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sabato 1 aprile 2023

PNRR, oh che sorpresa…

 

Non era difficile prevedere che il PNRR non avrebbe portato nulla di buono all’Italia, e infatti io (come parecchi altri) ho cominciato a dirlo tre anni fa, fin da quando l’idea è stata partorita (e se ne parlava generalmente sotto il nome di Recovery Fund, di cui il PNRR è il "presupposto di attuazione").

Il PNRR non è altro che un’arma di condizionamento e ricatto. Una in più. Si prendono soldi degli Stati (perché gli Stati o si accollano debito o si impegnano a pagare maggiori contributi alla UE in futuro) e si permette “generosamente” agli Stati medesimi di spenderli – ma SOLO per progetti approvati dalla UE.

Non male la generosità della UE, vero ? ti prendo un euro e poi te lo ridò (nel caso dell’Italia, magari te ne ridò un euro e dieci centesimi) ma solo se fai quello che dico io e “ti comporti bene”. Bene a insindacabile giudizio della UE stessa, beninteso.

Salta fuori ora, dopo che il governo Conte II è stato fatto cadere “perché stava preparando male il PNRR”; dopo che Draghi aveva detto e ripetuto che era “tutto a posto”; salta fuori dicevo che le future erogazioni all’Italia sono a rischio perché “gli obiettivi potrebbero non essere centrati”.

Non si è mai capito che cosa era “fatto male” nel piano Conte II e non si capisce (né si capirà) quali obiettivi sarebbero a rischio di non essere centrati dal governo Meloni.

L’unica cosa chiara era che ne sarebbero nati guai, perché il “funzionamento” dei fondi UE che dovrebbero spettare all’Italia è sempre lo stesso. Prima versiamo, poi non riusciamo a utilizzare tutto quello che abbiamo versato, e ci prendiamo pure dei cretini perché non sappiamo “redigere i piani”.

Siccome magari siamo cretini, ma fino a un certo punto, c’è solamente da dire quanto segue. Cara UE, noi ci teniamo i nostri soldi e ce li spendiamo come pare a noi. Gli esamini e le pagelline falli a qualcun altro.

Fantastico poi un commento che si legge ad ogni piè sospinto, specialmente in questi giorni. Il problema sarebbe che la pubblica amministrazione italiana anche quando ha i soldi “non li sa spendere” perché è disorganizzata e inefficiente. E lo dicono gli stessi che discettano di come l’Italia si sia messa nei guai perché “lo Stato spende troppo”… Ai tempi della lira evidentemente si sapeva spendere. E danni al paese questa capacità di spendere non ne faceva, visto che l’economia marciava come, se non meglio, del resto dell’Europa.

Ma lo sappiamo: inutile attendersi logica o coerenza da un europeista. Il loro tratto caratteristico è l’autorazzismo. Interagendo su un social network, uno di loro ha avuto il coraggio di dirmi “preferisco che ci sia un finlandese a controllare, se no sicuramente sprecheremmo i soldi”.

Bella questa, vero ? diamo i soldi alla greppia comune e poi “meno male” che c’è il finlandese a impedirci di usare la nostra quota.

Così “ragionano”.

 

lunedì 5 luglio 2021

Politiche fiscali italiane nel 2022

 

Sono un po’ meno pessimista rispetto ad alcuni commentatori (compresi un paio di quelli che io chiamo “keynesiani da salotto”, più comunemente definiti keynesiani ortodossi: gente che non mette in discussione l’euro, non sostiene neanche soluzioni senza rotture quali la Moneta Fiscale, e poi piange perché la UE non ha nessuna intenzione di modificare la – delirante – governance del sistema).

Sono un po’ meno pessimista non perché abbia cambiato idea sul Recovery Fund (il mio pensiero in merito è sempre questo).

Tuttavia è importante non vedere nero anche dove non ce n’è ragione.

Il Documento Economico Finanziario (DEF), nella sua ultima versione (aprile 2021) predisposta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) prevede una contrazione del deficit pubblico dall’11,8% nel 2021 al 5,9% nel 2022.

La visione cupa è che questo implica una stretta fiscale, e non ha senso attuarla con l’economia ancora non pienamente ripresa dagli effetti Covid, per tacere del fatto che, “grazie” all’assurda, criminale euroausterità, la situazione era pessima già prima del Covid.

Va però ricordato, in primo luogo, che il DEF ha comunque incorporato un maggior deficit (e un maggior stimolo fiscale) rispetto allo scenario “tendenziale” pre-governo Draghi (che, ricordo, era: deficit / PIL 9,5% nel 2021 e 5,4% nel 2022).

Inoltre, e più importante, va chiarito se il calo di deficit 2022 vs 2021 – quasi sei punti – corrisponda effettivamente a un ritiro di stimoli fiscali.

La risposta è no, o quantomeno sicuramente non per intero e neanche in parte rilevante. Per spiegarlo, faccio riferimento a, anzi riporto con un minimo di editing, un paio di tweet di Lucio Martelli (un libertarian le cui idee politiche sono parecchio distanti dalle mie, ma persona intelligente e intellettualmente molto onesta).

La riduzione del deficit non è necessariamente ritiro di uno stimolo perché, in primo luogo, a parità di spesa pubblica si verifica un recupero di gettito fiscale in quanto vengono meno le chiusure e i provvedimenti restrittivi che hanno interessato molti settori di attività economica.

In secondo luogo, i sostegni erogati del 2020 e del 2021 in buona parte non si sono tradotti in spese sia per motivi precauzionali, sia – anche in questo caso – per via delle chiusure. E ha speso di meno anche chi se lo poteva permettere. Banalmente, se non posso muovermi non vado al ristorante, non faccio weekend fuori città, non sento l’esigenza di cambiare l’auto, spendo in definitiva meno soldi anche se sono uno dei fortunati che non ha subito danni dal Covid.

C’è quindi una domanda latente (pent-up demand) che con il ritorno alla normalità stimolerà spesa: viaggi, turismo, entertainment, beni di consumo durevoli, eccetera. Tutto questo implica maggiore attività economica e maggior gettito fiscale, ma non è riduzione di stimolo.

È sufficiente tutto questo ? certo che no. Serve fare di più, con qualcosa tipo il progetto CCF / Moneta Fiscale ? ovviamente sì. Anche e soprattutto perché non abbiamo bisogno “solo” di compensare i danni del Covid, dobbiamo recuperare l’effetto delle devastazioni prodotte dall’eurosistema durante (soprattutto) l’ultimo decennio.

Però facciamo anche attenzione all’eccesso di piagnisteo (magari proveniente da qualcuno che aveva scambiato il Recovery Fund per la svolta keynesiana-hamiltoniana della UE…).

 

lunedì 28 giugno 2021

Come spendi è meno importante di quanto spendi

 

Leggo abbastanza spesso lamenti & preoccupazioni in merito alla possibilità che i soldi che si stanno attualmente immettendo nell’economia vengano “spesi male” e quindi “si sprechino”.

Vorrei allora ricordare, una volta di più, che per risollevare un paese da una situazione di depressione deflattiva (in cui l’Italia si trova immersa da quasi TREDICI anni, leggi dalla crisi Lehman del 2008) la cosa FONDAMENTALE è alimentare la domanda in misura adeguata.

Non sto con questo affermando che la tipologia e la composizione della spesa siano irrilevanti. Ma se cercate di soccorrere una persone a rischio di morire di sete, vi mettete a discutere per giorni se sia meglio dargli acqua liscia, acqua gasata, limonata, vino o birra ? OPPURE gli date da bere quello che c’è / quello che è più veloce reperire ?

Ricordo che gli Stati Uniti sono realmente usciti dalla Grande Depressione con la seconda guerra mondiale. E la spesa bellica non è particolarmente “efficiente” o “virtuosa”. Anzi, la guerra sul piano microeconomico è spreco puro. Serve a sfasciare e a uccidere.

Però immette potere d’acquisto nell’economia. E sul piano MACROeconomico, è esattamente ciò che serve per uscire da una depressione.

Naturalmente la medesima espansione di potere di acquisto può essere ottenuta SENZA passare da una guerra. Per fortuna.

Ma per quanto riguarda il contesto italiano odierno, sono molto poco preoccupato dalle tipologie di spesa. Sono casomai MOLTO preoccupato dal rischio che non si spenda abbastanza, e che i vincoli del Recovery Fund agiscano molto più in negativo nel prossimo futuro, rispetto al beneficio dei (pochi) soldi in più resi disponibili oggi.

 

domenica 7 marzo 2021

Il più grande scandalo non è McKinsey

 

Fa discutere la decisione del Governo Draghi di utilizzare McKinsey come supporto all’elaborazione del Recovery Plan italiano.

Io non so valutare se sia o meno opportuno,

non so se le strutture del governo non dispongano delle competenze necessarie,

non so se i compensi a McKinsey – dichiarati pari al modesto importo di 25.000 euro – indichino che il suo ruolo sarà di scarso rilievo, o se sarà invece molto più significativo (e compensato da qualche ben più rilevante vantaggio: accesso a informazioni privilegiate, incarichi futuri ben più remunerativi, o altro).

La mia esperienza con le big della consulenza strategica è che la loro funzione principale è mettere in bella copia e applicare un marchietto “di qualità” (presunta) a quello che il cliente vuole sentirsi dire.

Ma non sono scandalizzato da McKinsey neanche un millesimo di quanto lo sono dal concetto stesso del Recovery Plan.

Per ricevere (forse), un anno e passa dopo l’inizio della peggiore calamità dalla fine della seconda guerra mondiale, un po’ di soldi “della UE” – che non sono della UE, sono soldi NOSTRI che FORSE verremo benevolmente autorizzati a spendere –

Per ottenere un’azione espansiva sull’economia pateticamente tardiva e inadeguata

Per ottenere questo, dobbiamo presente il compitino alla signora maestra che si riserva di promuoverci o di darci bacchettate sulle dita. A suo insindacabile giudizio.

Una “signora maestra” – la UE – che ha prodotto disastri DOVUNQUE ha messo le mani.

La moneta. Le banche. L’immigrazione. I vaccini.

E tutto a causa della scellerata decisione di spossessarci del controllo della nostra moneta.

Noi, l’Italia. Il paese che genera il quarto surplus manifatturiero del mondo. Un paese creditore netto sull’estero. Un paese che non ha bisogno dei soldi di nessun altro.

QUESTO mi scandalizza. Non McKinsey.

 

venerdì 5 marzo 2021

Il miglior commento

 

Per me questo è il miglior commento possibile in merito all’utilità del Recovery Fund e delle “riforme strutturali”.

Il tweet originale è di @LaNuovaSinistra (non sia mai detto che non riconosco i copyright).

Prima di uscire di casa per comprare qualcosa, il potenziale acquirente che cosa fa ?

Verifica se è in grado di trovare un’impresa innovativa, smart, ecosostenibile ?

Si fa certificare che l’impresa non sia corrotta ?

Attende la riforma della burocrazia ?

OPPURE

Controlla se ha soldi in tasca ???

martedì 23 febbraio 2021

Ancora sul tema delle aziende “da salvare – o meno”

 

Un’ulteriore riflessione su quanto già argomentato qui. Quale sarebbe il “costo” o lo “spreco” dei salvataggi, che dovrebbe spingere a “essere selettivi”, quindi a sostenere certe aziende, certi settori, ma non tutti ?

La moneta si emette a costo zero. Il “costo” implicito potrebbe essere dato dall’inflazione e dalle sue conseguenze in termini di maggiori futuri tassi d’interesse.

Ma le principali banche centrali del mondo, inclusa la BCE, non potranno che adeguarsi a quello che la Federal Reserve ha già affermato con totale chiarezza: assolutamente nessuna fretta di alzare i tassi d’interesse anche se l’inflazione arrivasse, nel giro di un anno o due, al 3% o al 4%.

La possibile ripartenza dell’inflazione, peraltro, si concretizzerà molto prima negli USA che nell’Eurozona (per tacere dell’Italia). E la ragione è semplicissima: gli USA hanno varato azioni di sostegno dell’economia a colpi di trilioni di dollari. Qui stiamo ancora ad aspettare i 750 miliardi finti del Recovery Fund, di cui si parla da un anno e dei quali non si è ancora visto un centesimo (e probabilmente sarebbe meglio così, visti i lacci e i vincoli con cui arriveranno, se arriveranno).

Ricordiamo poi un punto fondamentale: l’inflazione dipende dell’equilibrio tra offerta e domanda, dove l’offerta è la capacità produttiva del sistema economico. Se proprio vogliamo trovare un motivo per preoccuparci dell’inflazione futura, il meccanismo della sua ripartenza potrebbe quindi essere la contrazione dell’offerta potenziale. E che cosa potrebbe innescarla ? lasciar fallire e chiudere aziende, far decollare ancora di più le insolvenze bancarie, dare di conseguenza dare un’altra martellata all’erogazione di credito.

Il dibattito sulla “selettività dei salvataggi e dei ristori”, in altri termini, è lunare. Completamente insensato e fuori tempo. Proprio per questo, in linea con le abitudini dell’establishment eurozonico.

domenica 31 gennaio 2021

Recovery Fund, benzinai e carrozzieri

 

In attesa di conoscere quale sarà l’esito della crisi di governo – che mi suscita, come raccontavo pochi post orsono, profondi sbadigli – ho letto di recente una notizia in effetti vecchia di qualche mese (ma ai tempi mi era sfuggita).

La nuova direzione generale “Sostegno alle riforme strutturali” presso la Commissione UE sarà guidata da un italiano, Mario Nava. E questa sarebbe, dice qualcuno, una notizia molto positiva per il nostro paese, visto che la direzione generale in questione “sarà centrale per attuare il Recovery Instrument, ex Recovery Fund”.

Non ho il piacere di conoscere Mario Nava né ho elementi di giudizio sul suo curriculum né sulle sue competenze. Per ricoprire quell’incarico sono necessari skills elevatissimi, dato che le “riforme strutturali” sarebbero (almeno così la pensano a Bruxelles) un elemento chiave per assicurare l’efficacia di un progetto da 750 miliardi di euro, che interessa 27 paesi con una popolazione di oltre 440 milioni di persone.

Non avendo elementi di giudizio sulla professionalità di Mario Nava, ho deciso di adottare un atteggiamento positivo e costruttivo e di dare per assunto che le sue competenze siano altissime, assolutamente adeguate al compito.

Questo mi rende più ottimista sul Recovery Fund ?

Neanche per idea.

Non mi rende neanche un pelo più ottimista perché la situazione della UE, ma ancora di più dell’Eurozona, ma ancora di più dell’Italia, è quella di un’automobile a cui manca benzina per marciare come potrebbe e dovrebbe.

La benzina sono i soldi. E quelli del Recovery Fund, per motivi evidentissimi già nel momento in cui è stato proposto, sono pochi, sono sostanzialmente finti (debiti o cosiddetti “contributi a fondo perduto” da compensare con tasse), e non si ha ancora la minima idea di quando arriveranno.

Il ruolo delle “riforme strutturali” è invece equivalente ad aggiustare un bozzo sul paraurti dell’auto. Una cosa che è bene sistemare, certamente. Ammesso che lo si sappia fare. Ma non una cosa che fa ripartire l’auto.

Diamo quindi per scontato che Mario Nava sia un fenomenale carrozziere. Gli diamo l’auto con il bozzo sul paraurti e ce la restituisce con il bozzo perfettamente sistemato. Il paraurti sembra nuovo, tanto è liscio e luccicante. Un intervento a regola d’arte, non c’è che dire.

Ma la benzina ?

La benzina continua a non esserci. E l’auto continua a non camminare.

La storia delle riforme strutturali del resto ce la raccontano da dieci anni. Sono dieci anni (almeno) che a Bruxelles ragionano sulla base di una diagnosi sbagliata del problema.

E non si vede proprio nessun cambiamento di attitudine all’orizzonte.

 

giovedì 15 ottobre 2020

I “poveri britannici” senza “i soldi della UE”

 

Il Recovery Fund si sta sgonfiando come un pallone bucato. Ma il suo impatto mediatico non è del tutto venuto meno. Un buon numero di persone continua a farsi abbindolare dai 209 miliardi che dovrebbero piovere dal cielo grazie alla “svolta solidale e keynesiana” della UE. 

Uno dei commenti più involontariamente umoristici che si leggono (ancora) di frequente è quello di chi compatisce, o fa dell'ironia su, i britannici che avendo deciso di brexitare, non parteciperanno alla cuccagna.

A chi afferma quanto sopra, sfugge qualche banalissimo dato di realtà. Per esempio, quanto segue.

Secondo le previsioni aggiornate pochi giorni fa dal Fondo Monetario Internazionale, il Regno Unito registrerà un rapporto deficit pubblico / PIL del 16,5% nel 2020, e del 9,2% nel 2021.

Gli analoghi valori per l’Italia sono rispettivamente pari al 13% e al 6,2%.

Come spiegato in altri post, il deficit pubblico non andrebbe chiamato “deficit”. L’eccesso della spesa pubblica rispetto alle entrate dell’Erario è in realtà un surplus del settore privato. Corrisponde alle risorse finanziarie immesse dal governo, a beneficio di famiglie e aziende.

Da tutto ciò si ricava che i “poveri” britannici in due anni ottengono un sostegno finanziario pari al 25,7% del PIL. Noi italiani “grazie alla generosa UE”, il 19,2%.

La differenza sono sei punti e mezzo di PIL. Che sulle dimensioni della nostra economia, corrispondono a circa 110 miliardi.

Ah dimenticavo. Tutto questo non include il munifico Recovery Fund. Da cui all’Italia arriveranno, secondo le stime più aggiornate… zero nel 2020, e 5 miliardi nel 2021.

Sono proprio da compatire, i poveri britannici, vero ?

Ma gli eurofili non demordono, e fanno notare che il Cancelliere dello Scacchiere del Regno Unito, Rishi Sunak, sta rilasciando dichiarazioni in merito alla necessità, nel prossimo futuro, di aumentare le tasse per ridurre il debito pubblico contratto in questo periodo.

E allora – dicono i baldi eurofili – dove sta il vantaggio di avere la sterlina invece di usare l’euro, se poi le tasse sei comunque costretto ad aumentarle ?

Il vantaggio invece c’è, è enorme, ed è molto semplice spiegare in che cosa consiste.

Sunak dice le stesse cose che dice Gualtieri: che i deficit in futuro dovranno scendere perché il debito pubblico è diventato “troppo alto”.

Il punto è che il debito britannico è in sterline (valuta che il Regno Unito emette e controlla), il debito italiano è in euro (valuta che l’Italia non emette e non controlla).

Gualtieri quindi “grazie” all’euro subisce un vincolo vero. Sunak afferma che il vincolo esiste, ma si sbaglia (o mente).

Cambia qualcosa, all’atto pratico ?

Sì, cambia moltissimo. In primo luogo perché fa parecchia differenza varare una stretta fiscale dopo aver immesso 110 miliardi in più nell’economia.

In secondo luogo, perché se Rishi Sunak riuscirà ad attuare quanto afferma (il dibattito politico è in corso, nel Regno Unito, e vedremo come si conclude) e quindi farà danni al suo paese, condurrà il suo partito alla sconfitta elettorale. Ne seguirà la sua rimozione dall’incarico e un cambiamento di politica economica.

Per Gualtieri le elezioni non sono invece un tema d’attenzione. Perché nell’Eurozona queste decisioni si prendono in conseguenza del “vincolo esterno” creato dall’euro, quindi “al riparo dal processo elettorale” (cit. Mario Monti), ovvero affidandosi “al pilota automatico” (cit. Mario Draghi).

Avete ancora voglia di compatire il Regno Unito ?

 

sabato 3 ottobre 2020

Perché la UE non funziona

 

La UE, e a maggior ragione l’Eurozona, non sono in grado di sviluppare politiche economiche funzionali perché è impossibile conciliare visioni diametralmente opposte in merito ai problemi che affliggono una parte importante degli Stati membri.

L’Italia, in particolare, aderendo all’euro si è sottoposta a un forma particolarmente accentuata di vincolo esterno, ha adottato da metà degli anni Novanta in poi politiche deflattive, si è privata della flessibilità del cambio e della possibilità di finanziare in moneta propria le necessarie politiche anticicliche, ha trasformato “debito” pubblico in moneta nazionale (un non-debito, in realtà) in debito pubblico in moneta estera (debito vero).

I paesi nordeuropei e in particolare la Germania esprimono con la massima fermezza (se in buona o in malafede possiamo discuterne, ma non rileva più di tanto) la convinzione che tutto possa essere risolto con le “riforme strutturali” di cui si parla da quasi dieci anni, e che si sono in effetti applicate – Legge Fornero, Jobs Act – senza risolvere nulla, anzi peggiorando gravemente la situazione.

Nello stesso tempo, una parte preponderante dell’opinione pubblica tedesca rifiuta di prendere in considerazione l’idea che l’attuale assetto la avvantaggi. Al contrario, si preoccupa di problemi inesistenti quali l'espansione dei saldi Target2, o di altre inefficienze quali i tassi d’interesse negativi che penalizzano il risparmiatore e il pensionato tedesco.

Quest’ultimo non è un problema inventato; ma è la conseguenza di politiche adottate dalla BCE per tenere in qualche modo unito un assetto disfunzionale e quindi costantemente a rischio di rottura.

L’accordo sul Recovery Fund, nella mente di qualche europeista in buona fede (altrimenti detto, di qualche illuso) dovrebbe essere un passo nella direzione giusta, verso una UE solidale, keynesiana, capace di contrastare (invece che di enfatizzare) gli effetti prociclici di eventi esogeni quali il Covid.

In realtà il Recovery Fund non piace a nessuno, non è affatto certo che parta, la dimensione è risibile rispetto ai problemi che dovrebbe gestire, è in effetti uno strumento di ulteriore controllo e potenzialmente di ulteriore disciplina dei paesi in difficoltà, è una mossa di propaganda per far credere all’opinione pubblica che siano in arrivo fantastiliardi gratis.

Molti stanno aprendo gli occhi, ma molti altri, sicuramente, continueranno a credere alla favole.

La politica è fatta di mediazione e compromesso, non c’è dubbio. Ma la mediazione è utile se spinge la politica ad adottare scelte che conducono, magari imperfettamente, magari parzialmente, nella direzione giusta.

Invece siamo sempre allo stesso punto. Si decide di partire da Milano tutti insieme in pullman, ma metà dei passeggeri ha necessità di andare a Venezia, l’altra metà a Torino.

Arrivati a Verona, di fronte alle proteste sempre più vivaci di chi deve andare a Torino, gli altri “come compromesso” accettano di andare… nella stessa direzione, ma un filino più lenti.

L’errore è viaggiare tutti insieme.

Il compromesso accettabile è risolvere le disfunzioni del sistema evitandone la rottura. La spaccatura dell’euro è tecnicamente molto complessa: la via sensata è il progetto Moneta Fiscale / CCF. Ridare flessibilità e autonomia agli Stati evitando deflagrazioni.

Questa è una soluzione. Quelle che la UE mette sul tavolo continuano a non esserlo.

 

sabato 12 settembre 2020

Che cosa significa ridurre il debito pubblico

Il dramma della politica economica italiana di questi anni è che governo e media ragionano come se la riduzione del debito pubblico fosse “evidentemente e per definizione” un obiettivo desiderabile, anzi l’obiettivo fondamentale da perseguire.

Cos’é il debito pubblico ? una “public liability”, un impegno che lo Stato emittente deve onorare.

Cos’é la moneta ? idem: una “public liability” che lo Stato emittente deve onorare. Cambia solo la natura dell’impegno: il debito pubblico a scadenza deve essere rimborsato, la moneta deve essere accettata dall’emittente per saldare impegni finanziari nei suoi confronti. E l’impegno finanziario principale per i cittadini di uno Stato è il pagamento delle tasse.

Fa una grande differenza ? se lo Stato emette debito pubblico espresso nella SUA moneta, praticamente nessuna. Quando mi scade un titolo di Stato, lo presento per il rimborso e lo Stato mi può SEMPRE rimborsare – se la moneta di emissione è la moneta nazionale.

Non esiste il rischio di essere costretti al default. C’è il rischio di emettere troppe passività – debito o moneta è lo stesso – e quindi di immettere troppo potere d’acquisto nell’economia, creando problemi di eccesso d’inflazione. 

Ma oggi, pressoché in tutto il mondo economicamente sviluppato, l’inflazione è un problema in quanto troppo bassa, non troppo alta.

Per l’Italia il debito pubblico è REALMENTE un problema, ma SOLO perché abbiamo commesso il catastrofico errore di convertirlo in una moneta emessa e gestita da terzi, che non sono disposti a garantire incondizionatamente il rimborso e il rifinanziamento del debito pubblico. 

E’ un problema che ci siamo creati da soli, SENZA che ne esistesse ALCUNA NECESSITA’ ECONOMICA.

Gli sforzi di riduzione del debito pubblico ottengono lo stesso effetto di una riduzione della moneta, del potere d’acquisto, a disposizione di famiglie, aziende e settore pubblico. Servono a DEFLAZIONARE l’economia. In certi momenti può essere opportuno. Oggi (da molti anni in qua, in effetti) è CATASTROFICO.

Il problema non è risolvibile a meno che le regole di funzionamento dell’eurosistema non mutino, consentendo politiche fiscali molto più espansive (no, il Recovery Fund non basta, nemmeno lontanamente; anzi rischia di essere controproducente).

O, in alternativa, che l’Italia non riprenda il controllo dell’emissione monetaria. Non necessariamente tornando alla lira: basta la Moneta Fiscale.

Mentre non basta, come sembrerebbe leggendo quanto scrivono molto commentatori in queste settimane, che Draghi arrivi a prendere il posto di Conte.

La presunta (e al momento ipotetica) venuta di Draghi dovrebbe essere decisiva (si legge) perché “lui ha dimostrato di saper risolvere i problemi”.

Ma Draghi ha potuto evitare la rottura dell’euro (senza peraltro risolverne le disfunzioni) perché aveva le mani sulla macchina da stampa.

Draghi non può risolvere i problemi dell’economia italiana senza rientrare in possesso della macchina da stampa; più esattamente, della possibilità di usarla nel modo appropriato in Italia.

Se la pensate diversamente, potete anche ingaggiare Hamilton e sperare di vincere il prossimo mondiale di Formula 1 facendolo correre a piedi.

 

mercoledì 5 agosto 2020

Ingenuità europeiste


Gli europeisti in buona fede sono ingenui come pochi altri. Un esempio tra i tanti è questo articolodove in pratica si accusano i governanti del Nord Europa di non capire il progetto politico sottostante all’Unione Europea.

Altrimenti detto, di non comprendere la gioie e le bellezze dell’integrazione politica, della condivisione delle politiche fiscali, del promuovere meccanismi di solidarietà eccetera eccetera.

Anche, beninteso, a costo di andare contro la volontà dei loro elettorati.

Ma una volta per tutte: dove sta scritto, nei trattati UE, che l’Unione Europea dev’essere un meccanismo di solidarietà e di condivisione ?

Dove è stato stabilito che si arriverà all’integrazione politica ?

La UE è un’insieme di trattati che promuovono un’area di libero scambio e (limitatamente all’eurozona) un’unione monetaria.

I trasferimenti finanziari (salvo le forme di intervento molto specifiche e limitate previste nel bilancio UE) e la condivisione dei debiti sono non solo non contemplate, ma esplicitamente escluse.

La volontà di modificare i trattati in modo cooperativo e solidale non esiste. La UE e gli organi di governo dell’Eurozona continuano a fare lo strettissimo minimo indispensabile perché l’intera struttura, in perenne precario equilibrio, non collassi.

Niente di più, perché il di più non sta negli accordi e non si desidera (da parte degli elettorati) introdurlo.

Sono miopi gli euronordici ? Sono avidi ? Sono insensibili ? può essere.

Ma l’errore degli europeisti-in-buona-fede è considerare la UE non quello che è, ma quello che loro vorrebbero diventasse.

Le probabilità di ottenere questa evoluzione “solidale” sono minime, ma che ci provino pure se credono.

Nel frattempo però è catastrofico per l’Italia fare appello a uno spirito cooperativo che sta solo nella fantasia di pochi illusi.

Il risultato (pessimo) della nostra trattativa sul Recovery Fund (una trattativa che non dovevamo neanche avviare) nasce da questa valutazione sballata.

L’assurdo è che l’Italia non ha bisogno della solidarietà di nessuno. Ha 60 miliardi di surplus commerciale, è creditrice netta sull’estero.

Ha solo bisogno di introdurre il suo strumento monetario: la Moneta Fiscale.


venerdì 24 luglio 2020

L’irrilevanza (speriamo) del Recovery Fund


Volendo essere ottimisti, si può sperare che l’approvazione del Recovery Fund, a valle delle maratone negoziali del weekend scorso, sia quello che gli anglosassoni definiscono un non-event.

Al di là dei numeroni di facciata, che sono in grandissima maggioranza astruse partite di giro, i soldi in più che arriveranno all’Italia sono del tutto insufficienti e del tutto in ritardo.

Ci sarà al contrario un’ancora maggiore intrusione della UE nella definizione delle politiche economiche italiane, con il rischio di subire danno e beffa: si pagano maggiori contributi al bilancio comune e poi i cosiddetti “sussidi” non arrivano perché l’euroburocrate (o il paese cosiddetto “frugale”) si mette di traverso.

Il massimo che si può sperare, come conseguenza (indiretta) dell’accordo, è che il patto di stabilità e “crescita” (le virgolette sono d’obbligo…) rimanga sospeso il più a lungo possibile.

In altri termini, che i mercati finanziari nella nuova cornice di stabilità (se tale si rivelerà) rimangano calmi e che l’Italia possa continuare ad attuare alti deficit di bilancio non solo per il 2020 ma anche (almeno) per il 2021 e per il 2022.

Perché il problema dell’economia italiana, già prima del Covid, era ed è la carenza di domanda interna. Che si risolve immettendo capacità di spesa nell’economia, non con le mirabili “riforme strutturali” benedette da Bruxelles (in merito alle quali si può al massimo sperare che non facciano ulteriori danni).

E volendo essere ancora più ottimisti, c’è la soluzione vera, pronta per essere applicata – in presenza della volontà politica di percorrerla: trasformare i germogli di Moneta Fiscale del DL Rilancio in un vero progetto CCF.

Premesso e ribadito che il Recovery Fund sarebbe stato meglio non concepirlo affatto, vediamo che cosa succede nei prossimi mesi. E continuiamo a lavorare all’interno della maggioranza di governo attuale (e di quella potenziale futura) per i CCF. E per il buon senso.

giovedì 9 luglio 2020

Il minimo merkeliano


Il mio europeista disilluso di riferimento, Wolfgang Munchau, provvede una volta di più a sgombrare il campo da ogni illusione riguardo alla volontà di Angela Merkel di risolvere i problemi strutturali dell’Eurozona.

“Angela Merkel continua a fare il minimo necessario perché l’eurozona non collassi. Quello che è cambiato è che il minimo richiede parecchi soldi in più rispetto all’ultima volta”.

“Il minimo” è il Recovery Fund, sbandierato da alcuni come un’importante evoluzione “solidaristica-keynesiana” dell’Eurozona. Importante anche per via della sua dimensione di 750 miliardi di euro.

Non è nulla di tutto questo. Il numero può fare impressione ma è modesto rispetto all’impatto economico della crisi sanitaria. I criteri di ripartizione sono ancora tutti da definire, ma l’unica cosa certa è che si tratterà di una gigantesca partita di giro: il complesso dei paesi mette soldi che vengono in qualche modo ridistribuiti.

Qualcuno avrà un saldo netto negativo, qualcuno positivo, ma anche per i maggiori beneficiari (che dovrebbero comprendere, ma non è sicuro, l’Italia) si parla di qualcosa compreso tra l’1% e il 2% del PIL, a fronte di una contrazione stimata (dalla commissione UE) nell’11% abbondante per il 2020.

Queste modeste (rispetto alle dimensioni del problema) risorse arriveranno molto tardi (qualcosa nel 2021, il resto più avanti ancora), e saranno condizionate a non ancora ben precisate “riforme strutturali”. Che se il vocabolario UE non è cambiato (ne dubito, anzi lo escludo) significano proseguire con la micidiale miscela di tasse & tagli che ha gettato il nostro paese nella peggiore depressione economica della sua storia.

E in ogni caso l’utilizzo delle cosiddette risorse sarà sottoposto a vincoli di destinazione stabiliti a Bruxelles, per di più sotto minaccia d’interruzione se sempre a Bruxelles determinate situazioni interne italiane si evolveranno in senso “non gradito”.

Mentre non si interromperanno di certo gli obblighi dell’Italia di pagare maggiori contributi (e forse maggiori tasse "europee", di cui qualcuno prevede l'introduzione) a fronte dei “sussidi”.

Il Recovery Fund non è in nessun modo un’evoluzione positiva della governance economica UE. E’ uno strumento in più per condizionare, controllare e vessare.

Non dimostra alcuna volontà, da parte della Germania, di risolvere i problemi dell’Eurozona, perché questi problemi la Germania non è interessata a risolverli. E’ interessata a strumentalizzarli per affermare sempre di più la sua posizione di predominio, nel suo esclusivo interesse economico e geopolitico.

Il meglio che mi posso augurare in merito al Recovery Fund è che l’accordo a 27 non si trovi, e che l’intero progetto finisca dove merita – nel bidone della raccolta indifferenziata.

Nel frattempo, e per fortuna, si continua a lavorare sulla soluzione vera: la Moneta Fiscale.

lunedì 22 giugno 2020

Un problema in più per il Recovery Fund


Il Recovery Fund è un bidone, ve l'ho detto e ripetuto. Non arriverà un centesimo in più da spendere, arriveranno invece vincoli ulteriori per spendere un pezzo dei soldi che il governo italiano avrebbe comunque a disposizione.

Facendo comunque finta che si trovi un accordo per mettere a nostra disposizione i fantastiliardi di cui i media filo-UE favoleggiano, credo opportuno sottolineare un tema non marginale.

L’erogazione viene condizionata a progetti d’investimento, che se diamo retta a quanto emerso dagli Stati Generali villapamphileschi dovrebbero modernizzare, digitalizzare, greennewdealeare eccetera eccetera il paese.

Ora, c’è un problema generale che tocca i piani di rilancio economico imperniati sugli investimenti pubblici.

Il problema è che gli investimenti pubblici hanno tempi di definizione e di attuazione che non sono mai immediati.

Colpa dell’italica burocrazia, che Conte si impegna a sfoltire e semplificare ? in parte sì e può magari essere che in qualche misura ci riesca (a sfoltirla).

Ma per gli investimenti effettuati con soldi (in realtà nostri ma nominalmente) di provenienza UE, all’italica burocrazia si aggiunge l’europica burocrazia. Che è pure peggio (molto). E che Conte non può fare nulla per sfoltire e semplificare.

Infatti l’house-organ eurista già pubblica articoli preoccupati in merito alla capacità dell’Italia di “preparare, presto e bene, un piano con i dettagli dei progetti con relativi costi e tempi di realizzazione”. Per riuscire a spendere i fantastiliardi che l’house-organ quantifica (non so bene in base a quali elucubrazioni) in 230 miliardi.

Già avete capito come va a finire: i fantastiliardi non arriveranno ma gli europeistoidi diranno che la colpa è di noi italiani che non siamo riusciti a preparare, “presto e bene”, piani adeguati (a insindacabile giudizio UE, s’intende).

Per immettere soldi nell’economia (cosa indispensabile) tutto questo è deleterio. Per riuscirci presto (e sufficientemente bene) le vie sono altre: sostenere i redditi; abbassare le tasse; assumere dipendenti pubblici nella sanità, nelle forze di polizia, nelle scuole e in tanti altri settori dove è necessario; offrire sgravi fiscali permanenti agli investimenti privati; avviare gli investimenti pubblici già decisi e programmati, ma sospesi per mancanza di fondi.

Ogni passaggio in più – e in particolare il passaggio da Bruxelles – è un fortissimo fattore che aumenta le già alte probabilità di inconcludenza del programma.

Ammesso che il Recovery Fund veda mai la luce, s’intende.


martedì 9 giugno 2020

Timeo Germanos et dona ferentes


Oggi sul Financial Times è comparso un articolo (“The minds behind Germany’s fiscal stance”), altamente elogiativo, in merito alla svolta “keynesiana” della politica economica tedesca.

Protagonista di questa svolta sarebbe Jorg Kukies, vice primo ministro delle finanze che, uscito da Goldman Sachs per entrare nel governo, avrebbe convinto il suo nuovo boss Olaf Scholz in merito alle virtù delle politiche attive di sostegno della domanda.

E non solo a livello nazionale, ma anche per quanto riguarda la UE nel suo complesso. Il progetto del Recovery Fund sarebbe stato, infatti, fortemente ispirato da questa “nuova visione”.

Leggendo fino in fondo l’articolo, l’illusione (di altro non si tratta) cade a pezzi.

Perché “greater fiscal integration… in his view… can only work if every member state plays by the rules. “The Stability and Growth Pact needs to be strengthened so that all member states create fiscal space in the good times””.

E’ tutto chiarissimo. I vari paesi, e in particolare quelli con alto debito pubblico (io ne conosco uno…) si devono, nella visione di Kukies, impegnare ancora più rigorosamente di prima al pareggio di bilancio.

Questo, in nome della necessità di creare “fiscal space”, concetto caro ai “keynesiani da salotto” ma privo di senso per paesi che emettono la propria moneta e che sono caratterizzati da bassi livelli d’inflazione.

Poi, via Recovery Fund, gli si concede qualche spicciolo per stare a malapena a galla (tipo il 2% di deficit che ha caratterizzato l’Italia, decimale più decimale meno, negli ultimi anni).

Somme chiaramente del tutto inadeguate a produrre una reale e consistente ripresa: una condanna pressoché eterna a un regime di pesantissima e cronica depressione dell’economia.

E per di più, lo scarso deficit che viene concesso è vincolato a decisioni di spesa prese altrove (cioè a Bruxelles).

Cari Kukies e Scholz, tenetevi il Recovery Fund e la svolta eurokeynesiana raccontatela a qualcuno che crede alla fata turchina.

Noi andiamo avanti con la Moneta Fiscale


sabato 30 maggio 2020

Il Recovery Fund è una tragica pagliacciata


Spero di sbagliarmi. Ma ho il fortissimo timore che il titolo di questo post rifletta la pura e semplice realtà dei fatti.

Non solo perché i soldi da immettere nell’economia italiana tramite il Recovery Fund saranno del tutto insufficienti. Forse un 2% del PIL per qualche (pochi) anni.

Non solo perché un 2% del PIL l’Italia lo raccoglie, come si è visto un paio di settimane fa, in pochi giorni, per esempio con un’emissione di BTP Italia. Senza bisogno del Recovery Fund.

Non solo perché le erogazioni sono soggette all’”attuazione di riforme strutturali”, prescritte dalla UE.

Non solo perché il giudizio in merito alla loro attuazione è totalmente discrezionale, e in qualsiasi momento, quindi, le erogazioni potranno essere sospese (mentre i nostri contributi sono da pagare sull’unghia, senza nemmeno pensare di fiatare).

Ma anche perché nessuno ha detto quale sarebbe il saldo di bilancio pubblico accettato, escludendo l’impatto del Recovery Fund.

Mi spiego.

Ante Covid, nel 2019 il deficit pubblico italiano era stato pari all’1,6%. Del tutto insufficiente a immettere nell’economia quanto necessario a produrre una ripresa degna di questo nome. Sarebbe servito un 2% in più, almeno. Torna sempre il 2%, come si vede (lo stesso 2% del MES, tra l’altro).

Adesso, per prima cosa occorre recuperare le conseguenze economiche della crisi sanitaria. Facciamo un’ipotesi ottimistica: tra il 2021 e il 2022, viene fatto (ci viene consentito di fare) quanto necessario a ritornare – nel 2022 – ai livelli del 2019.

Questo vuol dire essere ai livelli di partenza: che erano livelli di pesantissima e cronica depressione dell’economia.

Si potrebbe pensare: OK, da lì in poi il Recovery Fund ci assicura, appunto, quel 2% in più necessario a uscire dalla depressione.

Ma “in più” rispetto a cosa ?

Esauriti gli effetti della crisi sanitaria, il patto di stabilità e crescita rientrerà in funzione.

E la commissione UE, nella persona dei vari Dombrovskis & c., non perde occasione di ripetere che il debito pubblico dovrà tornare su una traiettoria di contenimento e discesa.

Ci vuol poco a immaginare, quindi, che la commissione UE “raccomanderà” di ottenere il pareggio di bilancio, fatto salvo il contributo del Recovery Fund.

“Raccomandazione” da eseguire sotto pena di sospensione dei contributi, s’intende.

Per cui: il pareggio di bilancio diventa un’immissione di risorse pari al 2%, decimale più decimale meno la stessa degli anni pre-Covid.

E l’economia italiana continua quindi a rimanere nella situazione pre-Covid. Depressione cronica, alti livelli di disoccupazione e sottoccupazione, fortissimo malessere sociale.

Ammesso (e ripeto, è un’ipotesi ottimistica) che almeno l’impatto Covid venga recuperato. Se no, è molto peggio.

Se tutto va bene, stiamo come prima, cioè decisamente male. E per di più ancora più di prima siamo sotto costante minaccia di quanto dicono (con totale discrezionalità, che implica possibile – e credo, purtroppo, anche probabile – arbitrarietà) gli eurocrati.

Il Recovery Fund per noi è pessimo. Ma in realtà non piace a nessuno Stato UE.

A chi pagherà più di quanto incassa (i nordici) non piace per ovvi motivi.

Germania e Francia non ne sono certo entusiasti. Anche loro pagheranno più di quanto incassano. Se lo fanno andare vagamente bene perché data la loro influenza sulle gerarchie UE, saranno dalla parte dei controllori e non dei controllati. Ma ne farebbero volentieri a meno.

Il Recovery Fund piace solo agli eurocrati, perché mette ancora più potere in mano a loro – a una burocrazia pletorica, incompetente, invadente e vessatoria.

Spero di sbagliarmi, ripeto. Ma non credo di sbagliarmi.

Credo invece più probabile – questa è la mia speranza di gran lunga più plausibile – che l’accordo sui “dettagli” (chi prende, chi paga, chi controlla e come) deragli, e che il Recovery Fund non decolli.

E che l’Italia prosegua per conto suo, con quello che realmente serve e risolve.