domenica 19 maggio 2019

Quando si sbaglia strada


“Non bisogna illudersi che esistano soluzioni facili”: quante volte avete sentito o letto frasi simili, da parte di economisti e politici schierati in favore dell’attuale eurogovernance ?

Il loro “ragionamento” (le virgolette sono d’obbligo) è grosso modo il seguente: la crisi dura da una dozzina d’anni, e siccome non è stata risolta, “evidentemente” non si può pensare che possa esserlo se non con un lungo, tormentato e doloroso processo di ulteriori riforme.

Quali, non è per niente chiaro. Con quali tempi per ottenere risultati concreti e positivi, ancora di meno.

La realtà è molto più semplice.

Se una crisi di domanda è stata “affrontata” con politiche restrittive, con tagli e tasse, significa che chi ha portato l’Italia in quella direzione ha sbagliato completamente (se era in buona fede…) ad analizzarne le cause e a diagnosticare gli interventi.

Dovevo andare da Milano a Venezia e ho infilato l’autostrada in direzione Torino. Ho fatto 100 chilometri nella direzione opposta.

Esistono soluzioni semplici ?

Ma certo. Uscire dall’autostrada e riprenderla nel senso opposto. Di difficile, c’è solo riconoscere l’errore: difficile, s’intende, per chi in tutto questo tempo ha raccontato storie inverosimili e insensate – che la soluzione, cioè, era deflazionare la domanda, comprimere i diritti, precarizzare il lavoro.

Si fa fatica a arrivare all’obiettivo, dopo che si è cambiato direzione ?

La fatica è avere allungato il percorso di 200 chilometri – 100 fatti nel senso sbagliato, e 100 per ritornare al punto di partenza.

E poi ci saranno gli altri 250 per arrivare a Venezia.

Certo, si è perso un mare di tempo. Ma la destinazione si raggiunge. E la soluzione è facile.

giovedì 16 maggio 2019

L'origine della stagflazione


Sulla base di quanto esposto al post precedente, emerge con chiarezza quale sia l’origine di un fenomeno di stagflazione, cioè di una economia che in entra in una fase stagnante o recessiva mentre, nello stesso tempo, l’inflazione sale.

Negli anni Cinquanta o Sessanta, era opinione diffusa tra molti economisti che questo fenomeno non potesse verificarsi. L’inflazione, si riteneva, era possibile solo in conseguenza di una crescita troppo rapida della domanda, a cui si accompagnava un mercato del lavoro surriscaldato. Esisteva quindi un trade-off stabile tra inflazione e disoccupazione (la "curva di Phillips").

Gli oil shocks degli anni Settanta hanno invece dimostrato che la stagflazione è possibile quando la capacità del sistema economico di generare valore aggiunto (= PIL), e quindi reddito nazionale, cala, in conseguenza di un aumento di costo degli input acquistati dall’esterno (come il petrolio per la maggior parte dei paesi occidentali, appunto).

L’altra possibilità è che turbolenze politiche producano dissesti nella struttura produttiva del paese, contraendo quindi l’offerta potenziale. L’iperinflazione dei primi anni della repubblica di Weimar, in Germania, è nata in questo modo.

In entrambe queste situazioni, il PIL potenziale diminuisce e, anche a domanda nominale invariata, l’offerta scende al di sotto della domanda: il che avvia la dinamica di rialzo dei prezzi.

L’unica maniera di evitare la salita dell’inflazione sarebbe infatti ridurre la domanda aggregata in termini nominali, per esempio contraendo la spesa pubblica. Ma questo produrrebbe danni molto maggiori, gettando l’economia in depressione. Un calo nominale della domanda implica, infatti, una riduzione di redditi nominali (e reali) di famiglie e aziende, che si ripercuoterebbero sulla capacità di far fronte ai propri impegni per (tra le altre cose) mutui e finanziamenti.

Ne seguirebbero pesanti impatti sul sistema bancario, che limiterebbe di conseguenza il credito, alimentando un circolo vizioso e amplificando la caduta di produzione e occupazione.

Va comunque ricordato che nulla di tutto ciò si applica alla situazione italiana odierna.

Non c’è un problema di costo delle materie prime. Va tra l’altro ricordato che l’incidenza degli acquisti di petrolio ed energia sul PIL è, oggi, molto più bassa che negli anni Settanta. Rispetto ad allora, nell’economia è molto maggiore il peso relativo dei servizi e molto meno quello dell’industria; inoltre, l’efficienza energetica del sistema industriale e dei trasporti è molto più elevata.

E non abbiamo neanche subito qualcosa di comparabile all’occupazione della Ruhr…

Oggi l’economia italiana soffre di un pesantissimo output gap, mentre l’inflazione è l’ultimo dei problemi.

Oggi, la domanda va rilanciata con forza. I vincoli di governance dell’Eurosistema vanno superati. E lo strumento da utilizzare, senza rompere l’euro e restando all’interno degli attuali trattati e regolamenti, esiste: è il progetto Moneta Fiscale / CCF.


martedì 14 maggio 2019

Domanda, reddito potenziale e inflazione


In un recente post, avevo manifestato grande apprezzamento per il testo di Mitchell, Wray e Watts sulla MMT, accennando però anche al fatto che non mi trovavo in totale sintonia – o quantomeno, non ritenevo del tutto chiara – la loro trattazione dell’origine dei fenomeni inflattivi. Torno qui sull’argomento.

Gli autori parlano frequentemente, nel testo, di “inflazione da costi”, soprattutto con riferimento alle crisi petrolifere degli anni Settanta. Introducono anche una distinzione tra questo fenomeno e l’”inflazione da domanda” senza chiarirla del tutto, e accennando (ma senza approfondire) al fatto che i due fenomeni non possono essere completamente separati.

Penso che il tutto possa essere meglio chiarito come segue.

L’inflazione, intesa come una tendenza forte e persistente all’aumento del livello medio dei prezzi, è sempre provocata da un eccesso di potere d’acquisto in circolazione nell’economia, rispetto alla capacità del sistema economico di produrre reddito. In sintesi, dalla domanda che eccede l’offerta.

La cosiddetta inflazione da domanda nasce quando, a causa per esempio di un eccesso di spesa da parte del settore pubblico, la richiesta di beni e servizi cresce troppo velocemente rispetto alla capacità del sistema economico di produrli.

La cosiddetta inflazione da costi proviene anch’essa da uno squilibrio domanda-offerta: ma in questo caso è la crescita del costo di determinati input produttivi – esempio classico, appunto, il petrolio negli anni Settanta – che abbassa la capacità di produrre reddito. Con il risultato che anche a domanda invariata, la capacità di spesa del sistema economico si trova ad essere eccedente rispetto al reddito potenziale.

Su scala più accentuata, del resto, anche i citatissimi (a sproposito) fenomeni di iperinflazione (Weimar, Zimbabwe, Venezuela) sono nati a seguito di crolli della capacità produttiva e quindi del reddito potenziale, provocati, in questo caso, da turbolenze politiche.

La caduta del reddito potenziale deve necessariamente generare inflazione ? in teoria no, se i policymakers reagiscono togliendo potere d’acquisto dal sistema economico: riducendo la spesa pubblica in valore nominale, alzando le tasse, alzando i tassi d’interesse, ecc.

Ma un’azione di questo tipo avrebbe conseguenze disastrose, perché aziende e famiglie subirebbero un calo dei loro redditi nominali (oltre che reali) a fronte di impegni invariati per pagamenti di debiti, mutui, affitti e contratti di varia natura.

Ne seguirebbe una pesantissima catena di default e dissesti.

In pratica, una caduta del reddito potenziale finisce quindi per accompagnarsi a una salita dell’inflazione.

Negli anni Settanta tutti i paesi economicamente più sviluppati hanno visto l’inflazione salire, per periodi più o meno lunghi, a livelli intorno al 10% o anche al 20%. Non c’era altra strada per evitare che la seria recessione economica prodotta dagli oil shocks degenerasse in una gravissima depressione.

Quando si distingue tra inflazione da costi e inflazione da domanda si fa quindi riferimento all’origine dello squilibrio tra capacità di spesa e reddito potenziale – tra domanda e offerta. Ma l’inflazione si verifica sempre a seguito di un eccesso di domanda rispetto all’offerta. E non è certo sorprendente che sia così.


sabato 11 maggio 2019

Vincoli temporali all'utilizzo dei CCF


Fin dalla prima formulazione, ho proposto l’introduzione dei CCF (Certificati di Credito Fiscale) con un differimento temporale tra la data di emissione / assegnazione, e la data in cui diventano utilizzabili per ridurre pagamenti all’erario.

Per esempio, un CCF viene emesso il 1° gennaio 2020 e diventa utilizzabile (nel senso sopra definito) a partire dal 1° gennaio 2022.

Lo scopo è di dare tempo all’assegnazione dei CCF di stimolare la domanda e l’attività economica, con il conseguente incremento di PIL e di entrate fiscali, in modo che al momento dell’utilizzo (nell’esempio, nel 2022) la ripresa compensi i minori incassi dovuti all’utilizzo stesso.

Ricordo che i CCF, incorporando un diritto patrimoniale futuro ma certo (il diritto a sconti d'imposta), hanno valore fin dal momento dell'emissione: così come un CTZ a due anni ha valore già oggi, anche se fino alla scadenza finale non dà diritto ad alcun beneficio finanziario.

La scelta dei due anni come periodo di differimento è, in qualche modo, arbitraria, nel senso che non esistono fattori tecnici sulla base dei quali non si possa scegliere un periodo più lungo, o uno più breve.

La mia idea era di avere un differimento abbastanza lungo per permettere di beneficiare della ripresa della domanda; ma non troppo lungo, perché altrimenti nei percettori dei CCF potrebbe crearsi un qualche tipo di dubbio sul valore di un beneficio economico al momento non conseguito, e rimandato a un futuro troppo distante (o percepito come tale).

Due anni mi pareva (e mi pare) un compromesso sensato tra queste due esigenze.

Vari interlocutori, tuttavia, mi hanno manifestato la sensazione che sarebbe più cauto un periodo di differimento più lungo, per avere sicurezze ancora maggiori in merito alla generazione di entrate fiscali compensative.

Una variante da prendere in considerazione potrebbe essere di distribuire CCF in parte minore, a utilizzabilità immediata; e in parte maggiore, con un periodo di differimento, ad esempio, di tre anni.

Qualcosa del tipo: il 20% del CCF sono a utilizzabilità immediata, l’80% differita di tre anni. La media del periodo di differimento è 2,4 anni, quindi superiore a 2.

Il vantaggio di questa variante è che una parte dei CCF sono utilizzabili subito, e quindi viene a cadere ogni dubbio sul fatto che abbiano un effettivo valore. Il che si riflette positivamente anche sulla valutazione percepita dei CCF “differiti”.

In pratica, il CCF “immediato” è un “euro fiscale”, il CCF “differito” un titolo simile a un normale BTP o CTZ che a scadenza viene rimborsato non in euro ma in “euro fiscali”.

Tra parentesi, tutte le valutazioni che abbiamo effettuato (vedi qui da pag. 16 a pag. 19) sono basate sull’ipotesi che i CCF vengano utilizzati (per conseguire sconti fiscali) nell’esatto momento in cui termina il periodo di differimento.

In realtà una parte, forse consistente, degli ”euro fiscali” che si conseguono quando questo periodo termina (o fin da subito, se emettiamo, in parte, anche CCF “non differiti”) circoleranno in transazioni tra privati per un certo periodo di tempo, prima dell’utilizzo finale.

Si può anche ottenere un effetto di estensione di questo periodo dando la possibilità di mantenere gli “euro fiscali” su conti che offrono una remunerazione leggermente più alta dei normali conti correnti in euro (oggi è facile, visto che i conti bancari rendono zero…). Per esempio 1% in più.

I conti correnti sarebbero comunque, in qualsiasi momento, utilizzabili per effettuare pagamenti a controparti che accettino gli “euro fiscali”. I possessori tenderanno invece a differire, almeno in una certa misura, l'utilizzo per conseguire sconti fiscali, allo scopo di beneficiare degli interessi.


giovedì 9 maggio 2019

Warren Buffett è un grande - ma non in macroeconomia


Warren Buffett è il più grande investitore forse da quando esiste il capitalismo, e sicuramente degli ultimi cento anni. Ha accumulato, gestendo fondi e investendo, un patrimonio personale vicino a 100 miliardi di dollari. E non solo: controlla una società quotata (la Berkshire Hathaway) che ne capitalizza, in borsa, oltre 500.

Questo però non fa di lui un esperto di macroeconomia. Ne sono la prova alcune dichiarazioni rilasciate in una recente intervista. Come afferma questo articolo:

“Buffett ha evidenziato che la disoccupazione è ai livelli minimi da una generazione in qua, tuttavia l’inflazione e i tassi d’interesse non stanno salendo. Mentre nello stesso tempo il governo USA continua a spendere più soldi di quanti ne incassa. “Per quanto a mia conoscenza, nessun libro di testo di economia scritto nel primo paio di migliaia di anni ha discusso nemmeno la possibilità che questo tipo di situazione potesse perdurare, con tutte le variabili grosso modo invariate””.

Beh, non pretendo che Buffett legga il mio blog. Però a me non è risultato difficile spiegare:

perché la condizione normale delle economie nazionali è il deficit pubblico, quindi il governo che “spende più soldi di quanti ne incassa”

perché l’inflazione riparte solo quando la domanda supera la capacità produttiva del sistema economico – e anche con una disoccupazione sotto il 4%, ma con un tasso di partecipazione alla forza lavoro inferiore ai livelli pre-2008, gli USA non hanno ancora raggiunto quel livello

perché un deficit pubblico finanziato o garantito dalla potestà di emissione statale non richiede di offrire alti tassi d'interesse ai sottoscrittori.

E ovviamente io non sono stato l’unico a capire e a spiegare questi fenomeni, né sono il più noto tra quanti li hanno illustrati. Sono concetti che si comprendono molto bene leggendo gli autori MMT.

Buffett però non ha letto nemmeno quelli, come risulta chiaro da alcune altre sue dichiarazioni, formulate meno di due mesi fa. Ha criticato la MMT basandosi, evidentemente, su resoconti fuorvianti e di seconda mano.

E questo è un po’ più grave: non tanto non averla capita, ma criticarla senza averla compresa, anzi senza – evidentemente - essersi documentato.

Investire con successo e capire la macroeconomia evidentemente sono due cose diverse. Non ho dubbi comunque sull’onestà intellettuale di Buffett, e ritengo probabile che l’evidenza dei fatti lo condurrà a rivedere le sue opinioni…


lunedì 6 maggio 2019

MMT e Moneta Fiscale


Il dibattito sulla Modern Monetary Theory sta salendo di intensità, negli USA e di conseguenza anche nel resto del mondo, a causa tra l’altro dell’interesse manifestato da importanti esponenti del partito democratico quali Bernie Sanders ed Alexandra Ocasio-Cortez, nonché del ruolo di Stephanie Kelton quale consulente economico di Sanders.

Il progetto progetto Moneta Fiscale / CCF può essere considerato, in larga misura, l’applicazione all’Eurozona dei concetti fondamentali che caratterizzano la MMT.

Un aspetto paradossale, in tutto questo, è che quando ho iniziato ha sviluppare i CCF, della MMT non sapevo pressoché nulla. E’ vero che una delle mie due fonti di ispirazione sono stati i Tax-Backed Bonds di Warren Mosler e Philip Pilkington (l’altra, i MEFO bills di Hjalmar Schacht).

Ma a parte questo, la MMT la conoscevo, in pratica, solo di nome, ed ero stato fuorviato da alcune rappresentazioni del tutto fuori luogo, formulate da economisti non-MMT.

Il primissimo post di questo blog, che avevo scritto in forma di domande e risposte (in pratica, un’autointervista) contiene quanto segue.

D. Una digressione teorica, a questo punto: quello che dici suona simile alle affermazioni della Modern Monetary Theory, una scuola eterodossa di pensiero economico di cui ultimamente si parla parecchio.

R. Guarda, non ne sono un profondo conoscitore. Di sicuro la MMT ha avuto il merito di diffondere la conoscenza di due elementi chiave per comprendere l’attuale crisi, soprattutto nel contesto europeo. Il primo è che uno Stato dotato di sovranità monetaria, che si indebita nella sua valuta, può sempre evitare il default essendo in grado di emettere moneta per ripagare il debito. Ovvio dirai tu, ma forse non per chi ha progettato l’euro…

D. Il secondo elemento ?

R. Il fatto che, in una situazione di economica depressa, di trappola della liquidità, dove i tassi d’interesse sono pressoché azzerati ma questo è insufficiente a riportare l’economia alla piena occupazione, è possibile sostenere la domanda stampando moneta, senza che ci sia da preoccuparsi né dell’inflazione né dei tassi d’interesse. Questo è un punto importantissimo e, come abbiamo visto, non compreso da parecchi insigni politici ed economisti.

D. Su altre cose la MMT ti lascia invece dei dubbi.

R. Con riserva di approfondirla, mi pare che la MMT abbia sviluppato argomentazioni che faccio fatica a seguire, e che quindi mi risultano dubbie, sul fatto che l’espansione monetaria può e deve essere perseguita anche dopo che l’economia è tornata alla piena occupazione.

D. Questo non lo condividi.

R. No, e i motivi risultano chiari ripercorrendo il dibattito economico del secondo dopoguerra. Le politiche di sostegno della domanda hanno goduto in quel periodo di grande notorietà e successo, creando però equivoci e quindi rischi di abusi. Se il sistema economico è già in situazione di piena occupazione, il sostegno della domanda si scontra con il limite fisico di capacità produttiva che in quel momento esiste. C’è più domanda che capacità, in altri termini.

D. Quindi se spingo la domanda oltre quei livelli, per esempio aumentando la spesa pubblica…

R. …non riesco a espandere la produzione. Se il sostegno della domanda è finanziato con emissione di moneta, faccio salire i prezzi. Se è finanziato con emissione di debito, faccio salire i tassi d’interesse e quindi calano altre forme di domanda – consumi, investimenti delle aziende, export perché si rafforza il cambio.

Dal che è evidente che a fine 2012 – inizio 2013 della MMT sapevo solo quanto ne avevo letto in alcune sintesi (errate e di seconda mano). Il concetto che “se il sistema economico è già in situazione di piena occupazione, il sostegno alla domanda si scontra con il limite fisico di capacità produttiva” è assolutamente basilare ed espresso con totale chiarezza dagli economisti MMT. Ed è totalmente omogeneo alle conclusioni a cui ero arrivato per conto mio, come ho potuto verificare quando ho letto gli autori MMT invece di basarmi su rappresentazioni fuorvianti.

L’omogeneità del progetto MF / CCF ai principi MMT sta nel fatto che i Certificati di Credito Fiscale possono svolgere, in stati appartenenti a un’unione monetaria, la funzione di regolazione del deficit pubblico necessaria a perseguire, contemporaneamente, piena occupazione e stabilità dei prezzi.

Funzione normalmente attuabile emettendo moneta sovrana (nei paesi che non hanno rinunciato ad averne una, cioè praticamente tutti quelli minimamente rilevanti nell’ambito dell’economia mondiale – Eurozona esclusa).

Personalmente, mi ritengo al 95% in sintonia con l’impostazione MMT, così come descritta nel recentissimo testo di Mitchell, Wray e Watts (il più significativo e aggiornato sull’argomento, a mio parere).

Già che ci sono (ne ho già parlato, ma ritornerò su entrambi i temi) cito anche che cosa costituisce il 5% di non-(totale)-sintonia.

Primo, la tendenza della MMT a trascurare le implicazioni geopolitiche e di lungo termine dei deficit commerciali: il deficit commerciale di paesi dotati di moneta sovrana è descritto grosso modo come la capacità di ottenere beni e servizi in cambio di “carta”. Quindi una condizione favorevole, sotto molti aspetti.

Ma è anche l’indicazione che si sta perdendo base produttiva a favore di altri paesi. Il che ha implicazioni molto meno positive, anche se non immediate.

Secondo, la necessità (perlomeno, sulla base dell’esposizione di Mitchell, Wray e Watts nel libro citato) di elaborare meglio la spiegazione dei fenomeni inflattivi.

Per chiarire: Mitchell, Wray e Watts parlano frequentemente di “inflazione da costi” soprattutto con riferimento alle crisi petrolifere degli anni Settanta. Ma in effetti anche quei fenomeni inflattivi sono stati la conseguenza di uno squilibrio tra domanda e reddito potenziale del sistema economico. Solo, diversamente da molti altri casi, l’origine dello squilibrio non è stata una crescita troppo rapida della domanda, ma una caduta del reddito potenziale dovuta all’impennata dei prezzi di specifici input produttivi.

Su scala più accentuata, del resto, anche i citatissimi (a sproposito) fenomeni di iperinflazione (Weimar, Zimbabwe, Venezuela) sono stati prodotti da crolli del reddito potenziale dovuti a turbolenze politiche.

Al di là di approfondimenti su questi temi, comunque, mi sento tranquillamente di affermare che il progetto Moneta Fiscale / CCF è una modalità (credo la più semplice ed efficace, quantomeno tra tutte le idee e proposte che sono stato in grado di formulare o di cui ho sentito parlare) di applicazione dei principi MMT alle specificità dell’Eurozona.


venerdì 3 maggio 2019

Il serbatoio non è bucato


Tra i miei contatti Twitter, apprezzo molto @eligio68. Spesso abbiamo punti di vista differenti, soprattutto su temi macroeconomici, ma con lui si discute sempre con tranquillità e pacatezza, come dovrebbe (ma non è) essere la regola.

In merito alle mie opinioni e alla proposta Moneta Fiscale, mi sottopone spesso due obiezioni:

Se il problema è solo (o principalmente) quello di immettere potere d’acquisto nell’economia, perché il Sud Italia, beneficiario di tanta spesa pubblica, non è la economicamente sviluppato come la California ?

Più in generale, è sua opinione che i soldi vengano, spesso e volentieri, spesi male nell’ambito del sistema pubblico. Questo non equivale a dire che il problema è la qualità, molto più che la quantità, della spesa ?

Le risposte sono semplici.

Sul primo punto: immettere potere d’acquisto nell’economia non ne aumenta il potenziale produttivo. Permette però di portare il livello di attività economica al potenziale, quando il livello effettivo è depresso.

Che poi il potenziale economico del Sud non sia quello del Nord Italia o della California, è anche la conseguenza di una distorsione che esisteva già con la lira – una moneta unica utilizzata in due aree economiche con forti differenze di produttività, senza adeguati meccanismi compensativi.

E il progetto Moneta Fiscale può però intervenire anche su questo.

Sul secondo punto: la spesa pubblica italiana è davvero di qualità così scadente ? a confronto di cosa e di chi ?

Quello che è certo, è che senza euro e senza austerità la produttività italiana cresceva agli stessi ritmi medi dell’Unione Europea, e il reddito procapite pure (anzi meglio). Vedi il primo e il terzo grafico di questo post.

Il serbatoio, quindi, non è bucato. Ha qualche perdita ? forse, ma non più di quante ne esistessero vent’anni fa. Semplicemente, non si sta immettendo acqua a sufficienza.

Di diverso, rispetto a vent’anni fa, ci sono appunto l’euro e la connessa austerità. Lì stanno le cause, e su quello devono intervenire le soluzioni: che esistono.


mercoledì 1 maggio 2019

Fiscal Money for Italy


Wolfgang Munchau, in his April 28, 2019 Financial Times article (“The Unbreakable, Unsustainable Eurozone”) has concluded that “More likely, instead, is that parallel currencies, unconventional debt securities, or even cryptocurrencies will offer opportunities for an official grey exit. It will turn out that you can be inside and outside the eurozone at the same time. The unbreakable and unsustainable will find a way to coexist”.

This is consistent with the policy proposal that was long advocated by the Group of Fiscal Money, even if we do not characterize it as a way to be “inside and outside the eurozone at the same time”. Rather, it is the path to make it sustainable by fixing its current dysfunctionalities.

What is Fiscal Money? It is a transferable and negotiable bond issued by government, which bearers may use for obtaining tax rebates two years from issuance. Such bond carries immediate value, since it incorporates a state commitment to accept it in exchange for reductions of future fiscal obligations, and it may be instantaneously exchanged against euros or used as a payment instrument (parallel to the euro) in a dedicated platform.

Fiscal Money would be allocated, free of charge, to supplement employees’ income, to fund public investments and social spending programs, and to reduce enterprises’ tax-wedge on labour. These allocations would increase domestic demand and (by mimicking an exchange rate devaluation) improve enterprise competitiveness. As a result, Italy’s large output gap would close without affecting the country’s external balance.

According to the International Financial Reporting Standards, Fiscal Money bonds would not constitute debt, since the issuer would be under no obligation to reimburse them in cash at any point in time. Also, the European System of Accounts would treat them as “non-payable deferred tax assets;” as such, they would not be recorded in the budget until used for tax rebates (two years after issuance, when output and fiscal revenue will have improved).

Based on conservative assumptions (i.e., fiscal multiplier of 1 and resumption of private investments enough to recover only half of the drop since 2007 in 4 years), a gradual issuance of Fiscal Money bonds that starting in 2019 would peak in 2021 at €100 billion (vis-à-vis the €800+ billion of Italy’s total fiscal revenue) and continue steadily thereafter would raise GDP growth to 3% in 2019-2021 and between 1.5% and 2% thereafter,  thereby generating tax revenues sufficient to offset the tax rebates coming due.

Were the program to under-perform, due to temporary difficulties, safeguard measures would kick in automatically and restore fiscal compliance through: financing select public expenditures with Fiscal Money (instead of euro); raising taxes and simultaneously allocating additional Fiscal Money bonds; incentivizing Fiscal Money bondholders to reschedule their use for tax rebates by enhancing their bond value; and placing Fiscal Money bonds in the market (in exchange for euros). These measures would raise the needed euro cash while avoiding procyclical effects and, importantly, would prevent market uncertainties. The high cover ratio (that is, the ratio between government gross receipts and tax rebates coming due) would make them sustainable.

By activating a Fiscal Money program, Italy would revamp growth without asking anything of anybody: no European treaty revisions; no financial transfers from other countries; and no recourse to the capital market. Public debt would stop growing and start declining relative to GDP, thus attaining the Fiscal Compact goal. And if Italy were ever to lessen fiscal discipline and over-issue Fiscal Money, only its recipients would take the hit since the value of the instrument would fall without hurting the euro or creating default risk (Fiscal Money itself is default-free and the safeguards would protect investors against higher cross-default risk on debt-instruments). In any case, the large cover ratio would make this scenario totally unlikely.

Have we found the “philosopher’s stone”? Certainly not. In an economy with large resource slack, the multiplier and the investment accelerator work their effects largely on output and moderately on prices. And if external leakages are contained (through increased competitiveness), the impact on aggregate demand would be the largest. Finally, revamping demand will benefit productivity and long-term growth, which have both dramatically declined after decades of public and private investment contraction. The so oft-invoked “structural reforms” would do nothing to change expectations and jumpstart growth without a strong and sustained positive demand shock.

Is this a step toward Italexit? Not at all. As Fiscal Money addresses the dire consequences of the Eurosystem’s dysfunctions for Italy, exit is no longer needed. Also, based on our proposal, the total stock of Fiscal Money bonds in circulation would never exceed €200 billion – a very small fraction compared to the stock of bank deposits (€4 trillion) and government debt bonds (€2 trillion) outstanding: Fiscal Money would only integrate existing financial assets, not replace them, while the euro would remain the country’s unit of account.

Fiscal Money is about mobilizing unutilized resources, accelerating investment, and inducing banks to resume lending in a national economy that has lost monetary sovereignty and exhausted the space for conventional active fiscal policy.  



The Group of Fiscal Money, Italy

Biagio Bossone

Marco Cattaneo

Massimo Costa

Stefano Sylos Labini



domenica 28 aprile 2019

La normalità del deficit pubblico


E’ da poco uscito un testo di grande interesse, “Macroeconomics” di William Mitchell, Randall Wray e Martin Watts. Ne raccomando la lettura perché si tratta della più sistematica e completa esposizione, tra quelle fin qui disponibili, della Modern Monetary Theory (MMT). Non so quando sarà pubblicata la traduzione italiana, ma penso a breve.

Un concetto chiave della MMT è quello dei saldi settoriali. Nel testo sopra citato lo trovate esposto in modo tecnico ed esaustivo. Ma il concetto base è semplice e può essere riassunto come segue.

Il risparmio finanziario privato interno (RFPI) di un paese corrisponde, evidentemente, alla differenza tra gli incassi di aziende e famiglie, e i pagamenti effettuati per l’acquisto di beni e servizi.

Ci sono solo due modalità tramite le quali si può formare RFPI.

La prima è che il paese produca un surplus delle partite correnti. Questo corrisponde a dire che i pagamenti ricevuti dall’estero per vendite di beni e servizi, più il reddito degli investimenti effettuati all’estero, più trasferimenti unilaterali tipo le rimesse degli emigrati, ecceda i pagamenti effettuati all’estero a fronte di analoghe causali. Un surplus delle partite correnti crea risparmio finanziario all’interno del paese; un deficit, al contrario, aumenta le passività finanziarie nette.

La seconda modalità è che il settore pubblico del paese sia in deficit. Il deficit pubblico significa, infatti, che le pubbliche amministrazioni effettuano più pagamenti di quanti ne ricevono. Questa differenza incrementa il risparmio privato. Il surplus del settore pubblico, al contrario, lo diminuisce.

Vediamo un esempio delle implicazioni di tutto ciò per tre paesi: USA, Germania e Italia. I dati sono in percentuale del PIL e si riferiscono alle previsioni per l’anno 2019 recentemente elaborate dal Fondo Monetario Internazionale.

USA
Surplus / (deficit) delle partite correnti (1)                     -2,4%
Deficit / (surplus) del settore pubblico (2)                      +4,6%
Risparmio finanziario privato interno (1+2)                   +2,2%

Germania
Surplus / (deficit) delle partite correnti (1)                     +7,1%
Deficit / (surplus) del settore pubblico (2)                      -1,1%
Risparmio finanziario privato interno (1+2)                   +6,0%

Italia
Surplus / (deficit) delle partite correnti (1)                     +2,9%
Deficit / (surplus) del settore pubblico (2)                      +2,7%
Risparmio finanziario privato interno (1+2)                   +5,6%

Per tutti e tre i paesi è prevista, nel 2019, una generazione di RFPI: poco più del 2% del PIL per gli USA, 6% o poco meno per Germania e Italia.

Ma le strade tramite cui questo risparmio si genera sono alquanto diverse.

Gli USA hanno un saldo negativo delle partite correnti, e lo coprono con un deficit del settore pubblico: avanzano un paio di punti di RFPI.

La Germania ha un enorme saldo attivo delle partite correnti. Il surplus di bilancio pubblico lo erode parzialmente, lasciando comunque sei punti percentuali di RFPI.

L’Italia ha un rilevante surplus delle partite correnti (anche se non delle dimensioni eclatanti di quello tedesco) e un deficit di bilancio pubblico. Questi due fattori concorrono in misura all’incirca uguali alla formazione di RFPI (a livelli vicini a quelli tedeschi).

Ora, una conseguenza di tutto ciò è che se prendiamo in considerazione l’economia mondiale, in un qualsiasi anno, una cosa di cui possiamo essere certi è che il saldo mondiale delle partite correnti è esattamente zero. I pagamenti effettuati tra un paese e l’altro sono per definizione pari agli incassi. Perché i pagamenti di qualcuno sono gli incassi di qualcun altro.

Questa è una pura e semplice identità contabile.

Non è invece un’identità contabile, ma penso sia facile convenire che si tratta di una situazione auspicabile e normale, che il totale mondiale del risparmio finanziario privato sia positivo. E’ normale e auspicabile, in altri termini, che nel complesso aziende e famiglie incrementino il loro risparmio finanziario netto.

La normalità per l’economia mondiale deve allora essere qualcosa del genere:

Mondo
Surplus / (deficit) delle partite correnti (1)                     +0,0%
Deficit / (surplus) del settore pubblico (2)                      +x%
Risparmio finanziario privato interno (1+2)                   +x%

Se l’obiettivo, in altri termini, è che nel mondo si formi un risparmio finanziario privato pari al 4%, il totale dei deficit pubblici deve essere anch’esso pari al 4% del PIL mondiale.

Il pareggio, per non dire il surplus, del bilancio pubblico non sono quindi una “virtù”. Sono un’anomalia, che un paese può sostenere nel tempo solo se produce altissimi surplus delle partite correnti (il che significa che altri paesi dovranno essere in deficit per pari importi).

Come possiamo allora definire la richiesta del Fiscal Compact, per i paesi UE che vi hanno aderito, di puntare al pareggio del bilancio pubblico ? e la medesima prescrizione recepita nell’articolo 81 della Costituzione italiana ?

A me viene in mente “bestialità contabile”. Che ne dite ?


martedì 23 aprile 2019

Aggiornamento Progetto Moneta Fiscale / CCF

La più recente versione del Progetto Moneta Fiscale / CCF, aggiornata sulla base dell'ultimo DEF, è disponibile tramite questo link.

Grazie a Francesco Chini per la consueta consulenza informatica.

venerdì 19 aprile 2019

Progetto Moneta Fiscale: risposte ad alcuni dubbi ricorrenti


D1. Attuando il Progetto Moneta Fiscale, è sicuro che non si verificherà alcun incremento di debito pubblico rispetto all’ipotesi di proseguire secondo le attuali linee di politica economica ?

R1. Qualsiasi previsione è attendibile o meno in funzione delle ipotesi che vengono adottate. Non esistono ovviamente sfere di cristallo: i punti chiave sono l’attendibilità delle ipotesi e le manovre compensative che il Progetto prevede di adottare se l’evoluzione dell’economia fosse meno favorevole del previsto.

Le ipotesi adottate nel valutare gli impatti del Progetto sono assolutamente ragionevoli. L’ultimo Documento di Economia e Finanza (DEF aprile 2019) prevede che a fine 2022 il debito pubblico raggiunga il livello di 2.490 miliardi di euro.

Il Progetto Moneta Fiscale arriva (in un arco di tempo più lungo) allo stesso livello massimo, ipotizzando che l’immissione di CCF nell’economia produca un effetto espansivo sul PIL stimato sulla base di un moltiplicatore di 1x, e che i conseguenti maggiori tassi di crescita facciano recuperare, nel giro di alcuni anni, agli investimenti privati la metà della caduta registrata tra il 2007 (picco pre-crisi) e il 2018.

Sono ipotesi tendenzialmente conservative, tenuto conto che il sistema economico riparte da livelli di domanda aggregata fortemente depressi. In ogni caso, scostamenti negativi rispetto alle previsioni sono ampiamente gestibili grazie alle clausole di salvaguardia non procicliche e all’alto rapporto di copertura a termine degli sconti fiscali.



D2. Non rischiamo squilibri di saldi commerciali esteri ?


R2. A parità di condizioni, un incremento di domanda interna produrrebbe una crescita di importazioni e quindi un peggioramento dei saldi commerciali esteri. Ma il Progetto Moneta Fiscale prevede che una parte delle assegnazioni di CCF vadano alle aziende, riducendo quindi il loro costo effettivo del lavoro.

Il Progetto dispone in un certo senso di due “manopole”, una che regola la domanda e una che interviene sulla competitività (l’allocazione alle aziende come sopra descritta, appunto). E’ quindi possibile attuarlo in modo tale che il maggior import dovuto alla ripresa della domanda sia compensato da maggiori esportazioni nonché da sostituzioni di prodotti importati con produzioni realizzate in Italia.

L’obiettivo è massimizzare l’efficacia del Progetto, evitando che una parte dell’effetto espansivo si disperda a causa di impatti negativi sui saldi commerciali esteri. Si punta a un impatto neutrale: nessun miglioramento e nessun peggioramento del saldo export – import.



D3. Come è possibile essere certi che la reazione dei mercati non sarà negativa ?

R3. Nessuno può avere certezze in merito al comportamento dei mercati, soprattutto a brevissimo termine. Detto questo, l’incertezza esiste, pesantemente, OGGI, perché l’Italia è indebitata in un moneta che non emette, non esiste una garanzia incondizionata dell’istituto di emissione (la BCE) in merito al debito pubblico (“Maastricht Debt”), l’ipotesi di rottura del sistema non può essere esclusa e in caso di rottura l’Italia sarebbe costretta al default o alla ridenominazione del suo debito pubblico in una moneta più debole (rispetto all’euro).

Questa situazione è all’origine del “problema spread”. Una garanzia incondizionata della BCE lo eliminerebbe, ma questa garanzia non esiste e le probabilità che venga accettata, in seguito a una revisione dei trattati UE, è infinitesimale per non dire nulla.

Nel contesto sopra descritto, il Progetto Moneta Fiscale ottiene quanto di meglio possibile anche dal punto di vista dei detentori di titoli del debito pubblico italiano. Ad esempio, si annuncia che il Maastricht Debt non supererà un livello massimo prestabilito – che potrebbero essere i 2.490 miliardi previsti per fine 2022 (previsione DEF 2019) - e scenderà costantemente in rapporto al PIL.

Gli strumenti disponibili nell’ambito del Progetto Moneta Fiscale consentono di rispettare in modo rigoroso questo obiettivo. Oggi, al contrario, obiettivi simili sono costantemente disattesi, perché i tentativi di ridurre il deficit comprimono la domanda e quindi il denominatore del rapporto Maastricht Debt / PIL.

Tutto ciò dà ai titolari del debito pubblico garanzie molto più solide rispetto alla situazione odierna.


D4. Non c’è il rischio che il governo italiano emetta quantitativi di CCF eccessivamente alti, per acquisire consenso politico o per qualsiasi altra ragione ?

R4. Va innanzitutto precisato che la presunta “indisciplina fiscale” dell’Italia è un mito. L’Italia è l’unico paese UE che dal 2000 in poi ha ottenuto surplus primari di bilancio pubblico IN OGNI ANNO salvo che nel peggiore, quello immediatamente successivo alla “crisi Lehman” (il 2009: vedi qui a pagina 5).

Ciò premesso, un eccesso di emissioni di CCF ridurrebbe il loro valore rispetto a quello dell’euro in quanto si verificherebbe un effetto di “intasamento”: circolerebbe una quantità di CCF molto elevata rispetto a quanto utilizzabile, anno per anno, per ottenere sconti fiscali. Ma le emissioni previste dal Progetto Moneta Fiscale sono molto lontane dai livelli che potrebbero dar luogo a questo problema.

In ogni caso, la responsabilità e i danni resterebbero confinati all’Italia. I CCF si “svilirebbero” rispetto all’euro, ma questo non avrebbe ripercussioni negative sulla moneta comune e sui partner dell’Eurozona.



D5. Tramite il Progetto Moneta Fiscale, esiste la possibilità di ridurre il debito pubblico anche in valore assoluto ?

R5. Via via che l’utilizzo dei CCF prende piede, è possibile ipotizzare che il Ministero dell’Economia emetta ulteriori titoli a utilizzo fiscale (ad esempio, CCF a medio-lunga scadenza) per rifinanziare i normali titoli di Stato via via che scadono. Anche queste ulteriori emissioni non rientrerebbero nel Maastricht Debt.

Esiste quindi una non marginale probabilità di poter non solo stabilizzare il Maastricht Debt (e di abbassarlo in rapporto al PIL), ma anche di ridurlo in valore assoluto, rendendo l’Italia sempre meno soggetta alle fluttuazioni e alle tensioni speculative del mercato dei capitali.


D6. Il Progetto Moneta Fiscale sarà un trampolino verso l’uscita dell’Italia dall’euro ? 

R6. Il Progetto Moneta Fiscale è nato per risolvere le disfunzioni dell’eurosistema, non per romperlo. Gli autori del Progetto sono fortemente critici riguardo all’eurosistema così come oggi è impostato. Ma il Progetto è nato per correggere quanto attualmente non funziona, non per portare la situazione verso la rottura.

A prescindere da qualsiasi valutazione di natura politica, la rottura dell’euro sarebbe un evento traumatico ed estremamente complesso da attuare. Basta riflettere, per rendersene conto, sulle turbolenze dei mercati finanziari che si verificherebbero prima, durante e dopo l’evento, e alla complessità della ridenominazione contrattuale e legale dei contratti stipulati in euro.

Le difficoltà politiche e pratiche resterebbero molto rilevanti, in effetti pressoché invariate, anche se i CCF fossero già in circolazione.

Per questa ragione, il Progetto Moneta Fiscale è stato concepito, fin dalla sua nascita, come una strada per rendere funzionale un sistema che oggi non lo è: non per romperlo.

mercoledì 17 aprile 2019

La proposta Mosler


Ho moltissima stima per Warren Mosler, che considero un economista di grandi competenze e originalità di pensiero. L’idea dei CCF, del resto, mi è stata ispirata dai tax-backed bonds (noti appunto anche come Mosler bonds) proposti da lui e da Philip Pilkington, oltre che dai MEFO bills di Hjalmar Schacht.

La proposta Mosler per reintrodurre la lira in Italia mi lascia però perplesso. Può darsi benissimo che io non l’abbia perfettamente compresa (e se è così ringrazio in anticipo chi mi farà notare eventuali discordanze tra il seguito di questo articolo e le affermazioni di Mosler, che sinceramente a volte trovo sintetiche all’eccesso – degli schizzi molto interessanti ma un po’ carenti nell’elaborazione dei dettagli – magari è un mio limite).

Per quello che ho compreso io, Mosler propone di:

UNO, convertire tutta la spesa pubblica italiana da euro a lire.

DUE, dichiarare che le tasse e qualsiasi altra forma di obbligazione finanziaria nei confronti del settore pubblico dovranno essere pagate in lire.

I depositi bancari resteranno invece in euro, e non si verificherà alcuna conversione di crediti, debiti, valuta di denominazione dei contratti eccetera: resterà tutto in euro.

Secondo Mosler, dato che tutti i residenti italiani avranno bisogno di lire per pagare le tasse, ci sarà una forte domanda di lire che eviterà svalutazioni della lira nei confronti dell’euro.

Se questo è vero, i soggetti che ricevono lire e non più euro a fronte delle varie voci di esborso del settore pubblico – dipendenti pubblici, pensionati, fornitori della pubblica amministrazione, possessori di Stato, eccetera – non subiranno penalizzazioni. Riceveranno lire ma la lira sarà convertibile in euro pressoché alla pari.

La mia perplessità riguarda soprattutto quest’ultimo punto. Come facciamo a essere certi di un rapporto di cambio pressoché alla pari ? è vero che i residenti italiani dovranno procurarsi lire per pagare le tasse, ma è anche vero che lo Stato italiano immetterà una quantità ancora superiore di lire a fronte della spesa pubblica (precedentemente effettuata in euro). La quantità sarà superiore perché esiste un deficit pubblico, che tra l’altro ci si propone di aumentare per rilanciare la domanda, l’occupazione e il PIL.

La lira di Mosler è in effetti, in questo schema, una forma di Moneta Fiscale, utilizzabile fin da subito per pagare tasse (e non con un differimento di due anni, come nel caso dei CCF). Ma se ne immette immediatamente una quantità enorme, vicina a 1.000 miliardi: non 30 il primo anno da incrementare gradualmente fino a circa 100 (che è quanto ipotizzato dal progetto CCF).

Il rapporto di cambio lira – euro alla pari nel caso della proposta Mosler mi sembra quindi tutt’altro che certo.

E comunque si verifica una conversione forzata di ogni voce di spesa pubblica, imponendo la ridenominazione di tutti i contratti in essere.

Nel caso dei CCF, al contrario, la proposta è di immettere una quantità molto inferiore e molto più gradualmente, e di non ridenominare nulla. Tutto quello che si pagava in euro continua a essere pagato in euro. Si immette maggior potere d’acquisto sotto forma di CCF, senza alcuna conversione.

Anch’io e gli altri membri del Gruppo Moneta Fiscale pensiamo che il rapporto di cambio tra CCF ed euro non si discosterà molto dalla parità, salvo qualche punto percentuale per tener conto del differimento di utilizzabilità. Non ci saranno grossi scostamenti perché entro un periodo di tempo abbastanza breve gli impegni fiscali potranno essere onorati indifferentemente in euro o in CCF, e perché la quantità di CCF immessa sarà sempre e comunque una frazione degli impegni di pagamento verso la pubblica amministrazione.

Ma in ogni caso, se anche l’effetto di discount del CCF verso l’euro fosse superiore al previsto (magari inizialmente, per via dell’effetto novità), se fosse per esempio il 10%, cambierebbe poco per quanto riguarda l’efficacia del progetto. Sarebbero comunque soldi in più, potere d’acquisto supplementare che entra nell’economia.

Per queste ragioni il progetto CCF mi pare molto più efficace e sicuro negli effetti del progetto Mosler. Se non mi sfugge qualcosa, ovviamente.


sabato 13 aprile 2019

Brexit, feste noiose e ristoranti


Simon Wren-Lewis, economista inglese, scrive cose che trovo generalmente interessanti e condivisibili in merito alla crisi dell’eurosistema, e cose che mi lasciano molto più dubbioso in merito alla Brexit (a giudizio suo – ma non mio – un processo che il Regno Unito dovrebbe bloccare).

Un suo recente post afferma quanto segue:

“Ho sentito una buona metafora l’altro giorno. Alcuni colleghi decidono che sarebbe un’ottima idea cenare insieme usciti dal lavoro. Sono tutti entusiasti. E’ deciso, dicono. Ma a quel punto, qualcuno chiede dove si va a mangiare. Uno dice, sicuramente non un ristorante indiano. Un altro, abbiamo mangiato troppo italiano ultimamente. E così via: qualunque sia la proposta, qualcuno dice che non gli va bene. Ma tutti sono d’accordo che vogliono cenare insieme. Finiscono per lasciar perdere”.

Una metafora della Brexit, secondo Wren-Lewis: il referendum l’ha approvata senza che ci fosse un’idea di come attuarla e di cosa fare dopo. Per questo motivo, il referendum non avrebbe conferito legittimità alla Brexit.

Una metafora più corretta da applicare, a mio giudizio, è un’altra. La Brexit non è paragonabile alla decisione di cenare insieme. E’ paragonabile a un gruppo di amici che decidono di andarsene, tutti quanti (perché le cose se le fanno, le fanno in gruppo) da una festa che si sta rivelando molto noiosa.

La decisione di andarsene è presa. Non si è deciso se poi si torna in albergo a piedi, in metropolitana o in taxi. Ma PRIMA si esce, poi si vede che cosa conviene fare.

Torniamo al mio punto espresso in un post precedente: il referendum non chiedeva “volete uscire dalla UE a certe condizioni”. Chiedeva “volete uscire o no”.

Se si vuole rispettare la volontà popolare, democraticamente espressa nel referendum, si esce. Punto.

Theresa May, che aveva fatto campagna elettorale per il remain, non ha rispettato il risultato del referendum. Ognuno la pensi come crede: io lo considero, in sé, un fatto molto, molto grave.

mercoledì 10 aprile 2019

Che cosa serve per far partire la Moneta Fiscale


Le casematte del potere sono parecchie, e vanno conquistate una per una

Una delle domande che, da un po’ di tempo, mi viene posta con maggiore frequenza è la seguente: abbiamo una maggioranza parlamentare e un governo composto da due schieramenti politici (Lega e M5S) che sono informati del progetto Moneta Fiscale / CCF, e che ne comprendono le valenze. L’economia ha un’urgentissima necessità di essere rilanciata. Allora, perché il progetto ancora non decolla ? che cos’altro serve per sbloccarlo ?

Capisco perfettamente chi è impaziente. Anzi, per quello che vale ne condivido in pieno i sentimenti.

Ma la mia risposta – non ho la certezza che sia quella giusta, ma non ne vedo una più plausibile – è che controllare parlamento e governo non è sufficiente.

La ragione è che esistono molti altri soggetti che hanno un potere (più o meno elevato) d’influenza, d’interdizione, di insabbiamento del processo decisionale ed esecutivo.

Il più importante e il più visibile di questi soggetti è il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella è uomo PD, quindi totalmente ossequioso del principio per cui non si deve fare nulla che non sia esplicitamente approvato, gradito, meglio ancora caldeggiato da Bruxelles.

Spiegare che la Moneta Fiscale funziona ed è perfettamente compatibile con i trattati e i regolamenti UE per lui non è sufficiente, temo.

Potrebbe Mattarella rifiutarsi di firmare il testo di legge che introduce i CCF e rimandarlo alle Camere ? una volta sì, la seconda (in caso di nuova approvazione) no. Ma il diniego in sede di prima firma sarebbe con ogni probabilità sufficiente ad agitare le acque e a creare turbolenze sui mercati finanziari.

Qualcuno afferma, inoltre, che il ministro dell’economia, Giovanni Tria, sia in effetti un’emanazione di Mattarella. Forse è vero, forse no, forse lo è in parte. Ma in ogni caso, l’apparato tecnico-burocratico dei ministeri economici, per non parlare della Banca d’Italia, fa in larga misura riferimento alle strutture di comando preesistenti, quindi a persone che in gran parte sono le stesse rispetto a prima delle elezioni del 4 marzo 2018.

E il progetto Moneta Fiscale / CCF ridà poteri agli stati nazionali, sottraendoli a soggetti che danno attualmente per conseguito, per scontato, di essersene appropriati in modo irreversibile: in primo luogo le grandi istituzioni finanziarie internazionali, nonché la UE stessa e la BCE.

Il progetto MF / CCF inoltre minerebbe, si sente a volte affermare, il processo d’integrazione politica che l’euro era nato (almeno, così si disse ai tempi) per promuovere.

Questo processo d’integrazione peraltro è a fortissimo rischio di fallimento, e potrebbe al contrario essere rilanciato proprio da una diversa governance dell’Eurozona e da un forte rilancio della crescita e dell’occupazione.

E il rilancio dell’economia è proprio quanto il progetto MF / CCF consente di ottenere. Ma questo lo penso (con fortissima convinzione) io, non credo che lo pensi Mattarella, e mi sembra anche che non lo pensino le persone a cui il presidente presta orecchio (in particolare sui temi economici).

E’ una situazione senza vie d’uscita ? no, su questo sono più ottimista. Mattarella durerà in carica ancora tre anni (scarsi), fino a marzo 2022. Forse sono proprio i tre anni che mancano alla svolta.

In primo luogo perché, se l’attuale maggioranza parlamentare regge (cosa di cui sono personalmente convinto) avrà i numeri per eleggere il prossimo presidente della Repubblica: dopo tanto tempo, quindi, ci sarà la possibilità di avere un presidente senza il marchio PD.

Ma – forse non meno importante - anche perché si verificherà un graduale processo di avvicendamento nell’ambito delle strutture tecnico-burocratiche, sia del governo che delle istituzioni pubbliche.

In soldoni, circoleranno in quelle strutture meno persone che non si permettono neanche di concepire linee di azione prive dell’imprimatur della più stretta ortodossia eurocratica; e più persone dotate invece della convinzione e della volontà che la svolta possa e debba essere attuata.

Potrà anche accadere che i tempi siano più rapidi, e nel caso questo sarà dovuto alla spinta delle circostanze esterne: per esempio da una nuova recessione e da un nuovo appesantimento del malessere economico che grava in particolare sull’Italia, ma in effetti sulla maggior parte dell’Eurozona.

Di sicuro, tuttavia, questa non è una guerra che si vince con un blitz nelle sue fasi iniziali (che si sono in realtà – le fasi iniziali - già esaurite, tenuto conto che il governo Conte è in carica ormai da nove mesi).

Si sta invece combattendo una guerra di posizione e di logoramento. Assomiglia molto più alla prima guerra mondiale che alla seconda. E il terreno quindi va conquistato metro per metro.

Non dubitate, però: è una guerra che si può vincere.