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sabato 9 novembre 2024

La crescita negli anni dell’euro: confronti internazionali

 

Ho esteso a vari altri paesi – tutti quelli del G7 più altre due importanti economie europee, Spagna e Svizzera - il confronto Italia – Germania di cui a un precedente post. I dati sono sempre di fonte FMI e sempre relativi al PIL procapite, in dollari a potere d’acquisto omogeneo 2017. I livelli dei vari paesi sono confrontati facendo pari a 100 gli USA.

Saltano all’occhio alcune cose, qualcuna nota, altre sorprendenti.


La prestazione dell’Italia è la peggiore, anche se con, finalmente, un accenno di recupero negli ultimi anni. Nessuna sorpresa qui: l’eurosistema per l’Italia è stata una catastrofe.

Certo, fa male constatare che nel 1998 eravamo sopra Francia e Regno Unito, e oggi sotto. Ma anche qui nessuna sorpresa.

Gli USA hanno guadagnato terreno nei confronti di tutti gli altri. Alla faccia di chi li vedeva in declino, rispetto all’Eurozona, perché “accumulano debito”.

Sorprende invece che a parità di potere d’acquisto, il PIL procapite più basso sia quello del Giappone. L’unica spiegazione che riesco a darmi è che i prezzi interni siano decisamente più alti rispetto al resto del mondo. Il che negli anni 1990-2000 non mi avrebbe stupito, ma che sia ancora così dopo la svalutazione dello yen non me l’aspettavo.


martedì 7 febbraio 2023

Ancora sull’impatto della Brexit

 

Sempre sul tema Brexit, e sul confronto tra realtà e narrazione, riporto qui di seguito i dati aggiornati, forniti dal Fondo Monetario Internazionale a fine gennaio.

Per il 2022, siamo ormai a livello di consuntivi, sia pure preliminari (potrà esserci qualche aggiustamento, ma a livello di decimali).

Fatto pari a 100 il PIL 2019 (ultimo anno prima della Brexit), il livello 2022 del Regno Unito è addirittura il migliore tra i principali paesi europei: 101,4 contro 100,9 per Francia e Italia, 100,7 per la Germania, e 98,6 per la Spagna.

Obiettano gli euroausterici: il Regno Unito è l’unico per cui è prevista una variazione negativa del PIL nel 2023. Ma, a parte il fatto che qui siamo sulle previsioni, e le previsioni sono spessissimo disattese dalla realtà; a parte che il dato 2023 previsionale UK è ritenuto, da parecchi commentatori, dovuto a fenomeni diversi dalla Brexit (es. il conflitto tra il governo Truss, ormai dimissionato, e la Bank of England sul finanziamento del deficit pubblico, e le conseguenti turbolenze finanziarie)…


…a parte tutto questo, la posizione UK per il 2023 sarebbe comunque all’interno del campione: 100,8 come la Germania, sotto il 101,6 francese e il 101,5 italiano, ma meglio del 99,7 spagnolo.

Il disastro economico della Brexit è una fantasia degli euroausterici, o per meglio dire una delle solite operazioni propagandistiche di Bruxelles: cercare di convincere l’opinione pubblica che fuori dalla UE c’è solo pianto e stridor di denti.

Senza che i dati lo confermino, neanche lontanamente.


domenica 9 dicembre 2018

Ancora sulle pensioni, in sintesi


Riprendo qui e metto in evidenza il commento di un lettore al precedente articolo, per inquadrare il nocciolo della questione: gli effetti espansivi degli interventi sulle pensioni (e sui trasferimenti in genere).

“Credo derivi dalla solita confusione tra PIL effettivo e PIL potenziale, per cui se paghi la pensione al pensionato o il reddito di cittadinanza a uno che sta a casa non produci niente. Non si rendono conto che il PIL effettivo è ben al di sotto del PIL potenziale e che l’importante è che girino più soldi, detto brutalmente”.

La chiave è proprio questa. Ed è un’assurdità sostenere che non esista un fortissimo sottoutilizzo di risorse produttive nell’ambito del sistema economico. Sono del tutto cervellotici i tentativi di UE, FMI, OCSE di negare o minimizzare il fenomeno: basta ragionare brevissimamente sui dati.

Altrettanto assurdo è affermare che i trasferimenti (non solo le pensioni ma appunto anche, per esempio, il reddito di cittadinanza) verrebbe “risparmiato e non speso” nel momento in cui la propensione al consumo della popolazione italiana è vicina al 100%, com’è tipico delle fasi di depressione economica.

Esiste naturalmente una gerarchia di efficacia degli interventi di politica economica, ed è possibile e anche plausibile sostenere che il mix di azioni sarebbe ancora più proficuo se maggiormente rivolto a investimenti, spesa diretta o riduzione del cuneo fiscale a vantaggio delle imprese. Se ne era parlato qui.

Ma questo è un tema che riguarda la composizione degli interventi, non il principio generale che il miglioramento dell’economia italiana richiede un’azione espansiva su domanda e capacità di spesa.


martedì 5 aprile 2016

Grecia: su che cosa discutono FMI e UE



Il tormentone greco è prossimo a ripartire, com’era ampiamente prevedibile fin dalla firma del catastrofico (per i greci) e irrilevante (dal punto di vista della possibilità che mettesse fine alla crisi) accordo del luglio 2015.

In questi giorni se ne sta parlando parecchio, a seguito della pubblicazione, a cura di Wikileaks, di presunte intercettazioni telefoniche relative a un colloquio tra alti funzionari del Fondo Monetario Internazionale.

E’ utile chiarire, andando al nocciolo, quali siano i termini del dibattito tra FMI e Unione Europea. Alcune ricostruzioni mettono il FMI in luce positiva, in quanto sta spingendo per una riduzione dell’indebitamento che grava sulla Grecia.

Altri commentatori fanno notare che questa riduzione comporterebbe di accettare, da parte della Grecia, misure di austerità (ulteriori tagli di spesa sociale e incrementi di tassazione) ancora più severe di quelle che la UE sembrerebbe disponibile a concordare.

In realtà i “buoni” in questa vicenda non esistono. E’ vero che il FMI preme per una riduzione dell’indebitamento greco, ma il motivo è che si rende perfettamente conto che il debito greco non è sostenibile, in presenza di politiche che continuano a comprimere PIL e occupazione.

Se - dicono al FMI - dobbiamo rientrare nel quadro esponendoci con ulteriori finanziamenti (che, è bene ricordare, non andranno a sostenere la ripresa dell’economia greca, ma a ridurre l’esposizione di UE, BCE e stati membri dell’Eurozona) vogliamo che il debito totale sia preventivamente ridotto.

Il motivo è che il FMI sa fare i conti discretamente bene, ed è consapevole che il debito greco è fortissimamente a rischio di non essere ripagato. Se su 300 miliardi di debito totale ne rientreranno poniamo 100, e oggi il FMI si espone per 30, finirà per perderne 20 e recuperarne 10.

Se invece, preventivamente, si verifica uno stralcio del debito totale da 300 a 200, non verranno persi due terzi del debito ma solo il 50%. Sempre presumendo che il FMI eroghi 30, ne recupererà in questo caso 15 – cinque in più.

La UE continua invece a sostenere la finzione che il debito sia interamente ripagabile (magari con allungamenti di scadenze e riduzioni di tassi d’interesse). Tutto ciò in costanza delle attuali politiche di austerità: quindi mantenendo viva la leggenda che l’austerità e le “riforme” produrranno, in un futuro non ben precisato, la ripresa dell’economia.

Il dibattito tra il creditore attuale (la UE) e il creditore potenziale (il FMI) si riduce al fatto che quest’ultimo non vorrebbe rientrare nel quadro dell’operazione ma subisce pressioni politiche. Cerca quindi, se proprio ci sarà costretto, di minimizzare rischi e onerosità (per se stesso) dell’intervento.

Quanto al fatto che la UE accetterebbe misure di austerità un po’ meno pesanti di quelle richieste dal FMI, ammesso che sia vero è spiegato solo dal fatto che il FMI è un po’ più realista nello stimare gli effetti delle misure. Che produrranno incrementi del surplus di bilancio pubblico molto modesti in quanto, come al solito, l’austerità sconfiggerà se stessa – provocherà un peggioramento ulteriore dello stato dell’economia che vanificherà, in larga misura, i benefici (per il surplus) delle azioni intraprese. Diventa quindi necessario chiedere molto per ottenere (forse) un minimo beneficio (beneficio per i creditori s’intende, e a prezzo di ulteriori pesanti danni per l’economia e per la popolazione greca).

Purtroppo la cosa certa, dal punto di vista greco, è che tutto questo non risolverà ancora nulla. Prospettive di ripresa non ce ne sono, in quanto qualsiasi tipo di accordo i creditori finiscano per definire non contemplerà azioni di rilancio dell’economia. E l’ammontare del debito, 200 o 300 che sia, è un numero appeso in aria – è comunque non rimborsabile in costanza delle attuali politiche.

Le soluzioni sensate (rilanciare domanda, occupazione e PIL) continuano a non essere discusse. E le strade che non si sono percorse nel 2015 – strumento monetario parallelouscita secca dall'euro – restano in secondo piano, come possibilità che non si vogliono concepire. Per ora.

giovedì 10 dicembre 2015

L’”Output Gap” dell’Eurozona



Alcuni giorni fa Paul Krugman esaminava alcuni dati riguardanti inflazione e disoccupazione nell’Eurozona. E si stupiva che questi dati portassero a stimare nell’8% circa l’Output Gap, cioè il minor livello del PIL attuale rispetto a quanto si dovrebbe rilevare in condizioni economiche normali: un ammanco enorme.

Lo stupore è probabilmente dovuto al fatto che le stime fornite da OCSE, FMI e Commissione Europea sono molto più basse, tendenzialmente intorno al 2-3%.

In realtà la stima dell’8% è decisamente più vicina alla realtà, anzi è probabilmente errata per difetto. Rendersene conto non è difficile partendo dalla constatazione che il PIL italiano 2015 è inferiore del 9% a quello del 2007.

Prima dell’inizio della crisi, sarebbe stata considerata deludente una crescita di nove punti nel giro di otto anni (poco più dell’1% medio). L’ordine di grandezza dell’Output Gap italiano è quindi stimabile non nel 9%, ma nel 18% almeno. E tenuto conto che il PIL italiano è circa un sesto di quello dell’Eurozona, l’Italia contribuisce da sola per un 3% circa all’Output Gap totale di quest’ultima.

Un altro 3% circa è attribuibile a Francia + Spagna, che sono in condizioni meno depresse rispetto al nostro paese, ma il cui PIL combinato è il doppio di quello italiano.
Aggiungiamo gli altri paesi meridionali in pesante crisi (Portogallo, Grecia) e le altre economie dell’area euro in condizione tutt’altro che ottimale (Finlandia, Paesi Bassi) e una stima dell’8% appare, appunto, completamente verosimile.

Un’altra indicazione interessante proviene dal fatto che dal 1999 a oggi, l’Eurozona ha accumulato un ammanco di crescita, rispetto al Regno Unito (la più importante economia europea che non usa l’euro) del 12% circa (ammanco tra l’altro in costante incremento, trimestre dopo trimestre, perché la crescita del Regno Unito continua a essere più sostenuta di quella dell’Eurozona).

Una parte di questo vuoto di PIL si spiega con la minor crescita demografica, ma il grosso è dovuto ai vincoli dell’Eurosistema e alla conseguente catastrofica gestione degli eventi successivi alla crisi Lehman del 2008 e alla crisi dei debiti sovrani, soprattutto dal 2011 in poi.

E va ricordato che il Regno Unito non è stata in questi anni un’economia fortemente dinamica, e che la crisi finanziaria l’ha colpito in modo particolarmente accentuato (visto il peso del settore bancario – finanziario).

Pur essendo profondamente critico in merito alle modalità di conduzione macroeconomica dell’Eurozona, Krugman tende a prendere per buone, almeno in prima approssimazione, le stime delle organizzazioni sovranazionali. La verità è invece che FMI, OCSE e soprattutto Commissione Europea stanno arrampicandosi sugli specchi per occultare le disastrose conseguenze dell’Eurosistema e delle politiche di austerità: tra le altre cose, sottostimando pesantemente le potenzialità produttive e di crescita dell’Eurozona, e quindi lo scarto tra il PIL effettivo e quello potenziale.

Si sta parlando di molte centinaia di miliardi di PIL perso ogni anno, di svariati milioni di posti di lavoro in meno, di decine di migliaia di aziende fallite. E mese dopo mese i numeri crescono.

giovedì 25 giugno 2015

La Grecia verso una non soluzione ?



Le notizie si accavallano e in questo momento non c’è ancora nulla di certo. Al momento, Grecia, UE e FMI stanno con grandi fatiche e incertezze cercando di finalizzare un accordo che eviterebbe sia l’uscita della Grecia dall’Eurozona che il default.
Se accordo ci sarà, tutto lascia pensare che si tratti di un ennesimo cerotto che otterrà come risultato di guadagnare qualche mese, senza nessuna prospettiva realistica che il problemi dell'economia greca vengano effettivamente risolti.
Si parla di impegni della Grecia a generare surplus primari di bilancio pubblico dell’1% nel 2015, del 2% nel 2016 e (pare) del 3% all’anno successivamente. Sono livelli inferiori a quelli (completamente fuori dalla realtà) di cui si parlava prima delle elezioni che hanno portato al governo Syriza. Tuttavia, per tentare (con probabilità molto basse) di conseguirli, occorre, comunque, varare misure restrittive (tasse e tagli di spesa) che peggioreranno notevolmente l’andamento dell’economia greca.
Si parla anche, vagamente, di possibili revisioni del profilo di rimborso del debito. In effetti, se oggi i creditori erogano nuovi finanziamenti che serviranno a rimborsare i vecchi, nei fatti si ha l’equivalente di un riscadenziamento.
Nulla di concreto, neanche a livello di proposte, per quanto riguarda, invece, la riduzione dell’ammontare nominale del debito.
C’è poi la richiesta (da parte del ministro delle finanze greco Varoufakis) di varare un programma di investimenti finanziato da fondi BEI, che nelle intenzioni del proponente dovrebbe fornire l’azione di sostegno necessaria per far ripartire l’economia greca. Ma l’accettazione di questa proposta, anche solo a livello di principio, non appare avere alcuna probabilità di concretizzarsi.
Se l’accordo sarà finalizzato nei termini sopra descritti, Syriza si troverà, purtroppo, a pagare il prezzo di una strategia negoziale basata sul presupposto illusorio di convincere la UE a modificare la propria impostazione di politica economica.
La  Grecia avrebbe avuto, e in realtà ha ancora, un’alternativa. Dotarsi di uno strumento finanziario gestito autonomamente e utilizzabile per immettere potere d’acquisto nell’economia e far ripartire domanda, produzione e occupazione.
Anche senza uscire dall’Eurozona, la Grecia può emettere Certificati di Credito Fiscale – titoli utilizzabili per pagare tasse e obbligazioni finanziarie verso il settore pubblico, a partire da una certa data futura.
I CCF hanno un valore garantito dall’utilizzabilità a fronte di pagamenti di imposte future, possono essere convertiti in euro vendendoli sul mercato finanziario, e anche essere utilizzati per transazioni dirette. Hanno alcune caratteristiche della moneta (sono una riserva di valore e potenzialmente un intermediario di scambio) ma non sono un’unità di conto (che rimarrebbe l’euro). Non confliggono con l’euro, che continuerebbe a essere l’unica moneta a corso legale utilizzabile in tutti i paesi dell’Eurozona.
Non è possibile, per lo stato emittente, essere costretti al default su un CCF, in quanto sussiste un impegno di accettazione (a fronte di pagamenti futuri dovuti all’emittente) ma non di rimborso in euro. Naturalmente un eccesso di emissione può depauperare il valore dei CCF, ma la dimensione necessaria per avviare una significativa ripresa dell’economia greca sarebbe in realtà solo una frazione delle entrate fiscali annue.
Diversi esponenti del governo Syriza sono al corrente di soluzioni tecniche di questo tipo. A quanto pare, non ne hanno capito fino in fondo le valenze, oppure è prevalsa invece la volontà di far cambiare impostazione alle politiche economiche UE nel loro complesso. Intendimento nobile, ma alla prova dei fatti illusorio.
Se l’accordo con i creditori si chiuderà nei termini sopra descritti, Syriza ha ancora, come detto, una possibilità. Avviare l’emissione di CCF senza particolari clamori, contando sul fatto che a qualche settimana di distanza la UE non avrà alcun desiderio di riaccendere i riflettori sulla situazione greca, ma, anzi, molto interesse a mostrare che la situazione che si stabilizza e che cessa di essere percepita come un problema.