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venerdì 18 marzo 2022

Moneta Fiscale per affrontare la crisi energetica e alimentare

 

L’economia mondiale sta soffrendo per gli aumenti dei costi di energia, materie prime e input produttivi in genere. Un problema già pesante da parecchi mesi, a causa delle strozzature di offerta causate dalla rimessa in moto delle catene produttive dopo la conclusione dell’emergenza Covid. Ma diventato ancora (e molto) più grave in conseguenza della crisi ucraina, che ha fatto esplodere il prezzo di petrolio, gas, commodities agricole eccetera.

Come affrontare questa pericolosissima situazione ?

Una possibilità da esaminare molto seriamente è la riduzione (diretta o indiretta) dell’imposizione fiscale che grava, sotto molteplici forme, sui costi degli input produttivi. Ad esempio:

abbassando l’IVA sui prodotti alimentari

abbassando le accise sui carburanti

abbassando gli oneri di sistema sui consumi di gas

erogando ristori a favore di famiglie e aziende consumatrici degli input produttivi, o dei prodotti da essi derivati, che stanno subendo incrementi di costi

eccetera.

C’è una remora da superare – sempre la solita. La (falsa) necessità di contenere i deficit pubblici. Ma i deficit sono negativi se creano eccesso d’inflazione; se facciamo deficit per diminuire i costi sia alla produzione che al consumo, andiamo invece nella direzione giusta, sotto tutti i punti di vista.

Tecnicamente uno Stato che emette moneta è libero di procedere con azioni di questo tipo. L’Italia però ha il problema di non avere una moneta propria, essendo parte dell’eurozona.

Tuttavia la soluzione esiste: erogare sostegni o attuare riduzioni di tasse ma NON tramite emissione di euro, bensì utilizzando Moneta Fiscale / CCF. Ridurre quindi gli impatti dei maggiori costi in modo indiretto (ma efficacissimo), con strumenti di compensazione fiscale.

Le erogazioni di Certificati di Compensazione Fiscale (CCF) possono compensare gli oneri di sistema sulle bollette di luce e gas, o le accise sui carburanti, o l’IVA sui generi di prima necessità. Giusto per parlare di beni le cui crescite di prezzo oggi destano particolare preoccupazione, e su cui il governo in effetti ha parzialmente agito nei mesi scorsi – con interventi però marginali per non dire “omeopatici” (sempre per via del ritornello che “mancano i soldi”).

Per esempio, può essere distribuita sia agli autotrasportatori sia al pubblico una carta carburante. Ogni volta che si effettua un rifornimento, a fronte del pagamento di euro la carta carburante attribuirebbe un determinato quantitativo di CCF, riducendo o azzerando totalmente l’impatto delle accise e dell’IVA per il consumatore.

I CCF sono una forma di Moneta Fiscale: sconti fiscali negoziabili e trasferibili, esercitabili dopo un predeterminato periodo dalla loro erogazione, che hanno valore in quanto danno diritto al titolare di ridurre pagamenti d’imposta futuri.

Il percettore della Moneta Fiscale può trattenerla per ridurre la sua imposizione fiscale futura, o utilizzarla per pagare beni e servizi ad esercizi economici che la accetteranno, o venderla sul mercato finanziario in cambio di euro.

Utilizzare la Moneta Fiscale con queste modalità migliora la competitività delle produzioni interne da un lato, aumenta il potere d’acquisto dei consumatori finali dall’altro. Crea spazi per abbassare, rispettivamente, sia i costi di produzione che i prezzi di vendita effettivi subiti dai consumatori.

L’essenziale è erogare Moneta Fiscale in quantità tali da restare ampiamente sotto il livello del prelievo fiscale annuo della pubblica amministrazione. Diversamente, il valore della Moneta Fiscale in circolazione si depaupererebbe. Ma gli spazi sono enormi, tenendo conto che gli incassi pubblici totali sono dell’ordine di grandezza di 800 miliardi annui.

La Moneta Fiscale consente quindi di finanziare interventi che preservano il potere d’acquisto dei consumatori e calmierano i costi di produzione delle aziende. Il tutto, senza emettere BTP o altre forme di debito da rimborsare in euro.

Il progetto Moneta Fiscale ha già trovato una parziale, ma molto efficace, applicazione con il Superbonus 110%. È decisamente il momento di ampliarne l’utilizzo e di farne uno strumento strutturale di gestione della politica economica. L’attuale contesto di crisi lo rende estremamente opportuno: in effetti, vitale.

 

giovedì 30 settembre 2021

Hamburger, buoni sconto e crediti fiscali

 

Durante l'audizione presso la Commissione Finanze del Senato dello scorso giovedì 23 settembre, il professor Michele Pizzo ha fornito una spiegazione tanto semplice quanto illuminante in merito alla natura NON-debitoria dei Certificati di Compensazione Fiscale.

Spiegazione basata sul seguente esempio. Se McDonald’s distribuisce buoni sconto che danno diritto a comprare un hamburger pagandolo 80 centesimi invece di un euro, deve registrare a bilancio un debito ? pari a 20 centesimi per ogni buono sconto emesso ?

Ovviamente no. Certo, quando in futuro – quantomeno, fino a esaurimento dei buoni sconto – McDonald’s venderà hamburger, incasserà 80 centesimi (cadauno) e non un euro.

Ma si tratterà semplicemente di una minore fatturazione rispetto a un livello ipotetico che diversamente nessuno può affermare se sarebbe stato, o meno, conseguito.

Detto altrimenti: a 80 centesimi ho venduto una determinata quantità di hamburger. A un euro, non so quanti ne avrei venduti. Sicuramente di meno. Ma parliamo di qualcosa che in realtà non è avvenuto. Avvenuta, è la fatturazione di 80 centesimi per hamburger, e quella – SOLO quella – va a bilancio.

Vale lo stesso per il progetto CCF.

Al momento dell’esercizio dei CCF, la loro esistenza sarà un fattore che andrà a determinare da un lato un maggior gettito fiscale lordo (perché l’assegnazione di CCF avrà prodotto un effetto espansivo su domanda e produzione), dall’altra una riduzione di incassi fiscali rispetto a un livello IPOTETICO.

Ipotetico perché nessuno può dire quali sarebbero stati i livelli di attività economica e di gettito fiscale lordo se i CCF non fossero stati emessi, Sicuramente, comunque, inferiori, per motivi analoghi a quelli per cui a 80 centesimi vendo più hamburger che a un euro.

Non ha nessun senso considerare i CCF debito al momento dell’emissione. La loro esistenza è un fattore che va incorporato nelle previsioni di andamento del deficit pubblico futuro. Con effetti sia positivi (l’espansione dell’economia) sia negativi (la possibilità di usufruire di uno sconto sulle imposte).

E di fronte a dati vincoli di finanza pubblica, si andrà ad accertare se i vincoli stessi sono rispettati, o se no a intervenire per assicurarne il rispetto.

Ma questo accertamento, e l’eventuale intervento, dovrà avvenire AL MOMENTO DELL’ESERCIZIO DEI CCF. Non prima. Non al momento della loro emissione.

 

martedì 28 settembre 2021

Inflazione e CCF

 

Le banche centrali e i mercati finanziari continuano ad attribuire a fattori transitori l’attuale incremento dell’inflazione. Rimangono pienamente valide le considerazioni espresse in questo post, considerazioni che danno supporto alla tesi di un ritorno dell’inflazione nelle vicinanze del 2%, sia negli USA che nell’Eurozona. Tempi, circa un anno.

Queste le previsioni. Ma a beneficio di chi teme che banche centrali e mercati si sbaglino, segnalo comunque che il progetto CCF è in grado di contrastare con grande efficacia anche il rischio che l’inflazione si riveli, invece, persistente.

Fin dalle sue prime formulazioni, il progetto CCF prevede di attribuire una quota di Certificati di Compensazione Fiscale alle aziende, riducendo il cuneo fiscale a loro beneficio (oltre che a favore dei dipendenti).

Nel progetto originario non c’erano, ma ulteriori quote possono essere destinate, per esempio, a compensare gli oneri di sistema sulle bollette di luce e gas, o le accise sui carburanti. Giusto per parlare di beni le cui crescite di prezzo oggi destano preoccupazione, e su cui il governo sta in effetti cercando di agire – con interventi però marginali per non dire “omeopatici” (sempre per via del ritornello che “mancano i soldi”).

Interventi di questo tipo migliorano la competitività delle produzioni interne da un lato, riducono gli impatti sui consumatori finali dall’altro. Creano quindi spazi per abbassare, rispettivamente, i costi di produzione e i prezzi di vendita.

Si tratta di un’ulteriore prova della versatilità e dell’efficacia dello strumento CCF / Moneta Fiscale. Superare i vincoli fiscali dell’Eurosistema crea spazi per un ventaglio amplissimo di azioni di politica economica, utili, anzi spesso essenziali, nelle più svariate situazioni.

 

sabato 13 marzo 2021

Rilanciare l’economia italiana

 

L’Italia ha estrema necessità di conseguire una fortissima ripresa produttiva e occupazionale.

E’ necessario intervenire con almeno due tipi di strumenti.

 

CCF / Certificati di Compensazione Fiscale

Sono titoli che danno diritto a beneficiare, in un futuro più o meno prossimo, di risparmi di imposta.

Emessi dal Ministero dell’Economia (MEF), possono essere utilizzati per un ventaglio amplissimo di finalità: integrazione di redditi da lavoro, interventi di spesa sociale, riduzione del cuneo fiscale a beneficio delle imprese, sostegno agli investimenti pubblici e privati.

Vengono assegnati a titolo gratuito e hanno un valore autonomo perché incorporano un vantaggio economico certo.

Si prevede di introdurli gradualmente, ma in misura consistente (decine di miliardi all’anno) fino a portare la circolazione complessiva a un totale di circa 300 miliardi.

Non sono debito pubblico perché non devono essere rimborsati in euro.

Sono una forma di “succedaneo della moneta”. Non ci sarà obbligo di accettazione da parte dei privati, ma con ogni probabilità, avendo un valore finale certo, saranno ampiamente utilizzati anche per acquisti di beni e servizi.

L’Italia, con i CCF, può rilanciare potentemente domanda, produzione e occupazione, senza emettere maggior debito pubblico da rimborsare in futuro, e anzi producendo una rapida diminuzione del rapporto debito pubblico / PIL.

 

CdR / Conti di Risparmio presso il MEF

Il MEF può offrire ai possessori di titoli di Stato la possibilità di convertirli in conti correnti a vista, presso il MEF stesso.

In pratica è il sistema per trasformare almeno una parte (consistente) del debito pubblico in un conto corrente.

Anche in questo caso, i CdR saranno utilizzati, con ogni probabilità, dalla popolazione per le transazioni quotidiane.

Al contrario dei CCF, i CdR sono debito pubblico. Essendo conti correnti a vista, tuttavia, non sono influenzati dal trading speculativo sui BTP che genera il fenomeno dello spread.

Una volta introdotti, diventa anche possibile eliminare o ridurre le future emissioni di BTP. Lo Stato può infatti effettuare spese mediante accredito diretto sui CdR.

Una parte molto consistente dei BTP in circolazione, attualmente pari a circa 2.000 miliardi, può essere convertita / sostituita da CdR. Probabilmente è raggiungibile in pochi anni un valore di 500 / 700 miliardi.

 

sabato 16 gennaio 2021

La qualità della classe politica

 

Una domanda ricorrente mi viene posta da vari interlocutori: “OK l’Italia potrebbe recuperare le leve di gestione della sua economia, uscendo dall’euro o anche adottando il progetto CCF. Ma non vedi il rischio che poi non si risolva niente, o magari si faccia pure peggio, data la qualità della classe politica attuale ?”.

Due risposte.

In primo luogo, per uscire dall’attuale catastrofe serve UN PASSAGGIO FONDAMENTALE. Mettere in circolazione MONETA, distribuirla a famiglie e aziende, rilanciare consumi, investimenti, produzione e occupazione.

Il punto chiave è DISPORRE DELLO STRUMENTO. E’ molto meno importante usarlo in maniera perfetta, o ottimale. L’essenziale è POTER AGIRE. Come dicevo giorni fa ad alcuni amici, se la siccità devasta un prato, devo prendere la canna dell’acqua e irrigare. Non perdere mesi a discutere se, avendo solo un ditale quando servirebbe una tanica da dieci litri, sia meglio innaffiare l’angolino di prato in alto a sinistra o quello in basso a destra.

Quanto alla competenza della classe politica, oggi è inadeguata ? fatte salve le debite e lodevoli eccezioni senz’altro sì. Ma la ragione è che oggi la politica non controlla nessuna reale leva di potere economico. E’ chiaro, quindi, che difficilmente attira professionalità di livello. Molto meglio fare gli imprenditori o i manager, in Italia o magari all’estero, che gli schiacciabottoni in parlamento.

Le competenze, le qualità professionali, in Italia esistono eccome. Come in qualsiasi altro paese e meglio che in tanti altri. Semplicemente non sono attirate da una carriera che ben che vada prospetta un ruolo di figuranti, molto esposti e pochissimo in grado di conseguire qualcosa.

Ma questa è la conseguenza di quanto detto sopra. Dell’aver demandato all’esterno le leve di controllo dell’economia.

Riprendiamo la guida dell’auto, e non mancherà certo il pilota per condurla. Come non è mancato durante la vituperata (quanto a torto, l’abbiamo capito troppo tardi…) prima repubblica.

mercoledì 16 dicembre 2020

Disegno di Legge - Fratelli d'Italia

Forse una diversa denominazione aiuterà, chissà...

I buoni digitali di sconto fiscale sono, ovviamente e in buona sostanza, i certificati di compensazione fiscale (CCF).

Qui il testo del Disegno di Legge.

domenica 13 dicembre 2020

Crescita e debito: il RISOLVIBILE problema dell’Italia


L’economia italiana è depressa da DODICI anni: a partire da quando, a fine 2008, il fallimento Lehman Brothers ha innescato la crisi finanziaria mondiale.

La disgrazia dell’Italia è stata, da allora ad oggi, aver fedelmente, anzi ossequiosamente, eseguito le “raccomandazioni” impartite dalla UE. Sono state adottate politiche procicliche, imponendo austerità quando gli effetti della crisi Lehman non erano ancora stati superati.

L’obiettivo era ridurre il debito pubblico del paese, ritenuto troppo elevato. In realtà i fatti hanno dimostrato, e la teoria economica lo sta ormai riconoscendo, che il debito pubblico non è affatto un problema di per sé. Lo può diventare per un paese che si indebita in una moneta che non emette e che non gestisce, e che è troppo forte per i fondamentali della sua economia.

Quest’ultima è esattamente la situazione in cui si trova l’Italia a seguito dell’ingresso nell’euro, ed è il motivo per cui il nostro paese non sarebbe MAI dovuto entrare nella moneta unica.

Ma dato questo presupposto, cercare di ridurre il debito con politiche fiscali restrittive (tagli di spesa e aumenti di tasse) in periodi di economia depressa NON ottiene lo scopo. Distrugge invece produzione e occupazione, genera fallimenti aziendali, fa esplodere le insolvenze bancarie.

La contraddizione è evidente ma la UE rifiuta di riconoscerla, e i governi italiani non hanno mai saputo contrastare questa visione. Di conseguenza ai colpi inferti dalla crisi mondiale 2008 sono seguiti quelli della crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona, e delle scellerate politiche adottate tra il 2011 e il 2013.

E oggi ci sono altissimi rischi di ripetere gli stessi errori in conseguenza del Covid. Attualmente in Italia si sta in qualche modo – in misura troppo limitata, e comunque più contenuta rispetto alla grandissima maggioranza degli altri paesi – contrastando il danno economico della crisi sanitaria con sussidi, rimborsi e slittamenti di imposte.

Ma questo è possibile solo grazie alla sospensione del Patto di Stabilità e Crescita, sospensione che è temporanea. Probabilmente il Patto rientrerà in vigore nel 2022. Ben prima che l’economia abbia pienamente recuperato l’”effetto Covid” – che, ricordo, si è sovrapposto a un contesto che era GIA’ PRIMA pesantemente depresso e sfibrato.

Si parla di riformare il Patto, ma proposte concrete, vicine non si dice a una fase attuativa ma quantomeno a una discussione costruttiva tra gli Stati membri dell’Eurozona, non ne esistono.

Dovrebbe essere prossimo all’avvio, invece, il Recovery Fund. Ma è una ciclopica, terribile ingenuità pensare che rappresenti una svolta espansiva e solidale della governance economica UE.

I numeroni buoni per fare titoli sui media, i 209 miliardi, sono una colossale partita di giro. Circa 120 sono debiti che sostituiranno emissioni di BTP, ma non finanzieranno alcuna spesa aggiuntiva. I residui 80-90, impropriamente definiti “a fondo perduto”, saranno al contrario compensati da nuove tasse e da maggiori contributi da pagare a Bruxelles.

Non è affatto certo che l’effetto netto totale sia espansivo. Se lo sarà, parliamo di poche decine di miliardi (20 ? forse qualcosa di più, forse anche meno) suddivisi su svariati anni.

In “compenso”, TUTTI i 209 miliardi potranno essere spesi solo previa approvazione UE. Con il rischio concreto di non riuscire a utilizzarli tutti, magari solo perché il prossimo governo risulterà “non troppo simpatico” agli organi decisionali dell’Unione Europea. Mentre, beninteso, le maggiori tasse e i maggiori contributi necessari a compensare il (cosiddetto) “fondo perduto” andranno pagati sempre e comunque, senza fiatare.

In altri termini, il Recovery Fund non è affatto un meccanismo per attuare politiche espansive. E’ uno schema concepito per introdurre ULTERIORI vincoli, controlli e burocrazia, e per legare ancora di più le mani ai futuri governi italiani.

Il quadro è estremamente fosco. Ma tutti questi problemi NON sono irrisolvibili. C’è UNA via d’uscita da questa catastrofica situazione. Immettere potere d’acquisto SUPPLEMENTARE nell’economia utilizzando strumenti finanziari che NON costituiscano debito da rimborsare in euro.

Questa è la logica del progetto Moneta Fiscale / Certificati di Compensazione Fiscale. Esistono disegni di legge in discussione a livello di commissioni parlamentari, presentati sia da esponenti della maggioranza di governo, che dall’opposizione.

Lo logica è molto semplice. Immettere nell’economia un’attività finanziaria che rappresenta il diritto a uno sconto fiscale futuro, e che di conseguenza ha valore fin dal momento in cui viene creata e distribuita ad aziende e cittadini.

Gli sconti fiscali possono essere utilizzati per un ventaglio amplissimo di applicazioni. Integrare i redditi netti di lavoro, sia dipendente che autonomo, sia privato che pubblico, favorendo in particolare i livelli più bassi. Compensare parzialmente i pagamenti di oneri sanitari e contributivi, riducendo il cuneo fiscale effettivo e rendendo quindi più competitive le aziende. Attuare politiche di spesa sociale. Potenziare gli investimenti pubblici. Sostenere ricerca, innovazione e aggiornamento tecnologico delle imprese.

Occorre aver cura che le dimensioni totali delle emissioni non superino una frazione limitata degli incassi fiscali del settore pubblico: altrimenti gli sconti fiscali perderebbero valore (a causa dell’eccesso di circolazione rispetto al potenziale utilizzo).

Il Gruppo della Moneta Fiscale (Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini) ha stimato in circa 200 miliardi il totale di sconti fiscali che potrebbero arrivare a circolare nell’economia italiana, senza creare effetti d’inflazione né di svilimento di valore dei titoli di sconto.

Il recupero dell’economia che ne deriverebbe è di un ordine di grandezza enormemente superiore a quello (risibile se non nullo) prodotto dal Recovery Fund.

L’economia italiana otterrebbe una forte ripresa di domanda, produzione e occupazione. E il debito pubblico da rimborsare in euro, quello che realmente preoccupa, potrebbe incamminarsi su una traiettoria discendente rispetto al PIL, senza attuare alcun intervento fiscale restrittivo.

L’”Ecobonus 110%” per le ristrutturazioni immobiliari è già un’applicazione di questo concetto. E si sta anche lavorando alla creazione di una piattaforma informatica di scambio dei crediti fiscali, importantissima per massimizzarne la liquidità e i conseguenti benefici.

QUESTA è la linea di azione su cui devono convergere gli sforzi di deputati, senatori e membri del governo. NON SERVE NIENTE DI PIU’, MA NON BASTA NIENTE DI MENO.

 

sabato 21 novembre 2020

Gualtieri, o del come ridurre il debito

 

Hanno fatto molto discutere le dichiarazioni del Presidente dell’Europarlamento David Sassoli in merito all’opportunità di cancellare il debito pubblico acquistato dalla BCE.

Tra i vari commenti, il Ministro Roberto Gualtieri ha dichiarato che “il miglior modo per cancellare il debito è con la crescita economica… questo dibattito lascia il tempo che trova”.

Bene, l’affermazione di Gualtieri è uno dei tanti luoghi comuni che possono suonare saggi & avveduti a un uditorio (molto) disinformato.

La verità è invece che il miglior modo per cancellare il debito pubblico ricomprato dalla propria banca centrale è proprio… CANCELLARLO.

Certo, se esistesse un impegno illimitato e incondizionato a rifinanziarlo (da parte della BCE) la cancellazione non sarebbe necessaria, e neanche particolarmente utile.

Ma nell’Eurozona questo impegno non esiste.

Finché il debito c’è, lo spettro di sentirsi dire che l’impegno di rifinanziamento viene meno, o esiste solo condizionatamente a interventi di politica economica iniqui, antisociali e distruttivi per l’economia, ESISTE. E non è immaginario. E’, in effetti, tutt’altro che uno spettro. La crisi dei debiti sovrani del 2011-2012, le vicende greche, l’azzeramento della crescita economica che l’Italia ha subito dall’ingresso nell’euro in poi lo dimostrano.

E dato che questo spettro è MOLTO reale, rimangono sul tappeto, come e più di sempre, molti temi e molte possibilità.

La cancellazione del debito, certo, ma anche

la monetizzazione del deficit

l’impegno esplicito e incondizionato a mantenere i titoli di Stato all’attivo della BCE, per un periodo indeterminato / perpetuo

la TOTALE revisione delle regole di funzionamento dell’Eurosistema (incluso magari mediante il progetto CCF)

lo scioglimento dell’euro.

Se ne continuerà a parlare: rimangono sul tappeto, rimangono sotto i riflettori. Da dove non li toglieranno i luoghi comuni recitati da Gualtieri.

Non li toglieranno perché uno di questi interventi, o una combinazione di alcuni, è indispensabile per risolvere le spaventose disfunzioni dell’Eurosistema e le insensate sofferenze che l'euro ha inflitto a tanta parte della popolazione italiana ed europea.

 


giovedì 12 novembre 2020

L’ultima difesa degli euroausterici

 

Uno Stato può, utilizzando la propria moneta, immettere potere d’acquisto nell’economia spendendo più di quanto preleva in tasse (il cosiddetto “deficit pubblico”, che in realtà è surplus del settore privato).

C’è naturalmente un vincolo da rispettare: non spingere l’immissione di potere d’acquisto nell’economia a livelli tali da portare la domanda al di là della capacità produttiva del sistema economico. L’eccesso di potere d’acquisto, infatti, innesca livelli eccessivi d’inflazione.

Gli ultimi mohicani che sostengono ancora l’utilità dell’attuale eurosistema – quelli che io chiamo euroausterici – e in generale i critici della MMT, nel cercare di contestare queste affermazioni si appigliano ancora a un’estrema linea di difesa. Ovvero: quanto detto sopra vale “se si emette una valuta di riserva internazionale”. Quindi lo possono fare gli USA, il Giappone, il Regno Unito (ma la sterlina è ancora una valuta di riserva ?), la Svizzera, ma non lo potrebbe fare l’Italia con la lira.

Sul perché questo debba essere vero, non ho letto nessuna spiegazione sensata. Magari c’è e quindi ringrazio in anticipo se qualcuno me la segnala.

Ma al momento, a me pare che lo status di valuta di riserva (concetto non del tutto ben definito, per la verità) c’entri poco o niente. Casomai si può affermare che se il tuo paese è di grande dimensione e rappresenta quindi un importante mercato di sbocco per i tuoi partner commerciali, puoi essere in grado di imporre il pagamento nella tua moneta per i beni e servizi che importi.

Questo evita il problema di generare debito (privato) in moneta estera per finanziare deficit commerciali, e li rende quindi maggiormente sostenibili nel tempo (non necessariamente, però, opportuni: alla lunga c’è il rischio di erodere la propria struttura produttiva).

Anche per un paese che paga le importazioni in moneta estera, comunque, mi pare proprio che le affermazioni di cui sopra siano perfettamente applicabili – con un’aggiunta.

Uno Stato può, utilizzando la propria moneta, immettere potere d’acquisto nell’economia spendendo più di quanto preleva in tasse (il cosiddetto “deficit pubblico”, che in realtà è surplus del settore privato).

I vincoli sono: non spingere l’immissione di potere d’acquisto a livelli tali da portare la domanda al di là della capacità produttiva del sistema economico, innescando eccessivi livelli d’inflazione; e non generare eccessi di domanda che causino alti e persistenti deficit commerciali da finanziare con indebitamento in moneta estera.

L’Italia oggi – con inflazione a zero e 60 miliardi all’anno di surplus commerciale – ha spazi ENORMI per immettere potere d’acquisto nel sistema economico.

Più esattamente: LI AVREBBE. Se emettesse la SUA moneta. O un appropriato succedaneo, quale i Certificati di Compensazione Fiscale.

 

martedì 20 ottobre 2020

CCF e Moneta Fiscale: la cronistoria

Notevole lavoro di Francesco Chini e Thomas Vaglietti, qui in allegato: gli eventi fondamentali che hanno caratterizzato, da otto anni a questa parte, lo sviluppo del progetto CCF - Certificati di Compensazione Fiscale / Moneta Fiscale.

lunedì 5 ottobre 2020

Inflazione: obiettivi “simmetrici”, come raggiungerli e come no

 

La Federal Reserve ha recentemente annunciato che da qui in poi interpreterà in modo “simmetrico” l’obiettivo d’inflazione. Significa che non punterà a raggiungere il 2% in ogni singolo anno, ma utilizzerà quel livello come obbiettivo per una media di più anni (quanti esattamente non è stato precisato).

In pratica, se ci sono stati anni con inflazione sotto il 2%, per esempio all’1%, ce ne potranno essere in seguito altri dove la Fed sarà “soddisfatta” di un’inflazione al 3% (detto altrimenti, non interverrà per ridurla).

Come sempre, la BCE dà segnali di muoversi con ritardo e lentezza, tendendo però ad allinearsi (si vedrà quanti anni dopo) con la posizione della Fed.

Il dibattito è interessante, ma anche alquanto surreale.

Parte infatti dal presupposto che le banche centrali siano in grado di manovrare l’inflazione al rialzo o al ribasso.

Questo era vero in passato, quando il livello dei tassi d’interesse era significativamente superiore a zero. Con i tassi al 3%, al 5%, al 7%, la banca centrale può spingere la domanda di beni e servizi reali riducendo il costo del denaro, o viceversa alzandolo.

Abbassare i tassi rende più convenienti credito al consumo, mutui, finanziamenti per investimenti industriali, e questo ha un impatto sull’economia reale.

Ma il mondo occidentale è caduto, a partire dalla crisi finanziaria mondiale del 2008, in una situazione di “trappola della liquidità”. La domanda di beni e servizi reali è caduta molto al disotto dell’offerta, l’inflazione è precipitata verso lo zero, e anche tassi d’interesse bassissimi o addirittura negativi non esercitano pressoché alcun impatto sull’economia.

Per questo il dibattito sull’obiettivo “simmetrico” d’inflazione è surreale. Nel contesto odierno le banche centrali NON governano l’inflazione. Prova ne è che l’obiettivo di “inflazione inferiore ma vicina al 2%” viene mancato dalla BCE ormai da otto anni consecutivi.

Nell’Eurozona, in particolare, riportare l’inflazione media al 2% implica un forte coordinamento tra politiche fiscali e politiche monetarie.

Tecnicamente la soluzione è molto semplice, addirittura banale.

In primo luogo la BCE deve, una volta per tutte, garantire esplicitamente i debiti pubblici dei vari paesi, sotto una condizione.

Quale condizione ? non l’esecuzione di “riforme strutturali” prescritte dalla UE, non determinati livelli di rapporto deficit pubblico / PIL o debito pubblico / PIL. Vanno buttati a mare il patto di stabilità e il Fiscal Compact.

L’unica condizione deve essere che i singoli paesi non spingano la loro azione di immissione di potere d’acquisto nell’economia, mediante la leva fiscale, al punto di aumentare l’inflazione in modo permanente (non per un anno o due) sopra il 2%.

Lo spazio di espansione fiscale non inflazionistica è enorme. Ed è quindi possibile innalzare fortemente il livello del PIL e dell’occupazione, nonché trasformare finalmente l’Eurozona in un’area economica che cresce e migliora le condizioni dei suoi cittadini, in misura omogenea in tutti gli Stati membri. La situazione di PRIMA dell’euro, in altri termini.

Tecnicamente è semplicissimo.

Politicamente no. Che è la ragione per cui da anni propongo il progetto CCF. Una via alternativa per raggiungere il medesimo (indispensabile) risultato.

 

lunedì 28 settembre 2020

Rivedere la terminologia della finanza pubblica

 

Come spiega qui molto bene Stephanie Kelton, definire “deficit” l’eccesso di spesa pubblica rispetto alle tasse è, per un paese che emette la propria moneta, completamente fuorviante.

Si ha un “deficit” quando si è carenti di qualcosa. Come si può essere carenti di una cosa – la moneta nazionale fiat – che può essere prodotta in quantità illimitate ?

L’eccesso di spesa pubblica può creare un problema di inflazione se è spinto oltre il livello appropriato. Ma questo non ha niente a che fare con una “carenza”. Casomai con un eccesso.

Se ho a disposizione gasolio gratuito, senza limiti di quantità, per riscaldare una casa, posso esagerare e riscaldarla troppo, soffrendo per il troppo caldo invece che per il troppo freddo.

Ma nessuno affermerebbe che “ho un deficit di gasolio”. Direbbe, banalmente (e al contrario) che ne ho usato una quantità superiore a quella necessaria.

La terminologia è estremamente importante. Usare termini inappropriati sedimenta nella testa della pubblica opinione idee completamente errate.

L’Italia nel 2020, grosso modo, avrà una spesa pubblica eccedente gli incassi dell’erario, per una differenza pari a circa il 10% del PIL.

E’ fuorviante dire che l’Italia nel 2020 avrà un deficit pubblico del 10%.

E’ invece corretto dire che le politiche del governo italiano produrranno nel 2020 un surplus privato del 10%. Perché la spesa pubblica eccedente le tasse prelevate rimarrà nelle tasche di famiglie e aziende.

Inoltre, un paese ha un ulteriore afflusso o deflusso netto di mezzi finanziari prodotto dagli scambi con l’estero, il cosiddetto saldo delle partite correnti. Saldo che per l’Italia da parecchi anni è positivo e mediamente pari a circa il 3% del PIL.

Questi sono ulteriori mezzi finanziari che i residenti italiani accumulano (sarebbe il contrario se i conti con l’estero fossero negativi).

Quindi il surplus privato interno italiano è ancora più alto: è il 13% del PIL.

Vi pare la stessa cosa leggere sul Sole24Ore

“deficit pubblico 2020 al 10% del PIL”

oppure

“surplus privato interno 2020 al 13% del PIL” ?

Per ragioni analoghe, non bisogna parlare di “debito pubblico pari al 160% del PIL” ma di “risparmio presso il Ministero dell’Economia pari al 160% del PIL”. Risparmio investito in titoli di Stato e altre emissioni pubbliche.

Dato tutto ciò, in Italia esiste un problema di finanza pubblica ?

Esiste, ma solo perché le emissioni di titoli pubblici italiani sono espresse in moneta straniera, l’euro. Moneta che l’Italia non emette e non controlla, e che quindi non è disponibile in quantità illimitata (anche se il suo costo di produzione ovviamente è nullo, trattandosi di moneta fiat).

Questa è la principale, catastrofica conseguenza dell’essere entrati nell’euro.

Le emissioni di titoli pubblici da rimborsare in euro vanno effettivamente limitate, ma non, assolutamente non, cercando di portare il bilancio pubblico in pareggio.

Vanno limitate utilizzando una categoria di titoli emessi e gestiti dallo Stato italiano, e sui quali lo Stato (non essendo soggetto a obblighi di rimborso) non può andare in default.

Questa è la logica del progetto Moneta Fiscale / Certificati di Compensazione Fiscale.

 

sabato 12 settembre 2020

Che cosa significa ridurre il debito pubblico

Il dramma della politica economica italiana di questi anni è che governo e media ragionano come se la riduzione del debito pubblico fosse “evidentemente e per definizione” un obiettivo desiderabile, anzi l’obiettivo fondamentale da perseguire.

Cos’é il debito pubblico ? una “public liability”, un impegno che lo Stato emittente deve onorare.

Cos’é la moneta ? idem: una “public liability” che lo Stato emittente deve onorare. Cambia solo la natura dell’impegno: il debito pubblico a scadenza deve essere rimborsato, la moneta deve essere accettata dall’emittente per saldare impegni finanziari nei suoi confronti. E l’impegno finanziario principale per i cittadini di uno Stato è il pagamento delle tasse.

Fa una grande differenza ? se lo Stato emette debito pubblico espresso nella SUA moneta, praticamente nessuna. Quando mi scade un titolo di Stato, lo presento per il rimborso e lo Stato mi può SEMPRE rimborsare – se la moneta di emissione è la moneta nazionale.

Non esiste il rischio di essere costretti al default. C’è il rischio di emettere troppe passività – debito o moneta è lo stesso – e quindi di immettere troppo potere d’acquisto nell’economia, creando problemi di eccesso d’inflazione. 

Ma oggi, pressoché in tutto il mondo economicamente sviluppato, l’inflazione è un problema in quanto troppo bassa, non troppo alta.

Per l’Italia il debito pubblico è REALMENTE un problema, ma SOLO perché abbiamo commesso il catastrofico errore di convertirlo in una moneta emessa e gestita da terzi, che non sono disposti a garantire incondizionatamente il rimborso e il rifinanziamento del debito pubblico. 

E’ un problema che ci siamo creati da soli, SENZA che ne esistesse ALCUNA NECESSITA’ ECONOMICA.

Gli sforzi di riduzione del debito pubblico ottengono lo stesso effetto di una riduzione della moneta, del potere d’acquisto, a disposizione di famiglie, aziende e settore pubblico. Servono a DEFLAZIONARE l’economia. In certi momenti può essere opportuno. Oggi (da molti anni in qua, in effetti) è CATASTROFICO.

Il problema non è risolvibile a meno che le regole di funzionamento dell’eurosistema non mutino, consentendo politiche fiscali molto più espansive (no, il Recovery Fund non basta, nemmeno lontanamente; anzi rischia di essere controproducente).

O, in alternativa, che l’Italia non riprenda il controllo dell’emissione monetaria. Non necessariamente tornando alla lira: basta la Moneta Fiscale.

Mentre non basta, come sembrerebbe leggendo quanto scrivono molto commentatori in queste settimane, che Draghi arrivi a prendere il posto di Conte.

La presunta (e al momento ipotetica) venuta di Draghi dovrebbe essere decisiva (si legge) perché “lui ha dimostrato di saper risolvere i problemi”.

Ma Draghi ha potuto evitare la rottura dell’euro (senza peraltro risolverne le disfunzioni) perché aveva le mani sulla macchina da stampa.

Draghi non può risolvere i problemi dell’economia italiana senza rientrare in possesso della macchina da stampa; più esattamente, della possibilità di usarla nel modo appropriato in Italia.

Se la pensate diversamente, potete anche ingaggiare Hamilton e sperare di vincere il prossimo mondiale di Formula 1 facendolo correre a piedi.

 

domenica 6 settembre 2020

Santificare Draghi ? anche no


Il discorso di Draghi al Meeting di Rimini, lo scorso 19 agosto, è stato ampiamente commentato, per lo più in termini fortemente elogiativi. E si può capirlo, perché è si è trattato indubbiamente di un intervento molto abile. Condivisibile, per quanto un po’ irriverente, il giudizio di Stefano Fassina, che l’ha definito un discorso “piacione”.

L’intervento è stato abile perché quasi tutti hanno potuto trovarci contenuti in linea con le proprie convinzioni. Quasi tutti hanno potuto dire “giusto, Draghi la pensa come me su questo e su quello”.

Per quanto mi riguarda, i passaggi più incoraggianti sono forse le affermazioni che “l’inadeguatezza di alcuni di questi assetti” (riferito alle regole UE, tra cui il patto di stabilità) “era da tempo evidente”, e che “è probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e certamente non lo saranno nella loro forma attuale”.

Però.

Però, il Mario Draghi che dice queste cose oggi è un omonimo del Mario Draghi che firmava a quattro mani con Jean-Claude Trichet, nell’agosto 2011, l’ormai celebre “lettera BCE”, nella quale venivano richiesti al governo italiano provvedimenti di austerità e deflazione salariale poi in larga misura attuati dal governo di Mario Monti, con catastrofiche conseguenze sull’economia italiana e sulla vita di milioni di persone ?

Però, il Mario Draghi che dice questo cose oggi è un omonimo del Mario Draghi che nel dicembre 2011 spiegava come fosse indispensabile “ridisegnare la governance fiscale dell’eurozona, tramite quello che ho definito un patto fiscale, un fiscal compact” ?

Però, il Mario Draghi che dice questo cose oggi è un omonimo del Mario Draghi che in un'intervista al Wall Street Journal del febbraio 2012 definiva il modello sociale europeo “finito per sempre”, riaffermando che non si sarebbe fatta marcia indietro sull’austerità ?

Solo gli stupidi non cambiano mai idea, e Mario Draghi certamente non è stupido. Tuttavia sarebbe stato apprezzabile sentirgli dire che “l’inadeguatezza di certi assetti era da tempo evidente, e questo lo deve riconoscere chi, io per primo, anni fa li ha fortemente sostenuti”.

Quest’ultima frase non si è sentita, da parte di Draghi. Né a Rimini né (se non mi è sfuggito qualcosa) altrove.

Si è invece ascoltata un’ampia dissertazione sul futuro dei giovani, con parole di preoccupazione perché “il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani”, appunto.

Il che solleva alcune perplessità.

Perché se a Draghi sono serviti otto o nove anni per riconoscere “l’inadeguatezza di certi assetti” dell’eurosistema, da lui a suo tempo fervidamente sostenuti, quanti altri ne serviranno per sentirlo dire

che il debito creato con la pandemia ha come corrispettivo titoli di debito pubblico, quindi attività finanziarie, a disposizione del sistema economico che dovrebbe in futuro “pagarlo” ?

che il debito creato con la pandemia è in larghissima misura acquistato dalle Banche Centrali, con emissione di nuova moneta che circola nell’economia senza creare effetti inflazionistici (perché la carenza di domanda per beni e servizi reali evita questi effetti, e questa è la situazione non a seguito del Covid – anche se il Covid l’ha accentuata – ma dalla crisi finanziaria mondiale del 2008 in poi) ?

che sono disponibili proposte e progetti, quali i Certificati di Compensazione Fiscale (CCF), che permettono di integrare redditi e capacità di spesa senza ricorrere a indebitamento ?

C’è da sperare che queste “illuminazioni” non richiedano, per rischiarare il pensiero di Mario Draghi, svariati altri anni.

Specialmente se avrà ragione chi ritiene che Draghi sia destinato ad assumere un’importantissima carica politica: presidente del consiglio nel 2021 ? presidente della repubblica nel 2022 ?

Il sospetto, per la verità, è che Draghi tutte queste cose le abbia perfettamente capite, ma non ritenga sia oggi il caso di riconoscerle esplicitamente.

Può essere. La competenza di Draghi non è in discussione. Come non lo è la sua scaltrezza.

Non essendo in dubbio la sua scaltrezza, ritengo che un Draghi presidente del consiglio o presidente della repubblica non verrà (se verrà) a fare cose simili, a titolo di esempio, a quelle messe in atto da Mario Monti o da Giorgio Napolitano. Perché lasciarsi alle spalle un’economia in macerie è la via più sicura per rovinare una reputazione oggi altissima.

Per evitare le macerie, comunque, l’agenda (se tale la vogliamo definire) del discorso di Rimini è ancora carente sotto parecchi punti di vista.

Certo, il Mario Draghi 2020 dice cose significativamente diverse dal Mario Draghi 2011-2012.

Però serve molto, molto di più.


giovedì 3 settembre 2020

Il pareggio di bilancio è fonte di instabilità


Siete sorpresi dal titolo di questo post ? non dovrebbe essere una verità elementare, un’ovvietà, il fatto che il pareggio del bilancio pubblico sia un fattore chiave per la stabilità economica e finanziaria di un paese ?

E’ vero esattamente il contrario.

Se il PIL nominale che un paese è in grado di generare aumenta, di pari passo con la crescita della produttività e con un moderato tasso d’inflazione, deve aumentare di pari passo il potere d’acquisto a disposizione dei propri residenti (famiglie e aziende).

Diversamente, non sarebbe possibile acquistare i beni e i servizi che l’economia è in grado di produrre. Si creerebbero quindi i presupposti per il sottoutilizzo delle risorse produttive, e di conseguenza per la disoccupazione.

Il potere d’acquisto in circolazione può crescere attraverso vari canali.

UNO, il credito privato si espande. Ma se la crescita del potere d’acquisto è tutta generata dal credito privato, il sistema economico diventa instabile, perché banche e intermediari finanziari tendono ad agire in modo prociclico. Aumentano il credito quando le cose vanno bene e lo contraggono quando ci sono problemi.

DUE, il paese genera costantemente surplus negli scambi con l’estero. Ma questo significa che altri paesi si devono indebitare. Si crea quindi instabilità a livello internazionale.

TRE, i prezzi scendono e quindi il potere d’acquisto in circolazione aumenta non in termini nominali ma in termini reali. Ma questo è uno scenario di deflazione, che crea instabilità perché aumenta il valore reale di debiti, pagamenti di interessi, mutui, affitti e costi fissi in genere. Si creano grosse difficoltà per chi deve sostenere i relativi pagamenti e si innesca una catena di default e un processo di contrazione dell’attività produttiva.

L’unica maniera di espandere il potere d’acquisto in circolazione che non sia intrinsecamente fonte di instabilità è il deficit del bilancio pubblico. Lo Stato spende più di quanto tassa, nella misura opportuna ad assicurare il pieno utilizzo delle risorse produttive del paese (altrimenti detto: portando la domanda totale di beni e servizi al livello che satura la capacità produttiva del sistema economico).

E questo deficit viene finanziato dall’emissione di moneta nazionale, o di debito pubblico denominato in moneta nazionale, o di un adeguato succedaneo della moneta nazionale quali i Certificati di Compensazione Fiscale, consentendo allo Stato emittente di evitare sempre e comunque il default.

Mediamente, il bilancio pubblico deve essere in deficit, ponendo attenzione a evitare eccessi che inneschino livelli di inflazione troppo alti, o deficit cronici nei saldi commerciali esteri.

Il deficit pubblico può e deve oscillare – essere alto nei periodi difficili e basso (al limite può diventare temporaneamente un surplus) se l’economia rischia di surriscaldarsi.

Ma in media, il bilancio pubblico deve essere in deficit, per qualche punto percentuale all’anno.

Puntare al pareggio di bilancio “strutturale”, come pretende di fare il Fiscal Compact, è semplicemente un non-senso macroeconomico. Una superstizione che ha prodotto danni enormi.