sabato 1 ottobre 2022

Il Regno Unito e le illusioni euroausteriche

 

Gli euroausterici hanno la curiosa (ma a pensarci bene comprensibile, dal loro punto di vista) abitudine di giocare al gioco del “vedete ! l’avevamo detto” quando qualcosa di problematico (sul piano macroeconomico) accade in un paese che NON usa l’euro.

Ovviamente cose del genere capitano, per il semplice motivo che fuori dal manicomio dell’Eurozona TUTTI i paesi di un qualche rilievo emettono moneta - e qualche volta commettono errori (visto che l’infallibilità non è di questo mondo).

Pochi giorni fa, il Regno Unito ha annunciato una grossa manovra fiscale espansiva, quindi con incremento del deficit pubblico, fondata su due componenti principali.

Azioni rivolte a calmierare le impennate dei costi di gas ed energia, a beneficio sia dei cittadini che delle aziende: e fin qui tutto bene.

Una forte riduzione d’imposte, sproporzionatamente a beneficio delle classi sociali agiate: e questa è molto più discutibile.

I mercati finanziari hanno reagito male, con un’impennata dei tassi d’interesse e un declino del cambio della sterlina.

Gli euroausterici hanno reagito oserei dire con entusiasmo: “ecco !!! la prova provata che la moneta sovrana non è la panacea ! guardate cosa succede nella perfida Albione !”

Beh, cosa è successo subito dopo ? che la Bank of England è intervenuta comprando titoli, i tassi sono ridiscesi e la sterlina ha recuperato.

Un commento significativo sull’accaduto è quello dell’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard:

“Un esempio da manuale di come non strutturare e di come non promuovere un’espansione fiscale. Mentre ci preoccupavamo dell’Italia, il Regno Unito si è intrufolato. Per fortuna il Regno Unito non è nell’euro… altrimenti ci troveremmo a fronteggiare un’altra eurocrisi”.

Che cosa intende Blanchard ? che FORTUNAMENTE i britannici, disponendo di moneta sovrana, hanno sì commesso un errore, ma hanno anche rapidamente potuto tamponarlo.

Evidente, quindi, che gli euroausterici sono comici nel pensare che l’evento britannico dia un sostegno alla loro posizione. Proprio il contrario: se hai la TUA moneta, molti errori e molti problemi possono essere prevenuti o gestiti, spesso anche con grande rapidità.

Se invece sei l’Italia, e ti sei messo il cappio al collo di una moneta straniera troppo forte per i tuoi fondamentali… tutto diventa MOLTO, MOLTO più complicato.

 


martedì 27 settembre 2022

Tassi e cambi: luoghi comuni e il solito Giappone


Il deficit pubblico potrebbe essere finanziato emettendo direttamente moneta, oppure facendo acquistare dalla propria banca centrale titoli a bassissimo rendimento. 

Quest’ultima alternativa è, sotto molto aspetti, identica alla prima. I giapponesi la chiamano yield curve control, e la praticano da decenni.

Ne è prova il rendimento offerto dai titoli di Stato decennali giapponesi. Oggi, mentre tutto il resto del mondo aumenta i tassi, si colloca a un mirabolante 0,24% (!). Ma è dal 1999 che non supera mai il 2%.

Il luogo comune ricorrente, tra i commentatori economici mainstream, è che certo, in teoria tu puoi finanziare il deficit pubblico a tasso zero, o addirittura emettere moneta e non debito. Ma in pratica, il risultato sarebbe l’innesco di una disastrosa flessione del cambio, nei confronti dei paesi che invece offrono un rendimento positivo, più o meno alto, sulle emissioni pubbliche.

Beh, andiamo a vedere i dati. Qui c’è un quarto di secolo di cambio dollaro / yen.


Ultimamente lo yen si è indebolito, ma non è un tema specifico dello yen. Si tratta della forza del dollaro, che è rilevabile anche contro euro, contro sterlina eccetera.

Il grafico cosa ci dice, riguardo alle fluttuazioni storiche ?

Che sono state molto ampie, sicuramente. Tra 75 e 150 yen per dollari.

Ma che tendenza di lungo termine si rileva ?

Nessuna.

Oscillazioni selvagge, ma nessun trend rilevabile.

E qui, vent’anni scarsi di cambio euro / yen.


Anche in questo caso, trend di lungo termine nessuno. Si è stati a 95, si è stati a 170. La media è intorno a 135-140, che è il livello di partenza e anche quello di arrivo (cioè quello odierno) del grafico.

I giapponesi sono i soliti rompiscatole. Continuano a fornire prove che mettere la finanza pubblica “sotto il controllo dei mercati” non è affatto una necessità imprescindibile.

Quei mercati “che hanno sempre ragione” secondo certi commentatori economici. Quelli che nel 2008 hanno provocato il collasso di mezzo sistema bancario mondiale, faccio notare io.

 

domenica 25 settembre 2022

Mercato azionario: attenzione ai tassi reali

 

In attesa dei risultati elettorali, un commento su tutt’altro argomento: i mercati azionari.

Mercati che stanno attraversando un’annata decisamente sgradevole. Prendendo a riferimento l’SP500, dai massimi raggiunti nei primi giorni dell’anno (4.800) oggi siamo intorno a 3.700. Una caduta in termini nominali del 23% (e del 30% circa reale tenuto conto dell’inflazione).

Ed è assolutamente possibile che i minimi debbano ancora arrivare. Anche perché l’anno è iniziato con una forte sopravvalutazione. Il livello attuale può essere considerato all’incirca equilibrato come prospettiva di medio-lungo termine. Ma non sono livelli stracciati, di quelli che rendono inevitabile (o quasi) un rapido rimbalzo.

Una cosa però va aggiunta. I mercati stanno reagendo a incrementi di tassi d’interesse – in parte attuati, in parte preannunciati per i prossimi mesi – più sostenuti di quanto si pensasse. Motivo ? le banche centrali vogliono riportare sotto controllo l’inflazione (che tassi più alti siano la strategia migliore si può discutere, anzi io non lo credo, ma conta quello che pensano LORO).

Però va anche ricordato che il tasso di riferimento per il mercato azionario dovrebbe essere quello reale, non quello nominale. E se l’inflazione è 8% e i tassi nominali 4%, il tasso reale è -4%, che in realtà è più basso rispetto a un anno fa (quando l’inflazione era 2% e i tassi nominali 1%, quindi i tassi reali stavano a -1%).

Come spesso succede, siccome l’inflazione futura è difficile da prevedere mentre il tasso nominale è un dato oggettivo, i mercati reagiscono, almeno nel breve termine, alle variazioni, appunto, del tasso nominale e non di quello reale.

Certo, ci sono anche incertezze particolarmente forti riguardo all’andamento dell’economia e alla situazione geopolitica. Che però impattano sull’Europa molto più che sugli USA (che è autonoma del punto di vista degli approvvigionamenti energetici). E infatti il 2023 sarà un anno di recessione qui, non (o comunque meno pesante) oltre Atlantico.

Tornando ai tassi nominali e reali, chi guarda solo i nominali perde di vista un elemento fondamentale: che l’investimento in aziende protegge dall’inflazione. Non necessariamente nel breve, ma sicuramente nel medio-lungo termine.

Riguardo ai mercati USA (sugli altri mi dichiaro incompetente, non li seguo) se avete soldi da investire il mio consiglio (non richiesto, ma lo do lo stesso) è: non abbiate fretta. Ma se la correzione prosegue e peggiora, ci saranno condizioni per entrare (o incrementare) ed esserne assolutamente soddisfatti. Purché si abbia un poco di pazienza.

 

venerdì 23 settembre 2022

Ma guarda un po’: il cambio è uno stabilizzatore

Ho già citato, in questo blog, Robin Brooks, un economista mainstream molto attivo (tra l’altro) su twitter: interessanti i dati che commenta, ma spesso non si rende conto delle incoerenze che spuntano nelle sue analisi.

Per esempio giusto ieri, qui



ci fa sapere che la BCE sbaglia ad alzare i tassi velocemente e intensamente come sta avvenendo. Apparentemente (dice) sta entrando in gioco la “paura del cambio flessibile” (fear of floating), che spinge ad alzare i tassi per evitare una svalutazione troppo forte. Invece è meglio “lasciare che l’euro si aggiusti e che [il cambio] sia lo stabilizzatore automatico che è supposto essere”.

Il problemino sottostante a questa affermazione, in sé assolutamente condivisibile, è il seguente.

Se il cambio flessibile è un preziosissimo stabilizzatore automatico, non è stato FOLLE eliminare i cambi flessibili ALL’INTERNO dell’eurozona, e in maniera molto difficilmente reversibile, come è avvenuto con l’introduzione dell’euro ?

L’affermazione di Brooks, in altri termini, starebbe benissimo in bocca a un eurocritico. Che direbbe: giusto, lasciamo che il cambio dell’euro scivoli, mitigando gli effetti di Putin che ci taglia il gas (mentre gli USA sono autosufficienti). Aiutiamo chi è più colpito dalle difficoltà rispetto a chi lo è meno. Proprio a questo serve la fluttuazione del cambio.

Ma aggiungerebbe anche, l’eurocritico: quanto sarebbe stato utile, allora, per i paesi mediterranei svalutare rispetto a quelli del Nord ?

Brooks non è affatto un eurocritico. Però dovrebbe allora spiegare perché il cambio flessibile è un insostituibile stabilizzatore se si parla di euro / dollaro, mentre si è allegramente e serenamente deciso di farne a meno nell’ambito dell’eurozona.

Ma questa spiegazione Brooks non la dà, insistendo invece sull’utilità delle regole fiscali e delle riforme strutturali.

Che essendo procicliche e deflattive, sono invece risultate un problema ancora peggiore del cambio fisso.


mercoledì 21 settembre 2022

Le spese del tubo e i greti dei torrenti

 

Come sempre quando accadono catastrofi naturali ed eventi funesti che toccano il territorio e chi ci abita, la recente alluvione di Senigallia ha suscitato dibattiti e polemiche in merito a come poteva essere prevenuta.

Al di là delle mie perplessità, mi dichiaro incompetente a stabilire se questi fenomeni meteo stiano diventando più frequenti (o no) a causa del climate change.

Mi sembra però incontestabile che azioni preventive perfino banali, quali una migliore manutenzione degli argini e la ripulitura periodica dei greti dei torrenti, avrebbero quantomeno limitato i danni.

Ed è anche difficile negare che esista un nesso tra la continua compressione degli investimenti pubblici (regalo dell’eurosistema e delle sue regole) e gli insufficienti livelli di manutenzione.

Di fronte a questa affermazione, mi sento spesso obiettare che certo, i greti dei torrenti si possono e si devono tenere più puliti, ma non è il caso – prima di dare più soldi agli enti pubblici territoriali – di tagliare spese per mostre, fiere, convegni del tutto discutibili – per non dire perfettamente inutili ? insomma, di evitare le “spese del tubo” ?

Sembra una considerazione molto assennata.

Ma.

Ma bisogna ricordare che la politica è anche fatta di queste cose. Di promozione di iniziative sul territorio con un occhio all’acquisizione di consenso. Del dare alcune soddisfazioni a segmenti di elettorato locale. Chiamatele scambi di favori a clientele, se ritenete. Ma non pensate di eliminarle, perché succede dappertutto.

Le spese inutili vanno azzerate ? certo, è un obiettivo da perseguire. Però ricordiamo anche che le definizione di “spesa inutile” è un’opinione. Se la promuovono partiti eletti localmente, significa che i votanti del territorio così inutile non la ritengono.

Pragmaticamente: se aspetti di azzerare le “spese del tubo” per avere i soldi che servono a pulire i greti, finisce che non le azzeri e continui a non pulire i greti.

E rendi le alluvioni molto più disastrose.

L’Italia soffre di sottoinvestimento da molti anni, nonostante non ci fosse alcuna ragione sensata – l’inflazione era troppo bassa – per non spendere più soldi (anche) in iniziative di manutenzione del territorio. Naturalmente esisteva invece una ragione INsensata, come detto: le deliranti regole di funzionamento dell’eurosistema.

“Grazie” ai dissesti delle catene di fornitura post fine Covid lockdowns e alla crisi ucraina, oggi invece l’inflazione c’è, ma non la curi tagliando ulteriormente gli investimenti. Casomai riducendo le imposte indirette su gas, energia, carburanti, beni di prima necessità.

Tornando alle “spese del tubo”, la realtà dei fatti è molto semplice, in Italia come in qualsiasi altro paese. Dire “diamo più soldi per le manutenzioni ma solo dopo aver tagliato le spese inutili” è la ricetta ideale per continuare a non far nulla. Perché qualche spesa inutile (a giudizio di qualcuno) ci sarà sempre.

E continuando a non far nulla, i risultati, a Senigallia come altrove, si vedono.

 

sabato 17 settembre 2022

Video per il convegno "Oltre il Superbonus per una economia del benessere"

Il convegno si è tenuto in Senato lo scorso 8 settembre. Non potendo esserci fisicamente, per una volta mi sono attrezzato per fare l'ospite in remoto.

Il tema del video è spiegare perché il Superbonus è un esempio - estremamente significativo ma SOLO UN ESEMPIO - di uno strumento molto più potente: la Moneta Fiscale.

Moneta Fiscale - ma i frequentatori del blog questo lo sanno benissimo - che è la chiave per risolvere le spaventose disfunzioni dell'eurosistema.



martedì 13 settembre 2022

L’euro è straniero per tutti, ma non fa danni a tutti

 

Se l’euro è una moneta straniera, se spossessarsi della facoltà di emettere moneta può produrre danni gravissimi, perché questi danni li subisce l’Italia e non – per esempio – la Germania ?

Questa è un’obiezione tipica che mi viene rivolta. La moneta è straniera per tutti, perché nessuno Stato la emette. Allora, come fai a dire che danneggia noi e non altri (o comunque, noi molto più di altri) ?

Ci sono non una ma due motivazioni fondamentali.

L’euro è uno moneta forte quanto lo erano in media le moneta che sono entrate a farne parte. Quindi meno forte del marco tedesco, più forte della lira italiana. Debole per la Germania, forte per l’Italia.

Questo crea un problema di competitività. Nell’interscambio con l’estero, usare l’euro è un vantaggio per le aziende tedesche e uno svantaggio per le aziende italiane.

Chi era scettico sul progetto euro generalmente, fin dagli anni Ottanta se non prima, aveva identificato i delta di competitività, e il venir meno di un meccanismo di aggiustamento quale i cambi flessibili, come problema prioritario.

Ma in effetti ne esiste uno peggiore.

L’eurosistema è fondato sul principio che l’istituto di emissione della moneta, la BCE, NON fornisca una garanzia incondizionata e illimitata sui debiti pubblici degli Stati.

Questo significa che il rischio di default di uno Stato è concreto e reale, non puramente ipotetico come per i paesi che si trovano nella condizione (normale) di emettere debito pubblico solo in moneta sovrana.

Il rischio di non riuscire a approvvigionarsi di euro sul mercato a condizioni sostenibili implica la possibilità di essere costretti all’insolvenza, oppure alla ridenominazione del debito pubblico: uscita dall’eurosistema, reintroduzione della propria moneta nazionale, conversione del debito pubblico in moneta nazionale.

Ma dal punto di vista dell’investitore, concretamente QUANDO questo è un rischio ?

Per l’investitore in Bund tedeschi, non lo è. Perché se la Germania uscisse dall’euro, il Nuovo Marco sarebbe una moneta più forte dell’euro. L’investitore in Bund, in caso di riconversione, non avrebbe un danno ma casomai un vantaggio.

Se il debitore emette debito nella SUA moneta, nessuno lo può forzare al default. Ma evidentemente, e a maggior ragione, nessuno lo può forzare anche se emette debito in un moneta più debole della sua !

Per l’Italia, la situazione è ESATTAMENTE OPPOSTA. Quindi il rischio di default o ridenominazione è concreto, non teorico. Da qui nasce lo spread, da qui le costanti fibrillazioni dei mercati finanziari, eccetera.

L’euro non funziona per l’Italia perché è una moneta STRANIERA FORTE, nel senso di PIU’ FORTE di quello che sarebbe la lira.

Dato l’assetto dell’eurosistema, l’euro è un macigno al collo dell’Italia – non della Germania. APPUNTO perché è la stessa moneta – per due paesi ben diversi.

 

sabato 10 settembre 2022

Debito pubblico: la storia non è quella che raccontano

 

La condizione assolutamente normale della finanza pubblica è che il bilancio degli Stati sia in deficit. Il deficit pubblico implica più spesa rispetto al prelievo fiscale, e questo significa che il settore privato riceve risorse finanziarie. L’ammontare complessivo dei mezzi di pagamento in circolazione cresce, e nello stesso tempo questi mezzi di pagamento sono anche risparmio di chi li detiene.

In un’economia in sviluppo, i mezzi di pagamento e il risparmio finanziario DEVONO gradualmente aumentare nel tempo.

Certo, in un singolo paese possono aumentare grazie a forti surplus commerciali e/o di bilancia di pagamenti con l’estero.

Ma questo significa drenare risparmio da altri paesi: non può accadere per tutto il mondo contemporaneamente.

Certo, quando l’economia è particolarmente tonica, quando c’è molto ottimismo, il risparmio lordo di aziende e famiglie può crescere anche in assenza di deficit pubblico, perché si verifica una forte espansione del credito bancario, o finanziario in genere.

Ma a fronte della crescita di risparmio lordo, aziende e famiglie in questa situazione accrescono fortemente il loro debito (privato). Il che è destabilizzante, perché crea rischi di bolle speculative e prepara il terreno per un peggioramento prociclico della congiuntura: quanto le cose andranno meno bene, gli intermediari finanziari privati saranno rapidissimi a tagliare il credito che hanno in precedenza (nel periodo di euforia) erogato.

Tendenzialmente, tipicamente, mediamente, il bilancio pubblico DEVE ESSERE IN DEFICIT.

E se lo Stato emette moneta, non è indispensabile, peraltro, che i deficit accrescano il debito pubblico. Non c’è NECESSITA’ di emettere titoli di Stato, se lo Stato gestisce la SUA moneta. L’emissione di titoli (ripeto, per un Stato che emette e gestisce la propria moneta: al di fuori quindi dal manicomio dell’Eurozona) è un’opportunità offerta ai privati per impiegare il risparmio finanziario generato dai deficit pubblici.

Il debito pubblico in moneta propria non crea, per definizione, problemi di solvibilità. E neanche di inflazione: l’inflazione può insorgere se vengono generati deficit pubblici eccessivi e/o male impostati dal punto di vista del loro livello e della loro composizione. Ma questo, se avviene, è un problema che NON ha a che vedere con l’avere, o meno, emesso titoli di Stato.

La storiella che “il debito pubblico incombe sui nostri figli” e che “un giorno dovrà essere ripagato” (nel senso di estinto) è, appunto, solo una storiella. Il debito pubblico deve essere rifinanziato – ZERO problemi se lo emetti nella tua moneta – NON estinto.

Se poi proprio lo si vuole estinguere, una strada c’è ed è molto semplice: interrompere l’emissione di titoli di debito, e rimborsare l’esistente, nonché mettere in atto i deficit pubblici futuri, semplicemente utilizzando moneta di Stato.

Altra via non c’è. Fanno ridere i “piani tagliadebito” che qualche organo di stampa periodicamente estrae dal cassetto, basati su austerità e privatizzazioni. Non funzionano mai (se non per promuovere, appunto, un’agenda di austerità e privatizzazioni…).

Il debito pubblico si estingue solo monetizzandolo. Fermo restando che se lo emetti nella TUA moneta, non c’è alcuna logica nel volerlo estinguere.

 

martedì 6 settembre 2022

Ma come ragionava chi ci ha portati nell’euro ?


Non è che fossero tutti in malafede, gli architetti dell’ingresso italiano nell’euro. Alcuni sì, altri non avevano le idee chiare ma hanno ragionato per pura convenienza – si faceva carriera, o si evitava di comprometterla, dichiarandosi a favore. 

Però c’erano anche quelli genuinamente convinti che l’Italia avesse bisogno di adottare una moneta forte, anche se (o forse “meglio se”) gestita da qualcun altro.

Specialmente negli ambienti Bankitalia, si vivevano come una sconfitta, un’onta, una vergogna gli aggiustamenti delle parità valutarie.

In realtà i riallineamenti contro marco tedesco (quelli a cui tipicamente si guardava) riflettevano nient’altro che i livelli d’inflazione italiana, che erano mediamente più alti di quelli tedeschi.

Non importa che questa differenza, significativa nei confronti della Germania, lo fosse molto meno, anzi quasi per nulla, prendendo a riferimento gli altri paesi europei occidentali fuori dall’area marco – il Regno Unito, la Francia, la Svezia, la Spagna.

Non importa che TUTTI i paesi occidentali (esclusa solo la Svizzera) dal dopoguerra in poi avessero visto il loro cambio con il marco tedesco slittare costantemente verso il basso.

No: svalutare contro marco era una vergogna nazionale. A loro avviso.

Ma se ho un paio di punti d’inflazione in più rispetto alla Germania, e i rendimenti delle attività finanziarie riflettono questa differenza, e il cambio si adegua, dove sta il problema ?

E il luogo comune che “non si può svalutare all’infinito” ? è, appunto, solo un luogo comune. Se ho due punti d’inflazione in più all’anno, il cambio si dimezzerà ogni 35 anni circa (no, non 50… c’è sotto una questione di interesse composto).

Si dimezza ogni 35 anni, e allora ? dove sta il problema, se prezzi, salari e rendimenti finanziari si muovono riflettendo quella differenza ?

Invece no. In buona fede (ripeto) nelle stanze di Bankitalia ma anche dei ministeri economici non erano poche le persone convinte che o avevi una moneta solida esattamente come quella tedesca – quindi, o avevi LA STESSA moneta della Germania – o andavi incontro a chissà quali sciagure.

E queste persone in buona fede si sono quindi ben volentieri allineate e agganciate al carro che ci ha portati al disastro.

domenica 4 settembre 2022

I maniaci delle coperture

 

Gli euroausterici amano parlare di finanza pubblica in termini di “coperture”. Ogni volta che qualcuno propone un provvedimento di spesa o di riduzione di imposte, i vari Luigi Marattin piuttosto che Veronica De Romanis pubblicano accorati editoriali, o anche semplici interventi sui social networks, chiedendosi “dove sono le coperture”.

Per loro il bilancio dello Stato è un gioco strettamente a somma zero. Nessuna somma si può spendere se non è stata, da qualche altra parte, incassata.

Il che, se si ragiona sul bilancio pubblico come se fosse il bilancio di un’entità privata, suonerebbe anche ragionevole.

Eppure dovrebbe essere facile rendersi conto che l’equivalenza non regge.

Se ogni spesa del settore pubblico deve avere la sua copertura, come mai:

tutti gli Stati registrano deficit pubblici per quasi tutto il tempo della loro esistenza, salvo rare e brevi eccezioni ?

tutti gli Stati di un qualche rilievo economico emettono titoli di debito pubblico, che sono l’accumulo di deficit passati (e nemmeno di tutti i deficit, perché i deficit possono anche essere attuati emettendo moneta, e non titoli di debito) ?

Dovrebbe essere evidente che qualcosa non torna. Che non ha senso ragionare in termini di “copertura da prevedersi per ogni spesa”.

Che occorre invece interrogarsi su quale sia l’appropriato mix di spese e di tasse, da cui deriva un CORRETTO LIVELLO DI DEFICIT.

Per motivi ampiamente illustrati in questo blog, in particolare qui e qui, il deficit del settore pubblico è la CONDIZIONE ASSOLUTAMENTE NORMALE dei sistemi economici.

Pretendere che “ogni spesa debba avere una corrispondente copertura” è la ricetta per contingentare senza necessità la circolazione di potere d’acquisto, per tarpare il potenziale di crescita dell’economia, per abbattere gli investimenti, per distruggere competitività.

E per costringere l’economia a crescere espandendo oltremisura non i saldi di finanza pubblica ma il credito PRIVATO. Che è il presupposto per generare speculazione, bolle e instabilità.

 

giovedì 1 settembre 2022

Perché l’euro ha penalizzato soprattutto l’Italia

 

Breve (ma non tanto) post per rispondere a un commento ricorrente di chi ancora dubita di quanto sia stato disastroso per l’Italia l’ingresso nell’euro.

L’argomentazione degli euroausterici è molto semplice. Certo, le prestazioni dell’Italia dall’ingresso nell’euro in poi sono state estremamente deludenti. Ma solo la Grecia si è trovata in difficoltà ancora maggiori. Gli altri se la sono cavata, chi più chi meno, meglio, o meno peggio. “Quindi” il problema non è l’euro, ma l’Italia stessa.

Una precisazione a monte: di crisi dell’euro si parla all’incirca dal 2010, quando sono esplosi gli spread dei cosiddetti PIGS. Ma nel quartetto inizialmente l’Italia non c’era. C’erano Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna.

L’Italia è arrivata un annetto dopo, e i PIGS sono diventati PIIGS.

Effettivamente, tre dei quattro membri del quartetto originario (Grecia a parte) sono usciti dalle difficoltà di quel periodo meglio dell’Italia. E quindi l’Italia, sempre con l’eccezione della Grecia, è l’outlier in negativo dell’eurozona.

Le motivazioni tuttavia sono semplici, e non hanno nulla a che vedere con “la mancata volontà italiana di attuare le riforme” (che non si capisce tra l’altro perché sarebbe mancata, visto che con la sola eccezione dell’anno gialloverde, metà 2018 – metà 2019, da fine 2011 in poi l’Italia ha sempre avuto governi di stretta osservanza bruxellese).

In primo luogo, l’Eurozona si divide in due blocchi: il Nord caratterizzato da poca inflazione e (prima dell’euro) valute tendenzialmente forti, e il Sud connotato da più inflazione e valute tendenzialmente deboli.

Ne segue che la moneta unica rende più competitive le produzioni del Nord, e meno quelle del Sud. Il Nord, la Germania in particolare, ha quindi potuto generare grossi surplus commerciali: è cresciuto sulla domanda esterna molto più che su quella interna. A danno del resto dell’Eurozona.

Il Sud però non comprende solo l’Italia ma, come detto, anche altri paesi che hanno subito meno danni. Portogallo, Spagna, mettiamoci pure anche la Francia.

Perché questi paesi sono stati alla fine meno penalizzati dall’eurocrisi ? perché hanno “riformato” ? no, perché la UE ha chiuso un occhio mentre loro generavano deficit pubblici ben superiori a quelli italiani.

I dati rilevanti li fornisce Bankitalia, a pagina 4 qui.

La crisi dei debiti sovrani ha dispiegato i suoi effetti nel triennio 2011-3. In questo periodo, l’Italia si è letteralmente svenata, massacrando cittadini e aziende, producendo decine di migliaia di fallimenti e il raddoppio della povertà, perdendo cinque punti di PIL durante tredici trimestri consecutivi di recessione, nello sforzo disperato di tenere il livello del 3% per il rapporto deficit / PIL.

E c’è riuscita, o quasi. Sui tre anni, il deficit cumulato è stato del 9,4%. Peccato che il DEBITO PUBBLICO rispetto al PIL sia invece aumentato di TREDICI punti, per la motivazione peggiore – l’impatto negativo sul denominatore.

Gli altri ? anche loro hanno dato il massimo per raggiungere il 3% annuo, o qualcosa di molto vicino ?

Ma neanche per idea. Nei tre anni aggregati, la Francia ha registrato il 14,3%. La Spagna il 28,8%. Il Portogallo il 19%.

Quindi a seconda dei casi cinque, dieci, venti punti in più di risorse finanziarie immesse nell’economia. In tre anni.

Come mai siamo stati trattati così male ? la spiegazione ricorrente è: perché abbiamo un debito pubblico più alto (rispetto al PIL) degli altri. Ma, a parte che la strategia si è rivelata, come detto, fallimentare se lo scopo era di ridurlo, questa è semplicemente un’ulteriore prova che l’Italia nell’euro non ci doveva proprio entrare.

L’Italia non ha mai avuto, da decenni in qua, una posizione finanziaria sull’estero problematica. Oggi è addirittura un paese CREDITORE NETTO. La NIIP (Net International Investment Position) italiana a fine 2021 (dati Eurostat) era POSITIVA in misura pari al 7,4% del PIL. La Francia era a -32,1%, la Spagna a -70,4%, il Portogallo a -95,9%.

Dei paesi considerati, l’Italia era ed è proprio quello che NON ha vissuto al di sopra dei propri mezzi, che NON ha sistematicamente speso più di quanto producesse. Ed è stata invece trattata come se, più di tutti, avesse bisogno di comprimere domanda interna e investimenti. Con effetti catastrofici sulla crescita.

L’alto debito pubblico italiano va di pari passo con l’alto risparmio privato, Gli italiani semplicemente hanno più di altri utilizzato l’investimento in titoli di Stato come allocazione preferenziale del loro risparmio.

Tutto il problema del debito pubblico italiano si riduce alla necessità di rifinanziarlo a scadenza. Ma il rifinanziamento non è mai un problema per uno Stato che emette debito nella SUA moneta e gode della garanzia dell’istituto di emissione.

Con l'ingresso nell’euro, l’Italia si è creata un problema (l’alto debito pubblico) che con la lira non esisteva. Ha adottato politiche che potevano avere una qualche minima parvenza di senso se ci fosse stato un alto livello di debito netto esterno al paese – che non c’era. Non ha ovviamente risolto il problema (inventato) del debito pubblico, e “in compenso” ha devastato la sua stessa economia.

Ecco perché il progetto dell’euro, pessimo in sé, è stato catastrofico per l’Italia più che per altri paesi.

 


domenica 28 agosto 2022

Se le sanzioni non fermano Putin

 

In Europa, e specialmente in Germania e in Italia, serpeggia una profonda inquietudine in merito alle carenze di gas russo, che sono già un grave problema oggi (vedi l’impennata dei prezzi) e rischiano di diventarlo molto di più nel prossimo autunno-inverno.

Diventa sempre più consistente il dubbio che Putin non si fermi con le sanzioni. A chi mi chiede “ma allora come blocchi questo nuovo Hitler ?” rispondo che (ammessa una pericolosità di Putin paragonabile a quella di Hitler) i nazisti sono stati fermati combattendo. Non imponendo sanzioni.

E per combattere, beninteso, intendo schierare sul campo forze armate occidentali, che necessariamente dovrebbero imperniarsi sulla NATO e sugli USA. Non guerreggiare per procura fornendo armi agli ucraini.

Se combattere non è un’opzione accettabile per l’Occidente (e nessuno infatti sembra prenderla seriamente in considerazione) occorre darsi un limite temporale. Qualsiasi strategia deve essere concepita prevedendo un ragionevole arco di tempo oltre il quale occorre prendere atto che non ha funzionato.

Quale ulteriore limite ci diamo per tirare le conclusioni sulla strategia sanzionatoria ? sei mesi ? un anno ? Discutiamone, ma non può essere l’infinito.

Che cosa si sarebbe potuto, ma in effetti si può ancora, fare, in alternativa ?

Molto semplice: condannare Putin, ma non sanzionarlo. Men che meno, inviare armi agli ucraini. E nel frattempo lavorare con la massima intensità, con tutti gli investimenti necessari, per diversificare le fonti di approvvigionamento energetico.

I russi stanno incassando molto più di prima, e stanno approvvigionandosi di quanto loro necessario dai paesi (tutti, blocco occidentale escluso) che non li hanno sanzionati.

Le considerazioni di realpolitik portano a dire che era (ed è) meglio, per l’Europa, non subire i rincari del gas, mantenere aperti i rapporti commerciali, e lavorare (oltre che sulla diversificazione delle fonti) per una soluzione diplomatica.

Invece gli europei stanno allineandosi ai desideri degli USA: creare un pantano sperando che Putin non riesca a districarsene. Ma gli USA non sono dipendenti dal gas russo.

Mi pare, dal punto di vista europeo, una straordinaria prova di autolesionismo.

venerdì 26 agosto 2022

Moneta Fiscale, euro e finanziamento del deficit pubblico

 

Allora, vediamo di spiegarla semplice.

L’euro è disfunzionale principalmente perché costringe gli Stati a finanziarsi emettendo debito, senza che esista un istituto di emissione disponibile a garantirlo.

Questo crea, specialmente nelle situazioni di difficoltà economica, il rischio di non riuscire a rifinanziarsi, e quindi genera una possibilità di insolvenza – possibilità inesistente per gli Stati che emettono debito nella loro moneta sovrana.

A ragione o a torto (non rileva al fine di risolvere il problema) non esiste consenso per modificare i trattati e per trasformare la BCE un garante illimitato e incondizionato dei debiti pubblici degli Stati.

Non esiste, d’altra parte, neanche la volontà di convertire tutti i debiti pubblici nazionali dell’Eurozona in debito comune.

La BCE e la UE in effetti, anche forzando l’interpretazione dei trattati, sono intervenuti in passato e interverranno ancora, ma solo nel momento in cui l’alternativa era / sarà il collasso del sistema.

Il collasso è stato evitato, ma il sistema è rimasto instabile e disfunzionale. Si è fatto, sempre, il minimo indispensabile per evitare il crollo, ma niente di più.

La soluzione esiste, ed è tecnicamente molto semplice.

UNO, gli Stati dell’Eurozona concordano un percorso di riduzione, graduale e costante nel tempo, del rapporto tra debito pubblico e PIL, intendendosi debito pubblico I TITOLI CHE COMPORTANO OBBLIGHI DI RIMBORSO.

DUE, la BCE garantisce i debiti pubblici PURCHE’ GLI IMPEGNI DI RIDUZIONE del rapporto con il PIL siano rispettati (e salvo eccezioni concordate a livello UE per gestire situazioni straordinarie: es. crisi finanziaria mondiale 2008, Covid 2020).

TRE, ogni Stato EMETTE LIBERAMENTE MONETA FISCALE, che non è debito e non va inclusa nel debito pubblico nazionale.

Il debito che crea rischio di insolvenza viene ridotto (in proporzione al PIL). Siccome si tratta della passività che può generare instabilità e rischi, diminuirne il peso è interesse di tutti.

La Moneta Fiscale non crea obblighi di rimborso, non produce rischi di default a causa della situazione dei mercati finanziari, ed è lo strumento con cui gli Stati possono condurre le loro politiche di gestione dell’economia.

Casomai, ai principi sopramenzionati si può aggiungere, in coordinamento con la BCE (che da sola non è in grado di garantirlo) un impegno a mantenere l’inflazione, mediamente e tendenzialmente, a livelli stabili e moderati.

Anche l’azione di fine tuning dell’inflazione è infatti molto più efficace se la leva fiscale si affianca (anzi agisce in modo predominante rispetto) a quella monetaria.

martedì 23 agosto 2022

L’euro dà “sicurezza” ???


Ogni tanto qualcuno racconta ancora la favola secondo la quale la scelta di entrare nell’euro sarebbe stata prodotta da un do ut des tra competitività e sicurezza. 

Sì, certo, è l’argomentazione, nell’euro l’Italia non ha più potuto compensare le differenze di inflazione con i riallineamenti del cambio, ma in contropartita ha ottenuto “una moneta più stabile e più sicura”.

Che qualcuno ci credesse negli anni Novanta, posso (a fatica) capirlo. Che qualcuno in buona fede lo ripeta oggi, si spiega solo ipotizzando il proverbiale metro cubo di mortadella sugli occhi.

Ma quale sicurezza pensi di acquisire convertendo un debito nella TUA moneta – un debito che puoi rifinanziare a tuo piacimento in qualsiasi momento, un NON debito in realtà – con un debito VERO, in moneta straniera forte ?

Metti la tua politica economica nelle mani di soggetti esterni, che hanno interessi divergenti rispetto ai tuoi. Ti esponi alla speculazione dei mercati finanziari.

E, come si sta vedendo da un annetto in qua, non ottieni neanche protezione contro l’inflazione esogena, quella più insidiosa, che proviene da problemi di approvvigionamenti, di forniture, di scarsità di materie prime.

L’euro ha reso l’Italia dipendente, debole e INSICURA.

E non esisteva nessuna, ma proprio NESSUNA, ragione economica sensata per infilare l’Italia in questo disastro.

S’intende, nessuna ragione economica sensata dal punto di vista del paese nella sua globalità: tutto un altro discorso vale riguardo a una serie di soggetti esterni al paese, nonché di particolari gruppi d’interesse interni.

mercoledì 17 agosto 2022

Ancora sul riformismo

 

Commentando un mio recente post, Stefano Sylos Labini ricordava che il termine “riformismo” è in effetti entrato in voga, nel dibattito pubblico italiano, negli anni migliori dell’allora vituperata (e oggi molto ma molto rimpianta) Prima Repubblica.

I due partiti dominanti, DC e PCI, si caratterizzavano, negli anni Cinquanta e Sessanta, rispettivamente come “conservatore” e “rivoluzionario”.

La DC puntava sostanzialmente a mantenere inalterato, nelle linee generali, l’assetto economico-sociale. Il PCI, almeno sulla carta, a rovesciarlo.

Dico “sulla carta” perché in realtà era molto ben chiaro, ai dirigenti comunisti, che gli accordi di Yalta comportavano l’appartenenza dell’Italia al blocco atlantico. La rivoluzione si poteva teorizzare e auspicare: attuare no. Almeno per il momento.

Però negli intendimenti, quando fossero “maturate le condizioni politiche” (leggi di politica estera), il PCI almeno a parole era rivoluzionario.

Tra la conservazione e la rivoluzione si apriva a questo punto uno spazio intermedio, che fu occupato sostanzialmente dal PSI. Un progetto politico che mirava a cambiamenti sostanziali – potenziamento del welfare state, maggiori investimenti dell’industria di Stato, nazionalizzazioni – senza però proclamare la repubblica dei Soviet (o qualcosa del genere…). E questo spazio intermedio prese il nome di “riformismo”.

Per l’elettore, le scelte erano quindi sufficientemente definite.

Se eri conservatore, votavi DC o uno dei partitini laici.

Se eri rivoluzionario, votavi PCI.

Se eri riformista, votavi PSI.

Aggiungo, se eri “nostalgico” votavi MSI.

Ai tempi, in definitiva, cosa fosse e cosa desiderasse un “riformista” era chiaro.

Nel contesto odierno, in cui la rivoluzione non vuole farla più nessuno (nemmeno a chiacchiere), cosa sia un riformista e che senso abbia definirsi tale (visto, come si diceva nell’altro post, che tutti desiderano cambiare qualcosa ma nessuno vuole rovesciare l’ordinamento dello Stato) non lo è più.

Se tutti sono riformisti non ha più senso il termine, perché non si capisce quali sarebbero i “non-riformisti” a cui ci si contrapporrebbe.

In compenso è chiaro cosa intendono per “riformista” i giornaloni paludati. Fare tutto quello che chiedono la UE, la BCE e i potentati economico-finanziari. Che dei giornaloni sono gli editori, i finanziatori, i compratori di spazi pubblicitari, e quant’altro.

E naturalmente, sostenere al 100% il braccio operativo dei potentati, il PD.

 

mercoledì 10 agosto 2022

Il vulnus democratico, ma anche tecnico, della BCE

 

L’eurosistema confligge gravemente con la democrazia perché impedisce agli Stati di gestire autonomamente l’emissione della moneta, strumento essenziale per attuare la propria politica economica.

Un pretesto (forse il principale) con cui si è introdotto l’euro, dal punto di vista tecnico, è stata la presunta necessità di imporre agli Stati un sistema di gestione dell’emissione monetaria. Questo, allo scopo di evitare fenomeni di inflazione incontrollata, o comunque eccessiva.

Successivamente, si sono in effetti avuti parecchi anni – dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008 e fino al termine dei “Covid lockdowns” – in cui il problema che la BCE cercava di risolvere era, al contrario, l’inflazione troppo bassa, non troppo alta.

In realtà gli avvenimenti dell’ultimo decennio stanno dimostrando che la BCE, o in generale la banca centrale, non è in grado di assicurare il mantenimento dell’inflazione in linea con gli obiettivi (livelli bassi ma stabili, non superiori ma vicini al 2%) prefissati.

Quando l’inflazione è troppo bassa, emettere moneta senza destinarla all’economia reale, tramite maggiore spesa pubblica e minori tasse, non aumenta l’inflazione.

Quando l’inflazione è troppo alta a seguito di problemi dal lato delle forniture e degli approvvigionamenti (come oggi) aumentare i tassi non risolve il problema, a meno che l’incremento sia di portata tale da produrre una recessione spaventosa – dai costi sociali inaccettabili.

In effetti, la politica fiscale è molto più efficace della politica monetaria non solo per gestire le oscillazioni di domanda e occupazione, ma anche l’inflazione. Servono politiche fiscali espansive se la domanda è carente. Politiche fiscali restrittive se è troppo euforica. Politiche fiscali ancora espansive, ma rivolte soprattutto alla riduzione delle imposte indirette, se c’è eccesso di inflazione dovuto non a eccesso di domanda ma a problemi dal lato degli approvvigionamenti.

Tutto questo è possibile riportando l’emissione della moneta sotto il controllo degli Stati. SE (cosa non indispensabile) si decide di emettere titoli di debito pubblico, la banca centrale deve limitarsi a garantirne il rifinanziamento.

Questa garanzia è estremamente facile da fornire (anche se la BCE non lo fa, e torniamo al vulnus democratico). Sul resto, le possibilità d’intervento della banca centrale sono invece limitate e scarsamente (molto scarsamente) efficaci.

In aggiunta a quanto sopra, i governi possono vincolarsi ad attuare politiche fiscali che tendano anche a stabilizzare a livelli costanti e moderati l’inflazione, oltre che a massimizzare l’occupazione. Appunto perché la politica fiscale è molto più efficace della politica monetaria anche riguardo al controllo dell’inflazione, e la gestione della politica fiscale è responsabilità dello Stato.

La politica monetaria, intesa come controllo dei tassi d’interesse e del credito, ha un ruolo da svolgere, in coordinamento con le politiche fiscali. Ma un ruolo subordinato.

La politica economica deve tornare pienamente in mano agli Stati. Per rispettare un principio di democrazia, ma anche per renderla molto, ma molto più efficace di quanto sia oggi.

 

lunedì 8 agosto 2022

Dichiararsi riformista non significa nulla

 

Non mi è chiara la ragione per la quale una parte significativa del mondo politico tragga compiacimento nell’autodefinirsi “riformista”, associando all’aggettivo un contenuto di positività.

Riformisti lo siamo tutti, nel senso che ognuno di noi vorrebbe cambiare qualcosa. Ma se un termine è applicabile in modo così ampio e indifferenziato, è evidente che il suo contenuto informativo ed esplicativo è prossimo allo zero.

Tutti vogliamo cambiare qualcosa, poco o tanto che sia. Tutti vogliamo “riformare”. Il punto è cosa e come e con quali finalità.

Ci sono buone riforme e cattive riforme. In parecchi casi, non toccare quello che non è rotto (o non del tutto) non è affatto una cattiva opzione.

Per citare un cartello che parecchi anni fa ho visto appeso nei laboratori di ricerca e sviluppo di un’azienda che stavo visitando

“quando va che quasi basta, lascia star se no si guasta”.

E avessimo “lasciato stare”, noi italiani, nel recente passato…

L’euro è stata una riforma, ed è stata disastrosa.

I vincoli di finanza pubblica sono stati una riforma, e sono catastrofici.

La conversione in moneta straniera del debito pubblico è stata una riforma, ed ha avuto conseguenze tragiche.

Anch’io voglio riformare, certo. Voglio riformare l'eurosistema. Ma lo voglio riformare proprio per eliminare gli effetti deleteri di una serie di riforme che non andavano, assolutamente, fatte.