PIL reale continuerà a restare inchiodato a livelli di stagnazione. Probabilmente variazione zero, che forse diventerà +1% in caso di forte ripresa mondiale, ma potrebbe facilmente scivolare (al contrario) in territorio negativo se qualcosa, nell’economia internazionale, andasse storto (inasprimento delle tensioni commerciali tra USA e Cina, Brexit “disordinata”, o mille altre possibili cose che oggi non ci immaginiamo).

In ogni caso, la disoccupazione non diminuirebbe, la povertà rimarrebbe a livelli inaccettabili, i giovani più promettenti e qualificati continuerebbero a emigrare, l’economia italiana continuerebbe a perdere terreno nei confronti degli altri paesi europei.

Esaminiamo ora la seguente alternativa.

L’Italia approva una legge di bilancio con l’1,5% di deficit, ma nello stesso tempo, in aggiunta, introduce 30 miliardi di CCF, da emettere durante il 2020, e li destina a rafforzamento del reddito di cittadinanza, riduzione del cuneo fiscale, abbassamento della tassazione a favore delle fasce di reddito medie e basse, assunzioni e investimenti nel settore pubblico.

I CCF daranno diritto a sconti fiscali nel 2022 (due anni di dilazione tra assegnazione e utilizzo). Per il 2022, si predispongono fin da subito, per legge, interventi compensativi (per esempio su IVA e tassazione degli immobili di pregio) che valgono anch’essi 30 miliardi.

Se, come è lecito aspettarsi sulla base di ipotesi del tutto verosimili, l’assegnazione di CCF – che hanno valore fin da subito, perché incorporano un diritto certo – produrrà una sufficiente spinta su domanda, investimenti, consumi e occupazione, si avrà una crescita di gettito fiscale che consentirà, nel 2022, di abrogare gli interventi compensativi di cui sopra.

Nel caso invece ciò non avvenisse – o avvenisse solo in parte – gli interventi compensativi rimarranno in essere, in tutto o parzialmente.

In pratica, in nessuna ipotesi l’introduzione dei CCF darà luogo a una crescita di indebitamento rispetto ai livelli prevedibili in loro assenza.

Mentre con ogni probabilità si avrà un forte recupero di PIL, e una consistente riduzione del rapporto debito pubblico / PIL.

Questa argomentazione è semplicissima da spiegare, in modo del tutto convincente, ai mercati finanziari. Dove opera gente che può riuscire più o meno simpatica, ma che di sicuro guarda al nocciolo delle questioni e a quanto è di loro interesse (in sintesi: fare soldi).

E gli altri ? RGS, BdI, UPB, commissione UE ?

Beh, ricordiamoci una cosa: tutti questi organismi ci “illuminano”, spesso e sovente, con le loro opinioni e con i loro suggerimenti. Ma non ci danno un centesimo.

Alle loro opinioni, è corretto prestare attenzione. Ma non vedo come possano (queste opinioni) confutare le argomentazioni sviluppate qualche paragrafo fa.

Ho sentito dire che secondo qualcuno i CCF potrebbero essere considerati incremento di debito fin dall’emissione “perché circolano” (quando la discriminante tra debito e non debito, ai sensi Eurostat ed ESA, non è di essere associato a un titolo circolante, ma di dar luogo a impegni di pagamento: il che non è il caso per i CCF).

Ma oltre a essere incoerente con trattati e regolamenti, questa affermazione è irrilevante ai sensi della rischiosità del debito pubblico italiano, così come percepita dai mercati finanziari (e da qualsiasi persona minimamente dotata di senso comune). Il rischio è connesso a un impegno di pagamento privo di coperture. Nel progetto CCF così come sopra delineato, questo impegno di pagamento non esiste, e le coperture del potenziale mancato gettito (nell’improbabile caso che si rendano necessarie) sono già predisposte per il 2022.

Se qualcuno, chiamato a esprimere un’opinione, affermasse qualcosa di differente, avrei il netto sospetto di essere in presenza di un Don Abbondio che cerca di “giustificare” a Renzo di dover soprassedere al matrimonio con Lucia. Ricordate i “Promessi Sposi” ?

“Noi poveri curati siamo tra l’incudine e il martello; voi impaziente, vi compatisco povero giovane; e i superiori… basta, non si può dir tutto. E noi siamo quelli che ne andiam di mezzo”. “Ma mi spieghi una volta cos’è questa formalità che s’ha da fare, come dice; e sarà subito fatta”. “Sapete voi quanti sono gli impedimenti dirimenti ?” “Che vuol che io sappia d’impedimenti ?” “Error, conditio, votum, cognatio, crimen, cultus disparitas, vis, oordo, ligamen, honestas, si sis affinis…” cominciava Don Abbondio, contando sulla punta delle dita. “Si piglia gioco di me ?” l’interruppe il giovane, “che vuol che io faccia del suo latinorum ?”

Abbiamo a che fare con dei Don Abbondii ? può essere, non lo so, ma non rileva, come non rilevano gli eventuali Don Rodrighi.

Rileva che è nelle attribuzioni del parlamento italiano dare avvio al progetto Moneta Fiscale / CCF. E che sappiamo come strutturarlo in modo da non avere ostacoli da parte dei mercati finanziari (in quanto li tuteliamo come e meglio di oggi, relativamente a quanto è di loro interesse - la solvibilità e il rifinanziamento del debito esistente).

Gli indugi vanno rotti – ORA – e il progetto deve partire.


lunedì 1 luglio 2019

La corruzione è un'ammaccatura sul paraurti


Ma per te l’unico problema dell’economia italiana – mi sento dire di frequente – è la mancanza di potere d’acquisto ? è l’euro ? sono le regole dell’eurosistema ?

Non pensi che ci siano altri problemi, su cui è urgente intervenire ? che ne dici della corruzione, per esempio ?

Beh, per cominciare non credo che la corruzione sia un fenomeno misurabile e confrontabile in termini quantitativi e affidabili. Non do affatto per acquisito che colpisca l’Italia più che – per esempio – la media degli altri paesi europei.

Poi, ritengo che ogni sforzo sensato per combatterla sia encomiabile. Ma non sono convinto che siano state identificate soluzioni valide. In pratica, quello che constato è un irrigidimento delle normative, dei controlli a monte, delle carte (o dei moduli infoelettronici) da compilare e validare, delle procedure.

Non ritengo che tutto questo ottenga qualche risultato in merito ai livelli di corruzione; al contrario penso che renda vischioso e ferraginoso avviare investimenti e spese utili e/o necessari.

Ma soprattutto, occorre distinguere il problema principale da quelli importanti ma secondari. E non lasciare intendere che risolvere (ammesso che si sappia come, e che ci si riesca) i secondari sostituisca l’intervento sui principali.

Se ho il paraurti ammaccato, di sicuro è bene sistemarlo.

Se ho il paraurti ammaccato e il serbatoio vuoto, riparare il paraurti non farà ripartire l’auto.

E aggiungo che non sono sicuro di poter riparare l’ammaccatura. Mentre sono sicuro di sapere come si fa il pieno di carburante: così.


mercoledì 26 giugno 2019

Il dollaro è accettato anche da chi non ci paga le tasse


Del SNC vi ho già parlato in varie occasioni. Ma personaggi con caratteristiche simili se ne trovano parecchi altri, frequentando i social network.

Un suo degno emulo (chiamiamolo SNC2) commentava di recente su twitter che il cartalismo e la MMT erano palesemente un’assurdità perché “il dollaro è accettato in tutto il mondo, eppure nessuno al di fuori degli USA utilizza i dollari per pagare le tasse”.

Penso che chi segue abitualmente questo blog impiegherà un infinitesimo di millisecondo a smontare questa “argomentazione”.

Fuori dagli USA, non si possono pagare le tasse in dollari. Ma se entro in possesso di dollari, so che li posso cedere in cambio di beni e servizi a un residente USA che, invece, di dollari (per pagare le tasse) ha bisogno.

Non c’è bisogno di essere l’utilizzatore finale di uno strumento di pagamento per accettarlo. Basta sapere che potrò a mio volta utilizzarlo come corrispettivo di una transazione con una controparte che, invece, lo utilizzerà. O che a sua volta potrà cederlo a un altro soggetto che ne sarà l’utilizzatore. Eccetera.

Quando una quarantina (abbondante) di anni fa si utilizzavano i gettoni del telefono al posto delle 200 lire, pensate che chiunque li accettasse li avrebbe poi usati per telefonare ?

In molti casi no. Ma i gettoni circolavano tranquillamente e venivano accettati per il controvalore di 200 lire, perché sostituivano un pagamento di pari importo.

I gettoni avrebbero invece perso di valore rispetto al pagamento che sostituivano nel caso in cui se ne fosse emessa una quantità eccessiva rispetto al loro utilizzo finale. Sarebbe avvenuto se, ad esempio, ogni anno si fossero emessi due milioni di gettoni a fronte di un milione di telefonate effettuate presso cabine pubbliche.

La funzione d’uso della moneta è un presupposto del suo valore, purché (ma questo è evidente) la moneta stessa non sia emessa in quantità eccessiva. E una funzione d’uso che garantisce il valore di grosse quantità emesse è la necessità di effettuare pagamenti presso la Pubblica Amministrazione (che accetta quella moneta).

E’ un presupposto base del cartalismo, della MMT nonché del progetto Moneta Fiscale / CCF. E non sarà certo quel tweet di SNC2 a smontarlo…


lunedì 24 giugno 2019

Report riunione "Per la Moneta Fiscale", Bologna - 9.2.2019

Dopo i precedenti incontri di approfondimento sulla Moneta Fiscale, organizzati a Milano, il 15.6.2017, presso la sede del Consiglio Regionale della Lombardia, nonché (incontro non pubblico) sempre a Milano il 25.10.2017, trovate qui di seguito


organizzata con lo scopo di (1) illustrare cosa sono i CCF (Certificati di Credito Fiscale) nell'ambito del progetto Moneta Fiscale (2) spiegare su quali principi si basano (3) analizzare le relazioni tra i CCF e la Teoria della Moneta Moderna (MMT) (4) verificare come sia possibile incorporare tale strumento finanziario nella divulgazione MMT in Italia (5) verificare come promuovere il progetto CCF in ottica MMT, anche sulla base dello schema concettuale "Le basi economiche per attuare la Costituzione".

A sostegno dello strumento tecnico della Moneta Fiscale, si è costituito il comitato promotore "Le basi economiche per attuare la Costituzione", di cui il report dell'incontro di Bologna rappresenta il primo documento pubblico.

venerdì 21 giugno 2019

La falsa alternativa tra acquiescenza e conflitto


Quando si discute di economia, i talkshow e i social network sono caratterizzati, ormai da parecchio tempo, da toni pugnaci e battaglieri.

“O si combatte (contro la UE, contro la BCE, contro Bruxelles e Francoforte) o si piega il capo”, è il messaggio che emerge.

Ma questa alternativa ha una reale ragione di esistere ?

UE e BCE non prestano un centesimo all’Italia e non forniscono alcuna garanzia sul nostro indebitamento. Né hanno intenzione di farlo in futuro, come è stato ribadito ennemila volte.

Quindi ?

Quindi, esiste uno strumento – i Certificati di Credito Fiscale, utilizzato come previsto dal progetto Moneta Fiscale – che, tanto per cominciare, è perfettamente in regola con i trattati e con i regolamenti che governano la UE e l’Eurozona.

Ma al di là dei pur importanti temi legali, il punto chiave della proposta CCF è un altro.

I CCF sono in grado di rilanciare domanda, produzione e occupazione, mantenendo il debito da rimborsare in euro e da rifinanziare sul mercato dei capitali (denominato “Maastricht Debt” dai trattati UE) al di sotto di livelli prestabiliti. E ottenendo anche il risultato di avviare una costante diminuzione del rapporto Maastricht Debt / PIL.

In questo modo si riduce, progressivamente, la dipendenza dai mercati finanziari.

Rimane il tema del rifinanziamento del debito esistente. Ma se l’economia riprende con forza e il Maastricht Debt diminuisce in rapporto al PIL, i mercati finanziari – quelli che, al contrario di UE e BCE, ci stanno dando soldi oggi – si trovano in una situazione molto, ma molto più confortante rispetto all’attuale. Per il semplice motivo che la loro esposizione cala rispetto alle dimensioni dell’economia italiana.

I CCF non rientrano in quell’esposizione, perché sono titoli su cui l’emittente non può essere forzato al default.

La ragione, sostanziale prima ancora che legale, è molto semplice: i CCF non danno diritto a rimborsi cash, ma solo a essere utilizzati per ridurre pagamenti di imposte future.

Il rischio massimo è che un eccesso di emissione (di CCF) faccia perdere loro di valore, in quanto il tempo necessario per utilizzarli (riducendo le tasse altrimenti dovute) diventa troppo lungo. Ma è un rischio remotissimo, per le ragioni sinteticamente illustrate qui. E comunque, non tocca i sottoscrittori del Maastricht Debt italiano.

Non c’è da ingaggiare alcun combattimento. Da UE e BCE non ci serve nulla. Il progetto CCF mette a disposizione dell’Italia tutte le necessarie leve di rilancio. Senza bisogno di chiedere niente a nessuno.

martedì 18 giugno 2019

CCF e Minibot: simili ma diversi


Sono entrambe forme di Moneta Fiscale, ma l’impatto sull’economia è molto differente


Qualche settimana fa, i Minibot sono di colpo diventati un tema di grande attualità, non solo in Italia ma anche sui media internazionali. L’origine di questa impennata di attenzione è stata una mozione, approvata dalla Camera con voto unanime, che impegna il governo a “sbloccare i pagamenti della pubblica amministrazione verso professionisti e imprese agevolando il meccanismo di compensazione tra crediti commerciali e debiti tributari” tramite “la cartolarizzazione di crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio”.

I Minibot, proposti da Claudio Borghi (deputato e responsabile economico della Lega) sono una forma di Moneta Fiscale. Possono infatti possono essere utilizzati per ridurre pagamenti dovuti all’Erario.

Esiste una chiara somiglianza con il progetto Certificati di Credito Fiscale (CCF), che ho concepito e sto promuovendo a partire dall’ottobre del 2012, in collaborazione con vari economisti e ricercatori e in particolare con il Gruppo della Moneta Fiscale (che comprende, oltre a me, Biagio Bossone, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini).

Esistono però anche significative differenze, che cerco qui di chiarire.

Il progetto Minibot prevede di emetterli a creditori della Pubblica Amministrazione, nonché a detentori di crediti d’imposta. Questi creditori avrebbero facoltà di accettare, su base volontaria (quindi NON sarebbero obbligati), la conversione del loro credito in Minibot.

Un credito con tempi di realizzo incerti verrebbe quindi sostituito da un Minibot, che NON dà diritto a rimborsi cash, ma può essere utilizzato in qualsiasi momento per ridurre pagamenti, altrimenti dovuti, all’Erario.

Qual è il vantaggio ? che il Minibot potrebbe circolare ed essere utilizzato come intermediario di scambio. Nessuno (salvo l’Erario stesso) sarà obbligato ad accettarlo, ma presumibilmente l’accettazione sarà ampia, appunto perché in qualsiasi momento il suo valore sarà garantito dalla possibilità di impiego (in luogo di euro) nei rapporti con il fisco.

Sono quindi un nuovo strumento finanziario, altamente liquido.

Tutto ciò premesso, quale impatto ci si può attendere sul debito pubblico e sull’economia ?

Si è affermato che l’emissione del Minibot non ha impatto sul debito pubblico, in quanto lo Stato sostituisce una forma di debito (commerciale o fiscale) con un’altra (il Minibot).

Se parliamo di “debito pubblico” in senso del tutto generale, questo è vero.

Bisogna tuttavia aver presente che ai fini dei trattati e dei regolamenti UE, la definizione che rileva è il cosiddetto “Maastricht Debt”: che NON COMPRENDE né i debiti commerciali del settore pubblico, né i debiti nati da rapporti fiscali che non comportano pagamenti da parte dell’Erario (ma solo la possibilità, per il loro titolare, di utilizzarli a compensazione di altri pagamenti).

Quando si parla di Maastricht Debt, l’affermazione corretta è quindi un’altra: i Minibot non incidono sul Maastricht Debt al momento della loro emissione perché sostituiscono impegni NON compresi nel Maastricht Debt con altri, anch’essi NON compresi.

Questo al momento dell’emissione. Tuttavia, che cosa accade se chi riceve i Minibot li utilizza immediatamente per ridurre pagamenti all’Erario ?

A questo punto, il Maastricht Debt aumenta, a causa della perdita di gettito.

E’ anche vero, tuttavia, che l’utilizzo dei Minibot fa venir meno altri pagamenti che sarebbero stati effettuati in seguito (perché i debiti commerciali prima o poi sono comunque da pagare) o altre perdite di gettito future (nel caso dei Minibot emessi a fronte di crediti d’imposta utilizzabili, in futuro, in compensazione: verrà infatti meno quest’ultimo effetto).

L’effetto finale sul Maastricht Debt quindi è neutro. Transitoriamente, si può avere un effetto positivo o negativo, a seconda del periodo medio intercorrente tra l’emissione e l’utilizzo dei Minibot (da una parte), confrontato con il ritardo medio con cui i debiti commerciali verranno pagati, o i crediti d’imposta verranno utilizzati in compensazione (dall’altra).

Esempio: emetto 10 miliardi di Minibot, 5 a fronte di debiti commerciali che sarebbero stati pagati 180 giorni dopo, e 5 a fronte di crediti d’imposta che sarebbero stati utilizzati in compensazione 360 giorni dopo.

I Minibot circolano per 270 giorni, e a quel punto i loro detentori li utilizzano per ridurre pagamenti all’Erario.

Fino al 180° giorno, il Maastricht Debt è invariato.

Tra il 180° e il 270° giorno, il Maastricht Debt è più basso di 5 miliardi (l’Erario non deve più pagare i debiti commerciali).

Tra il 270° e il 360° giorno, il Maastricht Debt è più alto di 5 miliardi (l’Erario perde 10 miliardi di gettito a causa dell’utilizzo dei Minibot).

A partire dal 360° giorno, tutti gli effetti si compensano (l’Erario non subisce più i 5 miliardi di perdita di gettito dovuti agli originari crediti d’imposta).


OK. Ma i CCF in cosa sono diversi ?

I CCF sono titoli che incorporano un credito fiscale utilizzabile in compensazione, cioè per ridurre pagamenti verso l’Erario altrimenti dovuti, non a partire dalla loro emissione bensì a partire da due anni dopo.

Hanno comunque valore IMMEDIATO in quanto incorporano un diritto futuro certo.

Inoltre, non vengono emessi a chi ha già un credito (commerciale o fiscale). L’emissione è fiat.

Consentono quindi un’immediata immissione di potere d’acquisto supplementare nell’economia, per le dimensioni necessarie ad avviare una forte ripresa, e indirizzabile a una pluralità di azioni, tra cui: integrazioni di redditi da lavoro, sostegno alle fasce sociali disagiate, riduzione del cuneo fiscale, potenziamento degli investimenti pubblici.

Il differimento temporale tra emissione e utilizzabilità (i due anni sopra citati) dà tempo all’economia di generare, grazie alla ripresa, gettito fiscale compensativo che, al momento dell’utilizzo finale dei CCF, eviterà l’incremento del Maastricht Debt (vedi a pag. 12-15 qui le ipotesi e i meccanismi che lo garantiscono).

I CCF restituiscono quindi all’Italia le leve necessarie per sviluppare un’adeguata politica economica.

A questo fine, i Minibot non sono sufficienti, in quanto:

PRIMO, la loro dimensione è limitata dalla pre-esistenza di debiti commerciali e di crediti d’imposta (che tra l’altro devono essere verificati e certificati, prima di poter assegnare i Minibot); e

SECONDO, chi riceve i Minibot non ottiene né un effettivo arricchimento patrimoniale, né reddito supplementare. Ha un effetto di anticipazione di liquidità, sicuramente utile, ma non della stessa portata.

In altri termini: ricevere un Minibot oggi invece di euro tra alcuni mesi può indurre, in una certa misura, a spendere di più, ma sicuramente non ha lo stesso impatto di ricevere CCF senza che in cambio venga meno nessun altro credito o diritto.

La via per risolvere le disfunzioni dell’Eurosistema e per far uscire l’Italia dalla depressione economica, quindi, è il progetto Moneta Fiscale / CCF.

venerdì 14 giugno 2019

I fornitori non sono nel Maastricht Debt, ma non è una svista


Riguardo ai Minibot e alle loro differenze rispetto ai CCF (descritte in questo articolo), un tema che ha attirato parecchi commenti è la classificazione dei debiti della pubblica amministrazione nei confronti di fornitori di beni e servizi.

I debiti di fornitura, infatti, non rientrano nel Maastricht Debt, cioè nel debito pubblico rilevante ai sensi dei trattati e dei regolamenti UE.

La cosa ha suscitato stupore, ed è stata da parecchi definita “un’evidente svista, che sarebbe opportuno correggere”.

Non è la mia opinione. Io credo che si tratti di una classificazione corretta, che risponde a una ben precisa logica.

Per comprenderlo, è (una volta tanto) utile assimilare i criteri di analisi della situazione finanziaria statale, a quelli di un’azienda.

Quando si stima il valore economico di una società (cosa che per lavoro mi capita di fare tutti i giorni, o quasi) il metodo probabilmente più utilizzato consiste nel prendere i risultati operativi, moltiplicarli per un fattore rilevato in transazioni passate o in quotazioni di borsa di società in qualche modo comparabili (per dimensione, settore di attività, prospettive di crescita eccetera), ottenendo così il cosiddetto “enterprise value (EV)” o valore dell’azienda.

Per passare dal valore dell’azienda al valore della società, si aggiunge poi la liquidità e/o si sottrae l’indebitamento finanziario.

Il motivo è facile da intuire. Una società con un EV di 100 milioni di euro e 10 milioni in cassa, e zero debiti, avrà evidentemente un valore più alto di una analoga senza liquidità e con 20 milioni di debiti bancari.

Ora, l’indebitamento finanziario da sottrarre non comprende i debiti di fornitura (così come la liquidità non comprende i crediti verso clienti).

Perché ? continuando a operare, la società dovrà, indubbiamente, pagare quei fornitori, ma via via che quei debiti si estinguono, se ne formeranno degli altri, in quanto continueranno a formarsi dilazioni di pagamento a fronte degli acquisti effettuati.

Se si valuta la società in ipotesi di continuità aziendale, i debiti di fornitura vanno quindi considerati un finanziamento permanente e non oneroso (in termini di interessi da pagare). L’indebitamento che conta ai fini della valutazione quindi non comprende questi debiti.

Può essere necessario valutare diversamente la situazione se si rileva l’esistenza di una grossa quantità di debiti scaduti, anomala rispetto alle prassi di mercato. Se la società paga i fornitori a 270 giorni e la normalità è 90, i debiti di fornitura sono troppo alti e con ogni probabilità dovranno essere ridotti perché l’azienda continui ad operare. Aumenterà quindi il debito finanziario.

Ma in questo caso, in sede di valutazione si va a correggere un’anomalia. Un livello di debiti di fornitura fisiologico e in linea con i concorrenti non va corretto, e non va considerato debito da sottrarre all’EV per determinare il valore della società.

Nel caso del debito pubblico, valgono considerazioni del tutto analoghe. Le pubbliche amministrazioni effettuano acquisti di beni e servizi, che danno luogo a dilazioni di pagamento e quindi a debiti di fornitura. Finché i termini di pagamento sono normali e fisiologici, il relativo debito è una forma di finanziamento ricorrente e non onerosa.

E’ quindi del tutto condivisibile che questo debito non venga considerato nel Maastricht Debt – che è il dato sulla base del quale si valuta (almeno nelle intenzioni di chi ha elaborato i trattati) la sostenibilità del debito pubblico. Così come i debiti di fornitura non vengono sottratti dall’EV quando si stima il valore del capitale azionario di una società.