Visualizzazione post con etichetta Carlo Azeglio Ciampi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Carlo Azeglio Ciampi. Mostra tutti i post

mercoledì 19 marzo 2025

Draghi, Ciampi e la sovranità

 

L’audizione di Mario Draghi di ieri, di fronte alle commissioni parlamentari, è stata, possiamo dirlo, surreale. In pratica si sintetizza con “abbiamo sbagliato tutto per un quarto di secolo quindi dateci tutto il potere che adesso ci pensiamo noi a sistemare”.

Ovviamente i media asserviti e i fan (qualcuno ce n’è ancora) che pendono dalle sue labbra lo stanno ricoprendo di elogi, rimpiangono che al momento non sia presidente di nulla e auspicano che sia prontamente nominato (non eletto, il popolo bue non è in grado di apprezzarne la grandezza) Supremo Assoluto Totalitario Autocrate delle Nazioni Associate, o qualcosa del genere.

Tra le altre cose, tentando di giustificare la necessità di cedere sovranità, Draghi ha citato il suo noto (non fatemi dire illustre) predecessore Carlo Azeglio Ciampi, nei termini qui riportati.

Capito il concetto ? cedendo sovranità “all’Europa” in realtà la si conquista. Esattamente come entrando nell’euro si è persa sovranità che in realtà non esisteva, perché si era vincolati a seguire le decisioni della Bundesbank. Mentre adesso un pezzettino di sovranità l’abbiamo, in quanto siamo seduti al tavolo dove le decisioni si prendono.

Se fossi stato presente, avrei obiettato che la necessità di seguire le decisioni della Bundesbank era esclusivamente dettata dalla volontà di mantenere il cambio fisso con il marco (finché ci si riusciva, perché a un certo punto diventava comunque impossibile). Tenendoci la lira e lasciando fluttuare il cambio non ce ne sarebbe stato alcun bisogno.

Mi sarebbe piaciuto obiettare, ma mi rendo anche conto che sarebbe stato inutile. Le obiezioni a Draghi le puoi fare.

Solo che lui non risponde.


lunedì 18 aprile 2016

L’illusione del debito a basso costo



La rottura dello SME, avvenuta nel settembre del 1992, ha creato problemi a una serie di cittadini e di aziende italiane che avevano contratto indebitamento in valuta straniera (principalmente ECU, marchi, fiorini, franchi svizzeri).

In realtà indebitarsi in valuta è una scelta perfettamente ragionevole se si svolge un’attività che produce redditi espressi in quella stessa valuta, e/o se ci si indebita per effettuare in investimento, ancora una volta, in quella valuta. E’ in effetti una forma di copertura del rischio di cambio.

Quindi è ragionevole assumere debito in dollari per un’azienda che esporta negli USA, o in franchi svizzeri per un privato che compra casa a Lugano o a Interlaken.

Diversamente, un’azienda o un individuo che si indebita in una moneta “forte” effettua invece un’operazione speculativa. Scommette, in altri termini, sul fatto che la sua valuta di riferimento non si svaluterà rispetto a quella in cui si è indebitato – o non in misura superiore al risparmio di interessi che nel frattempo si ottiene.

Chi aveva assunto debiti in franchi svizzeri o in ECU per comprare casa in Italia, pagando, ai tempi, il 3% invece dell’8% o qualcosa del genere, consapevolmente o no aveva assunto un rischio di cambio. A qualcuno, va detto, è andata bene, perché aveva finito di pagare il mutuo (o la sua maggior parte) prima della rottura dello SME.

Molti altri si sono invece trovati nei guai. Sfortunati, si disse ai tempi, ma anche ingenui.

Ora, un aspetto paradossale dell’ingresso italiano nell’euro è che lo stesso tipo di ingenuità, su scala enormemente maggiore, è stato commesso dalla classe politica italiana di allora – i Ciampi, i Prodi, gli Amato. Che hanno creduto di risolvere il problema dell’alto debito pubblico italiano convertendolo in una moneta più forte – l’euro – e quindi con tassi d’interesse inferiori.

Ancora nel 2005, stando a questo articolo, Ciampi continuava a “tirare fuori dalla giacca un foglietto che gli è caro fin dall’ormai lontano 1998, che continua tuttora ad aggiornare e dal quale non si separa mai. E’ il grafico sull’andamento dei nostri tassi d’interesse, che allora ci consentì di tagliare il traguardo di Maastricht, e che ancora oggi, nonostante il preoccupante riaprirsi della forbice tra i rendimenti dei BTP italiani e dei Bund tedeschi, ci consente di risparmiare decine di miliardi di euro.”

Chissà se quel foglietto Ciampi lo tiene ancora in tasca. Sospetto, tra parentesi, che i calcoli fossero basati su ipotesi molto discutibili.

Ma comunque, l’insigne ex presidente ha commesso (e fatto commettere al suo paese, ahinoi) la stessa ingenuità di chi prima nel 1992 aveva contratto il mutuo in ECU: pensare che il risparmio di interessi fosse un vantaggio, senza tener conto che si convertiva il debito da moneta debole a moneta forte…

La stessa ingenuità ? no, in realtà l’errore è stato MOLTO peggiore. Perché un mutuo in lire o un mutuo in ECU sempre debito erano. Certo, l’ECU-mutuatario si prendeva un rischio di cambio. Certo, forse l’ha fatto senza consapevolezza. Ma l’operazione poteva anche risultare positiva, e per qualcuno (per chi l’ha estinta prima del settembre 1992) lo è stata.

L’Italia, entrando nell’euro, ha sostituito un debito espresso in moneta nazionale con un debito espresso in moneta estera. Un debito in lire che la potestà statale di emissione consentiva SEMPRE E COMUNQUE di rimborsare – in effetti non un debito, ma uno strumento monetario: un deposito a termine presso il Tesoro nazionale - è diventato UN DEBITO VERO…

L’errore è stato catastrofico. La buona notizia è che è risolvibile. La cattiva notizia è che il governo italiano non pare, ancora, essersene reso conto.