domenica 14 aprile 2024

Superbonus, il “buco” che non c’è

 

Gli euroausterici vaneggiano a reti unificate in merito al “buco da 200 miliardi nei conti pubblici” che sarebbe stato prodotto dal Superbonus.

Naturalmente una prima risposta ovvia a questa affermazione è che sono stati emessi 200 miliardi di crediti fiscali, a fronte dei quali è stata però conseguita una crescita di PIL e di gettito. Parlare di “200 miliardi di buco” tiene conto di un elemento (i crediti emessi) ignorando l’altro (la crescita di gettito).

Ma in realtà l’errore dell’affermazione è ancora più basilare.

Immaginiamo che un’Italia in possesso della propria moneta decida di effettuare una manovra fiscale espansiva emettendo 200 miliardi (in lire) e distribuendoli ai residenti.

E immaginiamo che dopo un anno i 200 miliardi vengono utilizzati per pagare tasse. Si crea un buco ? no, perché l’Italia può, semplicemente, emettere altri 200 miliardi. La quantità di moneta in circolazione rimane la stessa, e non c’è bisogno di effettuare alcuna manovra fiscale restrittiva.

Poi, l’Italia può decidere di offrire al pubblico 200 miliardi di titoli di Stato. A quel punto la moneta in circolazione viene sostituita da titoli per pari importo. Cambia qualcosa nella solvibilità dello Stato ? no, perché i titoli sono rimborsabili in lire.

Con i bonus fiscali immobiliari, in realtà, l’Italia si è riappropriata della possibilità di emettere moneta: moneta fiscale, per la precisione.

La moneta fiscale a un certo punto viene utilizzata per pagare tasse. Come compensa questo effetto, lo Stato ? la maniera più ovvia e semplice sarebbe emettere un pari importo di moneta fiscale. Che non è debito pubblico (come riconosciuto dalla stessa Eurostat).

Dov’è che si crea un potenziale problema ?

Si crea perché l’ineffabile Giorgetti, senza spiegare perché, strepita che la moneta fiscale è brutta e cattiva, e quindi non se ne emetterà altra. Il che comporta di emettere titoli. Che sono denominati in euro, moneta che l’Italia non emette. Qui c’è l’incremento di debito, e qui c’è l’appesantimento della solvibilità.

Ma il motivo è solo e soltanto uno: SI POTREBBE CONTINUARE AD EMETTERE MONETA FISCALE VIA VIA CHE VIENE UTILIZZATA, MA GIORGETTI NON LO VUOLE FARE.

Capite adesso che il problema è creato ad arte ?

martedì 9 aprile 2024

Mercati e “assorbimento del debito”

 

Niente da fare, non ci si riesce a liberare dal tambureggiamento di commenti preoccupati in merito alla “capacità dei mercati finanziari di assorbire il debito pubblico”.

Capisco che la partita doppia, così come l’economia keynesiana, pur non essendo argomenti in realtà complessi (se per complessi intendiamo, che so io, la fisica quantistica o la grammatica sanscrita) siano in qualche misura controintuitivi.

La controintuitività può trarre in inganno chi non se ne occupa di mestiere. Ma i giornalisti economici ? ma gli economisti di professione ??

Ragazzi, l’emissione di debito pubblico viene effettuata per offrire un impiego al risparmio privato generato dalla differenza tra spesa pubblica e tasse (che è il deficit pubblico) e per reinvestire i proventi ricevuti da chi si vede rimborsato il debito in scadenza.

Non esiste alcun mismatch. Non esiste alcun “limite di assorbimento” contro cui si potrebbe sbattere la capoccia. Il nuovo debito offre un impiego al risparmio privato generato dal deficit, e un reimpiego al rimborso del debito scaduto.

Tanti soldi di qui, tanti soldi di là. Negli stessi ammontari. Le dotte e pensose analisi della “capacità di assorbimento del debito pubblico da parte dei mercati” usatele per incartare il pesce.

sabato 6 aprile 2024

Le cause del declino demografico

 

L’Italia nel 2023 ha registrato un nuovo minimo di natalità. Un fenomeno preoccupante che caratterizza il nostro paese più di altri, anche se è in effetti rilevabile in tutto il mondo economicamente avanzato.

Immancabilmente, si ripropone la domanda: è una tendenza che nasce da fattori economici, o ha cause sociali ?

La risposta è che si tratta di un misto delle due.

Il calo delle nascite è in primo luogo una conseguenza della cosiddetta transizione demografica. Le famiglie facevano tanti figli quando la mortalità infantile era elevata: tanti perché ne sopravvivesse qualcuno. Per fortuna tutto questo è stato superato con il miglioramento delle condizioni sanitarie e della situazione economica generale.

Un fenomeno strettamente sociale è poi dato dalle crescenti possibilità, e dal crescente interesse, delle donne a sviluppare carriere lavorative. Che sono difficilmente compatibili con il fare molti figli.

Però si rileva facilmente, esaminando i dati, che la caduta della natalità, rispetto ai picchi negli anni Sessanta, si era sostanzialmente arrestata a metà degli anni Ottanta. E le nascite erano rimaste grosso modo stabili fino alla crisi finanziaria mondiale del 2008.


Da lì in poi la caduta è ripresa, e a ritmi sostenuti, abbassando le nuove nascite annue da quasi 600.000 a meno di 400.000.

Quest’ultimo declino ha, indiscutibilmente, ragioni economiche. La crisi del 2008 e soprattutto le demenziali politiche di austerità fiscale introdotte su pressione UE nel 2011-2013 hanno prodotto questo ulteriore declino.

Si può invertire la tendenza ? certo che sì. Uscendo dai dogmi della governance economica di Bruxelles, e dalle sue ricette deliranti.

mercoledì 3 aprile 2024

Euroausterici, titoli e link

 Quando ci si confronta sui social network, due atteggiamenti ricorrenti caratterizzano le controparti aderenti al mainstream economico (in particolare se non sono commentatori occasionali, ma proprio economisti di professione).

La prima è reagire a un’argomentazione domandando “ma tu che titoli hai per parlare ? hai un PhD ? sei un docente universitario ?”.

Reazione veramente puerile. Se la controparte fa affermazioni di scarsa validità, sarà facile, dovrebbe essere facile, confutarle. Che bisogno c’è di cercare di sminuirle sulla base dei “titoli” di chi le formula ? Forse che confutarle è proprio quello che NON ti riesce di fare ?

La seconda è irritarsi perché la controparte supporta le sue affermazioni con link ad articoli o post. Anche questo è un atteggiamento puerile. Chi ha sviluppato in profondità la sua visione di un problema, ovviamente l’ha fatto sulla base di considerazioni, analisi, dati che per essere compiutamente esposti, illustrati, approfonditi, richiedono qualcosa in più dello spazio di un tweet. Ben venga il link, quindi.

Sono due atteggiamenti che esprimono mancanza di rispetto per l’interlocutore. Ma in realtà, più ancora, consapevolezza seminconscia che si sta cercando di difendere una posizione debole.

Molto debole. Anzi, perdente.

lunedì 1 aprile 2024

Debito pubblico, oneri e benefici

 

Il deficit pubblico incrementa il risparmio privato, e il debito pubblico E’ risparmio privato. Queste affermazioni, che dovrebbero essere sostanzialmente ovvietà, se non tautologie, sono nondimeno fortemente avversate dagli euroausterici.

Spesso il loro tentativo di confutazione s’impernia grosso modo su quanto segue.

Sì certo, il deficit pubblico mette soldi a disposizione del settore privato. Ma questi soldi rimangono in tasca ad alcuni soggetti, non a tutti. C’è chi riesce a risparmiare, magari anche parecchio, e magari utilizza il risparmio per comprare titoli di Stato. C’è che non ci riesce. Però l’onere di pagare le tasse grava invece  su tutti.

Per cui, conclude l’euroausterico, in realtà la spesa pubblica beneficia alcuni soggetti più, magari molto più, di altri, mentre “l’onere del debito” (in realtà, la necessità di pagare tasse per non spingere il deficit a livelli eccessivi in quanto inflazionistici) è un onere dell’intero paese.

La maniera corretta di esporre la situazione è un’altra.

Il deficit pubblico immette risorse nell’economia, e la spesa pubblica fornisce beni e servizi alla collettività, secondo un’allocazione che viene stabilita tramite un processo di scelte politiche.

Anche l’onere di pagare le tasse incombe sulla collettività, e anche modalità e ripartizione di pagamento delle tasse sono stabilite tramite un processo politico. C’è chi paga più tasse e chi meno. Il sistema dovrebbe essere informato a criteri di progressività, dice la Costituzione. Ma i criteri non sono sempre rispettati.

Il beneficio della spesa e l’onere delle tasse possono quindi essere ripartiti in modo iniquo. Nessuno, in effetti, considera mai la ripartizione perfettamente equa. Più o meno tutti vorrebbero ripartizioni diverse. Alla fine le ripartizioni sono il risultato di un processo politico, quindi di un compromesso.

Ci sono ripartizioni più efficienti e corrette, e altre meno. Ma è un problema di allocazione.

Non è che il beneficio della spesa “è solo di alcuni” mentre l’”onere del debito” (più esattamente, delle tasse) è di tutti.

Onori e oneri sono di tutti. In varia misura, come dicevo. Più o meno correttamente ed efficientemente.

Rimane però vero che il deficit incrementa il risparmio finanziario del settore privato, e che il debito pubblico è risparmio privato, perché ne rappresenta una forma di impiego finanziario.

Tutto il resto è un problema di allocazione. Problema importantissimo, beninteso. Ma che non inficia in alcun modo quanto detto al paragrafo precedente.

 

giovedì 28 marzo 2024

Il principio insensato della politica economica

 

Praticamente in tutto il mondo occidentale, la politica economica degli Stati, o più esattamente la politica fiscale, è incentrata, a parole anche se (per fortuna) non del tutto a fatti, su un principio basilare.

Basilare e completamente sbagliato.

Il principio è che il debito pubblico sia un fattore d’impoverimento del paese. Un onere che vincolerà lo sviluppo dell’economia e incomberà sulle generazioni future.

Bene: il debito pubblico non è niente di tutto questo.

Il debito pubblico è uno strumento messo a disposizione di aziende e cittadini per impiegare il loro risparmio.

E il deficit pubblico produce risparmio finanziario nel settore privato dell’economia. Se lo Stato spende più di quanto tassa, il settore privato riceve più di quanto paga.

Il deficit pubblico può essere eccessivo se genera livelli di inflazione troppo alti. Ma tipicamente deve esistere, perché un’economia in sviluppo ha bisogno di una crescita tendenziale e graduale dei mezzi di pagamento in circolazione.

E come crescono i mezzi di pagamento, devono crescere anche gli strumenti di impiego del risparmio: funzione, come detto, svolta del debito pubblico.

Invece politici e media paludati nel 99% dei casi parlano, e purtroppo troppo spesso agiscono, come se il deficit e il debito fossero un male da estirpare, o quantomeno da limitare, contingentare, ridurre. Da limitare perché non si riesce ad azzerarli: ma l’ideale sarebbe raderli al suolo.

L’Occidente è in preda a un’isteria collettiva che stiamo pagando a carissimo prezzo.

martedì 26 marzo 2024

Borsa, aspettatevi una correzione

 

E’ noto, e anch’io lo ammetto senza problemi, che lanciarsi in esercizi di previsione sull’andamento del mercato azionario nei prossimi tre, sei, dodici mesi è un’esercitazione priva di qualsiasi utilità.

Però nella vita non si possono fare solo cose utili. Ogni tanto fa bene allo spirito lanciarsi in qualcosa di inutile ma divertente.

Quindi…

Lascio qui per iscritto il mio vaticinio: entro il 2024 vedremo una significativa correzione del mercato azionario, dell’ordine del 10% almeno.

Ma come, dirà qualcuno, proprio adesso che le banche centrali sono sul punto di iniziare l’agognata discesa dei tassi d’interesse (gli svizzeri sono stati i primi, settimana scorsa) ?

Il problema è proprio questo: entro i prossimi sei mesi, forse tre, Fed e BCE inizieranno finalmente a ridurre i tassi, ma la riduzione sta partendo molto in ritardo e con molta più cautela rispetto alle ipotesi che si formulavano anche di recente.

Non sarebbe un gran guaio se il mercato avesse oggi valutazioni compresse. Ma l’SP500, che dà il la al mercato mondiale,  è sopravvalutato (mia stima) di un 30% circa, e sale senza significative correzioni da ormai diciotto mesi ininterrotti.

Per cui prevedo che una correzione sia vicina.

Se poi mi sbaglio, vedrete almeno confermata la mia affermazione di inizio post: che le previsioni di breve termine in merito alla borsa sono divertenti da formulare e da leggere, ma di nessuna utilità pratica…

 

domenica 24 marzo 2024

Convegno alluvione Emilia-Romagna

 Trovate a questo link il video del convegno tenuto lo scorso 22 marzo 2024 riguardo a strumenti finanziari d'intervento per affrontare l'emergenza alluvione Emilia-Romagna. Purtroppo non mi è stato possibile essere presente ma il video guardatelo, i contenuti esposti da Fabio Conditi, Fabio Dragoni, Alessandro Ierardi e Fabio Tintori sono MOLTO interessanti.

sabato 23 marzo 2024

La follia dell’austerità 2011-2013

 

Sarà che sono passati più di dieci anni e la memoria collettiva è labile, ma ogni tanto rispuntano commentatori vari a sostenere che “in realtà l’Italia non ha mai fatto austerità” oppure che “beh sì c’è stata negli anni della crisi dei debiti sovrani ma era indispensabile perché Berlusconi stava portando il paese al fallimento”.

A questi signori, è bene ricordare quanto segue.

I pacchetti di interventi fiscali restrittivi (tagli e tasse) sono stati fatti trangugiare a viva forza all’ultimo governo Berlusconi a partire dalla primavera del 2011. Ovviamente questo non ha risolto la crisi dello spread e ne è risultata la caduta del governo e (a novembre) l’insediamento di Mario Monti.

Le feroci azioni di restrizione fiscale – IMU, legge Fornero, aumento dell’IVA, tagli a sanità ed investimenti pubblici – non hanno minimamente risolto il problema della finanza pubblica.

Hanno invece provocato tredici trimestri complessivi di discesa del PIL reale, con cinque punti percentuali di decrescita cumulata (nel periodo in cui invece tutto il resto del mondo recuperava), decine di migliaia di fallimenti, quattro milioni di persone in più in povertà assoluta (in pratica, ridotte a fare la fila alla Caritas, o giù di lì).

E il debito pubblico ?

Il debito pubblico in rapporto al PIL è AUMENTATO dal 119% al 132%, per il peggior motivo possibile – la caduta del denominatore.

Nell’estate del 2012 si è quindi preso atto che si stava buttando benzina sul fuoco invece di spegnerlo con l’acqua. E quindi è intervenuto Mario Draghi con il whatever it takes: l’impegno della BCE a fare quello che fanno tutte le altre banche centrali, cioè a sostenere il debito pubblico in caso di necessità.

Questo ha prodotto finalmente il rientro a livelli accettabili dello spread di rendimento tra BTP e Bund; ma non il recupero del PIL, che le assurde politiche fiscali messe in atto nel frattempo hanno fatto proseguire ancora per un anno e mezzo, con danni ciclopici.

Quando ricordi tutte queste cose, l’euroausterico di turno spesso ribatte che “il whatever in takes senza austerità non ci sarebbe stato, la BCE non l’avrebbe posto in essere”.

Quest’ultima affermazione francamente non ricordo, ai tempi, che fosse stata formulata da nessun alto esponente della BCE né tantomeno da Draghi. Ma se corrispondesse alla realtà, non sarebbe che un’ulteriore prova della follia del sistema.

Per “risolvere” un problema di finanza pubblica metti in atto una serie di azioni che DEVASTANO l’economia e PEGGIORANO i livelli di debito. Ponendoli però come precondizione per pronunciare tre parole che mettono immediatamente fine alla crisi, come si poteva fare un anno prima – in condizioni MOLTO MIGLIORI, MOLTO MENO DETERIORATE.

Un comportamento del genere è poco definirlo folle. La parola giusta è CRIMINALE.

 

mercoledì 20 marzo 2024

Tassi d’interesse, domanda e inflazione

 

Per le banche centrali, perlomeno per quelle del mondo occidentale (Fed e BCE) è un dato di fatto incontrovertibile che alzare i tassi d’interesse crei un effetto restrittivo su domanda e prezzi, quindi un effetto di rallentamento dell’economia. E che abbassarli generi il risultato opposto.

In realtà non è per niente certo che le cose funzionino così.

Alti tassi d’interesse producono un effetto negativo su credito al consumo, mutui immobiliari e finanziamenti agli investimenti industriali.

Ma alti tassi d’interesse vogliono anche dire maggior reddito disponibile per i risparmiatori, e maggiori costi per le aziende (che non innalzano la domanda ma potenzialmente l'inflazione).

Quale effetto è predominante ? è tutt’altro che scontato determinarlo, e comunque gli effetti vanno in direzioni opposte, quindi almeno parzialmente si compensano.

Per accelerare o rallentare la dinamica di domanda e prezzi, la leva fiscale, il maggiore o minore stimolo introdotto con azioni di spesa e tassazione, è molto più diretto, molto più efficace e molto più sicuro nei risultati.

sabato 16 marzo 2024

Finanza bancaria e finanza pubblica

 

Una banca non ha bisogno di raccogliere depositi per erogare finanziamenti. Non presta i soldi che “ha raccolto prima”. Nel momento in cui eroga un finanziamento, automaticamente crea un deposito che è nella disponibilità del soggetto che ha ricevuto il prestito. Accendo un mutuo per 100.000 euro, la banca crea 100.000 euro di depositi di cui io sono il titolare, io prendo i 100.000 euro e compro l’immobile.

Certo, la banca ha questo punto ha 100.000 euro all’attivo e 100.000 al passivo. Il deposito bancario è infatti una passività della banca. Questo può diventare un problema per la banca se si trova a corto di liquidità, se il titolare del deposito ne richiede l’estinzione, e se la banca non ha accesso al rifinanziamento presso la Banca Centrale. Ma questa è una situazione del tutto anomala. Normalmente, questo problema per la banca non sussiste.

Il punto da sottolineare, come dicevo prima, è che la banca crea depositi quando eroga i finanziamenti. Non ha bisogno di raccogliere per poi finanziare.

Allo stesso modo, uno Stato che emette moneta non ha bisogno di raccogliere soldi per poi spendere. Crea moneta, la spende e l’atto di spesa immette automaticamente risparmio nel sistema economico: la moneta messa in circolazione è risparmio di chi la riceve. L’emissione di titoli di Stato è un’opportunità offerta al titolare del risparmio per impiegarlo. Non è necessaria per “finanziare la spesa”.

L’emissione di debito pubblico per finanziare la spesa è necessaria solo se lo Stato spende una forma di moneta che non emette. E’ necessaria per lo Stato italiano perché spende euro, e solo per quello. Non sarebbe necessaria, e non era necessaria, quando lo Stato spendeva lire.

mercoledì 13 marzo 2024

Moneta elettronica

 

Fabio Conditi e Leopoldo Salmaso hanno elaborato una “definizione metaforica” di moneta elettronica (inteso come il progetto di adottare una moneta elettronica a gestione centralizzata come mezzo ESCLUSIVO di scambio, escludendo qualsiasi altra forma, cartacea o di altro tipo) molto illuminante.

“Tu accetteresti di vivere ai piani alti di un condominio senza scale e con un solo ascensore di proprietà di un privato, che l’ha costruito a tue spese, e che ciò nonostante devi pagare ogni volta che lo utilizzi, e che per di più il privato in questione può impedirti di usare se gli sei antipatico ?”.

C’è da riflettere.

sabato 9 marzo 2024

Il debito finto non è una necessità

 

Il mio decalogo / undecalogo è la sintesi di quello che tutti dovrebbero capire sulla finanza pubblica. Ma se dieci o undici punti vi sembrano troppi, cercate, vi prego, di averne ben chiaro almeno uno: questo.

Uno Stato che emette moneta non ha bisogno di emettere debito per finanziare le proprie attività. NON NE HA BISOGNO. ASSOLUTAMENTE NO. IN NESSUN MODO. 

Uno Stato che emette moneta spende per attuare le sue finalità, e poi preleva con le tasse una parte di quello che ha speso, per evitare eccessi di inflazione e per ridistribuire il reddito e il risparmio tra i cittadini.

Non esiste NESSUNA ragione, ma proprio nessuna, per cui lo Stato dovrebbe far ricorso a una banca centrale “indipendente” (da chi ?) o peggio ancora ai mercati finanziari.

Non ha in effetti nessuna motivazione economica l’esistenza di un istituto di emissione indipendente dallo Stato. L’emissione monetaria è un fondamentale strumento di gestione dell’economia, quindi una leva che deve essere manovrata da un governo democraticamente eletto e soggetto al giudizio dei cittadini.

SE NO, SOGGETTO A CHI ?

Il cosiddetto debito pubblico, come dice il mio amico Giovanni Piva, quando è espresso in moneta sovrana è un debito FINTO. Posso sempre, io Stato, emettere moneta per rimborsarlo e rifinanziarlo.

E’ uno strumento non indispensabile, ma utile per fornire ai cittadini uno strumento di impiego del proprio risparmio. Né più né meno di questo.

Uno Stato sovrano emette e gestisce la propria moneta. NON LA DEVE CHIEDERE A NESSUNO.

venerdì 1 marzo 2024

Debito pubblico non è aver vissuto sopra le proprie possibilità

 

La confusione tra debito pubblico e debito estero è una delle più letali, tra le molte in cui si inciampa leggendo i commenti economici dei giornaloni e dei media più o meno paludati.

Il debito pubblico, secondo questi commenti, è l’espressione di “aver vissuto sopra le proprie possibilità”. E a chi non è adeguatamente informato questo può sembrare ovvio e logico. No ?

Beh, non è né ovvio, né logico, né vero.

E una pulce nell’orecchio dovrebbe metterla la constatazione che TUTTI i paesi di un qualche rilievo economico hanno un debito pubblico.

Sì vabbè, si ribatte in genere a chi fa questo osservazione, ma è un problema di livello. Il debito pubblico italiano è “mostruosamente alto” (in realtà è più alto della media ma è poco più di metà di quello giapponese, rispetto al PIL. Ma non è questo il punto). “Un po’” di debito pubblico è normale ma noi ne abbiamo “decisamente troppo”.

Vediamo di chiarire.

“Vivere al di sopra delle proprie possibilità” vuol dire, se ha un qualche significato, spendere più del proprio reddito, che per un paese equivale a spendere più di quanto si produce. Se è questo il caso, significa che utilizzo beni e servizi provenienti da paesi stranieri, e quindi (dato che non me li regalano) accumulo passività finanziarie nei loro confronti.

In realtà non è necessariamente vero che questa sia una politica errata o pericolosa. Potrei, ad esempio, importare dall’esterno beni d’investimento e quindi accumulare passività finanziarie per aumentare il mio potenziale produttivo. Come del resto fanno molte aziende. E non è affatto detto che finanziare a debito degli investimenti produttivi sia una mossa scorretta. Anzi.

Ma poniamo pure che questo non sia il caso. Poniamo di accumulare passività verso l’estero a causa di consumi interni eccessivi. Bene: accumulare passività finanziarie verso l’estero NON vuol dire avere un debito PUBBLICO, ma un debito ESTERO, o per essere più precisi una posizione finanziaria netta sull’estero negativa.

E’ il caso dell’Italia ? ma proprio per niente.

L’Italia ha un SURPLUS negli scambi di beni e servizi con l’estero, e ha una posizione finanziaria netta sull’estero POSITIVA.

E il debito pubblico ?

Il debito pubblico NON è la conseguenza di un eccesso di consumi. NON nasce dall’aver speso più di quanto si produce. E’ invece, semplicemente, un mezzo offerto a cittadini e aziende per impiegare il proprio risparmio finanziario PRIVATO. E in Italia è più alto che altrove proprio perché è più alto il risparmio privato.

Il debito pubblico italiano non sarebbe mai, MAI stato un problema se la scellerata decisione di entrare nell’euro non avesse prodotto il rischio di non riuscire a rifinanziarlo. Perché l’euro, al contrario della lira, non lo emettiamo noi.

Quando sentite dire (e lo sentite tutti i giorni) che “l’Italia ha vissuto sopra le proprie possibilità e prova di questo è il debito pubblico” sappiate che chi esprime questo concetto è un ANALFABETA MACROECONOMICO.

 

sabato 24 febbraio 2024

Le dieci cose (più una) da capire su deficit e debito pubblico

 

UNO: uno Stato che controlla e gestisce la propria moneta non ha bisogno di emettere debito: semplicemente può realizzare deficit spendendo più di quello che tassa.

DUE: automaticamente, quando lo Stato fa deficit, il settore privato aumenta il suo risparmio. Se lo Stato spende più di quanto tassa, il settore privato incassa più di quanto sborsa.

TRE: quindi il deficit pubblico non drena MA CREA risparmio privato. L’eccesso di spesa rispetto alle tasse rimane nelle tasche del settore privato e ne incrementa il risparmio finanziario.

QUATTRO: l’emissione di moneta attuata dallo Stato mediante il deficit è normale e fisiologica, perché in un’economia che cresce i mezzi di pagamento in circolazione devono aumentare. Se lo Stato non fa deficit l’alternativa è espandere solo il credito privato, il che oltre certi livelli è destabilizzante.

CINQUE: il deficit può essere eccessivo, ma non in conseguenza del superamento di un limite numerico prestabilito, bensì dell’eventuale generarsi di tensioni inflazionistiche.

SEI: l’altra variabile da tenere sotto controllo è il saldo commerciale estero (export meno import). Se il saldo estero peggiora, il deficit pubblico alimenta comunque risparmio privato, ma in questo caso si tratta di risparmio privato estero e non nazionale.

SETTE: il debito pubblico in moneta propria non è altro che uno strumento che lo Stato offre al settore privato per impiegare il risparmio privato generato dal deficit pubblico. NON E’ UN ONERE SULLE FUTURE GENERAZIONI.

OTTO: il debito pubblico in moneta propria NON è un problema per lo Stato emittente, che è SEMPRE sicuro di poterlo rifinanziare.

NOVE: non esistono limiti numerici precisi, validi in qualsiasi circostanza, che il deficit e il debito pubblico non dovrebbero superare. Il deficit va regolato tenuto conto di altre variabili – inflazione, disoccupazione, crescita, saldi commerciali esteri.

DIECI: l’unico debito pubblico veramente pericoloso è quello emesso in moneta straniera sopravvalutata rispetto alle condizioni della propria economia. Quindi l’euro è pericoloso per l’Italia (perché è più forte di quanto era la lira) ma non per la Germania (perché è più debole di quanto era il marco). La Germania quando volesse potrebbe tornare a emettere marchi, che varrebbero più dell’euro: nessun problema a rifinanziare il debito. L’Italia emetterebbe lire che varrebbero meno dell’euro: potenziali problemi a rifinanziare il debito.

DIECI BIS: QUEST’ULTIMA E’ LA PRINCIPALE RAGIONE PER CUI L’ITALIA NON DOVEVA ENTRARE NELL’EURO.

(Dieci cose, più una, che gli economisti mainstream, i media paludati e la maggioranza dei politici ASSOLUTAMENTE NON CAPISCONO. O fanno finta, ma se fingono sono molto bravi a fingere).

(Dieci cose, più una, che l’opinione pubblica DEVE ASSOLUTAMENTE ARRIVARE A COMPRENDERE).

mercoledì 21 febbraio 2024

Debito buono, debito cattivo e limiti del Draghipensiero

 

Non tanti anni fa, prima del periodo alla presidenza del consiglio, Draghi ha fatto parlare di sé (ancora più del solito) a seguito della sua affermazione che non tutto il debito, e in particolare non tutto il debito pubblico, è cattivo. Esiste anche il debito buono.

Con questo Draghi intendeva che dipende dalle finalità: se l’assunzione di debito genera rendimenti positivi, aumenta il reddito nazionale e migliora (cioè abbassa) il rapporto debito / PIL, può essere considerato “buono” e può essere corretto aumentarlo.

Ai tempi questa affermazione fu considerata, dai giornaloni e dagli altri media paludati, geniale e rivoluzionaria. Naturalmente era invece, grosso modo, la scoperta dell’acqua calda. Ma certo si distaccava dai mantra euroausterici e fu quindi salutata come una grande innovazione.

Un passo avanti lo si era fatto, ma non è durato molto. A fine 2023 la UE ha messo in cantiere una riforma del patto di stabilità che da un lato ha fallito completamente l’obiettivo di semplificarlo e di razionalizzarlo; dall’altro, ancora peggio, ha riaffermato il concetto che il debito pubblico va ridotto. Perché ? perché sì. Perché l’unico debito buono è il debito morto.

In realtà Draghi aveva fatto un passettino in avanti, ma molto modesto. Anche rispetto al suo approccio di allora, ci sono da dire cose molto più vere e molto più incisive.

C’è da dire che l’unico debito pubblico veramente pericoloso è quello emesso in moneta straniera sopravvalutata rispetto alle condizioni della propria economia.

C’è da dire che uno Stato che controlla e gestisce la propria moneta non ha bisogno di emettere debito: semplicemente può realizzare deficit spendendo più di quello che tassa.

C’è da dire che l’emissione di moneta attuata dallo Stato mediante il deficit è normale e fisiologica, perché in un’economia che cresce i mezzi di pagamento in circolazione devono aumentare.

C’è da dire che il deficit può essere eccessivo, ma non in conseguenza del superamento di un limite numerico prestabilito, bensì dell’eventuale generarsi di tensioni inflazionistiche.

C’è da dire che il deficit pubblico non ha bisogno di essere finanziato e non drena MA CREA risparmio privato. L’eccesso di spesa rispetto alle tasse rimane nelle tasche del settore privato e ne incrementa il risparmio finanziario.

C’è da dire che il debito pubblico in moneta propria non è altro che uno strumento che lo Stato offre al settore privato per allocare questo risparmio. NON E’ UN ONERE SULLE FUTURE GENERAZIONI.

Insomma Draghi aveva fatto un passettino, ma ne servivano molti altri.

Nel frattempo l’ineffabile UE ha fatto marcia indietro anche rispetto a quel passettino.

 

lunedì 19 febbraio 2024

Nord comanda Sud ? anche no

 

La tesi di parecchi euroausterici è che la garanzia integrale della BCE sui debiti pubblici dei vari Stati aderenti all’Eurozona sarebbe possibile solo se agli Stati del Nord fosse esplicitamente attribuito il controllo sulla finanza pubblica degli Stati del Sud.

Motivo ? il Sud ha livelli di debito pubblico più alti, e percepiti come più rischiosi dai mercati. Se il Nord si deve sobbarcare un costo è giusto che abbia il controllo della situazione. E se questo è politicamente inaccettabile, non ci può essere garanzia BCE.

L’argomentazione ha una sua logica APPARENTE. Ma in realtà è infondata.

La garanzia della BCE non costa assolutamente niente al Nord. Se la BCE dichiara che il BTP italiano non renderà più del 2%, quello diventa il tasso di mercato, a cui i BTP vengono comprati e venduti. La Germania e gli altri paesi del Nord non devono pagare NULLA.

La garanzia sui debiti pubblici, insistono gli euroausterici, spingerebbe però il Sud ad aumentare deficit e debito ancora più di oggi. Ma questo è un problema solo per le sue potenziali conseguenze sull’inflazione. La garanzia BCE dovrebbe quindi essere condizionata non al rispetto di determinate soglie di deficit o di debito (che non hanno senso) ma casomai al mantenimento, paese per paese, di determinate soglie di inflazione.

In altri termini, la BCE dovrebbe dire: sei pienamente garantito purché la tua inflazione non superi determinate soglie, o non si discosti se non marginalmente dai target BCE, o dalla media dell’Eurozona. Qualcosa del genere.

Va peraltro notato che la correlazione tra deficit, debito e inflazione è a dir poco dubbia. Oggi l’Italia ha un’inflazione decisamente più bassa rispetto alla Germania. Il Giappone ha il 260% di debito / PIL ma la sua inflazione è inferiore, da decenni, rispetto alle medie occidentali.

La garanzia BCE sui debiti pubblici non costa nulla a nessuno. La sua assenza al contrario è un danno enorme per l’Eurozona, perché produce vincoli che creano un pesantissimo svantaggio competitivo rispetto agli USA, al Giappone, alla Cina eccetera. L’assenza di garanzia crea un rischio d’insolvenza sul debito pubblico che non ha senso di esistere, e infatti non esiste per le economie che gestiscono la propria moneta e fanno deficit con quella.

L’euro doveva servire (non si è mai capito come, ma questo era quanto si dichiarava) a competere meglio con gli altri grandi blocchi economici. Con le regole attuali al contrario l’eurosistema costringe i suoi Stati aderenti a “combattere” con le mani legate dietro alla schiena.

sabato 17 febbraio 2024

Il deficit non è un doping

 

L’elenco delle cretinate che mi sono stufato di sentire da parte dei commentatori economici mainstream è lungo, ma una posizione di rilievo la occupa senz’altro l’affermazione che “il paese x ha ottenuto una forte crescita del PIL, certo, ma è una crescita dopata dal deficit pubblico”.

La crescita economica non è mai dopata dal deficit pubblico. Il deficit stimola la domanda e quindi la produzione e l’occupazione, certo, ma entro il limite della capacità produttiva del sistema economico (per definizione: se ho prodotto 100 avevo la capacità per farlo – evidentemente).

Il deficit pubblico immette capacità di spesa nel sistema economico: se lo Stato spende più di quanto tassa, il settore privato incassa più di quanto sborsa. E la capacità di spesa crea domanda, produzione e occupazione: fino al limite della capacità produttiva, e non oltre.

Il deficit può essere eccessivo, certo: e la conseguenza dell’eccesso è un’inflazione troppo alta. Il che non vuol dire “dopare la crescita”, ma far crescere i prezzi senza necessità.

Secondo gli euroausterici qualsiasi deficit pubblico è un doping per l’economia. Al contrario, il deficit pubblico è la condizione tipica, media, naturale di qualsiasi Stato. Immette nel sistema potere d’acquisto, che deve aumentare di pari passo con la crescita. Altrimenti occorrerebbe fare affidamento solo sull'espansione del credito privato, che è prociclico e potenzialmente destabilizzante.

Chi afferma che il deficit pubblico è un doping manca della più basilare conoscenza della macroeconomia. Il deficit pubblico non droga la crescita; al contrario, la sua insufficienza genera stagnazione e disoccupazione.

martedì 13 febbraio 2024

Che cosa sono i titoli di Stato

 


"Che cosa sono i titoli di Stato ?

Conti per depositare i risparmi accumulati, al netto delle tasse.

Il governo offre la possibilità, fino a un limite ARBITRARIO, di utilizzare un mezzo per immagazzinare moneta: un conto di risparmio che paga interessi.

Non è un cattivo affare per chi ha soldi extra da parcheggiare in questi conti."

Ma la cosa FONDAMENTALE da comprendere è che per lo Stato NON E' necessario collocare titoli di Stato per finanziare il deficit. Il deficit pubblico GENERA risparmio privato, i titoli di Stato sono uno strumento per impiegarlo. Un'opportunità per i cittadini, NON una necessità per lo Stato.


venerdì 9 febbraio 2024

Compromessi e assurdità

 

Uno dei ritornelli più frequenti degli europeisti è che “l’integrazione politica è indispensabile altrimenti l’Europa diventa marginale, in un mondo in cui le nazioni più grandi hanno centinaia di milioni se non miliardi di abitanti. Ci sono visioni e interessi differenti, certo, ma occorre trovare una linea di compromesso accettabile per tutti e poi fondersi in un’entità unica”.

Di fronte a questa argomentazione, il mio primo commento è che le megapotenze di cui si parla sono tre. Gli USA, la Cina e l’India. Che certo, fanno il 40% della popolazione mondiale. Però poi ci sono una duecentina di altre nazioni che sul piano economico e anche demografico pesano in genere meno, spesso molto meno, dei singoli maggiori Stati europei.

Per cui, perché solo per noi europei dovrebbe essere vitale “integrarsi politicamente” ?

L’altro commento è che i compromessi sono utili e spesso anche indispensabili. Ma i compromessi hanno un senso se costituiscono una mediazione tra posizioni sufficientemente sensate.

In ambito UE, e con riferimento alla governance economica, la posizione euroausterica non è “sufficientemente sensata”. E’ completamente priva di logica. Affermare che un sistema economico debba avere come obiettivo primario la riduzione del debito pubblico perché ci si costringe ad utilizzare una moneta non controllata da nessuno Stato; lasciare campo libero alla speculazione nel condizionare la finanza pubblica; imporre politiche procicliche in contesti recessivi o depressivi: sono tutte posizioni infondate, assurde.

Ma su queste assurdità è impostata la definizione delle politiche economiche dell’Unione Europea.

La via di mezzo tra una posizione sensata e una assurda è un’impostazione un po’ meno assurda, ma comunque disfunzionale. E’ come pensare che un compromesso accettabile tra prendere l’ascensore e buttarsi dall’ottavo piano sia buttarsi dal quarto piano.

Quand’anche l’integrazione politica fosse realmente un’esigenza vitale (e non lo è); quand’anche popoli e Stati europei la desiderassero (e non la desiderano); quantomeno riguardo alla dimensione economica, il “compromesso” sulle regole di funzionamento non è una possibilità concreta, non è uno scenario sensato: né sul piano pratico, né su quello politico.

mercoledì 7 febbraio 2024

Giustificare Prodi ???

 

Considero Prodi il più disastroso uomo politico italiano dal 1945 in poi, e la motivazione principale di questo giudizio naturalmente è la catastrofica, scellerata decisione di portare l’Italia nell’euro.

Pochi giorni fa, mi sono imbattuto (in una conversazione da social network) in un’affermazione peraltro ricorrente: non è colpa di Prodi, entrare nell’euro non era sbagliato, anzi era un’idea fantastica, solo che per funzionare occorreva “fare le riforme” e “mettere sotto controllo il debito pubblico”. Non è colpa del buon Romano se non gliel’hanno lasciato fare.

Ovviamente non ci credo per nulla. Ma facciamo finta che.

Immaginate di essere l’azionista di una società. E immaginate che il vostro amministratore delegato vi proponga di lanciare un nuovo prodotto, sostenendo che è un’idea fantastica.

Aggiungendo però che funzionerà senz’altro, a condizione di sostenere il lancio con una campagna di marketing che costa dieci milioni di euro.

Gli chiedete “ma li abbiamo dieci milioni ?” risposta “no”. Domanda successiva “ma sai dove andarli a trovare ?” risposta “non ne ho la minima idea. Però il prodotto bisogna lanciarlo quindi lo lancio”.

Vi pare che possa funzionare ?

Per carità, Napoleone quando gli chiedevano quale fosse la sua strategia per la battaglia rispondeva (dicono) on s’engage, et puis on voit.

Ma era Napoleone, non Prodi.

E anche per Napoleone, in definitiva, questo approccio ha funzionato finché non ha funzionato più.

Prodi ha portato l’Italia nell’euro sulla base del presupposto che “le riforme” l’avrebbero fatto funzionare benissimo ? delle tre l’una (o tutte e tre, le ipotesi non si escludono): o queste “riforme” non esistevano, o non erano quelle giuste, o lui (Prodi) non era minimamente in grado di assicurare che si sarebbero fatte.

Risultato ? Prodi ha causato all’Italia un danno gigantesco.

E no, non c’è giustificazione.

 

lunedì 5 febbraio 2024

Le armi agli ucraini

 

Stiamo continuando a finanziare la resistenza ucraina contro i russi. E’ la mossa giusta ? è utile ? è coerente ?

Se dico che temo di no, il mio interlocutore spesso mi obietta “e allora sbagliavano gli alleati a dare armi ai partigiani, durante la seconda guerra mondiale ?”.

La mia risposta è che no, non sbagliavano. Ma la situazione ucraina di oggi è diversa.

Era giusto dare armi ai partigiani, come era giusto dare armi, soldi e materiali ai sovietici che combattevano contro i tedeschi. Ma la differenza è che quella guerra gli alleati la stavano combattendo con tutte le loro forze. Si poteva vincere, e anzi la stavano vincendo.

Dare armi ai partigiani aiutava a velocizzare la vittoria e la fine del conflitto.

Mentre in Ucraina… si può vincere ? si possono espellere i russi ?

Forse sì ma solo a una condizione. Che l’Occidente anzi la NATO anzi gli anglosassoni anzi USA e UK decidano di combatterla, questa guerra, non solo di finanziarla (e di farla finanziare agli europei).

Per essere ancora più chiari: una possibilità di espellere i russi dall’Ucraina c’è solo se si combatte Putin con un esercito schierato sul campo.

Certo, è una strategia molto rischiosa. La guerra sul campo non è affatto scontato che si vincerebbe. E Putin potrebbe reagire con le armi nucleari. Ma si può anche arrivare alla conclusione che non ne avrebbe il coraggio.

Quindi per quanto rischiosa è una strategia coerente, e potenzialmente di successo.

Quello che non è coerente, e che sicuramente è destinato all’insuccesso, è continuare a sostenere gli ucraini in un conflitto senza dar loro la possibilità di vincerlo. Serve solo ad allungarlo, il conflitto, e ad aumentare i costi in termini, in primo luogo, di vite umane. Soprattutto di vite ucraine.

Ed è però quello che sta facendo l’Occidente. Finanziare una guerra per procura.

Ha senso ? non mi pare.

 

sabato 3 febbraio 2024

Bagnai detesta la Moneta Fiscale perché non la capisce

 

Non riesco a spiegare in altro modo l’acredine di Alberto Bagnai nei confronti della Moneta Fiscale, se non con le sue evidenti carenze su temi di macroeconomia. L’ho già detto in precedenti occasioni: è un divulgatore molto efficace, potenzialmente anche un ottimo scrittore comico, ma lì finisce. Come economista, le sue carenze sono evidenti.

Non contento di essersi preso una prima dose di scapaccioni quando sosteneva che la proposta CCF non gestiva i differenziali di competitività tra paesi;

non soddisfatto di essersi esposto a ulteriore ridicolo affermando che il trattamento contabile della Moneta Fiscale viola la partita doppia;

pochi giorni va (vedi i minuti finali di questo video) il nostro ha toccato nuove vette di comicità sostenendo che la Moneta Fiscale è una “cura palliativa” rispetto al problema dei delta d’inflazione nell’ambito dell’Eurozona.

Quando, se avesse studiato il progetto (o se, avendolo magari letto, l’avesse capito, o se non avendolo capito avesse chiesto spiegazioni, che sarei stato ben disponibile a fornirgli) saprebbe che il progetto Moneta Fiscale fornisce gli strumenti per raggiungere la piena occupazione mantenendo l’inflazione a livelli stabili e moderati (vedi D19 e D20 qui), e anche per gestire problemi di shock dal lato dell'offerta quali abbiamo sperimentato durante l’ultimo paio d’anni.

Peccato.

martedì 30 gennaio 2024

La non intelligenza artificiale

 

Sono un po’ scettico quando leggo certe entusiaste, o pensose, o preoccupate, dissertazioni sull’impatto dell’IA, dell’intelligenza artificiale.

Quando si può realmente parlare di intelligenza ? la mia definizione è che l’intelligenza si identifica con l’autocoscienza. Con la percezione di sé stessi.

Gli esseri umani la possiedono. Gli animali anche. Le macchine no.

Nella cosiddetta IA, non vedo autocoscienza. Vedo un ulteriore sviluppo della capacità di calcolo, di memorizzazione, di esecuzione di istruzioni: capacità che da decenni progrediscono, e senza dubbio lo faranno ulteriormente. Ma senza autocoscienza vale sempre la definizione (scherzosa ma anche no) che cinquant’anni ho letto in un manuale IBM: un computer è un cretino ad altissima velocità.

La velocità da altissima diventa stellare, fotonica, extragalattica: sempre di un’entità non intelligente si tratta. Uno strumento informatico che effettua un fantastiliardo di calcoli al millisecondo e memorizza una zilionata di informazioni non è più intelligente di una gru che solleva dieci tonnellate a trenta metri di altezza.

Quanto al rischio che la IA sostituisca le funzioni lavorative svolte dall’essere umano, generando disoccupazione di massa, anche qui non condivido. Qualche secolo fa lavorava nei campi qualcosa tipo il 70% della forza lavoro. Oggi si può sfamare (e molto meglio di allora) un paese impiegando il 2%. Forse che la disoccupazione è aumentata del 68% ?

Ma la IA, si dice, adesso sostituisce mansioni intellettuali, non mansioni fisiche. Quando le macchine avranno sostituito anche le mansioni intellettuali, che cosa rimarrà da fare agli esseri umani ?

Questa sostituzione però non è una novità. Che fine hanno fatto i copisti, le dattilografe, gli archivisti ? Certe mansioni intellettuali scompaiono, altre se ne creano.

Quanto poi al fatto che le mansioni fisiche siano state eliminate e non se ne creino di nuove, non è vero neanche questo. Le città sono percorse di giorno e ahimè anche di notte, nonostante freddo, pioggia e buio, da ciclisti che consegnano pasti a domicilio. La versione moderna del garzone del fornaio, che si è “evoluto” ma non è affatto scomparso.

La crescita della produttività rende necessario riallocare personale, certo. Ma non crea disoccupazione di massa. Aumenta invece il potenziale produttivo. La disoccupazione di massa la genera un sistema economico che raziona senza ragione la circolazione di mezzi di pagamento, impedendo all’economia di realizzare il suo potenziale. Il problema sta nella governance dell’economia, non nello sviluppo della produttività.

E del resto in Italia soffriamo di una carenza di posti di lavoro qualificati e ben remunerati dopo un quarto di secolo di mancata crescita della produttività. E in tutto il mondo occidentale le aziende si strappavano di mano i lavoratori e i salari reali crescevano in anni (il trentennio dopo la fine della seconda guerra mondiale) in cui la produttività cresceva velocemente. Molto più di oggi. IA o non IA.

 

domenica 28 gennaio 2024

L’importanza del deficit

 

Sono molto stupito (ma forse non dovrei) dalla frequenza con cui certi commentatori mettono in bocca agli economisti MMT cose DIVERSE da quelle che la MMT afferma. Profondamente diverse.

In particolare, la MMT, a sentire questi signori, sosterrebbe che deficits don’t matter, che i deficit pubblici “non hanno importanza”, e che di conseguenza possono essere alti a piacere.

Certo che hanno importanza, i deficit !!!

Ma quello che la MMT afferma in merito ai deficit pubblici è tutt’altro:

PRIMO, è assolutamente normale che i conti pubblici di uno Stato siano in deficit, cioè che lo Stato spenda più del prelievo fiscale. E’ il principale canale tramite cui i mezzi di pagamento in circolazione aumentano: e devono aumentare, in un’economia in crescita. 

SECONDO, il deficit può essere troppo alto ma anche troppo basso. Può spingere la domanda al di sopra della capacità produttiva del sistema, e quindi essere inflazionistico. Ma può anche essere carente, creando quindi i presupposti per disoccupazione e sottoccupazione.

TERZO, non esiste quindi un livello “ideale” di deficit, cioè un livello numerico “corretto” (men meno è “corretto” il pareggio di bilancio). Dipende dalle circostanze.

QUARTO, non esiste neanche un livello numerico di deficit che sia a priori “troppo alto”: ovvero, non esiste un limite da non superare mai, non esiste un livello che sia intrinsecamente eccessivo, che sia necessariamente “insostenibile”.

Chi mette in bocca agli economisti MMT affermazioni (in merito al deficit pubblico) in contraddizione con queste, semplicemente commenta cose che non ha capito, o che più probabilmente non ha neanche mai letto né ascoltato.

 

sabato 20 gennaio 2024

Groucho Marx e la UE

 

Groucho Marx ha elaborato una definizione della politica molto arguta.

“L’arte di cercare problemi, trovarli dappertutto, formulare una diagnosi sbagliata, e applicare soluzioni che non funzionano”.

La definizione, dicevo, è arguta, ma piuttosto ingiusta. La politica non funziona sempre così.

Gli stati nazionali hanno problemi al loro interno. Qualche volta se li inventano, ma nella maggior parte dei casi sono reali.

Le diagnosi le sbagliano spesso, ma sarebbe ingiusto dire che le sbagliano sempre.

E le soluzioni ? tutte sbagliate ? no dai, metterla su questo piano è una riedizione del “piove governo ladro”.

Però c’è un’organizzazione politica a cui la descrizione di Groucho si applica, invece, perfettamente. Ed è la UE.

Ma non è un caso. La UE non è nata per risolvere problemi. E’ nata per sottrarre poteri agli stati e trasferirli a se stessa.

E ha stabilito che un sistema efficace per forzare il trasferimento di poteri è creare un perenne stato di emergenza, inventando problemi anche quando non ci sono, e non risolvendoli mai.

Per non sbagliarsi, non solo non li risolve ma impedisce agli stati di farlo. Non so se Jean Monnet dicendo “l’Europa si formerà come conseguenza delle crisi” intendesse esattamente questo.

Ma questo è quanto abbiamo sotto gli occhi oggi.