giovedì 30 settembre 2021

Hamburger, buoni sconto e crediti fiscali

 

Durante l'audizione presso la Commissione Finanze del Senato dello scorso giovedì 23 settembre, il professor Michele Pizzo ha fornito una spiegazione tanto semplice quanto illuminante in merito alla natura NON-debitoria dei Certificati di Compensazione Fiscale.

Spiegazione basata sul seguente esempio. Se McDonald’s distribuisce buoni sconto che danno diritto a comprare un hamburger pagandolo 80 centesimi invece di un euro, deve registrare a bilancio un debito ? pari a 20 centesimi per ogni buono sconto emesso ?

Ovviamente no. Certo, quando in futuro – quantomeno, fino a esaurimento dei buoni sconto – McDonald’s venderà hamburger, incasserà 80 centesimi (cadauno) e non un euro.

Ma si tratterà semplicemente di una minore fatturazione rispetto a un livello ipotetico che diversamente nessuno può affermare se sarebbe stato, o meno, conseguito.

Detto altrimenti: a 80 centesimi ho venduto una determinata quantità di hamburger. A un euro, non so quanti ne avrei venduti. Sicuramente di meno. Ma parliamo di qualcosa che in realtà non è avvenuto. Avvenuta, è la fatturazione di 80 centesimi per hamburger, e quella – SOLO quella – va a bilancio.

Vale lo stesso per il progetto CCF.

Al momento dell’esercizio dei CCF, la loro esistenza sarà un fattore che andrà a determinare da un lato un maggior gettito fiscale lordo (perché l’assegnazione di CCF avrà prodotto un effetto espansivo su domanda e produzione), dall’altra una riduzione di incassi fiscali rispetto a un livello IPOTETICO.

Ipotetico perché nessuno può dire quali sarebbero stati i livelli di attività economica e di gettito fiscale lordo se i CCF non fossero stati emessi, Sicuramente, comunque, inferiori, per motivi analoghi a quelli per cui a 80 centesimi vendo più hamburger che a un euro.

Non ha nessun senso considerare i CCF debito al momento dell’emissione. La loro esistenza è un fattore che va incorporato nelle previsioni di andamento del deficit pubblico futuro. Con effetti sia positivi (l’espansione dell’economia) sia negativi (la possibilità di usufruire di uno sconto sulle imposte).

E di fronte a dati vincoli di finanza pubblica, si andrà ad accertare se i vincoli stessi sono rispettati, o se no a intervenire per assicurarne il rispetto.

Ma questo accertamento, e l’eventuale intervento, dovrà avvenire AL MOMENTO DELL’ESERCIZIO DEI CCF. Non prima. Non al momento della loro emissione.

 

martedì 28 settembre 2021

Inflazione e CCF

 

Le banche centrali e i mercati finanziari continuano ad attribuire a fattori transitori l’attuale incremento dell’inflazione. Rimangono pienamente valide le considerazioni espresse in questo post, considerazioni che danno supporto alla tesi di un ritorno dell’inflazione nelle vicinanze del 2%, sia negli USA che nell’Eurozona. Tempi, circa un anno.

Queste le previsioni. Ma a beneficio di chi teme che banche centrali e mercati si sbaglino, segnalo comunque che il progetto CCF è in grado di contrastare con grande efficacia anche il rischio che l’inflazione si riveli, invece, persistente.

Fin dalle sue prime formulazioni, il progetto CCF prevede di attribuire una quota di Certificati di Compensazione Fiscale alle aziende, riducendo il cuneo fiscale a loro beneficio (oltre che a favore dei dipendenti).

Nel progetto originario non c’erano, ma ulteriori quote possono essere destinate, per esempio, a compensare gli oneri di sistema sulle bollette di luce e gas, o le accise sui carburanti. Giusto per parlare di beni le cui crescite di prezzo oggi destano preoccupazione, e su cui il governo sta in effetti cercando di agire – con interventi però marginali per non dire “omeopatici” (sempre per via del ritornello che “mancano i soldi”).

Interventi di questo tipo migliorano la competitività delle produzioni interne da un lato, riducono gli impatti sui consumatori finali dall’altro. Creano quindi spazi per abbassare, rispettivamente, i costi di produzione e i prezzi di vendita.

Si tratta di un’ulteriore prova della versatilità e dell’efficacia dello strumento CCF / Moneta Fiscale. Superare i vincoli fiscali dell’Eurosistema crea spazi per un ventaglio amplissimo di azioni di politica economica, utili, anzi spesso essenziali, nelle più svariate situazioni.

 

domenica 26 settembre 2021

Audizione "Crediti Fiscali" - Commissione Finanze Senato - 23.9.2021

Video della seconda audizione del ciclo.

Interventi:

Prof. Michele Pizzo - AIDEA - 1'30"

Stefano Sylos Labini - 34'20"

Marco Cattaneo - 47'35"

Domande e risposte a / di Stefano Sylos Labini / Marco Cattaneo - 1.08'00"

In particolare, Marco Cattaneo da 1.25'00" a 1.31'00"





giovedì 23 settembre 2021

Banche centrali, inflazione e occupazione

 

Ogni tanto riaffiora una proposta finalizzata a superare le disfunzioni dell’Eurozona, che si rifà a quanto sostenevano (prima che l’euro nascesse) vari economisti, tra cui il Premio Nobel Franco Modigliani.

Si tratta del “mandato duale”. Al contrario della Federal Reserve e di molte altre banche centrali, la BCE ha la missione di mantenere l’inflazione il più vicino possibile a un livello-obiettivo, ma non quello di massimizzare l’occupazione.

Se anche fosse possibile (e in pratica non lo è) costruire un consenso politico che permetta di superare il mandato duale, le disfunzioni dell’Eurozona, tuttavia, non verrebbero risolte.

In presenza di un mandato duale, la BCE non avrebbe potuto fare molto più di quanto è comunque avvenuto dal 2012 in poi: azzerare i tassi d’interesse e lanciare il Quantitative Easing.

Una banca centrale può cercare di rilanciare l’economia in modo indiretto, immettendo liquidità nel sistema tramite (sostanzialmente) il canale del credito. Ma espandere il credito richiede qualcosa di più del metterlo a disposizione. Richiede che qualcuno voglia indebitarsi per comprare beni (d’investimento e anche di consumo) e servizi.

Indebitarsi non arricchisce, in prima battuta, chi assume debito. Gli fornisce mezzi di pagamento, ma in un contesto di domanda depressa la volontà di assumere debito per spendere è (comprensibilmente) molto scarsa.

Uscire dalla depressione economica richiede una delle seguenti due cose:

spesa da parte dello Stato, oppure

spesa da parte dei cittadini agevolata da trasferimenti / riduzioni di tasse, che mettano loro a disposizione mezzi di pagamento MA SENZA INDEBITARE i cittadini stessi.

Questa seconda modalità di azione in effetti è, anch'essa, indiretta (i cittadini devono voler spendere) ma è molto più efficace rispetto a fornire credito, perché il punto di partenza è un ARRICCHIMENTO degli individui e delle aziende che si vogliono indurre alla spesa.

In sintesi, parliamo sempre e comunque di POLITICHE FISCALI ESPANSIVE. Agevolare il credito aiuta a compensare modeste oscillazioni del ciclo economico, ma ottiene poco o nulla a fronte di cadute di PIL come quelle che abbiamo sperimentato nel 2009, nel 2012-3 e nel 2020.

 

domenica 19 settembre 2021

Le audizioni alla Commissione Finanze del Senato

Sono iniziate le audizioni presso la Commissione Finanze e Tesoro del Senato, relativamente a una serie di proposte di legge sul tema Moneta Fiscale / crediti fiscali.

La prossima sarà giovedì 23 settembre alle 14.30 ed io sarò tra gli auditi (insieme a Stefano Sylos Labini).

Nel frattempo si è tenuta la prima, martedì 14 scorso, dove sono stati ascoltati funzionari di Eurostat e di ISTAT. Qui il video:


Mi trovo subito costretto a mettere in evidenza che quanto dichiarato dai funzionari è (uso un eufemismo) "altamente questionabile", per le ragioni messe in evidenza sinteticamente in questo post nonché diffusamente illustrate nel video che trovate a questo link. Video quest'ultimo realizzato con Fabio Conditi.

Tutti temi su cui si tornerà ovviamente nell'audizione di giovedì 23, unitamente a concetti di natura maggiormente generale / macroeconomica.



martedì 14 settembre 2021

Credo al metodo scientifico, ma le persone…

 

La mia mamma buonanima, donna profondamente credente ma non bigotta, diceva spesso: “io credo in Dio ma i preti… i preti sono uomini”.

Ed essendo uomini, sono soggetti a sbagliarsi. Ed avere dubbi su quanto dicono è perfettamente lecito.

Lo stesso vale per il metodo scientifico e per gli scienziati.

Lo dico perché mi sono francamente stufato di sentire chi, di fronte ad espressioni di perplessità sulle affermazioni dei vari Burioni, Galli, Ricciardi, Bassetti, Capua, se ne esce con “ma allora tu non credi alla scienza !!!”.

Io credo al METODO scientifico. Credo alla ricerca. Credo alla sperimentazione. Credo all’accumulazione incrementale di conoscenza, ma anche alla necessità di tener conto di nuovi dati e di nuovi fatti, che costantemente spinge a far evolvere, quindi a modificare, tesi, opinioni e interpretazioni.

Dubitare di quanto dice (per esempio) Burioni non è “non credere alla scienza”. È formulare una legittima opinione nei confronti di un particolare individuo. Che è uno specialista del settore, certo. Ma non tutti gli specialisti sono allo stesso livello, e nessuno è infallibile.

“Ma tu” mi sento ribattere “non sei un biologo, non sei un epidemiologo, non sei un virologo. Devi fidarti della competenza”.

Beh non sono neanche un avvocato né un fiscalista né un medico. E quando mi capita di aver bisogno di un avvocato, di un fiscalista, di un medico, mi rivolgo a uno di loro, ma riservandomi di valutarlo, di sceglierlo, e anche di sostituirlo.

Del resto, come si giudica la competenza ? sulla base di titoli, premi e pubblicazioni ? come succede allora che un premio Nobel, Montagnier, dica cose alquanto diverse dai signori sopracitati, al punto che uno di loro (Bassetti) gli dà del rimbambito ?

Fosse anche rimbambito, sarebbe solo la dimostrazione che neanche i titoli più prestigiosi – e il Nobel è il massimo – danno una patente di affidabilità totale.

Se non mi devo fidare a scatola chiusa di Montagnier solo perché è un Nobel – e sono d’accordo – non chiedetemi di fidarmi a scatola chiusa di nessun altro di quei signori. Giudico con la mia testa, così come, quando mi rivolgo a uno specialista per un consulto, decido se merita o no la mia fiducia. Anche se lo specialista è lui.

Naturalmente se ho un problema personale, la decisione è solo mia. Se il problema è collettivo, se il problema è di salute pubblica come il Covid, si deve stare a quanto decidono le autorità pubbliche.

Ma esprimere dubbi e dissensi, su un problema che riguarda tutti, non è solo legittimo: è doveroso. È giustissimo contribuire al dibattito e al processo decisionale, che è un processo POLITICO. E avere un’opinione difforme da quella delle autorità pubbliche NON equivale, proprio per niente, a essere “contro la scienza”, né “per l’ignoranza”, né a “rifiutare la competenza”.

 

sabato 11 settembre 2021

Moneta Fiscale: i temi essenziali

 

Il concetto di Moneta Fiscale

Si definisce Moneta Fiscale qualsiasi titolo o attività che possa essere utilizzato dal detentore per compensare obbligazioni finanziarie (di natura fiscale o di qualsiasi altro genere) dovute al settore pubblico. È in altri termini un titolo che dà diritto a uno sconto fiscale, e può essere scambiato ricevendo beni, servizi o un corrispettivo finanziario da soggetti che lo accettino su base volontaria. Il settore pubblico nazionale si impegna da parte sua ad accettarlo in compensazione (come sopra definita) ma non, in nessun modo, ad effettuare pagamenti in cash.

 

Deficit e debito pubblico non impoveriscono l’economia nazionale

Per comprendere la logica del progetto Moneta Fiscale è necessario sgombrare il campo da alcune affermazioni insensate che purtroppo ancora orientano (anche se per fortuna meno che in passato) il dibattito economico, nel nostro paese e altrove.

In particolare, si sente tuttora dire che il deficit e il debito del settore pubblico costituiscono gravami per l’economia di un paese.

L’affermazione è sbagliata, e la ragione fondamentale è che il deficit del settore pubblico è l’eccesso della spesa del settore pubblico medesimo, rispetto al prelievo fiscale. Questo eccesso di spesa, per evidenti ragioni contabili, si tramuta in un saldo positivo a disposizione del settore privato. Se il pubblico spende più di quanto tassa, il privato riceve più di quanto paga: incrementa, quindi, i suoi redditi e i suoi risparmi.

Il deficit pubblico PUO’ rappresentare un problema ma SOLO in presenza di una di queste due situazioni: l’immissione di potere d’acquisto nell’economia crea (a) livelli di inflazione indesiderata, OPPURE (b) scompensi nei saldi commerciali esteri (il potere d’acquisto immesso dal settore pubblico defluisce verso l’estero).

L’Italia NON soffre oggi di nessuna di queste due situazioni: l’inflazione è da una decina d’anni inferiore alle medie dell’Eurozona; la NIIP (Net International Investment Position) è positiva; i saldi commerciali con l’estero sono, dal 2014 in poi, positivi per importi annui di 40-60 miliardi, tendenti a crescere.

In tutti questi anni, in altri termini, maggiori deficit pubblici avrebbero generato un ARRICCHIMENTO per il paese, senza controindicazioni. Avrebbero messo a disposizione del settore privato nazionale capacità di spesa, senza innalzare l’inflazione a livelli indesiderati (anzi, casomai l’avrebbero avvicinata ai target BCE), e senza creare scompensi nei conti con l’estero.

Quanto al debito pubblico, un paese che emette la sua moneta non ha bisogno di emettere debito per finanziare la spesa del suo settore pubblico. Spende, semplicemente, accreditando le controparti tramite i suoi conti correnti presso l’istituto di emissione.

In questo modo, come visto, immette risparmio finanziario nell’economia. L’emissione di debito pubblico è un servizio offerto al settore privato per impiegare, in un investimento a basso rendimento ma sostanzialmente privo di rischio, il risparmio stesso. Non ha però una necessità logica; è un evento successivo, che potrebbe anche non aver luogo.

La gravissima disfunzione dell’euro consiste proprio nell’aver spossessato gli Stati membri dalla possibilità di effettuare spesa pubblica netta senza passare tramite il collocamento di debito presso i mercati finanziari; e di averli costretti ad emettere debito in una moneta di cui nessuno Stato ha il controllo.

Gli Stati sono quindi costretti a utilizzare, come canale pressoché esclusivo di finanziamento dei deficit, un debito che incorpora un rischio di default che in circostanze normali (emissione di moneta sovrana) non sarebbe esistito.

Si tratta di una disfunzione pesantissima perché impedisce, in varie circostanze, agli Stati di effettuare politiche economiche anticicliche. Ne segue il rischio – già concretizzatosi in passato – di aggravare in modo disastroso situazioni di difficoltà economica che adeguate politiche anticicliche avrebbero consentito di superare rapidamente.

 

Insufficienza del PNRR

L’Unione Europa ha modificato la sua attitudine nei confronti della gestione della finanza pubblica degli Stati membri, perlomeno rispetto a quanto avvenuto durante la crisi dei debiti sovrani e in particolare tra il 2011 e il 2013.

Allora, si chiedeva agli Stati in difficoltà di attuare contemporaneamente riforme economiche e di ridurre i deficit pubblici.

Le politiche di austerità (“consolidamento fiscale”) hanno invece pesantemente aggravato la crisi, provocando cadute di PIL e accrescendo, in luogo di diminuire, il rapporto tra debito pubblico e PIL medesimo.

Almeno implicitamente, la UE ha riconosciuto l’infondatezza delle politiche prescritte in passato. Il Piano Nazionale di Resilienza e Ripresa (PNRR), precondizione per l’accesso ai fondi del NextGenerationEU (NGEU), non prescrive riforme “e” austerità”, ma riforme “insieme a” politiche espansive.

Il problema è che la dimensione del NGEU, definita da molta stampa come “immensa”, “ciclopica”, “oceanica” e via iperboleggiando, è in realtà insufficiente.

L’ultima versione del Documento di Economia e Finanza (DEF) predisposto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) nell’aprile 2021, prevede che il deficit pubblico italiano (“quadro programmatico”) si evolva come segue.

2021           2022           2023           2024

11,8%         5,9%           4,3%           3,4% 

È quindi prevista una violenta contrazione, soprattutto nel 2022, che potrebbe facilmente risultare incompatibile con un’adeguata e permanente ripresa dell’economia del paese.

Un’adeguata ripresa richiede, per inciso, non solo di compensare pienamente il calo (-8,9%) del PIL reale registrato nel 2020 per effetto del Covid, ma anche di porre l’Italia su un sentiero di deciso recupero rispetto alle medie UE / Eurozona, rispetto alle quali siamo stati pesantemente deficitari dall’introduzione dell’euro in poi.

Questo percorso dovrebbe ricevere un impulso dal PNRR. I mezzi finanziari messi a disposizione all’Italia vengono stimati in circa 200 miliardi. Di questi, tuttavia, 120 sono finanziamenti: non rappresentano quindi soldi in più immessi nell’economia, ma solo una fonte di approvvigionamento alternativa rispetto all’emissione di titoli di Stato. Forse a minor costo, ma la differenza non potrà essere rilevante, dato che attualmente l’Italia emette BTP decennali con rendimento intorno allo 0,6-0,7%.

Non stupisce, in effetti, che molti paesi UE abbiano deciso di non utilizzare la quota di finanziamenti del NGEU.

Gli altri 80 miliardi, cosiddetti “grants” o “contributi a fondo perduto”, a fondo perduto in realtà non sono, in quanto dovranno essere compensati da futuri versamenti o tasse. Almeno temporaneamente, SE verrà confermato che non verranno contabilizzati come maggior deficit al momento dell’erogazione, danno comunque un beneficio: ma insufficiente, tenuto conto che verranno posti a disposizione nell’arco di 4-5 anni.

 

La Moneta Fiscale risolve le disfunzioni dell’eurosistema

Il presidente del consiglio Mario Draghi appare consapevole dell’insufficienza del PNRR. In più occasioni, ha infatti affermato che il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) non potrà essere riattivato in forma invariata rispetto all’assetto attuale (temporaneamente sospeso, fino a fine 2022, a causa dell’emergenza Covid).

Il problema è che le posizioni degli Stati membri dell’Eurozona sono sostanzialmente antitetiche. I paesi mediterranei vogliono un PSC più flessibile ed espansivo; i paesi del Nord chiedono che sia ripristinato in termini invariati, se non più rigidi e restrittivi.

I paesi del Nord temono che un eccesso di debito pubblico di altri Stati membri possa dar luogo a eventi di default o alla spaccatura della moneta unica. Non accettano però un illimitata e incondizionata garanzia da fornirsi da parte della BCE, che richiederebbe una riscrittura dei trattati per la quale non appare raggiungibile il necessario consenso, neanche in tempi lunghissimi.

Il compromesso politicamente perseguibile tra le due posizioni consiste nel mantenere l’impegno alla riduzione del rapporto debito pubblico / PIL degli Stati membri, precisando però che il debito pubblico di riferimento non comprende la Moneta Fiscale.

La Moneta Fiscale potrà quindi essere utilizzata per attuare le politiche espansive necessarie al raggiungimento e al mantenimento del pieno impiego delle risorse produttive del paese.

La Moneta Fiscale non comporta impegni di pagamento da parte dello Stato emittente, che quindi non potrà mai essere forzato da situazioni di mercato finanziario a disconoscere l’impegno di accettazione (per compensare obblighi finanziari verso lo Stato emittente stesso).

Neanche un eventuale fenomeno di “indisciplina”, di eccesso di emissione di Moneta Fiscale, da parte di uno Stato lo porterà a essere forzato al default. Al massimo depaupererà il valore della Moneta Fiscale di quello Stato, perché circoleranno più titoli di quanti se ne riesca in pratica a utilizzare nelle scadenze prestabilite. Ma questa eventualità (peraltro estremamente improbabile) non avrà un riflesso sull’assetto generale dell’eurosistema né forzerà la BCE o gli altri Stati membri a dover intervenire per preservarne la stabilità. Resterà un problema interno allo Stato in questione.

 

Spazio sia per maggior spesa che per minor carico fiscale

La Moneta Fiscale potrà essere utilizzata sia per finanziare interventi di spesa pubblica (pubblico impiego, spesa sociale, investimenti, sostegno ai redditi) che per ridurre il carico fiscale effettivo (senza necessariamente ridurre tasse o imposte, ma compensando, in parte, il contribuente mediante erogazione di Moneta Fiscale).

Sul tema della tassazione, in particolare, va notato che in questo momento si sta discutendo di una riforma del sistema fiscale. Il problema è che, a quanto si legge, la riforma dovrebbe essere attuata lasciando invariato (o quasi) il gettito complessivo.

L’Italia ha bisogno, certamente, di una riforma fiscale, ma finalizzata a lasciare più potere d’acquisto in mano al settore privato dell’economia. Una riforma “a saldo zero” significa che qualcuno sarà contento e qualcuno scontento, ma l’impatto macroeconomico sarà vicino all’irrilevante. Saldo zero significa impatto zero. Molte parole, molto lavoro per fiscalisti e commercialisti, ma nulla che faccia una differenza apprezzabile sul raggiungimento degli obiettivi economici del paese.

 

Recupero del pieno impiego in condizione di equilibrio dei saldi esteri

Una parte delle erogazioni di Moneta Fiscale potrà essere effettuata a beneficio dei datori di lavoro, riducendo il peso effettivo del cuneo fiscale. Le produzioni italiane diventeranno immediatamente più competitive, evitando che una parte dell’effetto espansivo del progetto Moneta Fiscale si disperda in peggioramento dei saldi esteri.

Il progetto Moneta Fiscale mette in effetti a disposizione del governo due leve: l’espansione della domanda interna da un lato; il recupero di competitività (via riduzione del cuneo fiscale, appunto) dall’altro.

Le due leve possono essere regolate nel tempo, assicurando il mantenimento del pieno impiego unitamente all’equilibrio degli impatti sulla bilancia commerciale.

 

Non si chiedono garanzie né a BCE né a nessuno, mentre il peso del “defaultable debt” diminuisce

Non occorre che BCE, UE o Stati membri forniscano garanzie addizionali. Sarà sufficiente la presa d’atto che si sono create le condizioni per ridurre, gradualmente ma costantemente nel tempo, il peso del debito a rischio di default, rispetto a un PIL nominale e reale finalmente in stabile crescita.

La semplice constatazione che le disfunzioni del sistema sono state finalmente risolte è adeguata per rassicurare i detentori del debito pubblico che il sistema è diventato, finalmente e permanentemente, stabile e affidabile.

 

Non serve una perfetta equivalenza tra maggior gettito lordo e sconti fiscali utilizzati

Il progetto Moneta Fiscale è stato criticato da alcuni commentatori in quanto, si afferma, non c’è certezza che l’espansione economica prodotta dalla disponibilità di maggior potere d’acquisto produca PIL e quindi gettito fiscale lordo in misura corrispondente agli sconti fiscali, via via che questi diventano utilizzabili.

La certezza non c’è perché l’effetto espansivo è governato dai cosiddetti “moltiplicatori fiscali”, sulla cui dimensione (come su qualsiasi manovra di politica economica) a priori si possono formulare ragionevoli ipotesi, non previsioni precise al centesimo.

Va però chiarito un equivoco: non è necessario che questa equivalenza perfetta si verifichi, perché un eventuale ammanco potrebbe facilmente essere compensato incrementando gradualmente nel tempo le emissioni di Moneta Fiscale.

Ad esempio, la formulazione originaria del progetto Certificati di Compensazione Fiscale (una della possibili forme di Moneta Fiscale) prevede che gli sconti fiscali che diventano via via utilizzabili (con un differimento temporale di due anni rispetto all’emissione) arrivino gradualmente a 100 miliardi di euro annui.

Gli incassi totali lordi del settore pubblico italiano sono dell’ordine di 800 miliardi, e tenderanno a salire con l’espansione del PIL nominale. Emettere qualcosa più di 100 nell’anno in cui 100 di sconti fiscali vengono utilizzati significa che continuerà a esistere un’enorme differenza tra Moneta Fiscale in circolazione e incassi lordi del settore pubblico. Il rischio che le emissioni di Moneta Fiscale raggiungono livelli tali da svilirne il valore è, in pratica, infinitesimale.

 

La BCE può finalmente uscire da QE / politica del tasso zero / repressione finanziaria

Per evitare il collasso dell’Eurozona, la BCE è stato costretta ad adottare politiche di “repressione finanziaria”, tra cui il Quantitative Easing e l’abbattimento a zero (se non a livelli negativi) dei tassi di rifinanziamento applicati alle banche – e di conseguenza anche dei rendimenti dei titoli di Stato emessi dai vari Stati membri.

Questa politica è stata vivacemente contestata da molti commentatori economici, specialmente nei paesi del Nord Europa.

In effetti, non è più disponibile per i risparmiatori un’alternativa di impiego che garantisca, in condizioni di sicurezza, un modesto ma positivo rendimento.

La critica ha un fondamento, ma chi la formula dovrebbe sostenere con entusiasmo il progetto Moneta Fiscale.

Infatti, risolvendo le disfunzioni dell’euro e portando finalmente il sistema economico al pieno impiego nell’intera Eurozona, non ci sarà più ragione per cui la BCE debba proseguire con i suoi programmi di repressione finanziaria.


La posizione di Eurostat e la dimensione politica della Moneta Fiscale 

Su richiesta dell’ISTAT, l’ufficio statistico della UE (Eurostat) ha affermato che le detrazioni fiscali del “Transition Plan 4.0” devono essere considerate “crediti fiscali pagabili”, e quindi ricompresi nel debito pubblico, in quanto hanno natura di “sussidi”.

Ma lo stesso regolamento Eurostat all’articolo 4.30 precisa al contrario che non c’è sussidio nel momento in cui non sussiste pagamento. E la Moneta Fiscale NON prevede alcun tipo di pagamento, anzi lo esclude in modo perentorio.

Eurostat ha anche sollevato dubbi sulla natura di “crediti fiscali non pagabili” del “Bonus 110%” in quanto la loro cedibilità rende elevata la probabilità che vengano effettivamente utilizzati.

Anche qui, Eurostat fa leva su un’interpretazione che non si può neanche considerare estensiva, bensì inventata di sana pianta. Come dice il nome stesso, “credito fiscale pagabile” è quello che dà luogo a un impegno di pagamento. L’alta o bassa probabilità di utilizzo da parte del detentore del credito non ha nessun rilievo ai sensi dei regolamenti.

È legittimo il dubbio che dietro a queste strampalate “interpretazioni” tecniche ci sia la volontà di depotenziare uno strumento che, agli occhi delle istituzioni comunitarie (o forse solo di qualche funzionario animato da eccesso di zelo male indirizzato) consente agli Stati un recupero di autonomia nella definizione delle linee di politica economica.

È comunque un tema troppo importante perché ci si debba bloccare su fantasiose “letture” dei regolamenti. Se il “defaultable debt” in rapporto al PIL cala, nessuno può sensatamente eccepire che la circolazione di Moneta Fiscale crei scompensi al sistema: al contrario, li risolve.

Governo e parlamento italiano devono esigere che questo concetto sia inequivocabilmente recepito dalle autorità UE, se opportuno anche ottenendo di incorporare i necessari chiarimenti formali nel processo di revisione del PSC. Come detto, la revisione del Patto è un passaggio cruciale, e deve portare a una sua ridefinizione che ne elimini le disfunzionalità.

 

La Moneta Fiscale non è la via per rompere l’euro: è la garanzia della sua continuità

La Moneta Fiscale non è un meccanismo per agevolare la rottura dell’euro. Risolvendone le disfunzioni, ne garantisce in effetti la continuità, oggi periodicamente revocata in dubbio.

La Moneta Fiscale non è uno strumento sostitutivo, ma integrativo dell’euro. Per rendersene conto, basta constatare che il progetto prevede una circolazione di Moneta Fiscale di qualche centinaio di miliardi, mentre il valore totale delle attività finanziarie detenute dal settore privato nazionale è dell’ordine di 5.000 circa.

 

La Moneta Fiscale inverte il declino dell’Eurozona, che diversamente la condanna all’irrilevanza economica

Riformare l’Eurozona secondo le linee del progetto Moneta Fiscale è la via per arrestare il rapido e progressivo declino dell’Eurozona nei confronti del resto dell’economia mondiale.

Secondo i dati storici e previsionali del Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook, Aprile 2021) nel ventennio 2003-2022 la crescita di PIL reale degli USA risulta pari al 51,6%. Quella dell’Eurozona, al 20,5%.

Questa enorme differenza è la diretta conseguenza della governance economico-monetaria: politiche adeguatamente espansive e orientate al piano impiego negli USA; bias deflattivo e orientamento prociclico nell’Eurozona.

Il percorso dell’Eurozona, in assenza di un netto cambio di direzione, non la conduce, come si vorrebbe, a farne un blocco economico in grado di competere alla pari con USA e Cina. La condanna invece, anno dopo anno, a diventare sempre più secondaria, sfociando alla fine in una sostanziale irrilevanza.

La Moneta Fiscale è lo strumento tecnico adeguato per conseguire questo cambio di direzione.

 

domenica 5 settembre 2021

Ripresa, rimbalzi, recuperi, riforme

 

La conferenza stampa di Mario Draghi e di altri esponenti del governo, tenuta lo scorso giovedì 2 settembre, è stata ampiamente commentata, ma un passaggio a mio parere molto significativo è passato in larga misura inosservato.

Mi riferisco al punto dove il presidente del consiglio, commentando una serie di dati economici positivi, ha affermato che

“Bisogna fare due osservazioni però. La prima è che credo che non valga la pena di compiacersi troppo di queste cifre, perché è vero che sono alte, è vero che l’economia italiana non le vedeva da non so quanti decenni ma è anche vero che noi siamo caduti, che il nostro prodotto è caduto in una maniera che non si vedeva da molto decenni in Italia nel 2020, quindi questo è in parte un grande rimbalzo, che sta avvenendo un po’ in tutti i paesi e chi è caduto di più rimbalza di più e chi è caduto di meno rimbalza di meno.

La vera sfida verrà poi nei primi due trimestri dell’anno prossimo: riuscire a mantenere un tasso di crescita considerevolmente più elevato di quello che si aveva prima della pandemia, è lì che si giudicherà veramente la capacità dell’economia di trasformarsi e di diventare strutturalmente più solida ma intanto sicuramente son buone notizie quelle che vediamo”.

Nei primi due trimestri dell’anno prossimo.

Perché queste sette parole sono significative ?

Perché indicano quando Draghi creda veramente ai mirabolanti benefici dello straordinario !! epocale !! PNRR e alle ciclopiche !!!! oceaniche !!!! sterminate !!!! risorse messe a disposizione dalla benevolenza della UE (che taluni chiamano Europa).

Per capirci: anche chi crede alle riforme e al Recovery Plan dovrebbe aver chiaro (penso, immagino, anche se la capacità di autoillusione degli euroausterici non ha limiti noti) che i soldi arrivano in un arco di parecchi anni, e che qualsiasi piano di riforme a largo spettro produce effetti (se li produce…) in un orizzonte temporale, anche quello, pluriennale.

Non in due trimestri.

La capacità dell’economia italiana di generare forti tassi di crescita nei primi due trimestri del 2022 non dipende né dalle riforme né dal Recovery Plan.

Dipende al 99% da un’altra cosa:  continuare a immettere capacità di spesa nell’economia, evitando di rimuovere con mal indirizzata solerzia i sostegni che sono stati introdotti nel 2020 e nel 2021.

Non sono necessariamente pessimista, a questo riguardo. La risposta l’avremo entro poche settimane, con l’aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (DEF) e con la prima bozza della legge di bilancio 2022.

Sto scrivendo cose che, naturalmente, Draghi non dirà mai. Continuerà anche lui a parlare, anzi più che altro a lasciar parlare, di riforme, PNRR, Recovery Plan, NextGenerationEU, e di come la UE sia finalmente diventata buona e solidale.

Però sa che le cose stanno diversamente. E l’ha lasciato intendere, proprio perché ha parlato di due trimestri, e non di cinque anni.

 

 

venerdì 3 settembre 2021

Esiste il “tasso naturale d’interesse” ?

 

Secondo la definizione di questo documento di ricerca disponibile sul sito della Banca d’Italia, il tasso naturale d’interesse è “il tasso d’interesse reale coerente con il prodotto al suo livello potenziale e l’inflazione in linea con l’obiettivo della politica monetaria”.

Il tasso naturale d’interesse dovrebbe in pratica essere una sorta di “sacro graal” che produce una situazione economica ideale: PIL al potenziale massimo, inflazione al livello che la banca centrale ritiene essere ottimale.

Implicita in questa definizione è l’idea che la banca centrale possa “sintonizzare” l’economia in modo perfetto: quindi, ottenere nello stesso tempo sia il pieno impiego che la stabilità monetaria.

Naturalmente si può obiettare che le condizioni esterne si modificano continuamente, e di conseguenza anche il livello del tasso naturale. Ne deriva che la sintonizzazione dovrebbe essere costantemente controllata e “aggiustata”. Esattamente come, se sono in auto e sto ascoltando la radio, spostandomi posso osservare oscillazioni nella qualità dell’audio che richiedono di smanettare un po’ sulle frequenze.

Ma non dovrebbe essere un grosso problema, le menti illuminate delle banche centrali sono lì per quello, giusto ? e come diceva Milton Friedman, la sintonizzazione monetaria ha il grosso vantaggio di poter essere effettuata con interventi veloci sia nell’esecuzione che nei risultati. Al contrario della politica fiscale, dove occorre un parlamento che approvi leggi dopo averle discusse, un governo che le metta in atto, un’amministrazione pubblica che elabori e coordini i provvedimenti attuativi, eccetera.

Con il rischio, diceva Friedman, di varare per esempio pacchetti di politiche espansive per contrastare una recessione che al momento dell’attuazione (delle politiche) magari si è già risolta da sé.

Il punto è che Friedman, così come in generale chi credeva (o crede ancora ?) all’esistenza del tasso naturale d’interesse, aveva in mente un contesto economico fondamentalmente stabile, in cui le economie crescevano in modo regolare e l’anno di cosiddetta “recessione” era quello in cui il PIL reale aumentava dell’1-1,5% invece che del 2,5-3%.

Con tutto quello che è avvenuto dal 2008 in poi, tra crisi finanziari mondiali, crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona, e pandemie, quella sopra descritta sembra una favola. Ma in realtà è la situazione in cui ci siamo trovati grosso modo per un quarto di secolo, diciamo dal 1983 al 2008 (appunto).

Quando arrivano gli shock veri, avremmo dovuto saperlo ma ce l’eravamo scordato, il fine tuning monetario, un punto di tassi, due, tre, cinque in più o in meno, non risolve nulla. Anche perché quando i tassi arrivano a zero evidentemente molto spazio di discesa ulteriore non c’è (OK siamo arrivati ai tassi negativi, che ante 2008 sarebbero sembrati a tutti un assurdo, ma come si è visto anche il -0,5% invece di 0% non fa ripartire le economie e neanche l’inflazione).

Né risolve nulla il Quantitative Easing, che nelle intenzioni doveva essere il sostituto di una “super-riduzione di tassi”. Invece di portarli al -5%, si inonda il mercato finanziario di liquidità comprando titoli. Peccato che questo aumenti il valore delle attività finanziarie (perché quelle vengono comprate) ma non generi domanda di beni e servizi reali e non ottenga, quindi, di far ripartire PIL e occupazione.

Per contrastare gli shock, serve l’espansione fiscale: altrimenti detto, soldi nell’economia reale. E casomai (per prevenire o risolvere strozzature dal lato dell’offerta) la politica industriale: che si fa anche quella con i soldi. Per investimenti reali però, non per comprare attività finanziarie.

 

mercoledì 1 settembre 2021

Eurostat e la dimensione politica della Moneta Fiscale

 

Richiesto di un’opinione dall’ISTAT, l’ufficio statistico della UE (Eurostat) ha affermato che le detrazioni fiscali del “Transition Plan 4.0” devono essere considerate “crediti fiscali pagabili”, e quindi ricompresi nel debito pubblico, in quanto hanno natura di “sussidi”.

Ma lo stesso regolamento Eurostat all’articolo 4.30 precisa al contrario che non c’è sussidio nel momento in cui non sussiste pagamento. E la Moneta Fiscale NON prevede alcun tipo di pagamento, anzi lo esclude in modo perentorio.

Eurostat ha anche sollevato dubbi sulla natura di “crediti fiscali non pagabili” del “Bonus 110%” in quanto la loro cedibilità rende elevata la probabilità che vengano effettivamente utilizzati.

Anche qui, Eurostat fa leva su un’interpretazione che non si può neanche considerare estensiva, bensì inventata di sana pianta. Come dice il nome stesso, “credito fiscale pagabile” è quello che dà luogo a un impegno di pagamento. L’alta o bassa probabilità di utilizzo da parte del detentore del credito non ha nessun rilievo ai sensi dei regolamenti.

È legittimo il dubbio che dietro a queste strampalate “interpretazioni” tecniche ci sia la volontà di depotenziare uno strumento che, agli occhi delle istituzioni comunitarie (o forse solo di qualche funzionario animato da eccesso di zelo male indirizzato) consente agli Stati un recupero di autonomia nella definizione delle linee di politica economica.

È comunque un tema troppo importante perché ci si debba bloccare su fantasiose “letture” dei regolamenti. Se il “defaultable debt” in rapporto al PIL cala, nessuno può sensatamente eccepire che la circolazione di Moneta Fiscale crei scompensi al sistema: al contrario, li risolve.

Governo e parlamento italiano devono esigere che questo concetto sia inequivocabilmente recepito dalle autorità UE, se opportuno anche ottenendo di incorporare i necessari chiarimenti formali nella processo di revisione del Patto di Stabilità e Crescita. La revisione del Patto è un passaggio cruciale, e deve portare a una sua ridefinizione che ne elimini le disfunzionalità.

Il tema è politico, e la sua portata è enorme.