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giovedì 30 dicembre 2021

Il sei per mille di Amato

 

Riaffiora il nome di Giuliano Amato come possibile prossimo presidente della repubblica, e Annalisa Cuzzocrea sulla Stampa commenta tra le altre cose che gli viene imputato “il prelievo forzoso del sei per mille sui depositi bancari che – insieme a una finanziaria da 93mila miliardi – servivano a salvare l’Italia dalla bancarotta e dall’isolamento”.

Vicenda questa avvenuta nel luglio del 1992. Il prelievo del sei per mille colpì molto – in negativo – l’immaginazione collettiva perché aveva tutta l’aria di una sgraffignata avvenuta con il favore delle tenebre.

In realtà si trattò di un’azione molto più di immagine che di sostanza. Difficilmente una famiglia media, a quei tempi, teneva in banca sui conti più di una decina di milioni di lire. La liquidità la si parcheggiava in BOT e CCT, felici di portarsi a casa rendimenti del 7%, 10%, 12% (lo lascio come informazione storica a beneficio dei fenomeni che ripetono come un disco rotto “ma chi mai comprerebbe titoli di Stato in lire ?").

Il sei per mille di dieci milioni sono 60.000 lire, trenta euro odierni; che a potere d’acquisto attuale corrispondono a 50-60.

Se ti sfilano di tasca cinquanta o sessanta euro non sei felice, ma è difficile pensare che qualcuno abbia avuto difficoltà economiche per una cosa del genere. Certo, in quel periodo non mancarono storie dell’orrore di chi prese una legnata perché aveva trecento milioni sul conto, dovendosi recare due giorni dopo dal notaio a rogitare l’acquisto di una casa. Ma furono episodi del tutto isolati (non che questo consolasse chi ne fu colpito, ovviamente…).

Impattarono molto meno l’immaginazione, ma molto di più il portafogli, altre azioni attuate in quel fatidico 1992. Per esempio, l’introduzione dell’ICI (poi diventata IMU).

Quella che trovo desolante, tuttavia, è l’affermazione della giornalista, secondo la quale tutto ciò sarebbe stato necessario per “salvare l’Italia dalla bancarotta e dall’isolamento”.

MA ANCORA QUI, SIAMO ?

L’Italia non era minimamente a rischio bancarotta nel 1992. Il debito pubblico era in lire e ovviamente la nostra banca centrale era totalmente in grado di assicurarne il rifinanziamento.

Le azioni di Amato non servivano a evitare nessuna bancarotta. Tentavano di evitare un’altra cosa: la rottura dello SME, cioè del sistema di cambi fissi che legava le varie monete europee.

Obiettivo fallito. Dato che la Banca d’Italia poteva emettere lire ma non poteva emettere marchi o fiorini o franchi francesi, le azioni attuate nel luglio del 1992 non servirono affatto ad evitare l’uscita dallo SME e il riallineamento valutario, che infatti avvenne nel settembre 1992. Solo due mesi dopo.

Tutto questo sprofondò l’Italia nell’”isolamento” ? ovviamente no. Tra l’altro, dallo SME uscirono, insieme all’Italia, parecchi altri paesi, tra cui Regno Unito e Svezia.

Regno Unito e Svezia che fecero poi tesoro dell’esperienza – e non entrarono nell’euro. Senza che tutto questo li abbia isolati da nulla, peraltro.

Questa è una storia così nota e analizzata che trovo letteralmente sbalorditivo come chi scrive sui giornaloni paludati, su Stampubblica o sul Corsole, faccia finta di ignorarla.

O magari la ignora sul serio. Che non è un’attenuante.

 

lunedì 18 aprile 2016

L’illusione del debito a basso costo



La rottura dello SME, avvenuta nel settembre del 1992, ha creato problemi a una serie di cittadini e di aziende italiane che avevano contratto indebitamento in valuta straniera (principalmente ECU, marchi, fiorini, franchi svizzeri).

In realtà indebitarsi in valuta è una scelta perfettamente ragionevole se si svolge un’attività che produce redditi espressi in quella stessa valuta, e/o se ci si indebita per effettuare in investimento, ancora una volta, in quella valuta. E’ in effetti una forma di copertura del rischio di cambio.

Quindi è ragionevole assumere debito in dollari per un’azienda che esporta negli USA, o in franchi svizzeri per un privato che compra casa a Lugano o a Interlaken.

Diversamente, un’azienda o un individuo che si indebita in una moneta “forte” effettua invece un’operazione speculativa. Scommette, in altri termini, sul fatto che la sua valuta di riferimento non si svaluterà rispetto a quella in cui si è indebitato – o non in misura superiore al risparmio di interessi che nel frattempo si ottiene.

Chi aveva assunto debiti in franchi svizzeri o in ECU per comprare casa in Italia, pagando, ai tempi, il 3% invece dell’8% o qualcosa del genere, consapevolmente o no aveva assunto un rischio di cambio. A qualcuno, va detto, è andata bene, perché aveva finito di pagare il mutuo (o la sua maggior parte) prima della rottura dello SME.

Molti altri si sono invece trovati nei guai. Sfortunati, si disse ai tempi, ma anche ingenui.

Ora, un aspetto paradossale dell’ingresso italiano nell’euro è che lo stesso tipo di ingenuità, su scala enormemente maggiore, è stato commesso dalla classe politica italiana di allora – i Ciampi, i Prodi, gli Amato. Che hanno creduto di risolvere il problema dell’alto debito pubblico italiano convertendolo in una moneta più forte – l’euro – e quindi con tassi d’interesse inferiori.

Ancora nel 2005, stando a questo articolo, Ciampi continuava a “tirare fuori dalla giacca un foglietto che gli è caro fin dall’ormai lontano 1998, che continua tuttora ad aggiornare e dal quale non si separa mai. E’ il grafico sull’andamento dei nostri tassi d’interesse, che allora ci consentì di tagliare il traguardo di Maastricht, e che ancora oggi, nonostante il preoccupante riaprirsi della forbice tra i rendimenti dei BTP italiani e dei Bund tedeschi, ci consente di risparmiare decine di miliardi di euro.”

Chissà se quel foglietto Ciampi lo tiene ancora in tasca. Sospetto, tra parentesi, che i calcoli fossero basati su ipotesi molto discutibili.

Ma comunque, l’insigne ex presidente ha commesso (e fatto commettere al suo paese, ahinoi) la stessa ingenuità di chi prima nel 1992 aveva contratto il mutuo in ECU: pensare che il risparmio di interessi fosse un vantaggio, senza tener conto che si convertiva il debito da moneta debole a moneta forte…

La stessa ingenuità ? no, in realtà l’errore è stato MOLTO peggiore. Perché un mutuo in lire o un mutuo in ECU sempre debito erano. Certo, l’ECU-mutuatario si prendeva un rischio di cambio. Certo, forse l’ha fatto senza consapevolezza. Ma l’operazione poteva anche risultare positiva, e per qualcuno (per chi l’ha estinta prima del settembre 1992) lo è stata.

L’Italia, entrando nell’euro, ha sostituito un debito espresso in moneta nazionale con un debito espresso in moneta estera. Un debito in lire che la potestà statale di emissione consentiva SEMPRE E COMUNQUE di rimborsare – in effetti non un debito, ma uno strumento monetario: un deposito a termine presso il Tesoro nazionale - è diventato UN DEBITO VERO…

L’errore è stato catastrofico. La buona notizia è che è risolvibile. La cattiva notizia è che il governo italiano non pare, ancora, essersene reso conto.