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lunedì 19 dicembre 2022

La riforma del MES (ancora…)

 

Adesso che la Corte Costituzionale tedesca ha respinto i ricorsi presentati contro la riforma del MES, presumibilmente il Bundestag la approverà in tempi rapidi. La Germania sarà quindi il penultimo paese a ratificarla.

Dopodiché rimane solo l’Italia, e quindi stanno riprendendo fiato gli esponenti politici che ci sollecitano ad “adeguarci”.

Rimando a quanto ho scritto ormai tre anni fa per spiegare che questa riforma è un peggioramento di uno strumento già di per sé orribile. La riforma va bocciata, anche se è opportuna la precisazione che non ratificare non significa risolvere un problema ma solo evitare di peggiorarlo. Perché il MES comunque è in essere, ed è pessimo anche così com’è oggi.

Respingere la riforma, in altri termini, equivale a giocare in difesa. Per segnare i gol, bisogna far passare il vero strumento risolutivo: i CCF / Moneta Fiscale.

Aggiungo comunque due parole di commento all’affermazione, sentita varie volte allora e oggi, che l’Italia deve ratificare “perché il governo si è impegnato”.

Il governo DI ALLORA (c’era Conte) ha firmato il trattato, certo. Ma il trattato è operativo solo se il parlamento ratifica. E Conte ovviamente non poteva impegnarsi per conto del parlamento. Il massimo dell’impegno che poteva prendere era di PRESENTARLO alle camere per la ratifica. 

Certo, in condizioni normali un governo dovrebbe sapere che cosa il parlamento sarà disposto ad accettare: governa appunto perché ne ha ottenuto la fiducia, giusto ?

Ma in questo caso ci sono un paio di cose da ricordare.

La prima è che Conte si è mosso, ai tempi, in modo estremamente improprio: è andato avanti a negoziare (ancora durante il Conte I) nonostante la maggioranza di allora (M5S + Lega) gli avesse chiaramente espresso fortissime riserve.

La seconda è che da allora sono cambiati tre governi nonché la composizione del parlamento, a seguito delle elezioni politiche del settembre 2022.

E ratificare, o meno, ovviamente è una decisione che spetta al parlamento in carica, non a quelli passati.

Se l’Italia non ratifica questa riforma, cosa che mi auguro fortissimamente, non viene meno a nessunissimo impegno. Sostenere il contrario è una bestialità, in termini di diritto e in termini di fatto.

 

domenica 13 marzo 2022

Spiace dirlo ma era meglio Conte

 

Mi dispiace dirlo, perché la mia opinione su Draghi era che fosse sufficientemente scaltro e astuto da non compromettere la sua immagine di vincente. E che quindi avrebbe fatto funzionare meglio le cose. Soprattutto per quanto attiene all’economia.

Per un po’ era parso che fosse così, sulla base di un rimbalzo del PIL superiore, nel 2021, alle previsioni (e ai timori).

Ma per la verità stavo già prendendo atto da diversi mesi, io come molti altri, che il rimbalzo non era attribuibile a nessuna specifica azione del governo Draghi.

I ristori e i sostegni all’economia per compensare gli effetti dei lockdown, tutti tranne l’ultimo, li ha varati il governo Conte.

Il Superbonus 110 l’ha avviato Conte (Draghi invece ha solo cercato di affossarlo – per fortuna riuscendoci solo molto parzialmente – e tra l’altro raccontando bugie in pubblico).

Lasciamo perdere il PNRR, del quale riconfermo una volta di più che sarà già un miracolo se non farà danni. Comunque era stato varato, anche quello, sotto il governo Conte II.

Il rimbalzo l’hanno fatto soprattutto la diminuzione delle restrizioni dovute al Covid, e la conseguente ripresa di consumi e investimenti: l’economia ha riaperto e famiglie e aziende hanno speso un po’ dei soldi forzatamente risparmiati mentre si stava chiusi in casa.

Adesso è partita un’altra crisi. Già c’erano tensioni per i maggiori costi di materie prime ed energia, a causa della faticosa rimessa in moto delle catene di fornitura. E tra capo e collo, arriva il conflitto ucraino.

Draghi come reagisce ? continua a rimandare un necessarissimo, superindispensabile scostamento di bilancio, in primo luogo finalizzato a calmierare i costi di gas e benzina, in assenza dei quali interi settori produttivi rischiano la chiusura e qualche altro milione di persone potrebbe finire in povertà.

E minaccia di far cadere il governo se non viene approvata cosa ??? la riforma del catasto.

Se dico meglio Conte, qualcuno potrebbe obiettare criticando la sua gestione dell’emergenza sanitaria. Ma Draghi anche su quella è andato in totale continuità con il governo precedente (Speranza è sempre lì). Se di Covid si parla molto meno è perché la pandemia appare agli sgoccioli in tutto il mondo (spero di non essere smentito) e perché l’Ucraina nei talk show ha preso il posto dei caroselli virologici.

Sarò felice se un colpo di coda draghiano mi spingerà a cambiare opinione. Ma allo stato odierno dei fatti, sono costretto a prendere atto che senza le mani sulla tastiera della macchina da stampa (della BCE) Mario Draghi is just talks and a badge.

 

giovedì 14 gennaio 2021

La crisi di governo non mi appassiona

 

Rispondo qui a vari amici che me lo chiedono: su una scala da zero a dieci, quanto mi appassiona la possibile caduta di Giuseppe Conte ?

La risposta sarebbe zero, salvo un’eventualità.

Se Conte cade, è per effetto di una manovra di palazzo, architettata dallo spregiudicato Renzi. Ma di nient’altro si tratterebbe.

Se Conte cade, chiunque arrivi non farebbe niente di particolarmente diverso da quanto sta facendo Conte, soprattutto riguardo al tema di cui parlo abitualmente perché è quello su cui penso di possedere qualche competenza – la gestione dell’economia.

Cartabia ? Franceschini ? non fanno nessuna differenza. Rimane Gualtieri al MEF ? chi se ne frega se rimane, se arriva un altro farà esattamente quello che fa Gualtieri – dare esecuzione alle veline di Bruxelles.

L’eventualità che renderebbe tutto un bel po’ più interessante è la possibile sostituzione di Conte con Mario Draghi.

Quando dico “interessante” non intendo necessariamente “migliore”. Draghi è estremamente scaltro e senz’altro molto competente. Ma se arriva, non so in che squadra gioca. Arriva per fare gli interessi dell’Italia o di qualcuno che sta fuori dall’Italia ?

Per cui potrebbe essere meglio, o potrebbe essere peggio. Però Draghi è l’unico italiano di standing indiscutibile e riconosciuto. Non me lo vedo venire a fare il Monti, né tantomeno il Letta. Non verrebbe a rovinarsi una reputazione costruita nel corso dei decenni, non verrebbe a fare il leggiveline.

Quindi se arriva Draghi non festeggio, però mi metto a seguire la situazione con interesse.

Diversamente, la crisi di governo mi appassiona grosso modo quanto succhiare un chiodo.

sabato 12 settembre 2020

Che cosa significa ridurre il debito pubblico

Il dramma della politica economica italiana di questi anni è che governo e media ragionano come se la riduzione del debito pubblico fosse “evidentemente e per definizione” un obiettivo desiderabile, anzi l’obiettivo fondamentale da perseguire.

Cos’é il debito pubblico ? una “public liability”, un impegno che lo Stato emittente deve onorare.

Cos’é la moneta ? idem: una “public liability” che lo Stato emittente deve onorare. Cambia solo la natura dell’impegno: il debito pubblico a scadenza deve essere rimborsato, la moneta deve essere accettata dall’emittente per saldare impegni finanziari nei suoi confronti. E l’impegno finanziario principale per i cittadini di uno Stato è il pagamento delle tasse.

Fa una grande differenza ? se lo Stato emette debito pubblico espresso nella SUA moneta, praticamente nessuna. Quando mi scade un titolo di Stato, lo presento per il rimborso e lo Stato mi può SEMPRE rimborsare – se la moneta di emissione è la moneta nazionale.

Non esiste il rischio di essere costretti al default. C’è il rischio di emettere troppe passività – debito o moneta è lo stesso – e quindi di immettere troppo potere d’acquisto nell’economia, creando problemi di eccesso d’inflazione. 

Ma oggi, pressoché in tutto il mondo economicamente sviluppato, l’inflazione è un problema in quanto troppo bassa, non troppo alta.

Per l’Italia il debito pubblico è REALMENTE un problema, ma SOLO perché abbiamo commesso il catastrofico errore di convertirlo in una moneta emessa e gestita da terzi, che non sono disposti a garantire incondizionatamente il rimborso e il rifinanziamento del debito pubblico. 

E’ un problema che ci siamo creati da soli, SENZA che ne esistesse ALCUNA NECESSITA’ ECONOMICA.

Gli sforzi di riduzione del debito pubblico ottengono lo stesso effetto di una riduzione della moneta, del potere d’acquisto, a disposizione di famiglie, aziende e settore pubblico. Servono a DEFLAZIONARE l’economia. In certi momenti può essere opportuno. Oggi (da molti anni in qua, in effetti) è CATASTROFICO.

Il problema non è risolvibile a meno che le regole di funzionamento dell’eurosistema non mutino, consentendo politiche fiscali molto più espansive (no, il Recovery Fund non basta, nemmeno lontanamente; anzi rischia di essere controproducente).

O, in alternativa, che l’Italia non riprenda il controllo dell’emissione monetaria. Non necessariamente tornando alla lira: basta la Moneta Fiscale.

Mentre non basta, come sembrerebbe leggendo quanto scrivono molto commentatori in queste settimane, che Draghi arrivi a prendere il posto di Conte.

La presunta (e al momento ipotetica) venuta di Draghi dovrebbe essere decisiva (si legge) perché “lui ha dimostrato di saper risolvere i problemi”.

Ma Draghi ha potuto evitare la rottura dell’euro (senza peraltro risolverne le disfunzioni) perché aveva le mani sulla macchina da stampa.

Draghi non può risolvere i problemi dell’economia italiana senza rientrare in possesso della macchina da stampa; più esattamente, della possibilità di usarla nel modo appropriato in Italia.

Se la pensate diversamente, potete anche ingaggiare Hamilton e sperare di vincere il prossimo mondiale di Formula 1 facendolo correre a piedi.

 

domenica 1 marzo 2020

Con tutto il rispetto per Mariana Mazzuccato


La professoressa Mariana Mazzuccato entra a Palazzo Chigi in veste di consigliere economico del premier Giuseppe Conte, per lavorare “alle misure di contrasto degli effetti economici del coronavirus”.

La professoressa Mazzuccato è autrice di interessanti testi di critica all’austerità e di rivalutazione del ruolo degli investimenti pubblici per la crescita dell’economia.

E’ sicuramente una persona qualificata e personalmente condivido molte delle sue idee.

Purtroppo, temo (e mi dispiace) che il suo incarico si rivelerà uno specchietto per le allodole.

Nessuna delle sue proposte più rilevanti può essere messa in atto, dato l’attuale assetto dell’Eurosistema.

Assetto che non vedo alcuna volontà di modificare da parte degli altri membri dell’Eurozona, se non eventualmente su linee ancora più restrittive (vedi riforma MES).

Né percepisco alcuna apertura, o interesse, verso soluzioni compatibili con trattati e regolamenti, ma adottabili da singoli paesi, quali il progetto CCF. Perché la logica è che “gli interventi devono essere coordinati a livello UE”.

Il mio timore è che le sue proposte verranno accolte da commenti tipo “ottimo adesso ne parliamo in sede UE, nel frattempo continuiamo con entusiasmo ad accettare le loro imposizioni, e questo li convincerà ad accettarle (le proposte), magari non oggi, magari non domani, ma nei prossimi 246 anni…”.

Naturalmente spero di sbagliarmi, per molte intuibili ragioni: tra le quali, la qualità del lavoro di ricerca della professoressa, che merita senz'altro di meglio. 

Ma non ci scommetto un centesimo.


domenica 1 dicembre 2019

La battaglia del MES è una guerra dei bottoni


Purtroppo non riesco a definire diversamente la furibonda polemica che si è scatenata intorno alla riforma del MES.

Intendiamoci, reagire all’inaccettabile comportamento di Giuseppe Conte – un vero e proprio tradimento del mandato parlamentare – è più che doveroso.

Il problema, però, è che se anche si riuscisse a bloccare la riforma del MES, rimane il fatto che il MES comunque già esiste – e comunque è pessimo, già nella sua forma attuale.

La polemica e il connesso battage mediatico un importante beneficio lo producono: far capire, alla parte (preponderante, purtroppo) dell’opinione pubblica ancora ignara, quale assurdità sia per l’Italia il MES. Impegni per svariate decine di miliardi che non verranno mai utilizzati a nostro beneficio, ma al massimo per tamponare problemi di altri (vedi le banche francesi e tedesche in Grecia e in Spagna).

Però, la “battaglia campale” (a parole) intorno al MES sotto un altro aspetto rischia di essere un depistaggio: perché si parla di evitare il peggioramento di un assetto comunque negativo. Mentre NON si parla di interventi realmente risolutivi.

L’intervento risolutivo è il progetto CCF. Ai fini del quale non servono battaglie: servono idee chiare e determinazione.

Per sapere cosa e come, venite a Roma, a questo convegno, domani (e se non potete, guardatevi il video, che sarà reso disponibile).

E poi però ponetevi anche voi la domanda che mi pongo io: partendo dal presupposto che occorre rimuovere nuovamente dal governo il partito Bruxelles, alias il PD, e partendo dal presupposto che presto o tardi accadrà – queste idee chiare e questa determinazione, quali persone le possiedono ?

Il mio dubbio è questo.


giovedì 14 marzo 2019

La "Belt and Road Initiative"


In moltissimi si chiedono, e alcuni di conseguenza chiedono anche a me, che opinione ci si possa fare in merito all’annunciata partecipazione italiana al megaprogetto cinese, noto come Belt and Road Initiative (BRI) o anche come Nuova Via della Seta.

La mia risposta è che al momento faccio fatica a formarmi un giudizio, semplicemente perché si sta parlando della firma di un memorandum d’intesa piuttosto vago nei contenuti e di carattere, a quanto pare, del tutto non vincolante.

Resta il fatto che l’amministrazione USA (e anche la UE, per quanto in maniera più soffusa nei toni) ha espresso preoccupazione e si è detta, senza mezzi termini, infastidita dal fatto che un paese del G7 come l’Italia si accinga, in qualche modo, a sostenere i progetti di espansione mondiale dei cinesi.

Non sarebbe una buona notizia se in qualche modo si deteriorassero i rapporti italiani con gli USA, tenuto anche conto che Trump ha fin qui espresso molta simpatia per il governo Conte.

Ha anche ragione, d’altra parte, chi fa notare che tutti gli altri paesi del mondo in realtà fanno affari e collaborano con la Cina. Che cosa ci sia nella BRI di più minaccioso rispetto a quanto già avviene non mi è chiaro.

Allo stesso modo, tuttavia, non so giudicare se la BRI – che in larga misura si impernia su grandi progetti infrastrutturali, soprattutto marittimi e ferroviari – possa essere un importante volano di alimentazione per gli investimenti in Italia, tale da dare una necessarissima spinta alla domanda interna.

Una cosa comunque va notata. Se devono affluire in Italia risorse finanziarie che rilancino produzione e occupazione, le strade sono due: reperirle all’esterno o crearle all’interno.

La creazione interna è una strada possibilissima, modificando la governance dell’eurosistema: via impercorribile se si cerca il consenso dei partner, Germania in primis; immediatamente attivabile, invece, se si parte con il progetto MF / CCF, che non richiede nessun consenso né nessuna modifica dei trattati.

La valenza della Moneta Fiscale è ben più certa e rapida dei benefici che l’Italia potrebbe ottenere dalla BRI. Non ci si decide a lanciarla, con ogni probabilità, perché troppi gruppi d’interesse, esterni e interni al paese, la osteggiano.

Fare sponda sugli USA, da questo punto di vista, potrebbe essere estremamente utile. Se l’amministrazione Trump fa valere il suo peso politico – e non deve fare nient’altro se non esprimere il proprio apprezzamento per il progetto, implicitamente facendo sapere alla UE che “gradisce” se non si mette di traverso - la Moneta Fiscale può diventare realtà in tempi rapidissimi.

Con ricadute positive, sull’economia italiana, molto più certe e veloci rispetto alla BRI.

Quello che farei al posto di Conte è rassicurare in tutte le maniere possibili gli USA in merito alla natura non lesiva dei loro interessi della futura partecipazione italiana alla BRI. E in cambio ottenere la loro “dichiarazione di apprezzamento” – e lanciare la MF.