Oggi sul
Financial Times è comparso un articolo (“The minds behind Germany’s fiscal
stance”), altamente elogiativo, in merito alla svolta “keynesiana” della
politica economica tedesca.
Protagonista di
questa svolta sarebbe Jorg Kukies, vice primo ministro delle finanze che,
uscito da Goldman Sachs per entrare nel governo, avrebbe convinto il suo nuovo
boss Olaf Scholz in merito alle virtù delle politiche attive di sostegno della
domanda.
E non solo a
livello nazionale, ma anche per quanto riguarda la UE nel suo complesso. Il
progetto del Recovery Fund sarebbe stato, infatti, fortemente ispirato da
questa “nuova visione”.
Leggendo fino in
fondo l’articolo, l’illusione (di altro non si tratta) cade a pezzi.
Perché “greater fiscal integration… in his view…
can only work if every member state plays by the rules. “The Stability and
Growth Pact needs to be strengthened so that all member states create fiscal
space in the good times””.
E’ tutto
chiarissimo. I vari paesi, e in particolare quelli con alto debito pubblico (io
ne conosco uno…) si devono, nella visione di Kukies, impegnare ancora più
rigorosamente di prima al pareggio di bilancio.
Questo, in nome
della necessità di creare “fiscal space”,
concetto caro ai “keynesiani da salotto” ma privo di senso per paesi che
emettono la propria moneta e che sono caratterizzati da bassi livelli d’inflazione.
Poi, via Recovery
Fund, gli si concede qualche spicciolo per stare a malapena a galla (tipo il 2%
di deficit che ha caratterizzato l’Italia, decimale più decimale meno, negli
ultimi anni).
Somme
chiaramente del tutto inadeguate a produrre una reale e consistente ripresa: una
condanna pressoché eterna a un regime di pesantissima e cronica depressione dell’economia.
E per di più, lo
scarso deficit che viene concesso è vincolato a decisioni di spesa prese
altrove (cioè a Bruxelles).
Cari Kukies e
Scholz, tenetevi il Recovery Fund e la svolta eurokeynesiana raccontatela a
qualcuno che crede alla fata turchina.
Noi andiamo
avanti con la Moneta Fiscale…