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mercoledì 22 ottobre 2025

Austerità e diete

 

Imporre austerità a un paese che non ha problemi di inflazione è come mettere a dieta stretta una persona in perfetto peso forma. Questo è quanto ha fatto all’Italia, tra il 2011 e il 2013, la triade UE – Monti – Letta.

L’unico risultato possibile era indebolire l’organismo, cioè l’economia, e questo è accaduto.

I danni inflitti al paese dalla triade sopra menzionata sono stimabili nell’ordine non di centinaia ma di migliaia di miliardi. Questo in termini strettamente economici. Poi ci sono state vite rovinate, carriere spezzate, famiglie ridotte in povertà e disperazione, giovani privati di prospettive.

E la UE secondo qualcuno dovrebbe essere la soluzione di non si sa che ?

 

lunedì 8 settembre 2025

L’assurda austerità francese

 

Oggi sapremo se il governo francese regge o viene sfiduciato. Qualunque cosa succeda, è bene integrare le considerazioni dell'ultimo post con un ulteriore dato.

Si è visto che la motivazione di “mettere sotto controllo il debito pubblico” è infondata e pretestuosa. Una manovra restrittiva manderebbe l’economia in recessione e con ogni probabilità PEGGIOREREBBE il rapporto debito pubblico / PIL. Vedi Italia 2011.

Altrettanto infondata è la spiegazione secondo la quale la Francia ha bisogno di ridimensionare il debito privato a causa di presunti, eccessivi livelli di saldi commerciali esteri e di posizione finanziaria internazionale. Per due ragioni: queste variabili non si trovano a livelli preoccupanti, e in ogni caso i problemi di debito privato, anch’essi, si aggravano se viene attuata una manovra fortemente restrittiva. Motivo ? esplodono le insolvenze di aziende e di privati. Anche qui, vedi Italia post 2011.

L’unica ragione sensata per fare austerità in Francia sarebbe un livello troppo elevato di inflazione, purché causata da eccesso di domanda aggregata.

Ma a quanto si attesta l’inflazione in Francia ? all’1%.

L’austerità che si cerca di imporre alla Francia è un pretesto, o se vogliamo una leva, per ottenere altri risultati. Attacco ai diritti, ai redditi, allo stato sociale. Crescita delle diseguaglianze.

Vediamo se passa. Spero e credo di no.

domenica 27 ottobre 2024

Italia, Germania, euro e austerità

 

E’ interessante riflettere sull’evoluzione del PIL procapite italiano e di quello tedesco, nell’ultimo quarto di secolo. In particolare suddividendo questo arco temporale in cinque fasi.

Il primo periodo inizia nel 1998, ultimo anno prima dell’introduzione dell’euro, e termina nel 2007, picco delle economie occidentali prima della grande crisi finanziaria mondiale (fallimento Lehman).

Il secondo periodo arriva fino al 2010: la reazione post crisi.

Il terzo periodo termina nel 2014: il quadriennio in cui il recupero dell’economia italiana è stato tarpato dalle politiche di austerità, “prescritte” dalla UE con l’obiettivo (completamente fallito) di “rimettere in ordine i conti pubblici e il debito”.

Il quarto periodo arriva al 2019: gli anni in cui se non altro si è evitato di fare ulteriori danni con ulteriore austerità.

Infine, gli anni successivi fino a oggi: il Covid, la crisi ucraina e le conseguenze.

Il confronto è effettuato sul PIL procapite in dollari a parità di potere d’acquisto 2017, cioè corretto per le differenze di prezzi verificatesi nel tempo e tra i due paesi. Un indicatore omogeneo dei redditi medi, in altri termini. Fonte: Fondo Monetario Internazionale.

Si scoprono diverse cose interessanti.


Nel 1998, ultimo anno prima dell’euro, Italia e Germania stavano esattamente allo stesso livello.

Gli anni fino al 2007 sono di decorosa crescita, ma l’Italia comincia a perdere terreno. Si apre una differenza del 4,5%.

Il triennio della grande crisi finanziaria viene superato dalla Germania che recupera i livelli pre-Lehman, ma non dell’Italia. Scivoliamo indietro dell’11% circa.

Gli anni dell’austerità europrescritta sono una vera catastrofe. Andiamo a -20% abbondante. Grazie UE, grazie Monti, grazie Fornero, grazie Letta.

A questo punto si riconosce che la strada è sbagliata. Non si inverte la direzione, non sia mai. Però quantomeno non si peggiorano le cose. I 20-21 punti rimangono sostanzialmente quelli fino al 2019.

Poi arriva il Covid, arriva l’Ucraina. Si sospendono i vincoli di bilancio. L’Italia rilancia gli investimenti con il Superbonus (che sicuramente poteva essere fatto meglio: ma è stato molto più positivo farlo che non fare nulla). La Germania scopre che senza gas russo a buon mercato il suo sistema industriale non è esattamente quella meraviglia che tutti pensavano.

Stavolta è la Germania che dopo cinque anni non ha affatto recuperato i livelli precrisi. L’Italia sì e anzi a distanza di DICIASSETTE (!) anni supera, finalmente, il PIL procapite 2007. I punti in meno rispetto alla Germania scendono a quattordici. Sempre tanti, però…

Però, con il venir meno dell’austerità, finalmente una significativa inversione di tendenza.

sabato 1 giugno 2024

La definizione di austerità

 

A sentire gli euroausterici – ne avevo già parlato in post precedenti, ad esempio in questo – in Italia non si è mai fatta austerità, dopo la Grande Crisi Finanziaria del 2008, se non (forse) nel periodo 2011-2013. Perché viene sostenuta questa tesi ? perché c’è sempre stato un deficit pubblico, e perché il debito pubblico in rapporto al PIL non è diminuito.

E’ un’affermazione insensata perché deficit e debito sono la risultante non solo delle politiche fiscali, ma anche e soprattutto dei loro effetti di retroazione. Che in parole povere significa: se io adotto politiche restrittive, l’effetto sul deficit e sul debito può essere di innalzarli e non di abbassarli, in quanto le restrizioni riducono il gettito fiscale e riducono il PIL.

Detto altrimenti, se deficit e debito non calano, ciò NON significa necessariamente che si stiano adottando politiche espansive. Può essere che le politiche siano restrittive – MA CONTROPRODUCENTI, anche dal punto di vista dei saldi di finanza pubblica. E in Italia è avvenuto esattamente questo.

Il che rende però necessaria una definizione più precisa di che cosa si intenda per austerità. E la definizione che propongo è la seguente.

C’è austerità quando, nonostante livelli di inflazione sotto controllo e magari addirittura inferiori al target del 2% generalmente adottato dalle banche centrali, l’occupazione è debole: ci sono molti disoccupati, molti lavoratori potenziali che rinunciano a cercare lavoro perché scoraggiati, e molti lavoratori precari e part-time.

Secondo questo criterio, dal 2011 in poi in Italia c’è SEMPRE stata austerità, salvo nel periodo in cui il Covid ha costretto il governo a effettuare forti interventi di sostegno (e la UE ad accettare che avvenissero). La crescita è stata debole se non inesistente o negativa, l’occupazione problematica e precaria, e l’inflazione – rispetto ai target fissati dalla BCE stessa – troppo bassa.

L’unico periodo di inflazione elevata è stato causato non da eccesso di domanda, ma da fenomeni esterni – problemi nelle catene di fornitura post lockdown, guerra in Ucraina. Ma siamo ormai rientrati stabilmente sotto il 2%.

Per cui sì, in Italia dal 2011 abbiamo vissuto, E SIAMO TUTTORA, in un contesto di austerità pressoché permanente. Con gravissimi danni all’occupazione, alla crescita, al tessuto economico. E SENZA aver minimamente risolto i problemi della finanza pubblica – problemi che peraltro non sarebbero MAI esistiti se non fossimo entrati nell’euro.

sabato 20 aprile 2024

Le due più grandi bugie della finanza pubblica

 

In materia di deficit e di debito pubblico, le bugie e le mistificazioni che tocca leggere e ascoltare sono innumerevoli. Fare una classifica delle più fuorvianti, ignobili e spudorate è un compito arduo.

Però ce ne sono due che si stagliano sopra le altre.

La prima è che l’austerità riduca il debito pubblico di un paese, in rapporto al suo PIL. Austerità è quando una combinazione di politiche fiscali restrittive – tagli di spesa e aumenti di tasse – costringe l’economia del paese in questione a lavorare al di sotto delle sue capacità, quindi a contrarre produzione e occupazione.

L’effetto SICURO è che aumentano povertà, disoccupazione, precarietà e disagio sociale.

L’effetto TOTALMENTE ALEATORIO è che il debito / PIL cali. I presunti “risparmi” sono compensati, almeno in parte ma forse anche più che proporzionalmente, dalla diminuzione del gettito fiscale dovuta ai bassi livelli di attività economica. E il denominatore del rapporto diminuisce.

L’altra macrobugia è che il paese si impoverisca se il debito pubblico sale, e che si arricchisca se scende. Il debito pubblico è uno strumento messo a disposizione di famiglie e aziende per impiegare il proprio risparmio finanziario. A parità di altre condizioni, meno debito pubblico significa meno risparmio finanziario privato. Che significa meno ricchezza, non più ricchezza.

Dovrebbero essere ovvietà. E invece…

sabato 23 marzo 2024

La follia dell’austerità 2011-2013

 

Sarà che sono passati più di dieci anni e la memoria collettiva è labile, ma ogni tanto rispuntano commentatori vari a sostenere che “in realtà l’Italia non ha mai fatto austerità” oppure che “beh sì c’è stata negli anni della crisi dei debiti sovrani ma era indispensabile perché Berlusconi stava portando il paese al fallimento”.

A questi signori, è bene ricordare quanto segue.

I pacchetti di interventi fiscali restrittivi (tagli e tasse) sono stati fatti trangugiare a viva forza all’ultimo governo Berlusconi a partire dalla primavera del 2011. Ovviamente questo non ha risolto la crisi dello spread e ne è risultata la caduta del governo e (a novembre) l’insediamento di Mario Monti.

Le feroci azioni di restrizione fiscale – IMU, legge Fornero, aumento dell’IVA, tagli a sanità ed investimenti pubblici – non hanno minimamente risolto il problema della finanza pubblica.

Hanno invece provocato tredici trimestri complessivi di discesa del PIL reale, con cinque punti percentuali di decrescita cumulata (nel periodo in cui invece tutto il resto del mondo recuperava), decine di migliaia di fallimenti, quattro milioni di persone in più in povertà assoluta (in pratica, ridotte a fare la fila alla Caritas, o giù di lì).

E il debito pubblico ?

Il debito pubblico in rapporto al PIL è AUMENTATO dal 119% al 132%, per il peggior motivo possibile – la caduta del denominatore.

Nell’estate del 2012 si è quindi preso atto che si stava buttando benzina sul fuoco invece di spegnerlo con l’acqua. E quindi è intervenuto Mario Draghi con il whatever it takes: l’impegno della BCE a fare quello che fanno tutte le altre banche centrali, cioè a sostenere il debito pubblico in caso di necessità.

Questo ha prodotto finalmente il rientro a livelli accettabili dello spread di rendimento tra BTP e Bund; ma non il recupero del PIL, che le assurde politiche fiscali messe in atto nel frattempo hanno fatto proseguire ancora per un anno e mezzo, con danni ciclopici.

Quando ricordi tutte queste cose, l’euroausterico di turno spesso ribatte che “il whatever in takes senza austerità non ci sarebbe stato, la BCE non l’avrebbe posto in essere”.

Quest’ultima affermazione francamente non ricordo, ai tempi, che fosse stata formulata da nessun alto esponente della BCE né tantomeno da Draghi. Ma se corrispondesse alla realtà, non sarebbe che un’ulteriore prova della follia del sistema.

Per “risolvere” un problema di finanza pubblica metti in atto una serie di azioni che DEVASTANO l’economia e PEGGIORANO i livelli di debito. Ponendoli però come precondizione per pronunciare tre parole che mettono immediatamente fine alla crisi, come si poteva fare un anno prima – in condizioni MOLTO MIGLIORI, MOLTO MENO DETERIORATE.

Un comportamento del genere è poco definirlo folle. La parola giusta è CRIMINALE.

 

sabato 16 dicembre 2023

I negazionisti dell’austerità

 

C’è da riflettere su questo scambio di tweet.

C’è ancora in circolazione qualche mohicano che nega l’attuazione di politiche di austerità da parte dell’Italia, e i danni conseguenti.

Il punto è che secondo questi commentatori, inclusi quelli che vantano titoli accademici, non c’è austerità se il bilancio pubblico rimane in deficit, e non c’è austerità se il debito pubblico comunque continua a crescere in rapporto al PIL.

La verità è che l’Italia è stata letteralmente massacrata da IMU, riforma Fornero, aumento dell’IVA, tagli di spesa e investimenti pubblici, soprattutto per effetto delle “ricette” UE adottate tra il 2011 e il 2013, e ha proseguito a ricercare ossessivamente il contenimento del deficit pubblico fino al 2019, prima che il Covid sparigliasse le carte.

Certo, il bilancio pubblico non ha mai raggiunto il pareggio. Certo, il debito in rapporto al PIL non è diminuito. Ma questo dimostra soltanto che l’austerità, che c’è stata, è stata catastrofica, fallimentare. A partire da metà 2011, abbiamo subito piacevolezze quali tredici trimestri consecutivi di contrazione del PIL, decine di migliaia di fallimenti, il raddoppio della popolazione in condizione di povertà assoluta.

E la caduta del PIL e di conseguenza del gettito fiscale ha azzerato i presunti benefici dell’austerità su debito e deficit.

L’austerità non si misura sulla base di uno specifico livello, o di una specifica variazione, di deficit e debito.

C’è austerità quando il deficit pubblico è insufficiente a garantire il pieno impiego delle forze produttive del paese, nonostante non sussistano problemi di inflazione né di deficit estero da finanziare in valuta. Problemi di cui l’Italia non soffriva.

Sì, l’austerità c’è stata. E sì, è stata un disastro.

 


venerdì 9 ottobre 2020

Austerità: la non soluzione di un non problema


L’economia italiana si trova in una situazione catastrofica in seguito all’ingresso nell’eurosistema e alle folli regole di funzionamento di quest’ultimo.

Situazione surreale ancor più che insensata. Per comprenderlo pienamente, riflettete in primo luogo sul fatto che l’ingresso nell’euro ha trasformato un debito in moneta nazionale (in realtà, una forma di emissione monetaria) in un debito in valuta straniera.

In altri termini, ha trasformato in un debito VERO qualcosa che prima non lo era affatto.

Creato senza alcuna necessità questo giogo finanziario, si è poi provveduto, soprattutto a partire dal 2011, a imporre regole di ricerca del pareggio di bilancio pubblico, che sono totalmente controproducenti per assicurare lo sviluppo dell’economia, e totalmente inutili allo scopo di risolvere il problema (creato dal nulla) del debito pubblico (in moneta straniera).

L’austerità imposta in un periodo di depressione economica, in cui il paese (come tutto il mondo occidentale) si è trovato in seguito alla crisi finanziaria mondiale del 2008, ha ottenuto il risultato di deflazionare la domanda, abbattere consumi e investimenti, tarpare il potenziale produttivo, e ovviamente NON ha ridotto (al contrario) il rapporto tra debito pubblico e PIL.

Si è creato un problema enorme dove non esisteva, e poi si sono adottati meccanismi che infliggono giganteschi danni all’economia pretendendo (senza minimamente riuscirci) di risolverlo.

Complimenti vivissimi ai vari Andreatta, Ciampi, Monti, Padoa Schioppa, Prodi. Neanche una guerra avrebbe creato all’Italia danni economici maggiori di quanti ne hanno generati loro.

 

giovedì 5 settembre 2019

Per gli euroausterici, la ricchezza si prende a prestito


Nel dibattere con i sostenitori dell’attuale eurosistema – inteso come combinazione della moneta comune europea e delle connesse regole che forzano all’austerità e alla deflazione – mi ritrovo spesso a fronteggiare l’accusa di “voler creare ricchezza stampando”.

Ovviamente non ho mai sostenuto che stampare moneta di per sé crei ricchezza.

Ho invece affermato, e le evoluzioni dell’economia italiana ed europea degli ultimi anni non hanno fatto che confermarmelo, una cosa alquanto diversa.

Quando l’economia sta viaggiando considerevolmente al di sotto del suo potenziale e l’inflazione è troppo bassa (lo dice la BCE, non io) immettere potere d’acquisto stampando moneta (o un suo succedaneo) mette al lavoro risorse produttive inattive e aumenta produzione, reddito e occupazione.

Il tutto, senza necessità di collocare debito sul mercato, e senza innalzare l’inflazione a livelli indesiderati.

Un aspetto ironico di tutto ciò è che, al contrario, gli euroausterici erano convinti (prima della sua introduzione) che l’euro avrebbe migliorato la situazione economica dell’Italia. In altri termini, che avrebbe arricchito il paese. E continuano oggi a ripetere che modificare l’attuale eurosistema ci porterebbe al disastro.

Non si capisce perché mai l’Italia avrebbe dovuto beneficiare dall’utilizzo di una moneta emessa da terzi, e sopravvalutata rispetto ai fondamentali del paese.

Secondo gli euroausterici, io (e molti altri) credo / crediamo che ci si arricchisca per il semplice fatto di stampare.

Non è così, come ho spiegato sopra, ed è quindi risibile l’”argomentazione” (tipica anche questa degli euroausterici) che “se bastasse stampare moneta, tutti i paesi sarebbero ricchi”.

Al contrario, LORO pensano che si diventi “ricchi”, o quantomeno che la propria situazione economica migliori, utilizzando una moneta forte, emessa e gestita da altri.

La mia risposta agli euroausterici è che se bastasse usare una moneta più forte della propria per diventare ricchi, il Bangladesh sarebbe come gli USA, alla sola condizione di utilizzare il dollaro.

Non sono IO a credere che la ricchezza si stampi. Sono LORO convinti che la ricchezza si prenda a prestito.


giovedì 23 luglio 2015

Gli equivoci sull’austerità



Si sente spesso dire, da parte di parecchi commentatori dell’Eurocrisi (compresi molti eurocritici) che un certo livello di austerità era comunque inevitabile. Questa affermazione ha degli elementi di verità, ma va meglio qualificata.

Prendiamo il caso greco, ovviamente il più eclatante ed esasperato. Prima della crisi Lehman scoppiata nel 2008, la Grecia aveva raggiunto livelli di deficit – sia pubblico che commerciale – superiori al 10%.

Concentriamoci sul deficit commerciale, che è quello realmente rilevante per supportare l’affermazione che un determinato paese “vive al disopra dei propri mezzi”. Il deficit commerciale indica che la spesa totale del paese supera la produzione: questo comporta la crescita dell’indebitamento netto verso l’estero.

Nel momento in cui non è più possibile finanziare il debito estero, e salvo l’improbabile eventualità di elevare di colpo la produzione interna, il riequilibrio dei saldi commerciali richiede, evidentemente, la riduzione della spesa totale.

A partire dal 2009, una minore spesa – meno consumi e meno investimenti – era, effettivamente, inevitabile per la Grecia. Ma era necessario che crollassero anche produzione e occupazione ?

La risposta è negativa. In situazioni simili, paesi dotati della propria moneta (vengono in mente, per esempio, i paesi asiatici nel 1997-8, ma anche, su scala meno accentuata, l’Italia nel 1992) hanno messo in atto un mix di interventi restrittivi sui consumi unitamente al riallineamento del cambio.

In questo modo hanno immediatamente recuperato competitività. La domanda interna è scesa ma i saldi commerciali esteri sono passati da una situazione di deficit a una di surplus. In pratica si è sostituita domanda interna con domanda estera (più export e sostituzione di importazioni con produzioni interne).

Un intervento del genere implica che la popolazione residente abbassi la spesa, ma se ben condotto ha impatti molto più contenuti (potenzialmente anche nulli) sul PIL e sull’occupazione.

In pratica il cittadino del paese che deve riequilibrare i saldi commerciali esteri (cioè tornare a “vivere al livello dei propri mezzi”) spende un po’ meno (quindi risparmia un po’ di più) ma lavora come prima. Mantiene la sua occupazione ma compra qualche auto straniera in meno, fa le vacanze in patria e non all’estero, eccetera.

Questo è un meccanismo di aggiustamento che, se correttamente gestito, non produce nessun effetto drammatico né sull’economia né sul benessere della popolazione.

Il riallineamento del cambio è un elemento molto utile in questo processo di aggiustamento, ma in effetti è possibile attuarlo anche nell’ambito di un’unione monetaria.

La Grecia, per esempio, a partire dal 2009 non avrebbe dovuto adottare un mix di politiche tutte restrittive – più tasse e tagli di spesa. Avrebbe dovuto abbinare interventi restrittivi dei consumi interni – agendo per esempio sull’IVA – con una serie di incentivi (viene in mente per prima cosa una forte riduzione del cuneo fiscale) alla produzione domestica.

A grandi numeri, se prima della crisi la Grecia produceva 100 e spendeva 110, l’aggiustamento doveva condurre a mantenere la produzione invariata nonostante un calo della spesa: sostituendo, come si diceva sopra, domanda netta estera alla minore domanda interna.

Spesso si legge che tutto questo non è possibile (e che non funzionerebbe neanche la svalutazione, se la Grecia reintroducesse la dracma) perché la Grecia ha un settore manifatturiero modesto e poca capacità di esportazione.

Ora, certamente la Grecia non possiede il potenziale industriale della Germania e neanche dell’Italia. Ma ha un export (compresi i servizi, che includono il turismo) di 50 miliardi di euro all’anno su un PIL di 180 e un saldo commerciale estero oggi all’incirca in pareggio. Naturalmente questo pareggio riflette un crollo delle importazioni dovuto alla pesantissima caduta della domanda interna. Ma ciò non toglie che, con una moneta non più sopravvalutata, o anche con azioni di riduzione del carico fiscale che grava sulle produzioni interne, la Grecia potrebbe espandere (rispetto a oggi) domanda, produzione e occupazione mantenendo in equilibrio i saldi commerciali esteri.

Tornando a quanto è accaduto dal 2009 in poi, l’austerità in una certa misura serviva, ma da un lato è stata adottata in misura del tutto eccessiva, dall’altro in forma estremamente male impostata. Fatti pari a 100 il PIL e a 110 la spesa pre-crisi, la Grecia poteva mantenere il primo a 100 e abbassare la spesa allo stesso livello, senza ridurre l’occupazione.

Invece sia il PIL che la spesa sono state abbattute a 75, e la disoccupazione dall’8% è esplosa al 25%.

In Italia, dal 2011 in poi (lettera BCE e avvento del messia Monti…) è avvenuto qualcosa di simile, anche se su scala meno esasperata. Va precisato tuttavia che in Italia il deficit commerciale non era su livelli confrontabili a quelli greci: non ha mai superato, dall’introduzione dell’euro in poi, il 3% annuo.

Quando si afferma che “l’Italia ha vissuto al disopra dei propri mezzi” si introduce un livello di confusione ulteriore. Il problema dell’Italia non è mai stato un alto deficit commerciale, e di conseguenza un elevato debito netto verso l’estero (che è pari al 30% circa del PIL, livelli simili a USA, Regno Unito e Francia).

L’Italia ha, notoriamente, un debito pubblico (non un debito estero) elevato rispetto al PIL. Questo non significa che come paese spendiamo sistematicamente più di quello che produciamo. Significa che in passato sono stati alti i deficit delle amministrazioni pubbliche, finanziati peraltro in larghissima misura da risparmio interno. In pratica, gli italiani hanno prestato allo Stato quello il governo non raccoglieva in tasse.

Nel 2011, si è venuta a creare una situazione di tensione (la famigerata “crisi dello spread”) non perché il deficit pubblico italiano fosse alto, ma perché si è cominciato a temere che l’euro potesse spaccarsi, e che quindi i titoli italiani potessero venire ridenominati in lire, svalutandosi rispetto a quelli tedeschi.

Tanto è vero che lo spread è stato riportato sotto controllo non a seguito delle azioni restrittive del governo Monti, ma (a luglio 2012) dal “whatever it takes” di Draghi: dall’impegno, in altri termini, della BCE a garantire illimitatamente il debito pubblico degli stati membri.

Nel 2011, l’Italia avrebbe potuto di conseguenza (anche senza prendere in considerazione l’ipotesi di uscita dall’euro) adottare un mix di politiche molto più efficaci e sensate. Poteva attuare alcune azioni di riduzioni dei consumi interni unitamente a un consistente abbassamento del cuneo fiscale, nella misura necessaria a riportare i saldi commerciali esteri in equilibrio: da -3% a zero, in pratica, ma senza penalizzare produzione interna e occupazione.

Quanto ai conti pubblici, l’azione decisiva (in regime di unione monetaria, quindi di debito che l’Italia non può garantire, essendo denominato in una moneta che l’Italia non controlla) poteva effettuarla soltanto la BCE: il “whatever it takes”, appunto.

La BCE, si dice, era disponibile a farlo solo a condizione che il saldo spese / incassi della pubblica amministrazione fosse stato riportato al di sotto di determinati livelli. Ma anche in questo caso esistevano altre modalità d’azione: per esempio introdurre prelievi fiscali compensati da Certificati di Credito Fiscale – prelievi di euro, in pratica, a fronte di erogazioni di titoli che danno diritto a sgravi fiscali futuri, secondo le modalità qui delineate.

Era possibile, in altri termini, ribilanciare il saldo tra entrate e uscite pubbliche in euro con un impatto enormemente meno depressivo e deflattivo sulla domanda interna, e con conseguenze molto ma molto meno drammatiche su PIL e occupazione.

sabato 23 febbraio 2013

Perchè (certi) politici non cambiano mai idea

Forse non è niente di particolarmente originale ma… non guasta riflettere sui motivi per i quali i politici non ammettono i propri errori, a dispetto delle smentite che la realtà quotidiana fornisce. Dal blog di Paul Krugman, questo commento (oggi) in merito al Cancelliere dello Scacchiere (il Ministro delle Finanze) inglese George Osborne, e ai pessimi risultati delle sue politiche di austerità.

“Suppose George Osborne were to admit that austerity isn’t working. What, then, would be left of his claim to be qualified to do, well, anything? He has to stick it out until something turns up, no matter how many lives it destroys… The point is that a large part of the reason we’re locked into such a mess is careerism. And yes, that’s quite vile, if you think about it: politicians and pundits alike letting the world burn — probably unconsciously, but still — because their personal position would be hurt if they admitted to past mistakes.”

“Immaginate che George Osborne ammetta che l’austerità non sta funzionando. Che cosa rimarrebbe, allora, della sua pretesa di essere qualificato per – bè, qualsiasi cosa ? E’ costretto a sostenere la sua posizione finchè qualcosa capita, e non importa quante vite si distruggono nel frattempo… Il punto è che buona parte del motivo per cui siamo incastrati in questo disastro è il carrierismo. E sì, è alquanto ripugnante se ci pensate: politici, così come esperti, che lasciano bruciare il mondo – probabilmente in modo inconscio, ma così è – perché la loro personale posizione sarebbe danneggiata se ammettessero gli errori passati”.
 
”In modo inconscio” non ci giurerei. Per il resto, ho solo da aggiungere che quanto sopra è ancora più vero se a “George Osborne” sostituiamo per esempio “Mario Monti”, “Alberto Alesina”, “Herman Van Rompuy” o “Olli Rehn".