domenica 22 maggio 2022

Mitigare l’inflazione riducendo le imposte indirette

 

L’incremento dell’inflazione che stiamo subendo da circa un anno ha come origine il problematico riavvio delle catene di fornitura, al termine dei vari Covid-lockdowns. Problema aggravato poi dalla crisi ucraina e dalla conseguente crescita di prezzo di gas, petrolio, cereali, materie prime eccetera.

Ho detto varie volte che la strategia corretta per affrontare il problema non è una forte risalita dei tassi d’interesse. È invece la riduzione degli oneri accessori di natura fiscale sui beni di prima necessità che sono saliti di prezzo. IVA, accise, oneri di sistema sui prodotti energetici, eccetera.

Chiarisco qui di seguito alcuni aspetti macroeconomici di questo approccio.

Alla mia proposta, si potrebbe obiettare che la riduzione (con incremento di deficit pubblico) delle imposte indirette equivale comunque a immettere nel sistema economico più potere d’acquisto. Non c’è quindi il rischio che l’effetto finale sia ulteriormente inflattivo ?

La risposta è che non lo è se la riduzione di imposte indirette è rivolta a generi di prima necessità o comunque a domanda rigida. Se aumentano di prezzo pane, latte, gas o benzina, i consumi totali non possono ridursi un granché. L’effetto è invece di mettere in grave difficoltà le fasce sociali economicamente disagiate (per chi è in buone condizioni reddituali / patrimoniali invece il problema ovviamente è minimo, e si riduce a un modesto fastidio).

Analogamente, se riduciamo il prezzo finale di gas, benzina, pane o latte (abbassando gli oneri fiscali) le persone in difficoltà economica non varieranno in misura accentuata le quantità consumate: appunto perché si tratta di beni a domanda rigida. Si ritroveranno però con qualche soldo in più in tasca. Date le condizioni dell’economia (incertezza, rallentamento, rischio di recessione) questi soldi tenderanno molto più a risparmiarli che a spenderli in altri beni.

Non ci sarà quindi uno stimolo significativo su produzione e occupazione, ma si eviterà che i segmenti economicamente deboli subiscano un’erosione dei loro (modesti) cuscinetti di risparmio, nonché un grave peggioramento della loro capacità totale di consumo.

E l’effetto di minore inflazione sui beni essenziali sarà quindi di gran lunga superiore rispetto allo stimolo sui prezzi degli altri beni.

Ci sarà quindi una rilevante riduzione dell’inflazione MEDIA sui prezzi al consumo, e soprattutto dell’inflazione subita dalle fasce sociali in condizioni di difficoltà.

Effetto, quest’ultimo, di fondamentale importanza: perché l’inflazione non è uguale per tutti, non incide allo stesso modo su tutte le classi sociali. E l’inflazione che stiamo vivendo OGGI, in assenza di adeguati interventi, è socialmente deleteria perché si scarica in misura nettamente preponderante sulle classi deboli.

Quindi va mitigata. Ma NON tagliando la spesa sociale, o la spesa pubblica in generale, o il deficit pubblico. NON aumentando i tassi d’interesse o ostacolando la circolazione del credito. NON innescando una violenta recessione. Tutti questi interventi sono MOLTO peggiori, per quanto riguarda gli effetti economici subiti dalla popolazione, e in particolare della sua componente debole, del problema che vorrebbero risolvere.

 

venerdì 20 maggio 2022

Deficit, moneta, debito e inflazione

 

Se ascoltate un qualunque economista euroausterico in merito al tema “modalità di finanziamento del deficit pubblico”, a un certo punto gli sentirete dire che non si può monetizzare il deficit perché ne seguirebbero devastanti effetti inflazionistici.

Quindi il deficit deve essere finanziato da emissione di debito pubblico, che però “impoverisce il paese” perché deve essere rimborsato e quindi “grava sulle spalle dei nostri figli”.

Insomma, con il deficit si rischiano o l’inflazione incontrollata o l’impoverimento delle future generazioni. 

Un cumulo impressionante di sfondoni logici in sole due frasi.

Quando lo Stato spende, immette moneta nel sistema economico. La quale moneta passa di mano in mano, ma rimane SEMPRE E COMUNQUE in tasca a qualcuno.

Il che significa che incrementa il RISPARMIO PRIVATO.

L’effetto inflazionistico del debito pubblico, se ce n’è uno, non deriva da come il deficit viene “finanziato”. Nasce dall’eventualità che l’immissione di potere d’acquisto nell’economia (prodotta dal deficit pubblico) spinga la domanda di beni e servizi reali al di sopra della capacità del sistema di produrli.

Ma non c’è inflazione se si rimette in modo capacità produttiva inutilizzata. E neanche c’è inflazione se si crea nuova capacità, per esempio incrementando gli investimenti in beni produttivi.

La moneta inoltre, come detto sopra, rimane in tasca a qualcuno, e aumenta il risparmio privato.

Il che mostra che non c’è affatto bisogno di emettere titoli di debito per “finanziare il deficit”. L’emissione di titoli di Stato è un’opportunità che viene offerta al settore privato per impiegare il maggiore risparmio che il deficit AUTOMATICAMENTE PRODUCE.

E siccome l’emissione di debito è un evento possibile ma non indispensabile, e comunque successivo / indipendente, diventa chiaro che è IRRILEVANTE riguardo alla generazione, o non generazione, di maggiore inflazione.

Quanto all’”impoverimento dei figli indebitati”, beh è ancora più semplice capire lo sfondone logico, tecnico e concettuale. A ogni centesimo di maggior debito dello Stato corrisponde un centesimo di maggior credito del settore privato.

Il “povero bambino che nasce con cinquantamila euro di debito sulle spalle” è una suggestiva figura mediatica. Forse, probabilmente, molto utile per propagandare le tesi euroausteriche.

Ma è una COLOSSALE SCEMENZA.

martedì 17 maggio 2022

Dopo 23 anni vale la pena di parlare di euro ? certo, più che mai

 

Non pochi commentatori amano parlare delle inefficienze dell’economia italiana, e nel momento in cui gli si fa notare che queste inefficienze sono pesantissimamente condizionate da un sistema di governance economica e monetaria gravemente disfunzionale, dicono grosso modo che “ma sono venti e più anni che abbiamo l’euro, non è ora di focalizzarci su altre cose ?”

Certo, nel 1997 l’Italia ha “irrevocabilmente” deciso di aderire all’euro, nel 1999 l’euro è diventata la moneta legale italiana e nel 2002 le banconote e le monete metalliche in lire sono state sostituite. Sono passati tanti anni.

Allora, l’euro non è un dato di fatto acquisito nel panorama dell’economia nazionale ?

Al momento lo è, certo. Ma riprendendo l’immagine di un mio post precedente, se mi mettono uno zaino di 50 chili sulle spalle e mi obbligano a camminare con quello, in qualche modo mi posso anche abituare (ci si abitua a tutto nella vita. O quasi).

In qualche modo mi posso abituare, ma dire che ci sto comodo, e che ha senso portarmelo sulla schiena dalla sera alla mattina, e che farlo non mi mette in difficoltà, è un’altra faccenda.

E portarmi uno zaino pesante e inutile, così come usare una moneta non mia, governata da regole sbagliate, crea danni che nel tempo non si attenuano ma si accumulano.

Allora, fare l’elenco delle cose che in Italia non funzionano, senza rendersi conto o senza riconoscere che la stragrande maggioranza dei problemi economici richiedono interventi che senza la TUA moneta non riesci ad attuare – beh, non porta a un granché di costruttivo.

L’informazione sulle inefficienze – gravissime – dell’eurosistema è SEMPRE necessaria. E il dibattito e la comunicazione sui possibili interventi e riassetti del sistema – quali in primo luogo la Moneta Fiscale – è FONDAMENTALE.

venerdì 13 maggio 2022

Il Giappone fa venire il mal di testa (agli euroausterici)

 

Non c’è niente da fare. Gli euroausterici pensano di segnare un punto a loro favore nel dibattito (come se il risultato fosse ancora aperto: in realtà hanno perso mille a zero) e di nuovo arriva il Giappone a negargli anche il gol della bandiera.

Di questi tempi, gli euroausterici amano ripetere che “avete visto, a furia di stampare moneta l’inflazione è ripartita”.

Affermazione che non sta in piedi perché l’inflazione è risalita prima a causa del dissesto delle catene di fornitura di componenti e materie prime, nel marasma delle riaperture post lockdown; e poi per effetto della crisi ucraina, che ha dato un’ulteriore spinta ai prezzi di gas, petrolio, grano, fertilizzanti eccetera.

Per capire che non è la “stampa di moneta” che ha fatto ripartire l’inflazione, basta constatare che le banche centrali hanno “stampato”, in particolare facendo Quantitative Easing, per lustri se non per decenni. Soprattutto dalla crisi finanziaria mondiale del 2008 in poi. Ma di inflazione, nemmeno l’ombra – fino a tutto il 2020.

E chi segue questo blog sa che c'è una strada per continuare ad attuare politiche economiche ESPANSIVE, non restrittive, mitigando gli effetti dell’inflazione: ridurre imposte indirette, accise, oneri di sistema sul costo del lavoro, sull’energia, sui prodotti alimentari.

Ancora una volta, il Giappone fornisce una smentita vivente alle tesi euroausteriche. Vediamo i dati consuntivi 2020-2021 e previsionali 2022, come da ultimo rapporto (World Economic Outlook, aprile 2022) del Fondo Monetario Internazionale.


Inflazione (indice dei prezzi al consumo):

consuntivo 2020 0,0%

consuntivo 2021 -0,3%

previsione 2022 1,0%

 

Mamma mia, che livelli impressionanti, che iperinflazione… sicuramente hanno fatto austerità da paura, vero ?

Ehm, no.

 

Deficit pubblico / PIL

consuntivo 2020 9,0%

consuntivo 2021 7,6%

previsione 2022 7,8%


Non si stanno preoccupando di pompare meno soldi nell’economia, i nostri amici asiatici.

Ma neanche sembrano un granché turbati (questa è storia nota, del resto) dal terribbbbbile debito pubblico:

 

Debito pubblico / PIL

consuntivo 2020 259,0%

consuntivo 2021 263,1%

previsione 2022 262,5%

 

In realtà, correttamente la pubblicazione del FMI riporta non solo il debito lordo, ma anche il debito netto. Netto di cosa ? della quota che è stata comprata dalla Bank of Japan. Come ? stampando moneta, cioè facendo quello che secondo gli euroausterici dovrebbe scatenare un’inflazione incontrollata.

Il debito pubblico netto / PIL del Giappone a fine 2021 era pari al 168,9%. Il che significa che una quota di debito pubblico quasi pari all’intero PIL nipponico è stata comprata dalla banca centrale tramite emissione monetaria.

E mentre il mondo occidentale è atterrito e sgomento dall’inflazione ai livelli più alti degli ultimi decenni, il paese dove la banca centrale ha comprato debito pubblico quanto nessun altro, in misura circa pari al PIL, con corrispondente emissione di moneta, sta… all’1%.

Non è la “stampa di moneta” che crea inflazione. Non è il deficit pubblico. Non è il debito pubblico.

È l’equilibrio (o meglio, il DISequilibrio) tra domanda e offerta di beni e servizi reali, tra disponibilità di potere d’acquisto e capacità produttiva del sistema economico. Capacità, quest’ultima, che è fortemente influenzata anche dalle politiche di tassazione dei fattori produttivi e di incentivazione agli investimenti.

Se qui in Occidente, e in particolare in Italia, non lo capiamo e non andiamo in direzione opposta rispetto all’euroausterismo, che pensa di risolvere chissà che tagliando spese, aumentando tasse e comprimendo investimenti; se lasciamo campo libero ai falchi delle banca centrali che credono all’equivalenza moneta = inflazione…

…non otterremo di mitigare gli effetti dei maggiori prezzi al consumo. Se non passando tramite una crisi paurosa, con costi economici e sociali molto, ma MOLTO peggiori.

martedì 10 maggio 2022

Emettere debito pubblico o magari anche no

 

Elementi di riflessione per capire le dinamiche di deficit e debito pubblico.

Dal punto di vista di quando (e se) si emette debito, le operazioni di finanziamento del deficit pubblico possono essere suddivise in tre fattispecie.

CASO UNO. Prima il settore pubblico colloca titoli di debito, e poi usa i proventi del collocamento per spendere.

Per effetto dell’operazione di collocamento, il settore privato si ritrova con meno moneta e più titoli. Immediatamente dopo, però, il settore pubblico spende la moneta acquisita tramite il collocamento dei titoli. A spesa effettuata, quindi, il settore privato ha la stessa moneta di prima, perché il settore privato è il destinatario della spesa. E in più ha i titoli. 

CASO DUE. Prima il settore pubblico spende, poi colloca titoli di debito.

In questo secondo caso, il settore pubblico utilizza i suoi conti presso l’istituto di emissione per spendere. Il settore privato si ritrova quindi con più risparmio sotto forma di moneta. Solo successivamente il settore pubblico offre al settore privato di sottoscrivere titoli, come opportunità per impiegare il suo maggior risparmio. Il risultato finale è lo stesso del CASO UNO: il settore privato ha, alla fine, la stessa quantità di moneta rispetto all’inizio (prima l’ha ricevuta, poi l’ha usata per comprare titoli), e una maggior quantità di titoli.

CASO TRE. Il settore pubblico spende, e non colloca titoli di debito.

In quest’ultimo caso, il risparmio del settore privato si accresce (come negli altri due casi) ma l’accrescimento è tutto in forma di moneta, non di titoli.

Spero sia a questo punto chiaro ed evidente che:

IN PRIMO LUOGO, uno Stato che emette la sua moneta non ha necessità di emettere titoli per finanziare il deficit pubblico.

IN SECONDO LUOGO, l’offerta di titoli è semplicemente un’opportunità che viene offerta al settore privato di impiegare il suo maggior risparmio, che in ogni caso viene GENERATO AUTOMATICAMENTE DAL DEFICIT PUBBLICO.

IN TERZO LUOGO, se vengono collocati titoli l’accrescimento del risparmio privato avviene sotto forma di una maggior quantità di detenzione dei titoli stessi. Altrimenti, di moneta. La moneta a disposizione del settore privato è comunque ALMENO la stessa di prima. Il risparmio è invece maggiore, in misura pari all’ammontare del deficit pubblico.

In soldoni: se il settore privato prima aveva 100 di moneta e il settore pubblico mette in atto 10 di deficit, con collocamento di titoli, il settore privato si ritrova con gli stessi 100 di moneta e in più con 10 di titoli. Altrimenti con 110 di moneta.

In tutto questo, non ha nessun rilievo sul livello di risparmio privato totale il fatto che i privati destinatari della spesa pubblica a loro volta spendano quello che ricevono. Il LORO risparmio diminuirà, ma si accrescerà, centesimo per centesimo, quello della controparte della loro operazione di spesa.

Questo per quanto riguarda il settore privato TOTALE. Il risparmio del settore privato NAZIONALE è invece influenzato dall’eventualità che lo Stato, oppure i privati destinatari della spesa, acquistino beni, servizi o attività finanziarie all’estero. Ma questo dipende dall’evoluzione della bilancia dei pagamenti, non dal deficit pubblico.

 

sabato 7 maggio 2022

Italia assoggettata a poteri esteri, perché ?

 

Ma possibile, mi chiedono spesso, che l’Italia non riesca a liberarsi dal giogo di un eurosistema governato da regole assurde e disfunzionali ? siamo veramente tutti così asserviti, noi italiani ?

La risposta in larga misura la troviamo nella storia del paese.

Da quindici secoli – dalla caduta dell’Impero Romano (quando si dice prenderla alla larga…) siamo un paese non compatto al suo interno. Dove “non compatto” è un eufemismo per non dire “disgregato”.

L’asservimento a poteri esterni nasce molto semplicemente dal fatto che poteri interni sufficientemente forti da dettare la linea di evoluzione e di sviluppo dell’intero paese non ce ne sono stati.

Il potere interno (almeno dal punto di vista geografico) più rilevante e continuo durante questo millennio e mezzo è stata la Chiesa Cattolica, il Vaticano. Che non ha però mai avuto l’obiettivo di promuovere l’interesse nazionale – essendo un’istituzione universale, “globale” ante litteram.

Piuttosto, ha fatto del suo meglio per contrastare la nascita di uno Stato centralizzato, che avrebbe offuscato il suo (della Chiesa) ruolo, la sua importanza. Anche perché per molti secoli ci si confrontava con il cesaropapismo dell’impero bizantino, dove il primate di Costantinopoli era ridotto a fare il cappellano dell’imperatore.

Date queste condizioni di partenza, l’establishment italiano si è di regola appoggiato ai poteri che esistevano e che facevano sentire la loro presenza. Poteri esterni al paese, appunto (Francia, Spagna, Austria) o comunque non nazionali (la Chiesa). E che non essendo poteri nazionali, ovviamente erano orientati a perseguire gli interessi di qualcuno che stava al di fuori.

Questa “abitudine”, questa tendenza a far leva sullo straniero e invece di spalleggiarsi con il compatriota, non è mai venuta meno. Lo Stato centrale, quando è nato, è nato debole, appunto perché la coesione nazionale non c’era e non si è creata.

In queste condizioni, chi si “mette in scia” a poteri esterni magari (anzi spesso) danneggia il paese, ma promuove il proprio benessere personale. Ed è contento così – o magari non lo è al cento per cento, ma non vede un’alternativa. Perché partecipare al tentativo di costruire un’alternativa, pensa, farebbe danno a se stesso e non risolverebbe comunque nulla per il paese. Non lo risolverebbe in quanto il compito è estremamente improbo.

Prima o poi andrà diversamente ? tutto può essere. Le svolte della storia sono difficili da prevedere. E l’Italia non avrebbe attraversato periodi di splendore o comunque di prosperità economica, anche di recente, se le condizioni di asservimento a interessi esterni non fossero, in certi periodi, venute meno.

Ma il dato di fatto è che di regola nella nostra storia di paese-non-nazione siamo stati condizionati dalla mancanza di un senso di identità comune. Ed è tuttora così.

 

mercoledì 4 maggio 2022

Mario Draghi, il superbonus 110% e la Moneta Fiscale

 

Ieri Draghi è ritornato sul tema del Superbonus 110% ed è quindi opportuno qualche commento su quello che NON ha detto e su quello che invece HA affermato.

NON è tornato a parlare di "frodi", e bene ha fatto: ha evitato così di ripetere la figuraccia fatta a febbraio, in tandem con Franco, quando i due avevano attribuito al superbonus 110% problemi che erano invece insorti su ALTRI crediti fiscali edilizi.

A livello di media e di opinione pubblica qualcuno non l’ha ancora capito, ma il superbonus 110% è proprio, tra le varie tipologie di incentivi legati all’edilizia, quello che NON ha prodotto significativi fenomeni fraudolenti (al contrario, per esempio, del bonus facciate).

Draghi ha invece dichiarato, tra le altre cose, che “il nostro governo è nato come governo ecologico ma non siamo d’accordo su tutto, sul bonus del 110% non lo siamo, perché il costo di efficientamento è più che triplicato e il prezzo degli investimenti per attuare le ristrutturazioni è triplicato, perché toglie la trattativa sul prezzo”.

In pratica Draghi afferma che siccome il valore dei crediti fiscali messi a disposizione di chi effettua le ristrutturazioni è superiore al valore delle ristrutturazioni stesse, viene meno l’incentivo del committente a negoziare al meglio i prezzi: se lo Stato di fatto paga tutto e di più, che senso ha perdere tempo a trattare ?

Non sono sicuro che sia così, in quanto tra costi di perizia, di asseverazione, di sconto finanziario per cedere il credito ecc., il beneficio lordo del 110% scende non di poco (probabilmente sotto il 100%).

Attenzione però: un eccesso di incentivo sicuramente può produrre effetti distorsivi e risultare alla fine controproducente. Ma questa è una legittima critica all’attuale formulazione del superbonus, non al concetto in sé, né tantomeno all’idea, molto più ampia, della Moneta Fiscale.

Può essere che il superbonus sia da applicare con aliquote più basse e/o con dei limiti d’importo, ma nel frattempo ha dimostrato la valenza e l’efficacia della Moneta Fiscale. Nessuna ragione quindi (anzi) per non estenderne l’utilizzo a tutta una serie di altre possibili applicazioni.

Il ventaglio è amplissimo, anzi in pratica corrisponde a tutte le possibili azioni di politica economica: riduzione IVA e accise, abbassamento del cuneo fiscale, sostegni alle classi disagiate, incentivi a investimenti in tecnologia e ricerca, assunzioni nel pubblico impiego. Eccetera, eccetera.

La potenza della Moneta Fiscale è dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio. La Moneta Fiscale prenderà sempre più piede, con un campo di azione sempre più ampio. È la chiave per risolvere le spaventose disfunzioni dell’eurozona.

Non l’insufficiente, macchinoso, molti sospettano vessatorio Recovery Fund / PNRR.

Non l’impossibile revisione dei trattati, per la quale non esiste consenso.

Non fantasiosi veicoli per mettere fuori bilancio BCE quote di debito pubblico.

La Moneta Fiscale.

 

domenica 1 maggio 2022

Perché a Jean-Paul Fitoussi interessava la Moneta Fiscale

 

Insieme a Stefano Sylos Labini, ho conosciuto Jean-Paul Fitoussi soltanto a fine 2021: pochi mesi, ma di intensissima interazione e confronto sul nostro Progetto Moneta Fiscale, che ha attratto il suo interesse in maniera sempre più accentuata via via che lo approfondiva.

Perché il Progetto aveva catturato il suo interesse ? perché ne aveva percepito le valenze per risolvere le disfunzioni della moneta unica europea e per trasformare l’Eurozona in un’area di sviluppo economico condiviso e solidale.

Moneta Fiscale è qualsiasi titolo o attività che possa essere utilizzato dal detentore per compensare obbligazioni finanziarie dovute al settore pubblico. È quindi un diritto a uno sconto fiscale, e può essere scambiato per ottenere beni, servizi o un corrispettivo finanziario, da controparti che lo accettino su base volontaria. Il settore pubblico nazionale si impegna ad accettarlo in compensazione (come sopra definita) ma non ad effettuare pagamenti in cash.

Per comprendere la logica del Progetto occorre sgombrare il campo da alcune affermazioni insensate che purtroppo ancora orientano (per fortuna meno che in passato) il dibattito economico. In particolare, si sente tuttora dire che il deficit e il debito del settore pubblico sono “gravami” per l’economia.

L’affermazione è sbagliata, per la ragione fondamentale che il deficit è l’eccesso della spesa del settore pubblico rispetto al prelievo fiscale. Questo eccesso di spesa, per evidenti ragioni contabili, si tramuta in saldo positivo a disposizione del settore privato. Se il pubblico spende più di quanto tassa, il privato riceve più di quanto paga: incrementa quindi i suoi redditi e i suoi risparmi.

Il deficit pubblico PUO’ rappresentare un problema ma SOLO in presenza di una di queste due situazioni: l’immissione di potere d’acquisto nell’economia crea (a) livelli di inflazione indesiderata, OPPURE (b) scompensi nei saldi commerciali esteri (il potere d’acquisto immesso dal settore pubblico defluisce verso l’estero).

L’Italia ha adottato feroci politiche di austerità nonostante NON soffrisse di nessuna di queste due situazioni: l’inflazione fino al 2021 è stata inferiore alle medie dell’Eurozona nonché ai target BCE; la NIIP (Net International Investment Position) è positiva; i saldi commerciali con l’estero sono stati, dal 2014 al 2021, eccedentari per 40-60 miliardi annui.

In tutti questi anni, in altri termini, maggiori deficit pubblici avrebbero generato un ARRICCHIMENTO per il paese. Avrebbero messo a disposizione del settore privato nazionale capacità di spesa senza alzare l’inflazione a livelli indesiderati (anzi, casomai l’avrebbero avvicinata ai target BCE), e senza creare scompensi nei conti con l’estero.

Quanto al debito pubblico, un paese che emette la sua moneta non ha bisogno di emettere debito per finanziare il deficit. Spende, semplicemente, accreditando le controparti tramite i suoi conti correnti presso l’istituto di emissione.

In questo modo immette risparmio finanziario nell’economia. L’emissione di debito pubblico è un servizio offerto al settore privato per impiegare, in un investimento a basso rendimento ma sostanzialmente privo di rischio, il risparmio stesso. Non ha però una necessità logica; è un evento successivo, potrebbe anche non aver luogo.

La gravissima disfunzione dell’euro consiste proprio nell’aver spossessato gli Stati membri dalla possibilità di effettuare spesa pubblica netta senza passare tramite il collocamento di debito presso i mercati finanziari; e di averli costretti ad emettere debito in una moneta di cui nessuno Stato ha il controllo.

Gli Stati hanno quindi dovuto utilizzare, come canale di finanziamento dei deficit, un debito che incorpora un rischio di default che in circostanze normali (emissione di moneta sovrana) non sarebbe esistito.

Disfunzione pesantissima, che impedisce, in varie circostanze, agli Stati di effettuare politiche economiche anticicliche. Ne segue il rischio – già visto in passato – di aggravare in modo disastroso situazioni di difficoltà che adeguate politiche anticicliche avrebbero consentito di superare rapidamente.

L’Unione Europa ha modificato la sua attitudine nei confronti della gestione della finanza pubblica degli Stati membri, perlomeno rispetto a quanto avvenuto durante la crisi dei debiti sovrani (2011-3).

Allora, si chiedeva agli Stati in difficoltà di attuare contemporaneamente riforme economiche e di ridurre i deficit pubblici. Le politiche di “consolidamento fiscale” hanno invece pesantemente aggravato la crisi, provocando cadute di PIL e accrescendo, in luogo di diminuire, il rapporto tra debito pubblico e PIL medesimo.

La UE ha riconosciuto l’errore. Il Piano Nazionale di Resilienza e Ripresa (PNRR), precondizione per l’accesso ai fondi del NextGenerationEU (NGEU), non prescrive riforme “e” austerità”, ma riforme “insieme a” politiche espansive.

Il problema è che la dimensione del NGEU, spesso definita “immensa”, “ciclopica”, “oceanica” e via iperboleggiando, è in realtà carente.

I mezzi finanziari messi a disposizione all’Italia vengono stimati in circa 200 miliardi. Di questi, tuttavia, 120 sono finanziamenti e incidono sul deficit: non rappresentano quindi soldi in più immessi nell’economia ma solo una fonte di approvvigionamento alternativa rispetto all’emissione di titoli di Stato.

Gli altri 80 miliardi, cosiddetti “grants” o “contributi a fondo perduto”, a fondo perduto in realtà non sono, in quanto dovranno essere compensati da futuri versamenti o tasse. Almeno temporaneamente, danno comunque un beneficio: ma insufficiente, tenuto conto che verranno resi disponibili nell’arco di 4-5 anni.

Draghi stesso è consapevole dell’insufficienza del PNRR. In più occasioni ha affermato che il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) non potrà essere riattivato in forma invariata. Ma le posizioni degli Stati membri sono antitetiche. I mediterranei vogliono un PSC più flessibile ed espansivo; i paesi del Nord ne chiedono il ripristino in termini invariati, se non più rigidi e restrittivi.

I paesi del Nord temono che un eccesso di debito pubblico di altri Stati membri possa dar luogo a eventi di default o alla spaccatura della moneta unica. Non accettano però un illimitata e incondizionata garanzia da parte della BCE.

Il compromesso politicamente perseguibile consiste nel mantenere l’impegno alla riduzione del rapporto debito pubblico / PIL degli Stati, tenuto conto che il debito pubblico di riferimento NON include la Moneta Fiscale.

La Moneta Fiscale potrà quindi essere utilizzata per attuare le politiche espansive necessarie al raggiungimento e al mantenimento del pieno impiego delle risorse produttive del paese.

La Moneta Fiscale non comporta impegni di pagamento da parte dello Stato emittente, che quindi non potrà mai essere forzato da situazioni di mercato finanziario ad andare in default. L’impegno di accettazione (per compensare obblighi finanziari verso lo Stato emittente stesso) potrà sempre essere onorato.

Un eventuale “indisciplina” di uno Stato (eccesso di emissione di Moneta Fiscale) al massimo depaupererà il valore della Moneta Fiscale di quello Stato, perché circoleranno più titoli di quanti se ne riesca a utilizzare nelle scadenze prestabilite. Ma questa eventualità (peraltro del tutto improbabile) non avrà un riflesso sull’assetto generale dell’eurosistema né forzerà la BCE o gli altri a dover intervenire per preservarne la stabilità. Resterà un problema interno allo Stato in questione.

La Moneta Fiscale potrà essere utilizzata sia per finanziare interventi di spesa pubblica (pubblico impiego, spesa sociale, investimenti, sostegno ai redditi) che per ridurre il carico fiscale effettivo (senza necessariamente ridurre tasse o imposte, bensì erogando Moneta Fiscale al contribuente).

La Moneta Fiscale può inoltre essere utilizzata come mitigante dell’inflazione, ritornata a essere un problema in seguito al dissesto delle catene di fornitura di materie prime e componenti, prodotto dalla ripartenza post Covid e aggravato poi dalla crisi ucraina.

Erogazioni di Moneta Fiscale agli utilizzatori di energia, carburanti, prodotti alimentari allevierebbero grandemente i problemi che oggi affliggono imprese e consumatori (e in maniera particolarmente sensibile le fasce sociali disagiate).

Una parte delle erogazioni di Moneta Fiscale potrà inoltre essere effettuata a beneficio dei datori di lavoro, riducendo il peso effettivo del cuneo fiscale. Le produzioni italiane diventeranno così più competitive, evitando che parte dell’effetto espansivo del progetto Moneta Fiscale si disperda in peggioramento dei saldi esteri.

Non occorre che BCE, UE o Stati membri forniscano garanzie addizionali. Si saranno create le condizioni per ridurre, gradualmente ma costantemente, il peso del debito a rischio di default rispetto a un PIL finalmente in crescita stabile. La constatazione che le macrodisfunzioni del sistema sono state finalmente risolte è adeguata per rassicurare i detentori del debito pubblico che il sistema è diventato, finalmente, stabile e affidabile.

Il progetto Moneta Fiscale è stato criticato da alcuni commentatori in quanto, si afferma, non c’è certezza che l’espansione economica prodotta dalla disponibilità di maggior potere d’acquisto produca PIL e quindi gettito fiscale lordo in misura corrispondente agli sconti fiscali, via via che questi diventano utilizzabili.

Il motivo è che l’effetto espansivo è governato dai cosiddetti “moltiplicatori fiscali”, sulla cui dimensione (come su qualsiasi manovra di politica economica) a priori si possono formulare ragionevoli ipotesi, non previsioni precise al centesimo.

Va però chiarito un equivoco: non occorre che questa equivalenza perfetta si verifichi, perché un eventuale ammanco potrebbe facilmente essere compensato incrementando gradualmente nel tempo le emissioni di Moneta Fiscale.

Ad esempio, la formulazione originaria del Progetto prevede che gli sconti fiscali che diventano via via utilizzabili (con un differimento temporale di due anni rispetto all’emissione) arrivino gradualmente a 100 miliardi di euro annui.

Gli incassi totali lordi del settore pubblico italiano sono dell’ordine di 800, e saliranno con l’espansione del PIL nominale. Emettere qualcosa più di 100 nell’anno in cui 100 di sconti fiscali vengono utilizzati significa che continuerà a esistere un’enorme differenza tra Moneta Fiscale in circolazione e incassi lordi del settore pubblico. Il rischio che le emissioni di Moneta Fiscale raggiungono livelli tali da svilirne il valore è, in pratica, infinitesimale.

La Moneta Fiscale non è un meccanismo per rompere l’euro. Risolvendone le disfunzioni, ne garantisce in effetti la continuità, oggi periodicamente revocata in dubbio.

Non è uno strumento sostitutivo, ma integrativo dell’euro. Il Progetto prevede che la circolazione di Moneta Fiscale in Italia possa raggiungere qualche centinaio di miliardi, mentre il valore totale delle attività finanziarie detenute dal settore privato nazionale è dell’ordine di 5.000 circa.

Sono queste le considerazioni che a nostro parere rendono il Progetto Moneta Fiscale un passaggio cardine per rimettere in carreggiata l’economia italiana e l’assetto dell’Eurozona. Jean-Paul Fitoussi ne ha compreso le valenze e ci ha incoraggiati nel nostro sforzo di elaborazione e di proposta.

L’ha fatto perché era un grandissimo economista e uno splendido essere umano. Perché il suo desiderio era che il nostro continente riprendesse la strada di uno sviluppo economico armonico, solidale, inclusivo, rispettoso della coesione sociale.

 

venerdì 29 aprile 2022

L’euro e il macchinone in leasing

 

Ancora per la serie “il fantastico mondo degli euroausterici”. I sostenitori dell’euro, perlomeno quelli in buona fede (all’inizio erano in molti, e qualcuno ne circola ancora) erano genuinamente convinti che passare dalla lira alla moneta comune europea avrebbe arricchito il paese.

L’euro è una moneta più forte della lira, giusto ? e i paesi con economia solida hanno anche una moneta forte, no ?

Una parte grossa dell’equivoco sta in quell’”hanno”.

I paesi forti hanno una moneta forte, certo. Il punto è che l’Italia non “ha” l’euro. L’Italia si è vincolata a usare l’euro, ma non lo emette.

L’euro è una moneta presa a prestito.

Dire “uso l’euro quindi sono forte” è come dire “ho una macchina da 100k quindi sono ricco”.

Se la macchina non avevo di che comprarla, l’ho presa in leasing, e poi non riesco a pagare bollo, carburante e rate, non sono diventato ricco, mi sono rovinato.

Non diventi economicamente forte perché usi una moneta forte. Se hai un’economia forte, è forte la TUA moneta. Il rapporto causa-effetto gira esattamente nell’altro senso. SOLO nell’altro senso.

La moneta straniera più forte della tua economia, se ti vincoli a usarla, è un cappio al collo. Come il macchinone in leasing che non ti puoi permettere.

È sbalorditivo che ancora qualcuno lo neghi.

 

mercoledì 27 aprile 2022

Il problema di spingere in ventisette

 

“La risposta al problema dev’essere europea”, questo è uno dei ritornelli preferiti degli eurofili / euroentusiasti. Alla domanda “europea perché ?” (fatto salvo che per “Europa” intendono, come di consueto, “UE”) la risposta è chiara, semplice e sbagliata.

La risposta dev’essere unita e determinata (dicono) da parte di ventisette paesi che agiscono “come un sol uomo”, perché è ovvio, è chiaro, è incontrovertibile che in ventisette uniti si ottengono cose che in ventisette separati non sarebbero possibili.

La risposta è chiara, semplice, ma sbagliata, per almeno un paio di ragioni.

Quando ci si mette insieme in parecchi, A VOLTE (non sempre) si crea un effetto di sinergia, ma ALTRE VOLTE (anzi sempre) si creano problemi di coordinamento. Detto altrimenti, se anche c’è la volontà di spingere tutti nella stessa direzione, parecchio tempo deve essere dedicato a fare in modo che gli sforzi siano effettivamente incanalati in modo da ottenere effetti migliori, per ognuno dei singoli, di quelli conseguibili da soli. E non necessariamente ci si riesce.

Ma, peggio ancora, spesso e volentieri la volontà di spingere tutti nella stessa direzione non c’è, perché opinioni, interessi e volontà politica divergono. L’euro è una moneta debole per la Germania e avvantaggia la competitività tedesca, è una moneta forte per l’Italia e svantaggia la competitività italiana. L’immigrazione clandestina è un problema grave per i paesi UE di frontiera, molto meno per gli altri. L’(eventuale) embargo al gas russo sarebbe un danno pesantissimo per tedeschi e italiani, decisamente meno per i francesi che hanno il nucleare.

Il ruolo della UE, in altri termini, dev’essere sussidiario e non predominante. La UE deve agire quando è chiaro al di là di ogni ragionevole dubbio che il suo intervento consente di ottenere cose che a tutti i ventisette interessano, e che in ventisette uniti e compatti si ottengono meglio rispetto ad agire isolati.

SOLO a queste condizioni attivare la “risposta europea” ha un senso.

Altrimenti la UE finisce per restare quello che è sempre stata: un potentissimo strumento per creare burocrazia, diseguaglianze e inefficienze.

lunedì 25 aprile 2022

L’euro e lo zaino di sassi sulle spalle

 

Molti confronti di opinioni in merito alle conseguenze dell’euro sull’economia italiana atterrano (si spiaggiano a mo’ di balena, si potrebbe dire) su un’”argomentazione” ricorrente.

Ricorrente, intendo, sulla bocca di chi difende il sistema, o quantomeno lo giustifica, o cerca di farlo passare per un problema secondario.

L’”argomentazione” è molto semplice. Molte cose sono cambiate dall’introduzione dell’euro in poi. Sono passati trent’anni dalla firma del trattato di Maastricht, venticinque dalla decisione “irreversibile” di entrare nell’euro, ventitré dalla partenza ufficiale, venti dalla conversione di monete e banconote.

Tanto tempo. Allora, come si fa ad affermare che “tutti” i problemi dell’economia italiana sono riconducibili all’euro ?

La prima risposta è che, naturalmente, quest’ultima affermazione non l’ha mai fatta nessuno. Che l’Italia, economicamente parlando, sarebbe il paradiso in terra se avesse tenuto la lira, ovviamente non è vero, e nessuno lo sostiene seriamente.

Ma è vero che il confronto tra le prestazioni economiche del paese prima e dopo, in assoluto così come rispetto agli altri paesi, in particolare europei occidentali, è impietoso. E per ragioni chiarissime, a chi le vuole vedere: aver adottato una moneta troppo forte per i nostri fondamentali, e, ancora peggio, aver convertito un (NON) debito in moneta propria in un debito VERO, in moneta straniera forte.

Immaginate di costringere qualcuno a camminare, muoversi, fare qualunque cosa portando costantemente sulle spalle uno zaino da cinquanta chili. Pieno di sassi. Quindi portando in giro un carico che spezza la schiena, senza la minima necessità o motivazione logica.

E poi di dirgli “tu stai sempre a lamentarti dello zaino, ma guarda che non è colpa dello zaino se la tua calvizie incipiente progredisce”.

Siamo a questi livelli.

venerdì 22 aprile 2022

I boomers che “non passano la mano”

 

Mi imbatto nell’ennesimo articolo che si lamenta dei boomers, i nati tra il 1946 e il 1964, “colpevoli” di non abbandonare le loro posizioni professionali e di bloccare l’ascesa dei più giovani.

Essendo del 1962, faccio parte del gruppo. All’estremo inferiore, quantomeno sono un giovane boomer. Ma ci rientro.

Lasciatemi quindi formulare una difesa della categoria, non d’ufficio ma molto sentita e penso anche motivata. 

Corre l’anno 2022, quindi i boomers sono persone che si situano tra i 58 e i 76 anni di età. È scandaloso che occupino posizioni di responsabilità, e non le lascino ?

Francamente non credo. Vero, molti di loro non ne avrebbero più bisogno – sul piano economico. Ma mi pare giusto che certe attività continuino a essere svolte da chi, in termini di capacità, salute e motivazione, è in grado di farlo.

Salute e motivazione possono venir meno, a una certa età – ma anche no. E se no, perché allora ci si dovrebbe rassegnare al pensionamento inattivo ? a sedersi sulle panchine del parco o a scrutare i cantieri da dietro le staccionate ?

Perché in questo modo si impedisce ai (relativamente) giovani di crescere ? il punto è che non è vero. 

Se i (relativamente) giovani hanno avuto meno occasioni, e in generale è vero che ne hanno avute meno, le ragioni sono altre. Io ho iniziato a lavorare nel 1985 e ho goduto di un ventennio abbondante di contesto favorevole, figlio della crescita economica, del mondo che pur tra tanti problemi si presentava pieno di opportunità.

Senza bisogno che si facessero da parte i 60enni, i 70enni, gli 80enni. L’uomo più potente della finanza italiana in quegli anni era Enrico Cuccia, classe 1907, che si è fatto da parte quando è morto, e non un minuto prima. Era un personaggio fuori da tutti gli schemi, certo; ma l’esempio è indicativo.

Dopo la crisi finanziaria mondiale e dopo la crisi dei debiti sovrani eurozonici le cose si sono fatte sicuramente più difficili. Fossi nato nel 1982, ed entrato nel mercato del lavoro nel 2005, avrei vissuto una situazione più “tosta”. Almeno restando in Italia.

Capisco il problema, mettendomi nei panni di un Marco Cattaneo con vent’anni in meno. Però al mio omologo quattro lustri più giovane tengo a precisare che le opportunità non gliele ho tolte io, ma un contesto esterno diventato molto meno favorevole.

E le ragioni, per chi segue questo blog, sono note. Sono un sistema di governance dell’economia che, specialmente, ripeto, in Italia, ha distrutto crescita e opportunità.

Non è una questione di numero di posti statico e di “attempati” che non si rassegnano a passar la mano. È questione di establishment che ha imposto regole antisviluppo. E mi riferisco naturalmente, in primo luogo, alle deliranti regole di governo dell'eurosistema.

Mettere in panchina gli “attempati” non risolve il problema. Il problema non è ridistribuire tra le generazioni una torta fissa di opportunità professionali, ma far crescere la torta.

E questo lo capiscono i boomers meglio di chi è arrivato dopo, appunto perché per 20 o 30 anni hanno vissuto dall’interno un mondo differente. Molto differente.

 

martedì 19 aprile 2022

Jean-Paul Fitoussi

 

Come un triste fulmine a ciel sereno, è giunta pochi giorni fa la notizia improvvisa della scomparsa di Jean-Paul Fitoussi.

Economista insigne e squisito gentleman, personaggio che l’establishment non poteva ignorare anche se le sue posizioni erano di critica radicale e senza sconti alla follie dell’euroausterità.

L’ho incontrato una sola volta in vita mia, a un gradevolissimo (e gustosissimo) pranzo a Roma nel settembre scorso, insieme a Stefano Sylos Labini.

L’ho incontrato una sola volta ma nelle settimane e mesi successivi siamo stati in contatto quasi quotidiano, via telefono, email e whatsapp. Jean-Paul era venuto a conoscenza del Progetto Moneta Fiscale grazie ai contatti con vari esponenti (alcuni poi fuoriusciti) del M5S, in particolare Pino Cabras e Dora di Caprio.

Jean-Paul ha letto con grande attenzione il materiale da noi predisposto in questi anni di attività, e ne abbiamo ampiamente discusso, superando dubbi, discutendo chiarimenti e miglioramenti, e quant’altro.

Si è fatto promotore di una tavola rotonda presso il Festival dell’Economia di Trento, il prossimo 4 giugno alle 9.30. Noi avremmo esposto, lui avrebbe moderato, e si stava adoperando per ottenere la partecipazione alla tavola rotonda di nomi di prim’ordine.

Saremo comunque a Trento. La tavola rotonda è confermata. Senza di lui non sarà la stessa cosa, ma quantomeno sarà un omaggio postumo in più, che si aggiunge ai tantissimi pervenuti in questi giorni (molti sinceri, moltissimi paurosamente ipocriti, da parte di politici ed alti burocrati che hanno riconosciuto il valore delle sue idee, nello stesso tempo lavorando a pieno regime per andare nella direzione opposta).

Conto che un giorno non lontano gli si possa dedicare qualcosa, anzi molto, di più: il pieno successo, la piena implementazione della Moneta Fiscale.

 

mercoledì 13 aprile 2022

Francia: l’elettorato è diventato anti-establishment ?

 

I risultati del primo turno delle presidenziali francesi hanno dato luogo a diverse interpretazioni.

Da un lato, si è sottolineato lo spostamento degli elettori verso posizioni anti-establishment.

Dall’altro, si fa notare che dei tre principali candidati – Macron, Le Pen e Mélenchon – è proprio Macron, il candidato establishment per eccellenza, ad aver ottenuto la maggior crescita di consensi. 

In effetti Macron è salito dal 24% al 27,8%, Marine Le Pen dal 21,3% al 23,2% e Mélenchon dal 20% al 22%.

Quest’ultimo punto è corretto, ma non racconta tutta la storia. La crescita di Macron è stata, in buona sostanza, prodotta dalla devastante erosione dei consensi subita dai due tradizionali “pilastri del sistema”, i repubblicani (crollati dal 20% al 4,8%) e i socialisti (dal 6,4% all’1,8).

Marine Le Pen è invece salita nonostante la comparsa sulla scena di Zemmour, che pur ottenendo un risultato inferiore alle attese ha comunque raggiunto il 7,1%.

Una riflessione più completa può essere effettuata sommando i voti di tutti i candidati classificabili come anti-establishment.

Nel 2017 avevamo:

Anti-establishment di destra: Le Pen + Dupont-Aignan + Asselineau = 21,3% + 4,7% + 0,9% = 26,9%

Anti-establishment di sinistra: Mélenchon + Poutou + Arthaud + Cheminade = 19,6% + 1,1% + 0,6% + 0,2% = 21,5%.

Quindi anti-establishment 48,4%, establishment (per differenza) 51,6%.

Nel 2022 la situazione è diventata:

Anti-establishment di destra: Le Pen + Zemmour + Dupont-Aignan = 23,2% + 7,1% + 2,1% = 32,4%.

Anti-establishment di sinistra: Mélenchon + Roussel + Poutou + Arthaud = 22,0% + 2,3% + 0,8% + 0,6% = 25,7%.

Quindi anti-establishment 58,1%, establishment 41,9%.

Lo spostamento verso l’anti-establishment effettivamente c’è, ed è tutt’altro che marginale: dieci punti.

Tutto questo fa differenza ? con ogni probabilità, non sul risultato finale delle elezioni presidenziali. Al ballottaggio, come cinque anni fa si sfideranno Macron e Le Pen. L’esito sarà più equilibrato rispetto al 2017, quando finì 66,1% a 33,9%.

Ma non fino al punto da ribaltare l’esito. Marine Le Pen, al 32,4% dell’anti-establishment di destra potrà aggiungere – si stima – forse un terzo dell’anti-establishment di sinistra. Diciamo otto-nove punti, che la porterebbero al 41%.

Forse un altro 8% dell’anti-establishment di sinistra potrebbe astenersi al ballottaggio. Col che il 41% di Marine Le Pen salirebbe automaticamente a 41 / 92 = 44,5% circa.

Non è da escludere che un 1-2% arrivi dai Repubblicani, crollati al primo turno, come detto, al 4,8% (rispetto al 20% ottenuto da Fillon nel 2017). E sul piano aritmetico una piccola spinta a Marine Le Pen potrebbe essere fornita da tassi di astensione più alti, presso l’elettorato filo-establishment, rispetto all’anti-establishment di destra.

In definitiva, anche la combinazione di fattori, tra quante ragionevolmente possibili, più sfavorevole a Macron lo vede vincente. Con qualcosa tipo quattro punti di margine, 52% - 48%.

Per ipotizzare un esito finale diverso bisogna immaginare un’ondata lepenista maggioritaria presso i melenchoniani. E francamente questo mi sembra fuori dalla realtà.

Certo, Macron si è indebolito. Certo, il suo indebolimento potrebbe produrre una maggioranza fragile in occasione delle elezioni parlamentari, che si terranno a giugno, e quindi difficoltà nella sua futura azione di governo.

Ma avremo comunque – cioè avranno i francesi – Macron per altri cinque anni. Anche se una percentuale di elettori nettamente maggioritaria, e in forte crescita rispetto al 2017, preferirebbe di gran lunga un presidente diverso. Ma funzionerà ancora, a suo favore, la spaccatura dell’anti-establishment tra destra e sinistra.