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venerdì 22 maggio 2026

“Debito buono” ed equivoci connessi

 

Provo a far chiarezza su un concetto introdotto da Mario Draghi che ha contribuito (come se ce ne fosse bisogno) a creare confusione sui temi di finanza pubblica: quello di “debito buono”.

Il debito buono sarebbe quello che genera più risorse di quante ne assorbe. E’ un concetto, in effetti, mutuato dalla finanza aziendale e dalla gestione degli investimenti finanziari.

Se il debito mi permette di generare valore, di ritrovarmi con più risorse di quante ne avevo all’inizio, l’operazione è positiva. Quindi bene indebitarmi al 5% per acquistare un impianto che rende il 15%, o un titolo azionario che paga il 3% di dividendi e si apprezza dell’8% all’anno.

Quando si ragiona in termini di macroeconomia, bisogna invece fare riferimento alle risorse fisiche, non finanziarie, a disposizione del sistema economico. E le risorse fisiche sono lavoro, impianti e materie prime.

Uno Stato che emette la sua moneta può spendere e mettere al lavoro risorse fisiche per produrre beni e servizi. La prima domanda da porsi è: queste risorse fisiche sono al momento utilizzate o inattive?

Se sono al momento inattive, la quantità di beni e servizi messi a disposizione della collettività aumenta.

Se sono al momento già attive, la maggior spesa pubblica netta le rialloca. L’operazione, quindi, può essere positiva o negativa in funzione di quanto sia più o meno efficiente (in termini di contributo al benessere sociale) il nuovo utilizzo delle risorse rispetto all’utilizzo precedente.

E il debito?

Il “debito” non c’entra nulla. L’emissione monetaria non crea debito se lo Stato gestisce liberamente la propria moneta.

Il vincolo del debito pubblico non ha nessun fondamento né logico né economico. Ha il solo effetto di creare una limitazione artificiale all’azione dello Stato.

Nell’interesse di chi?

Sicuramente, non del benessere collettivo.

 

venerdì 27 marzo 2026

Moneta fiscale: perché non è un debito

 

Dopo che l’ineffabile tandem Draghi – Giorgetti ha affossato il Superbonus, di Moneta Fiscale si è parlato poco. Ma il tema tornerà di attualità. Per la semplice ragione che l’eurogovernance economica continua a essere completamente disfunzionale, e il sistema di gran lunga più plausibile per ricondurla a qualcosa di sensato è, appunto, introdurre monete fiscali nazionali.

Non si sbaglia quindi a proporre un ripasso delle ragioni per cui NON HA SENSO considerare la Moneta Fiscale un debito.

Si ha debito:

quando si è impegnati a pagare cash

quando si è impegnati a cedere un bene che si possiede 

quando si è impegnati a sostenere costi per produrre un bene di cui ci si dovrà poi spossessare senza ulteriori contropartite.

I buoni sconto emessi da un supermercato non sono debito perché non comportano pagamenti cash né impegni di cessione né impegni di sostenimento di costi. Riducono il fatturato futuro rispetto a quanto avrei incassato se avessi venduto gli stessi prodotti allo stesso prezzo in assenza del buono sconto, ma non c’è modo di sapere quali sarebbero stati le vendite in quella fattispecie.

Semplicemente, vendo ciò che vendo e incasso quello che incasso – al prezzo nominale ridotto dello sconto. Certo, chi usa il buono paga meno di chi non l’ha. E questo dà un valore monetario al buono. Ma non trasforma il buono in debito (per l’emittente). E’ e rimane (solo) uno strumento di incentivazione delle vendite.

Allo stesso modo, il credito fiscale cedibile, aka Moneta Fiscale, riduce il gettito fiscale rispetto a un caso puramente ipotetico, in effetti puramente fittizio, in cui lo Stato conseguisse lo stesso gettito senza l’incentivo all’attività economica prodotto dalla Moneta Fiscale stessa.

Il che significa che la Moneta Fiscale è uno strumento di incentivazione. Ha un valore monetario. MA NON E’ UN DEBITO.

 

sabato 7 marzo 2026

Se

 

Caos geopolitico? crisi iraniana? Impennata dei prezzi di petrolio e gas?

Se Draghi e Giorgetti non avessero boicottato e insabbiato la Moneta Fiscale, oggi potremmo parare il colpo degli effetti inflattivi e mitigare fortemente se non eliminare gli impatti sull’economia, senza emettere un centesimo di titoli di Stato in più.

Basterebbe compensare parzialmente imposte indirette quali in primo luogo accise e IVA, erogando al compratore, mediante una carta elettronica, crediti fiscali liberamente negoziabili e trasferibili.

Se.

sabato 21 febbraio 2026

Che cosa ha salvato Mario Draghi?

 

In assenza del whatever it takes di Draghi, l’euro si sarebbe spaccato nell’estate del 2012, e diversi stati – Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia, Grecia – sarebbero diventati insolventi sul loro debito pubblico. Per la verità, l’insolvenza avrebbe probabilmente preso la forma della conversione del debito da euro a reintrodotte monete nazionali, che si sarebbero svalutate rispetto al valore precedente dell’euro.

Un danno per gli investitori esteri, molto meno per i residenti locali.

Alla luce di quanto sopra, è corretto affermare che “Mario Draghi ha salvato le economie periferiche dell’eurozona”?

No. Draghi ha tamponato (senza risolverle) le pesantissime disfunzioni di un sistema economico-monetario bacato.

Ha evitato la manifestazione un rischio di insolvenza che senza l’euro non sarebbe mai esistito.

Ma nessuno dei gravissimi difetti strutturali dell’eurosistema è stato risolto.

domenica 24 agosto 2025

Quello che Draghi non spiega

 

Puntuale come un temporale post ferragostano, è arrivato l’intervento di Mario Draghi al Meeting di Rimini, dove ha detto quello che ormai da tempo ripete ogni volta che entra in tema.

L’”Europa” non funziona. E’ irrilevante politicamente e sempre meno importante economicamente. “Quindi” è URGENTISSIMO, VITALE raddoppiare, triplicare, decuplicare gli sforzi per uscire dall’impasse. Europa o morte, sempre di più.

Quello che Draghi non spiega MAI è per quale ragione dovrebbe essere imprescindibile, o necessario, o quantomeno utile, fondere un certo di numero di stati in un’entità politica di dimensione maggiore.

Nel resto del mondo non lo sta facendo NESSUNO. Chi è grande a volte è efficace nel perseguire i propri interessi, a volte no. Chi è piccolo pure. Ma nessuno sta rinunciando alla propria identità nazionale.

Perché lo debbano fare 27 stati che hanno in comune (più o meno) la contiguità territoriale, ma non la lingua, non gli interessi economici, non gli stili di vita, non il carattere delle popolazioni, questo proprio nessuno l’ha spiegato in modo sensato.

Poi, se l’integrazione avesse dato risultati mirabolanti, o quantomeno significativamente positivi, la giustificazione starebbe nel risultato.

Ma è vero il contrario, e lo dice Draghi per primo.

L’unica azione sensata è smontare il baraccone. Il prima possibile.

 

 

lunedì 5 maggio 2025

Draghi è competente – in che cosa ?

 

A sentire gli euristi incalliti, la salvezza dell’Eurozona e della UE passa attraverso l’implementazione del “piano Draghi per il miglioramento della produttività”.

Ma una domanda che i summenzionati euristi farebbero bene a porsi è: quali sono le credenziali di Draghi riguardo all’identificare, ancora prima che ad applicare, politiche di rilancio della produttività, e in generale dell’economia reale ?

Mario Draghi ha indubbiamente dimostrato di avere le doti necessarie per conseguire una carriera di primissimo piano nelle istituzioni nazionali e sovrannazionali.

Detto ciò... quali sono le sue credenziali in materia di politica e gestione industriale / aziendale ?

Ha evitato il collasso dell’euro (senza risolverne le disfunzioni) pronunciando tre parole. Non ci voleva molto a capire che erano quelle giuste. Magari non era altrettanto facile ottenere il consenso politico per formularle. O forse sì, dato che non c’era alternativa, a quel punto, se non il crollo del sistema.

Ma facile o difficile che fosse ottenere quel risultato, l’opinione di Draghi in merito a come occorre sviluppare, riformare, far evolvere un sistema economico che coinvolge qualche centinaio di milioni di persone non è meno rispettabile di quella di tante altre persone. Ma nemmeno di più.

Che il piano Draghi sia il libro dei miracoli, possiamo augurarcelo. Però nulla lascia pensare che valga la pena di scommetterci.

 

mercoledì 19 marzo 2025

Draghi, Ciampi e la sovranità

 

L’audizione di Mario Draghi di ieri, di fronte alle commissioni parlamentari, è stata, possiamo dirlo, surreale. In pratica si sintetizza con “abbiamo sbagliato tutto per un quarto di secolo quindi dateci tutto il potere che adesso ci pensiamo noi a sistemare”.

Ovviamente i media asserviti e i fan (qualcuno ce n’è ancora) che pendono dalle sue labbra lo stanno ricoprendo di elogi, rimpiangono che al momento non sia presidente di nulla e auspicano che sia prontamente nominato (non eletto, il popolo bue non è in grado di apprezzarne la grandezza) Supremo Assoluto Totalitario Autocrate delle Nazioni Associate, o qualcosa del genere.

Tra le altre cose, tentando di giustificare la necessità di cedere sovranità, Draghi ha citato il suo noto (non fatemi dire illustre) predecessore Carlo Azeglio Ciampi, nei termini qui riportati.

Capito il concetto ? cedendo sovranità “all’Europa” in realtà la si conquista. Esattamente come entrando nell’euro si è persa sovranità che in realtà non esisteva, perché si era vincolati a seguire le decisioni della Bundesbank. Mentre adesso un pezzettino di sovranità l’abbiamo, in quanto siamo seduti al tavolo dove le decisioni si prendono.

Se fossi stato presente, avrei obiettato che la necessità di seguire le decisioni della Bundesbank era esclusivamente dettata dalla volontà di mantenere il cambio fisso con il marco (finché ci si riusciva, perché a un certo punto diventava comunque impossibile). Tenendoci la lira e lasciando fluttuare il cambio non ce ne sarebbe stato alcun bisogno.

Mi sarebbe piaciuto obiettare, ma mi rendo anche conto che sarebbe stato inutile. Le obiezioni a Draghi le puoi fare.

Solo che lui non risponde.


domenica 8 dicembre 2024

L’ininfluente Giavazzi

 

Un paio di giorni fa il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo di Francesco Giavazzi che spiegava come il debito pubblico non sia poi una brutta cosa se serve a finanziare le spese “giuste”, che lui identifica nella difesa e nella transizione ecologica.

In realtà non è la prima volta. Il mantra dell’austerità, Giavazzi l’ha abbandonato da almeno un paio d’anni (senza per questo fare ammenda dei peana sciolti alle bellezze dell’”austerità espansiva” nei lustri precedenti, ma vabbè).

Invito però chi vede in questi articoli il segnale di un cambiamento di strategia a livello UE a smorzare gli entusiasmi.

Giavazzi, che sul piano scientifico non ha certo meriti che lo faranno passare alla storia, ha acquisito una certa visibilità, una certa notorietà, perché è un corifeo di alcuni importanti gruppi di interesse economico.

Scrive quindi quello che i sopra menzionati gruppi di interesse desiderano. Ma qual è il suo effettivo impatto sulle politiche UE ?

Praticamente nessuno, perché a livello UE non si fa nulla se non sono d’accordo i tedeschi. I quali a Giavazzi, ammesso che lo leggano, non si prendono neanche la briga di rispondere.

Peraltro cose simili le dice e le scrive, da un po’ di tempo (vedi il “debito buono” contrapposto al “cattivo”) anche Mario Draghi. Al quale invece i tedeschi rispondono: per dire che non se ne parla.

Che dite, la Germania è in difficoltà e quindi sta arrivando a capire che un po’ di deficit le serve ? certo, e agirà di conseguenza. Ma lo farà IN PROPRIO, e in funzione di spese che decide LEI.

Niente debito comune UE quindi, e niente decisioni di spesa delegate a Bruxelles.

E su questo, una volta tanto, non do torto ai tedeschi.

 

mercoledì 11 settembre 2024

Piano Draghi, dove sono (sarebbero) i soldi

 

Ancora sul mirabile piano Draghi, che buona parte della stampa italiana sta già incensando come la soluzione di tutti i guai della UE e anche del nostro paese.

Le probabilità che il piano decolli al momento appaiono nulle, semplicemente perché, ottimo, buono, scarso o pessimo che sia, dovrebbe essere finanziato (afferma Draghi) da debito comune, e i paesi frugali del nord – Germania in testa – non ne vogliono sapere mezza, come si dice a Bologna.

Va aggiunto che non si capisce perché queste “sfide epocali” a cui le UE va incontro dovrebbero essere affrontabili solo utilizzando debito comune. E neanche perché non potrebbero essere gestibili da singoli paesi, visto che le possibilità di azione sono comunque date dalla somma dei mezzi a disposizione di chi le azioni le vuole intraprendere. Non si moltiplicano, in altri termini, solo perché gli appiccichi l’etichetta UE.

Certo, alcune cose probabilmente si fanno meglio con uno sforzo congiunto e coordinato. Altre magari no. Ma se la volontà di attuare uno sforzo congiunto e coordinato esiste, si può benissimo procedere tramite un accordo tra Stati: magari alcuni e non tutti.

O meglio si potrebbe se non ci fossero i vincoli finanziari imposti dalla UE stessa, che sono stati rivisti ma assolutamente non superati dalla recente revisione del patto di stabilità, e sui quali non c’è volontà comune per ulteriori modifiche.

Il superamento del vincolo finanziario per attuare, in tutto, in parte, o in qualche misura, il piano Draghi o qualsiasi altra azione di dimensioni rilevanti, è possibile. Facilmente.

Basta consentire ai vari Stati di emettere la propria moneta. Per esempio sotto forma di Moneta Fiscale.

Se Draghi pensasse veramente che l’attuazione del suo piano è vitale, prenderebbe in serissima considerazione questa ipotesi.

Se non lo fa, mi pare evidente che l’attuazione del suo piano servirebbe ad altro. A spogliare di ulteriori leve d’intervento gli Stati, a trasferire ulteriori poteri all’euroburocrazia.

Stavo per concludere il post con quest’ultimo paragrafo. Ma poi, colpo di scena, scopro che nel documento presentato da Draghi (“The Future of European Competitiveness”) spunta, a pagina 38 della parte B, quanto segue (grazie a Fabio Conditi per la segnalazione)

Ohibò. Non me l’aspettavo. Ci sarebbe da chiedersi allora perché Draghi, da presidente del consiglio italiano, abbia insabbiato la libera circolazione dei crediti fiscali (quelli legati a Superbonus e crediti fiscali immobiliari in genere).

Continuo a pensare che non se ne farà nulla e che il rapporto Draghi resterà lettera morta.

Ma chissà, il mondo è strano.


lunedì 9 settembre 2024

L’Unione Europea e la competitività

 

Sinceramente non ho capito in che cosa consistano le raccomandazioni di Mario Draghi e di Enrico Letta in merito a cosa fare per rendere l’economia UE più competitiva. Ho solo letto parecchi articoli che drammatizzano un recente discorso di Draghi, dove si è affermato che senza riforme “mai vista prime” la UE rischia di scomparire.

Per la verità non mi sto neanche sforzando di capirle, s’intende sempre le raccomandazioni. Per alcuni lustri si è ripetuto ad nauseam che la UE aveva bisogno di profonde riforme e di salti in avanti, e i risultati sono stati ampiamente deleteri.

Di chiaro vedo solo una cosa. La UE perde terreno rispetto a USA e Cina, dove non esiste niente di paragonabile alle regole di bilancio pubblico UE, e dove ci si preoccupa poco o nulla di quello che sembra essere il pensiero di gran lunga predominante degli euroburocrati – contenere la spesa per “risanare la finanza pubblica”. Ovviamente senza riuscirci.

A me pare che il recupero di competitività si ottenga investendo. Nei settori e con le modalità giuste, certo. Tramite il settore pubblico o tramite sostegni al settore privato. Ma investendo, quindi spendendo. Non tagliando, non contenendo, non “risanando”.

Quand’anche Draghi e Letta fossero le brillanti menti economiche che qualcuno pensa che siano (più Draghi che Letta, a dire il vero) mi sfugge come le loro raccomandazioni, quali che siano, potrebbero essere applicate, se i vincoli (autoimposti e insensati) di finanza pubblica restano la prima preoccupazione di Bruxelles.

Per questo non mi sforzo di capirle, le raccomandazioni, o anche solo di venirne a conoscenza. Non mancherò, nel caso, di riconoscere che mi sono sbagliato.

sabato 23 marzo 2024

La follia dell’austerità 2011-2013

 

Sarà che sono passati più di dieci anni e la memoria collettiva è labile, ma ogni tanto rispuntano commentatori vari a sostenere che “in realtà l’Italia non ha mai fatto austerità” oppure che “beh sì c’è stata negli anni della crisi dei debiti sovrani ma era indispensabile perché Berlusconi stava portando il paese al fallimento”.

A questi signori, è bene ricordare quanto segue.

I pacchetti di interventi fiscali restrittivi (tagli e tasse) sono stati fatti trangugiare a viva forza all’ultimo governo Berlusconi a partire dalla primavera del 2011. Ovviamente questo non ha risolto la crisi dello spread e ne è risultata la caduta del governo e (a novembre) l’insediamento di Mario Monti.

Le feroci azioni di restrizione fiscale – IMU, legge Fornero, aumento dell’IVA, tagli a sanità ed investimenti pubblici – non hanno minimamente risolto il problema della finanza pubblica.

Hanno invece provocato tredici trimestri complessivi di discesa del PIL reale, con cinque punti percentuali di decrescita cumulata (nel periodo in cui invece tutto il resto del mondo recuperava), decine di migliaia di fallimenti, quattro milioni di persone in più in povertà assoluta (in pratica, ridotte a fare la fila alla Caritas, o giù di lì).

E il debito pubblico ?

Il debito pubblico in rapporto al PIL è AUMENTATO dal 119% al 132%, per il peggior motivo possibile – la caduta del denominatore.

Nell’estate del 2012 si è quindi preso atto che si stava buttando benzina sul fuoco invece di spegnerlo con l’acqua. E quindi è intervenuto Mario Draghi con il whatever it takes: l’impegno della BCE a fare quello che fanno tutte le altre banche centrali, cioè a sostenere il debito pubblico in caso di necessità.

Questo ha prodotto finalmente il rientro a livelli accettabili dello spread di rendimento tra BTP e Bund; ma non il recupero del PIL, che le assurde politiche fiscali messe in atto nel frattempo hanno fatto proseguire ancora per un anno e mezzo, con danni ciclopici.

Quando ricordi tutte queste cose, l’euroausterico di turno spesso ribatte che “il whatever in takes senza austerità non ci sarebbe stato, la BCE non l’avrebbe posto in essere”.

Quest’ultima affermazione francamente non ricordo, ai tempi, che fosse stata formulata da nessun alto esponente della BCE né tantomeno da Draghi. Ma se corrispondesse alla realtà, non sarebbe che un’ulteriore prova della follia del sistema.

Per “risolvere” un problema di finanza pubblica metti in atto una serie di azioni che DEVASTANO l’economia e PEGGIORANO i livelli di debito. Ponendoli però come precondizione per pronunciare tre parole che mettono immediatamente fine alla crisi, come si poteva fare un anno prima – in condizioni MOLTO MIGLIORI, MOLTO MENO DETERIORATE.

Un comportamento del genere è poco definirlo folle. La parola giusta è CRIMINALE.

 

mercoledì 21 febbraio 2024

Debito buono, debito cattivo e limiti del Draghipensiero

 

Non tanti anni fa, prima del periodo alla presidenza del consiglio, Draghi ha fatto parlare di sé (ancora più del solito) a seguito della sua affermazione che non tutto il debito, e in particolare non tutto il debito pubblico, è cattivo. Esiste anche il debito buono.

Con questo Draghi intendeva che dipende dalle finalità: se l’assunzione di debito genera rendimenti positivi, aumenta il reddito nazionale e migliora (cioè abbassa) il rapporto debito / PIL, può essere considerato “buono” e può essere corretto aumentarlo.

Ai tempi questa affermazione fu considerata, dai giornaloni e dagli altri media paludati, geniale e rivoluzionaria. Naturalmente era invece, grosso modo, la scoperta dell’acqua calda. Ma certo si distaccava dai mantra euroausterici e fu quindi salutata come una grande innovazione.

Un passo avanti lo si era fatto, ma non è durato molto. A fine 2023 la UE ha messo in cantiere una riforma del patto di stabilità che da un lato ha fallito completamente l’obiettivo di semplificarlo e di razionalizzarlo; dall’altro, ancora peggio, ha riaffermato il concetto che il debito pubblico va ridotto. Perché ? perché sì. Perché l’unico debito buono è il debito morto.

In realtà Draghi aveva fatto un passettino in avanti, ma molto modesto. Anche rispetto al suo approccio di allora, ci sono da dire cose molto più vere e molto più incisive.

C’è da dire che l’unico debito pubblico veramente pericoloso è quello emesso in moneta straniera sopravvalutata rispetto alle condizioni della propria economia.

C’è da dire che uno Stato che controlla e gestisce la propria moneta non ha bisogno di emettere debito: semplicemente può realizzare deficit spendendo più di quello che tassa.

C’è da dire che l’emissione di moneta attuata dallo Stato mediante il deficit è normale e fisiologica, perché in un’economia che cresce i mezzi di pagamento in circolazione devono aumentare.

C’è da dire che il deficit può essere eccessivo, ma non in conseguenza del superamento di un limite numerico prestabilito, bensì dell’eventuale generarsi di tensioni inflazionistiche.

C’è da dire che il deficit pubblico non ha bisogno di essere finanziato e non drena MA CREA risparmio privato. L’eccesso di spesa rispetto alle tasse rimane nelle tasche del settore privato e ne incrementa il risparmio finanziario.

C’è da dire che il debito pubblico in moneta propria non è altro che uno strumento che lo Stato offre al settore privato per allocare questo risparmio. NON E’ UN ONERE SULLE FUTURE GENERAZIONI.

Insomma Draghi aveva fatto un passettino, ma ne servivano molti altri.

Nel frattempo l’ineffabile UE ha fatto marcia indietro anche rispetto a quel passettino.

 

martedì 5 dicembre 2023

Draghi sopravvalutato ?

 

Vedo porre questa domanda. Mario Draghi è sopravvalutato ? al di là dell’opinione che se ne può avere, positiva o negativa, al di là di considerarlo un agente del bene o del male, forse si è costruita un’immagine troppo enfatica in merito alle sue capacità, alla sua influenza, alla portata della sua azione ?

La risposta a mio parere è affermativa, ma non perché lo ritenga un incompetente.

Draghi è senz’altro un uomo molto abile, senz’altro parecchio superiore alla grande maggioranza dei burocrati che stanno ai vertici delle grandi istituzioni sovranazionali, dei ministeri economici, delle banche centrali.

Questa abilità l’ha utilizzata soprattutto per accreditarsi di fronte ai potentati economici e finanziari, e su questo ha costruito una formidabile carriera.

Se poi la sua azione sia da giudicare positivamente o negativamente, dipende dall’opinione che si ha in merito alle finalità di questi potentati. La mia la conoscete.

Draghi però non ha dimostrata quella superiore comprensione dei fenomeni economici, e men che meno di quelli geopolitici, che i media allineati all’establishment gli attribuiscono.

Dicendo che non l’ha dimostrata non intendo affermare che non la possieda. Non lo escludo. Ma neanche ne ho le prove.

Forse, ad esempio, Draghi saprebbe come riformare la governance economica dell’Eurozona in senso progressivo, inclusivo, rispettoso del benessere collettivo, in grado di ridurre le diseguaglianze.

Forse lo saprebbe e forse no.

Ma quando si è seduto su prestigiosissime poltrone, chiaramente non era lì per fare quello, non era lì per conseguire quelle finalità.

E’ stato posto ai vertici di importantissime istituzioni per fare qualcos’altro, e deve la sua carriera al fatto di essere stato ritenuto la persona migliore per ottenere questo qualcos’altro.

Credo e spero che questo “altro”, a medio e lungo termine, si rivelerà un progetto inattuabile. Che il pendolo oscillerà in un’altra direzione.

E di conseguenza Mario Draghi non sarà ricordato come un grande statista, né come un grande economista, né tantomeno come un grande personaggio storico.

 

martedì 14 novembre 2023

L’Unione Europea è una truffa

 

Nei fatti (qualunque cosa si pensi delle intenzioni) la UE è una truffa, esattamente per le ragioni indicate da Mario Draghi (vedi l'ultimo post: o la UE diventa un’unione politica, o tornerà a essere un semplice accordo di libero scambio, come in sostanza era la vecchia CEE).

La UE è una truffa perché tutti i processi di cessione di sovranità, primo tra tutti l’unione monetaria (a cui peraltro non tutti i paesi UE aderiscono) dovevano appunto essere passi che conducevano all’unione politica, e che anzi la rendevano inevitabile.

A trent’anni (abbondanti) dalla nascita della UE, l’unione politica non è nei fatti ma neanche nelle intenzioni degli stati membri: né delle classi politiche né delle popolazioni. E ci ritroviamo di conseguenza con una sovrastruttura burocratica inefficiente e pletorica, e con un’unione monetaria pesantemente disfunzionale, senza che si capisca come il processo che le ha generate possa condurre a un'evoluzione sensata.

Sono del tutto convinto che alla nascita della UE abbiano contribuito ANCHE parecchie persone dotate delle migliori intenzioni. E che non pochi di quelli che sostengono tuttora l’utilità, per non dire la necessità, dell’Unione Europea siano animati da una buona fede degna di miglior causa.

Purtroppo buone intenzioni e buona fede non bastano per generare buoni risultati. Quelli della UE sono pessimi.

domenica 12 novembre 2023

Mario Draghi: ma fare autocritica ?

 

Pochi giorni fa, parlando a un evento organizzato dal Financial Times, Mario Draghi ha dichiarato che “o l’Europa agisce insieme e diventa un’unione più profonda, un’unione capace di esprimere una politica estera e una politica di difesa, oltre a tutte le politiche economiche… oppure temo che l’Unione Europea non sopravviverà se non come mercato unico”.

Parecchi dei giornaloni italiani si sono profusi in encomi, come del resto fanno d’abitudine quando Draghi parla, esterna, mormora, comunica o sospira. Che visione, che lungimiranza, un fuoriclasse davvero, mica come l’attuale premier. Quella sta alle prese con rotture in famiglia, telefonate con falsi presidenti africani, accordi più o meno plausibili per gestire l’immigrazione clandestina facendo sponda sull’Albania.

A me invece viene da dire qualcos’altro. Ma se è vero (e non sarò certo io a negarlo…) che dopo venticinque, trent’anni dalla firma del trattato di Maastricht, dalla nascita dell’eurozona, l’Unione Europea è a rischio di non sopravvivenza (se non come mercato unico, tornando cioè alla CEE, a quello che c’era prima), non è che l’architettura è stata mal concepita fin dall’inizio ? MOLTO mal concepita ?

E dato che tra gli architetti Mario Draghi ha giocato un ruolo di primissimo piano, non ci starebbe bene, non sarebbe appropriata una serena e solida autocritica ?

“Ci siamo sbagliati, abbiamo venduto un progetto di integrazione che sul piano economico ha fatto danni enormi, sul piano politico non ha creato nessuna spinta verso legami più forti e più armonici, che va riformato in profondità - ma non c’è alcun consenso per una revisione sensata di schemi e regole”.

Se l’unione politica non nasce è anche e soprattutto perché l’unione economica non funziona.

E a chi imputare di essere andati, e di avere portato centinaia di milioni di europei, fuori strada ? a mia zia ? a vostra nonna ? alla mamma di Paperino ?

O (tra gli altri, ma in primissimo piano) al Dott. Prof. Cav. Pres. Sua Emin. Mario Draghi ?

sabato 22 aprile 2023

Contro la denatalità, i crediti d’imposta devono circolare

 

Dopo aver dato il suo fattivo e sostanziale contributo, come da istruzioni dell’insigne Mario Draghi, a insabbiare l’efficacissimo Superbonus, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha “scoperto” che l’Italia è un paese in declino demografico, e che bisogna fare qualcosa per contrastare la tendenza.

E di che cosa sta parlando ? ma guarda un po’, dell’emissione di crediti fiscali a favore di chi fa figli.

Ma naturalmente non è concepibile che prendano la forma dell’esecranda Moneta Fiscale. Si tratterà, nel caso, di crediti d’imposta non cedibili, che potranno essere utilizzati solo dal percettore.

Per usufruirne occorrerà quindi avere capienza fiscale. Che cosa significa ? che i beneficiari saranno coloro i quali hanno sufficienti livelli di imponibile, cioè chi ha redditi al di sopra di un certo livello. E non i segmenti sociali disagiati.

Il credito fiscale che non può circolare avvantaggia i benestanti, mentre non fa nulla a favore di chi ne ha più bisogno. Giorgetti ha scoperto il declino demografico italiano con vent’anni di ritardo, quindi intorno al 2043 si renderà conto anche di questo “dettaglio”.

Restate perciò in fiduciosa attesa del provvedimento. Che sarà d’importo modestissimo (“sapete, data la situazione dei conti di più non si può fare”), sarà usufruibile solo da chi sta ragionevolmente bene (sul piano economico), e non farà differenza sulla decisione di procreare, perché non sposterà praticamente nulla di significativo per le tasche dei “fiscalmente capienti”.

Servirà giusto a fare titoli di giornali per qualche settimana o mese, e una conferenza stampa o due dove il ministrone (con due “i” e una “e”, non viceversa) si vanterà del fatto che “finalmente ci sono azioni concrete contro la denatalità”.

venerdì 24 febbraio 2023

Superbonus, crediti fiscali, Moneta Fiscale: fare chiarezza

 

Il dibattito sul Superbonus 110% e sui crediti fiscali immobiliari, alla luce dei recenti provvedimenti del governo, ha raggiunto vette di concitazione che non contribuiscono certo a capire che cosa sta succedendo. Cerco qui di seguito di chiarire il tema.

UNO, Eurostat NON ha affatto “bocciato la Moneta Fiscale” né l’ha “messa fuori corso”. Eurostat al contrario ha pienamente riconosciuto che i crediti fiscali trasferibili, utilizzabili per compensare tributi, esistono e sono pienamente legittimi. Ha solo affermato che vanno considerati spese dello Stato all’atto dell’emissione e non minor gettito fiscale negli anni in cui verranno utilizzati; e che di conseguenza entrano nel deficit pubblico nell’anno di emissione medesimo, non successivamente.

Che cosa significa ? che cambia solo il profilo temporale del deficit, non l’impatto sul deficit complessivo. L’impatto totale rimane lo stesso ed è pari all’ammontare dei crediti emessi AL NETTO dei benefici in termini di crescita del PIL e quindi del gettito tributario.

DUE, ISTAT ed Eurostat hanno confermato che i crediti fiscali, trasferibili o meno, NON vanno computati nel “debito pubblico di Maastricht”, quello rilevante ai fini dei trattati. La ragione è semplice: lo Stato non deve approvvigionarsi di fondi per emettere crediti fiscali. Li crea dal nulla, come se si trattasse di una moneta fiat.

TRE, per lo stesso motivo, all’atto dell’emissione i crediti fiscali non producono nessun impatto sul fabbisogno di cassa dello Stato.

QUATTRO, è una bugia sfacciata, che purtroppo viene costantemente ripetuta, che il Superbonus 110% abbia prodotto un’enorme quantità di frodi. Già il 10 febbraio 2022 il direttore generale dell’agenzia delle entrate, in audizione presso la commissione bilancio del Senato, aveva chiarito che solo il 3% delle frodi accertate erano riconducibili al Superbonus. I principali “colpevoli” erano state altre categorie di bonus, in particolare il bonus facciate (46%) e l’ecobonus (34%). Il Superbonus 110% è nato con un sistema di controlli ed asseverazioni (successivamente anche rafforzati) che hanno limitato al minimo le frodi. Il che significa che le frodi non si eliminano bloccando la circolazione dei crediti (come hanno affermato Draghi tempo addietro, e Giorgetti ancora pochi giorni fa) ma introducendo un appropriato sistema di controlli – sull’emissione, non sulla circolazione. Ed è proprio il Superbonus a dimostrarlo !

Detto tutto ciò, il Superbonus ha dei difetti ? doveva essere costruito diversamente ? probabilmente sì, ma per motivi che non hanno nulla a che vedere né con le frodi né con la demonizzazione della Moneta Fiscale:

CINQUE, si sostiene che fosse eccessiva l’aliquota con cui è stato introdotto, il famoso 110%. Se si incentiva un importo addirittura superiore alla spesa effettiva viene meno la spinta, da parte di chi commissiona i lavori, a negoziare al meglio con l’azienda a cui vengono affidati. Va detto che il 110% è ripartito su cinque anni, quindi al momento della cessione del credito entra in gioco l’attualizzazione dei benefici futuri: per cui il valore riconosciuto dal compratore è sempre stato inferiore a 110%, e spesso anche a 100%. In ogni caso, questa obiezione ha un fondamento ma non mette in dubbio la validità dello strumento: casomai suggerisce (come del resto già è stato fatto) di abbassare l’aliquota di incentivo.

SEI, quello che è senz’altro un difetto del Superbonus è non aver previsto un limite dimensionale. Se non si fissa un limite totale di lavori incentivabili, per esempio su base annua, si rischia che le opere incentivate siano di ammontare superiore a quelle che il settore edilizio nazionale riesce a gestire. E questo sicuramente crea un collo di bottiglia e produce la lievitazione dei costi. Ma questo significa semplicemente che qualsiasi applicazione della Moneta Fiscale, così come qualsiasi politica economica espansiva, deve essere ben calibrata nelle sue dimensioni e modalità.

Altro che “metterla fuori corso”. La Moneta Fiscale, vale a dire i crediti fiscali trasferibili e utilizzabili in compensazione, sono uno strumento di enorme efficacia, e sarebbe folle che lo Stato italiano rinunciasse a utilizzarlo.

sabato 21 gennaio 2023

Come (non) “acquisire credibilità”

 

Ancora a proposito della riforma MES: una motivazione che viene fornita da chi sollecita una rapida ratifica è la necessità di “acquisire e mantenere credibilità di fronte alle istituzioni europee e ai mercati finanziari”.

Questo discorso l’abbiamo sentito fare parecchie volte, nel corso delle tristi vicende che hanno afflitto il nostro paese dalla firma del trattato di Maastricht in poi.

Un esempio significativo è la modifica dell’articolo 81 della Costituzione, riguardante il pareggio del bilancio pubblico.

Lo scopo era mostrare al mondo che si prendeva un impegno irrevocabile e incontrovertibile a “risanare i conti pubblici”, per arrestare la crisi finanziaria che stava scuotendo il mercato dei titoli sovrani eurozonici e in particolare del BTP italiani. Qualcosa tipo Ulisse che si lega all’albero maestro per non sbarcare sulla spiaggia attratto dal canto delle sirene.

Di conseguenza:

L’8.9.2011 il Consiglio dei Ministri approvava il disegno di legge costituzionale.

Il 30.11.2011 la Camera lo approvava in prima lettura.

Il 15.12.2011 il Senato lo approvava in prima lettura.

Il 6.3.2012 la Camera lo approvava in seconda lettura.

Il 17.4.2012 il Senato lo approvava in seconda lettura.

Il 20.4.2012 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano promulgava la legge costituzionale.

Risultato ? lo spread BTP / Bund nei mesi successivi saliva, superando i 500 punti e raggiungendo quindi il livello di allarme che nel 2011 aveva portato al varo dei pacchetti di austerità e alla caduta del governo Berlusconi.

La crisi veniva sopita solo, a partire dal 26.7.2012, dal ben noto discorso di Mario Draghi che ha reso celebre le parole whatever it takes, cioè l’impegno di fronte ai mercati finanziari di intervenire per evitare la rottura dell’eurosistema.

Questo impegno poteva tranquillamente essere assunto un anno prima, evitando il pareggio di bilancio in Costituzione, i pacchetti di austerità, il varo del MES eccetera.

La garanzia su un debito pubblico emesso in moneta straniera, troppo forte per i fondamentali dell’economia, la offre solo l’istituto di emissione.

Tutto il resto non garantisce niente, non rende credibile niente, e produce solo danni.

Pesantissimi.

lunedì 12 dicembre 2022

Banca centrale, indipendenza e dipendenze

 

Ogni volta che mi confronto in pubblico sul tema dell’indipendenza delle banche centrali dal governo, qualche interlocutore commenta che è un’assoluta necessità, perché “prova a immaginarti [nome di un politico che riesce antipatico al commentatore] dare istruzioni al governatore: sarebbe la ricetta sicura per il disastro”.

Un’argomentazione rispettabile come qualsiasi altra, che però trascura un dato di fatto.

Il potere di emettere e gestire la moneta è così importante, così vitale per la conduzione dell’economia, che se la banca centrale è indipendente dal governo, il governo diventa FORTEMENTE DIPENDENTE dalla banca centrale.

Questo dovrebbe essere perfettamente chiaro soprattutto a noi italiani, che abbiamo constatato come la lettera Trichet – Draghi inviata al governo Berlusconi nell’agosto 2011 abbia pesantemente condizionato la politica economica italiana negli anni successivi.

Magari non avete mai votato per Berlusconi e magari lo detestate. Ma vi rendete conto che una banca centrale che dà ordini a un governo è la negazione della democrazia ?

E questo l’abbiamo visto, appunto, verificarsi nel contesto dell’eurozona, dove il progetto moneta unica ha portato l’indipendenza della banca centrale alla sua più completa attuazione.

Poi magari non siete estimatori della democrazia rappresentativa parlamentare, e gli preferite, appunto, il governo dei banchieri centrali.

Però allora ditelo chiaramente.

E poi domandatevi anche quali risultati l’applicazione di questo principio, la banca centrale che comanda sul governo, abbia prodotto. A me, e mi permetto di dire a qualsiasi osservatore in buona fede, pare che gli effetti siano stati pessimi, per non dire catastrofici.

La domanda “volete una banca centrale indipendente dal governo ?” la trovo mal posta, anzi fuorviante.

La domanda corretta è: cosa preferite, la banca centrale dipendente dal governo, o il governo dipendente dalla banca centrale ?

venerdì 5 agosto 2022

Se Draghi è indispensabile, l’euro non funziona


Subito dopo la caduta del governo Draghi, una marea di commentatori si strappava i capelli al pensiero che era venuta meno “la garanzia per l’Italia di fronte alla BCE”. 

Senza Draghi, non verremo più trattati con un occhio di riguardo, era (ed è) la lamentazione. Senza Draghi, subiremo le peggio cose.

Che Draghi avrebbe avuto questo effetto, è tutto da dimostrare (durante i suoi diciassette mesi di governo, lo spread non ha fatto altro che aumentare). Ma il punto più importante, che tende a sfuggire, è un altro.

Sfugge che se tutto questo fosse vero, sarebbe semplicemente la ziliardesima prova che dobbiamo tornare ad emettere la nostra moneta.

Perché se anche fosse vero che solo Draghi può evitarci terribili conseguenze dovute all’azione, o all’inazione, della BCE, Draghi (a cui auguro lunga vita) non è immortale, né come essere umano né come presidente del consiglio. Anzi come PdC è ormai dimissionario e in carica solo per gli affari correnti, ma se anche le sue dimissioni non si fossero verificate, le elezioni erano comunque destinate a svolgersi tra non molti mesi.

A inizio 2023 comunque sarebbero arrivate, e non risulta che Draghi avesse alcuna velleità di candidarsi. Per cui l’ipotetico “scudo Draghi” se mai fosse esistito avrebbe avuto, a questo punto, solo alcuni mesi di vita residua.

Il tema su cui riflettere è quasi banale, ma a quanto pare in parecchi lo ignorano o lo trascurano.

Se la tenuta di un sistema dipende da una persona, il sistema è da buttare a mare. Il prima possibile. Perché è destinato a non reggere.

Un assetto organizzativo è ben costruito se funziona a prescindere dagli individui. L’eurosistema invece regge con estrema fatica e con enormi inefficienze. È fortemente disfunzionale. Va completamente riformato, o buttato a mare nella sua interezza.

E la presunta insostituibilità di Draghi ne è una prova molto, molto evidente.