Si sente spesso
dire, da parte di parecchi commentatori dell’Eurocrisi (compresi molti eurocritici) che
un certo livello di austerità era comunque inevitabile. Questa affermazione ha
degli elementi di verità, ma va meglio qualificata.
Prendiamo il caso
greco, ovviamente il più eclatante ed esasperato. Prima della crisi Lehman
scoppiata nel 2008, la Grecia aveva raggiunto livelli di deficit – sia pubblico
che commerciale – superiori al 10%.
Concentriamoci sul
deficit commerciale, che è quello realmente rilevante per supportare
l’affermazione che un determinato paese “vive al disopra dei propri mezzi”. Il
deficit commerciale indica che la spesa totale del paese supera la produzione:
questo comporta la crescita dell’indebitamento netto verso l’estero.
Nel momento in cui
non è più possibile finanziare il debito estero, e salvo l’improbabile
eventualità di elevare di colpo la produzione interna, il riequilibrio dei
saldi commerciali richiede, evidentemente, la riduzione della spesa totale.
A partire dal
2009, una minore spesa – meno consumi e meno investimenti – era,
effettivamente, inevitabile per la Grecia. Ma era necessario che crollassero
anche produzione e occupazione ?
La risposta è
negativa. In situazioni simili, paesi dotati della propria moneta (vengono in
mente, per esempio, i paesi asiatici nel 1997-8, ma anche, su scala meno accentuata, l’Italia nel 1992)
hanno messo in atto un mix di interventi restrittivi sui consumi unitamente al
riallineamento del cambio.
In questo modo
hanno immediatamente recuperato competitività. La domanda interna è scesa ma i
saldi commerciali esteri sono passati da una situazione di deficit a una di
surplus. In pratica si è sostituita domanda interna con domanda estera (più
export e sostituzione di importazioni con produzioni interne).
Un intervento del
genere implica che la popolazione residente abbassi la spesa, ma se ben condotto ha
impatti molto più contenuti (potenzialmente anche nulli) sul PIL e
sull’occupazione.
In pratica il
cittadino del paese che deve riequilibrare i saldi commerciali esteri (cioè
tornare a “vivere al livello dei propri mezzi”) spende un po’ meno (quindi
risparmia un po’ di più) ma lavora come prima. Mantiene la sua occupazione ma
compra qualche auto straniera in meno, fa le vacanze in patria e non
all’estero, eccetera.
Questo è un
meccanismo di aggiustamento che, se correttamente gestito, non produce nessun
effetto drammatico né sull’economia né sul benessere della popolazione.
Il riallineamento
del cambio è un elemento molto utile in questo processo di aggiustamento, ma in
effetti è possibile attuarlo anche nell’ambito di un’unione monetaria.
La Grecia, per
esempio, a partire dal 2009 non avrebbe dovuto adottare un mix di politiche
tutte restrittive – più tasse e tagli di spesa. Avrebbe dovuto abbinare
interventi restrittivi dei consumi interni – agendo per esempio sull’IVA – con
una serie di incentivi (viene in mente per prima cosa una forte riduzione del
cuneo fiscale) alla produzione domestica.
A grandi numeri,
se prima della crisi la Grecia produceva 100 e spendeva 110, l’aggiustamento
doveva condurre a mantenere la produzione invariata nonostante un calo della
spesa: sostituendo, come si diceva sopra, domanda netta estera alla minore domanda
interna.
Spesso si legge
che tutto questo non è possibile (e che non funzionerebbe neanche la
svalutazione, se la Grecia reintroducesse la dracma) perché la Grecia ha un
settore manifatturiero modesto e poca capacità di esportazione.
Ora, certamente la
Grecia non possiede il potenziale industriale della Germania e neanche
dell’Italia. Ma ha un export (compresi i servizi, che includono il turismo) di
50 miliardi di euro all’anno su un PIL di 180 e un saldo commerciale estero
oggi all’incirca in pareggio. Naturalmente questo pareggio riflette un crollo
delle importazioni dovuto alla pesantissima caduta della domanda interna. Ma
ciò non toglie che, con una moneta non più sopravvalutata, o anche con azioni
di riduzione del carico fiscale che grava sulle produzioni interne, la Grecia
potrebbe espandere (rispetto a oggi) domanda, produzione e occupazione
mantenendo in equilibrio i saldi commerciali esteri.
Tornando a quanto
è accaduto dal 2009 in poi, l’austerità in una certa misura serviva, ma da un lato è stata
adottata in misura del tutto eccessiva, dall’altro in forma estremamente
male impostata. Fatti pari a 100 il PIL e a 110 la spesa pre-crisi, la Grecia
poteva mantenere il primo a 100 e abbassare la spesa allo stesso livello, senza ridurre l’occupazione.
Invece sia il PIL
che la spesa sono state abbattute a 75, e la disoccupazione dall’8% è esplosa
al 25%.
In Italia, dal
2011 in poi (lettera BCE e avvento del messia Monti…) è avvenuto qualcosa di
simile, anche se su scala meno esasperata. Va precisato tuttavia che in Italia
il deficit commerciale non era su livelli confrontabili a quelli greci: non ha
mai superato, dall’introduzione dell’euro in poi, il 3% annuo.
Quando si afferma
che “l’Italia ha vissuto al disopra dei propri mezzi” si introduce un livello
di confusione ulteriore. Il problema dell’Italia non è mai stato un alto
deficit commerciale, e di conseguenza un elevato debito netto verso l’estero
(che è pari al 30% circa del PIL, livelli simili a USA, Regno Unito e Francia).
L’Italia ha,
notoriamente, un debito pubblico (non un debito estero) elevato rispetto al
PIL. Questo non significa che come paese spendiamo sistematicamente più di
quello che produciamo. Significa che in passato sono stati alti i deficit delle
amministrazioni pubbliche, finanziati peraltro in larghissima misura da
risparmio interno. In pratica, gli italiani hanno prestato allo Stato quello il
governo non raccoglieva in tasse.
Nel 2011, si è
venuta a creare una situazione di tensione (la famigerata “crisi dello spread”)
non perché il deficit pubblico italiano fosse alto, ma perché si è cominciato a
temere che l’euro potesse spaccarsi, e che quindi i titoli italiani potessero
venire ridenominati in lire, svalutandosi rispetto a quelli tedeschi.
Tanto è vero che
lo spread è stato riportato sotto controllo non a seguito delle azioni
restrittive del governo Monti, ma (a luglio 2012) dal “whatever it takes” di
Draghi: dall’impegno, in altri termini, della BCE a garantire illimitatamente
il debito pubblico degli stati membri.
Nel 2011, l’Italia
avrebbe potuto di conseguenza (anche senza prendere in considerazione l’ipotesi
di uscita dall’euro) adottare un mix di politiche molto più efficaci e sensate.
Poteva attuare alcune azioni di riduzioni dei consumi interni unitamente a un
consistente abbassamento del cuneo fiscale, nella misura necessaria a riportare
i saldi commerciali esteri in equilibrio: da -3% a zero, in pratica, ma senza
penalizzare produzione interna e occupazione.
Quanto ai conti
pubblici, l’azione decisiva (in regime di unione monetaria, quindi di debito
che l’Italia non può garantire, essendo denominato in una moneta che l’Italia
non controlla) poteva effettuarla soltanto la BCE: il “whatever it takes”,
appunto.
La BCE, si dice,
era disponibile a farlo solo a condizione che il saldo spese / incassi della
pubblica amministrazione fosse stato riportato al di sotto di determinati
livelli. Ma anche in questo caso esistevano altre modalità d’azione: per
esempio introdurre prelievi fiscali compensati da Certificati di Credito Fiscale
– prelievi di euro, in pratica, a fronte di erogazioni di titoli che danno
diritto a sgravi fiscali futuri, secondo le modalità qui delineate.
Era possibile, in
altri termini, ribilanciare il saldo tra entrate e uscite pubbliche in euro con
un impatto enormemente meno depressivo e deflattivo sulla domanda interna, e
con conseguenze molto ma molto meno drammatiche su PIL e occupazione.