Visualizzazione post con etichetta Donald Trump. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Donald Trump. Mostra tutti i post

mercoledì 25 giugno 2025

Il deficit commerciale USA è un problema ?

 

Da quando Trump ha lanciato la sua (schizofrenica) offensiva su dazi e squilibri commerciali, ho sentito spesso dire che gli USA si trovano a dover agire perché il loro deficit nelle partite con l’estero è “insostenibile”.

Il che mi lascia molto perplesso.

Il deficit commerciale genera passività finanziarie nei confronti dell’estero, certo. Ma nel caso degli USA, che pagano le importazioni in dollari, non vedo in che modo questo possa dare luogo a uno squilibrio insostenibile. Gli USA NON POSSONO “restare a corto di dollari”.

Aggiungo che le passività finanziarie che si vengono a produrre in seguito alle importazioni sono passività del settore privato, non del settore pubblico: per la semplice ragione che il settore pubblico USA acquista, in stragrande prevalenza, beni e servizi da operatori INTERNI, non esterni al paese. Detto altrimenti, sono i privati che importano, non il governo.

Il deficit commerciale può essere un problema se il settore pubblico si indebita in moneta estera, o se il settore privato accumula una tale quantità di passivo in valuta da creare dissesti su larghissima scala, costringendo il governo a intervenire (o se i creditori hanno un’influenza politica così forte da indurre il governo all’intervento, anche dove non sarebbe magari necessario).

Ma questa non è la situazione degli USA, il cui debito prodotto da deficit commerciali è privato e denominato in dollari; non è pubblico e non è denominato in valuta straniera.

Ricordo che la crisi finanziaria del 2008 è stata generata da un eccesso di debito privato accumulato dalle istituzioni finanziarie USA, prodotto non da squilibri commerciali esteri ma da attività speculative sviluppatesi ALL’INTERNO del paese (una grossissima bolla immobiliare).

Peraltro la crisi finanziaria è scoppiata perché le istituzioni pubbliche USA non sono tempestivamente intervenute con salvataggi e nazionalizzazioni, come avrebbero potuto e hanno in realtà fatto, ma solo dopo lo scoppio della bolla.

Non c’erano ragioni tecniche per non farlo prima. C’era un problema di consenso politico.

Trump è fissato con la necessità (a suo modo di vedere) di azzerare o almeno ridurre il deficit negli scambi commerciali con l’estero. Ma sta combattendo contro i mulini a vento.

 

lunedì 2 giugno 2025

Moneta fiscale e indipendenza delle banche centrali

 

Le banche centrali pretendono di essere indipendenti dalla politica ma non rinunciano, spesso e volentieri, a fare politica. Nell’eurozona e in particolare in Italia, questo l’abbiamo molto chiaro in testa, quantomeno a partire dalla lettera Draghi – Trichet del 2011.

L’eurozona, area monetaria disottimale caratterizzata da una moneta senza stato, ovviamente è un caso limite. Però il problema è emerso e sta emergendo anche in altri contesti.

Al mancato, o ritardato, intervento della Bank of England nel sostenere i titoli di Stato britannici è attribuita la caduta del governo di Liz Truss, nel 2022. E Trump negli USA appare spesso in contrasto con la Federal Reserve riguardo alla politica monetaria.

Qui non entro nel merito su chi abbia, o abbia avuto, ragione o torto per quanto attiene a questi contrasti. Ribadisco però le mie perplessità (eufemismo) su quanto sia opportuno attribuire un potere di condizionamento così forte sulla politica economica a organi che si muovono in opposizione a un governo democraticamente eletto.

Di questo passo, potrebbe prendere piede (in qualche misura sta già avvenendo) una soluzione molto semplice e molto, molto efficace. L’emissione di Moneta Fiscale da parte dei governi. Titoli di credito fiscale a libera circolazione.

Le banche centrali scoprirebbero a questo punto che il loro monopolio nella gestione della moneta è scritto sulla sabbia.

 

lunedì 21 aprile 2025

Il debito vero

 

L’antipatia di Trump per i deficit commerciali degli USA nasce in fondo, in larga misura, dallo stesso equivoco in cui cade chi si preoccupa del debito pubblico in moneta propria.

Non è affatto vero che i deficit commerciali USA siano insostenibili, per il semplice motivo che gli USA pagano le importazioni in dollari.

E’ la stessa ragione per cui non preoccupa un debito pubblico in moneta nazionale, mentre può creare guai un debito pubblico in moneta straniera (ed è per questo che l’Italia ha commesso un gravissimo, tremendo errore convertendo il suo debito in lire in debito in euro).

Gli USA non hanno nessun problema finanziario, né oggi né in prospettiva. Salvo quelli che rischiano di crearsi da soli.

domenica 6 aprile 2025

Trump, i dazi e la globalizzazione


La mossa aggressiva, anche più del previsto, dell’amministrazione Trump, l’introduzione di dazi molto pesanti, è un grosso colpo contro la globalizzazione. E la globalizzazione ha fatto grandi danni. Per cui al di là delle incertezze, al di là della caduta dei mercati azionari, al di là delle comprensibili inquietudini, c’è da esserne contenti.

O no ?

Non ne sono così sicuro.

Il problema della globalizzazione, e l’ho detto più volte già anni fa, vedi ad esempio qui, è l’aver messo le classi meno abbienti dell’Occidente in diretta concorrenza con i lavoratori dei paesi emergenti. Invece di tutelare il potere d’acquisto dei cittadini occidentali a fronte di una crescita dei paesi ex poveri, si è criminalmente preteso di farli incontrare a mezza strada.

Criminalmente ? sì, perché mentre i redditi del ex terzo mondo aumentavano, quelli dei ceti medi, medio-bassi e bassi del primo mondo calavano. E insieme ai redditi reali, anche le tutele sociali e il welfare.

La globalizzazione è stata gestita così. Si è raccontato che era inevitabile. Ma non lo era. L’appropriato utilizzo dei deficit pubblici avrebbe consentito di redistribuire i vantaggi prodotti da delocalizzazione e globalizzazione, ripartendoli anche a vantaggio del lavoro e non solo del capitale.

Non era necessario abbattere le tutele sociali. Non era necessario comprimere gli investimenti pubblici. E invece si è fatta austerità in Europa con la scusa (totalmente inventata) dell’insostenibilità dei debiti pubblici; e si sono invece accettati i deficit pubblici negli USA ma solo per tagliare le tasse ai ricchi e alle aziende (quindi ancora ai ricchi, perché in azioni investono i benestanti).

Adesso Trump usa la leva dei dazi per riequilibrare i saldi commerciali esteri. Ma ammesso che ci riesca (ed è tutto da scoprire) almeno a parole (a fatti vedremo) la sua amministrazione spinge anche sulla necessità di comprimere deficit e debito pubblico. Altro che rilancio del welfare.

Il debito pubblico e il debito estero USA sono IN DOLLARI. Non c’è nessuna, proprio nessuna, situazione di insostenibilità finanziaria. Né oggi né in prospettiva.

Per correggere le distorsioni, pesantissime, della globalizzazione così come è stata attuata, serve un rilancio dei deficit pubblici (azzerare il patto di stabilità nella UE) e un riorientamento della spesa verso finalità sociali (negli USA).

Ma l’Unione Europea è aperta a un ampliamento dei deficit pubblici solo per il riarmo, e gli USA parlano di contrarre il deficit.

Tutto questo non mi piace. Il problema della globalizzazione, per l’Occidente, non è azzerarla ma correggerne le distorsioni. E la correzione non la vedo avvenire. Non tramite i dazi USA, comunque.

giovedì 9 gennaio 2025

La Groenlandia non è UE

 Probabilmente le uscite di Trump sulla possibile annessione della Groenlandia agli USA sono sparate delle sue solite, destinate a non avere seguito. Però gli zelanti europeisti dimostrano di non conoscere il contesto quando gli rispondono indignati che “non sono ammessi attacchi ai confini UE".


In primo luogo, perché l’Unione Europea non è un’unione politica, non è uno stato, e chi ne parla come se fosse tale scambia i suoi desideri per realtà che non si sono ancora concretizzate (né sembrano vicine a farlo).

In secondo luogo, la Groenlandia NON appartiene alla UE. La situazione è riassunta con molta chiarezza da Wolfgang Munchau nel suo sito Eurointelligence (articolo uscito ieri, 8.1.2025).


Chiaro ? la Groenlandia non fa parte della UE, e può secedere dalla Danimarca se la maggioranza della popolazione decide di farlo a seguito di un referendum. E a quel punto è anche libera di accettare un’eventuale proposta di adesione agli Stati Uniti d’America.

Succederà ? a me pare fantapolitica, però è un percorso possibile. Quello che invece è certo è che non si tratterebbe in alcun modo di un “attacco ai confini” del non-Stato noto come Unione Europea.

giovedì 14 marzo 2019

La "Belt and Road Initiative"


In moltissimi si chiedono, e alcuni di conseguenza chiedono anche a me, che opinione ci si possa fare in merito all’annunciata partecipazione italiana al megaprogetto cinese, noto come Belt and Road Initiative (BRI) o anche come Nuova Via della Seta.

La mia risposta è che al momento faccio fatica a formarmi un giudizio, semplicemente perché si sta parlando della firma di un memorandum d’intesa piuttosto vago nei contenuti e di carattere, a quanto pare, del tutto non vincolante.

Resta il fatto che l’amministrazione USA (e anche la UE, per quanto in maniera più soffusa nei toni) ha espresso preoccupazione e si è detta, senza mezzi termini, infastidita dal fatto che un paese del G7 come l’Italia si accinga, in qualche modo, a sostenere i progetti di espansione mondiale dei cinesi.

Non sarebbe una buona notizia se in qualche modo si deteriorassero i rapporti italiani con gli USA, tenuto anche conto che Trump ha fin qui espresso molta simpatia per il governo Conte.

Ha anche ragione, d’altra parte, chi fa notare che tutti gli altri paesi del mondo in realtà fanno affari e collaborano con la Cina. Che cosa ci sia nella BRI di più minaccioso rispetto a quanto già avviene non mi è chiaro.

Allo stesso modo, tuttavia, non so giudicare se la BRI – che in larga misura si impernia su grandi progetti infrastrutturali, soprattutto marittimi e ferroviari – possa essere un importante volano di alimentazione per gli investimenti in Italia, tale da dare una necessarissima spinta alla domanda interna.

Una cosa comunque va notata. Se devono affluire in Italia risorse finanziarie che rilancino produzione e occupazione, le strade sono due: reperirle all’esterno o crearle all’interno.

La creazione interna è una strada possibilissima, modificando la governance dell’eurosistema: via impercorribile se si cerca il consenso dei partner, Germania in primis; immediatamente attivabile, invece, se si parte con il progetto MF / CCF, che non richiede nessun consenso né nessuna modifica dei trattati.

La valenza della Moneta Fiscale è ben più certa e rapida dei benefici che l’Italia potrebbe ottenere dalla BRI. Non ci si decide a lanciarla, con ogni probabilità, perché troppi gruppi d’interesse, esterni e interni al paese, la osteggiano.

Fare sponda sugli USA, da questo punto di vista, potrebbe essere estremamente utile. Se l’amministrazione Trump fa valere il suo peso politico – e non deve fare nient’altro se non esprimere il proprio apprezzamento per il progetto, implicitamente facendo sapere alla UE che “gradisce” se non si mette di traverso - la Moneta Fiscale può diventare realtà in tempi rapidissimi.

Con ricadute positive, sull’economia italiana, molto più certe e veloci rispetto alla BRI.

Quello che farei al posto di Conte è rassicurare in tutte le maniere possibili gli USA in merito alla natura non lesiva dei loro interessi della futura partecipazione italiana alla BRI. E in cambio ottenere la loro “dichiarazione di apprezzamento” – e lanciare la MF.


lunedì 2 gennaio 2017

Trump, la Germania e l’euro


Il presidente eletto degli USA, Donald Trump, non ha grande simpatia per la UE, e ancora meno per l’euro. Un recente documento pubblicato dal suo staff ne spiega le ragioni senza ambiguità.

“La debolezza delle economie del Sud Europa nell’ambito dell’Unione Monetaria Europa mantiene l’euro a un tasso di cambio inferiore rispetto a quello del marco tedesco, se fosse una moneta indipendente. Questa è la ragione principale per cui gli USA hanno un grande deficit commerciale nei confronti della Germania – 75 miliardi di dollari nel 2015 – nonostante le retribuzioni tedesche siano relativamente alte”.

E poco dopo si parla di “imporre” (da parte degli USA) “tariffe difensive e compensative se la manipolazione della valuta non viene meno”.

E’ evidente che l’attuale assetto dell’Eurosistema non viene ritenuto accettabile dalla nuova presidenza USA. Aumentano quindi le probabilità che si arrivi a uno scioglimento integrale dell’Eurozona. Alternativamente, è possibile che – sotto la minaccia di una guerra commerciale diretta a ridurre il surplus commerciale tedesco verso gli USA – la Germania accetti finalmente un ciclo di politiche fiscali espansive, esteso a tutti i paesi dell’Eurosistema, e con finanziamento dei maggiori deficit pubblici garantito dalla BCE (meglio ancora sarebbe se esplicitamente monetizzato).

In pratica la Germania e anche il resto dell’Eurozona rilancerebbero, in questa seconda ipotesi, la domanda interna e accetterebbero – anche per il tramite di un rafforzamento dell’euro – una significativa riduzione del proprio surplus commerciale.

Resterebbe il problema degli sbilanci all’interno dell’Eurozona, che però è gestibile se i paesi del Sud dedicano una parte dell’espansione fiscale a ridurre il proprio costo del lavoro lordo (non i salari netti !) tramite un consistente e permanente abbattimento del cuneo fiscale.

Se nessuna delle due ipotesi sopra descritte si verifica, per l’Italia l’adozione del progetto Moneta Fiscale rimane la strada più promettente – forse l’unica possibile. Il rilancio della domanda interna verrebbe effettuato emettendo CCF nazionali. Nella misura necessaria, i CCF verrebbero destinati anche a migliorare la competitività delle aziende italiane, per evitare di disperdere in maggiori importazioni nette una parte dell’azione espansiva.

Se un paese importante come l’Italia – la terza economia dell’Eurozona – esce dalla propria situazione economica depressa, la BCE ha meno ragioni per mantenere debole il cambio euro / dollaro. Anche in questo caso, il rafforzamento dell’euro agirebbe da riequilibrio, quantomeno parziale, degli sbilanci commerciali tra USA e Germania.

Tutto questo vale, a maggior ragione, se l’esempio dell’Italia venisse imitato da altri paesi dell’Eurozona – se, in altri termini, vari altri stati rilanciassero domanda e competitività introducendo la loro versione di Moneta Fiscale nazionale.

E’ quindi plausibile che un’azione espansiva mediante Moneta Fiscale, effettuata dall’Italia e magari da altri paesi, venga vista con favore dalla presidenza Trump. Quanto ai tedeschi, non mi aspetto che se ne mostrino entusiasti, ma non avranno mezzi per opporsi, e francamente nemmeno interesse. Si tratterebbe infatti di un’evoluzione di gran lunga preferibile rispetto a una guerra commerciale con gli USA o a una rottura deflagrante dell’Eurozona.


venerdì 18 novembre 2016

Obama si è scordato dell’Eurozona

La politica economica di Obama merita un giudizio positivo ? non più di una stentata sufficienza. E non aver fatto meglio di una stentata sufficienza ha avuto un’influenza importante sulle recenti elezioni e sulla sorprendente vittoria di Trump.

Obama, stando ai sondaggi, ha concluso la sua presidenza con un buon livello di popolarità, e le proposte economiche di Hillary Clinton erano percepite come una sostanziale continuità rispetto ad Obama. Ma Hillary ha perso, e il motivo principale è che larghi segmenti dell’elettorato USA vivono con malessere la propria condizione.

Disoccupazione sulla carta bassa, ma con partecipazione alle forze di lavoro ben inferiore al livello pre-2008; disparità dei redditi e ineguaglianza sociale altissimi e senza alcuna tendenza a ridursi.

Obama si è insediato, a inizio del 2009, nel pieno di una gravissima crisi, il cui apice è stato il fallimento Lehman nel settembre del 2008. Le sue azioni iniziali sono andate nella direzione giusta, con il varo di un importante piano di stimoli fiscali – 900 miliardi di dollari – che ha invertito il trend e avviato la ripresa.

Il problema è che la gravità della crisi e l’effetto di contrazione della domanda interna sono stati sottostimati. Il piano del 2009 – come notato in effetti, ai tempi, da parecchi commentatori – per quanto di dimensione assoluta rilevante, sarebbe dovuto essere ancora maggiore, probabilmente per almeno altri 300 miliardi.

La ripresa USA, di conseguenza, c’è stata, ma blanda e percepita come insoddisfacente da una larga parte della popolazione.

Naturalmente siamo lontani anni luce dai disastri dei vari paesi dell'Eurozona che hanno seguito le prescrizioni UE. Ma comunque Obama, o meglio il partito democratico, a partire delle elezioni 2010 hanno perso il controllo del congresso, arrivando nel 2014 ad essere in minoranza sia alla camera che al senato.

A quel punto Obama aveva senza dubbio compreso che si sarebbe dovuta intensificare l’azione espansiva, con un ulteriore programma di spesa rivolto, per esempio, agli investimenti infrastrutturali. Purtroppo, semplicemente, non era in grado di farlo approvare dal congresso.

L’amministrazione USA avrebbe potuto fare qualcosa di meglio per superare questa situazione di stallo ?

La risposta è positiva: avrebbe dovuto muoversi diversamente nei confronti della crisi dell’Eurozona. La situazione economica USA è stata influenzata anche, ovviamente in negativo e in misura apprezzabile, dalle scellerate politiche di austerità intraprese nell’Eurozona, a partire soprattutto dal 2011. La pesantissima caduta di domanda interna eurozonica, principalmente nel 2012-2013, non seguita da alcuna ripresa di portata paragonabile, è stata un grave fattore frenante per l’intera economia mondiale, USA inclusi.

La presidenza USA avrebbe potuto contrastare tutto questo ? sicuramente sì. Mettendo in gioco il suo peso politico, avrebbe potuto indurre la UE – e soprattutto il governo tedesco – quantomeno ad attenuare le azioni “prescritte” ai vari paesi del Sud Europa. Se Obama è stato in grado di persuadere la UE ad imporre sanzioni alla Russia in conseguenza della crisi ucraina (sanzioni dannose per le economie europee, che nessuno aveva in realtà voglia di porre in atto…) poteva, analogamente, mutare la rotta su cui era avviata l’Eurozona. Almeno parzialmente, ma comunque in misura significativa.

Questo non è accaduto. Gli USA si sono solo preoccupati di non far deflagrare la situazione. Hanno supportato il “whatever it takes” di Draghi, che ha evitato la rottura dell’euro ma non ha invertito il segno depressivo delle politiche fiscali. Nel 2015, hanno persuaso Tsipras a non uscire dall’euro promettendo sostegno alle richieste di stralcio del debito greco – richieste che sono rimaste però, e sono tuttora, lettera morta. In altri termini si sono solo preoccupati che la barca eurozonica non affondasse, non che fosse messa in condizioni di navigazione decorose.

Obama non ha capito quanto il benessere economico USA dipendesse da quello europeo, e quanto sbagliata fosse la direzione in cui le cose si stavano muovendo oltre Atlantico. Mentre risolvere la crisi dell’Eurozona, o quantomeno impedire una gestione così catastrofica, era l’elemento chiave che avrebbe trasformato la ripresa USA da passabile a robusta. E sarebbero stati, tra l’altro, migliori i risultati elettorali del partito democratico nel 2010, 2012 e 2014, col che Obama avrebbe avuto spazi di azione molto maggiori anche all’interno.

Obama si è scordato dell’Eurozona. E se il 20 gennaio 2017 alla Casa Bianca si insedierà Donald Trump, e non Hillary Clinton, lo dobbiamo in larghissima misura a questo.


martedì 15 novembre 2016

La pallavolistica vittoria di Donald Trump


Molti commentatori – in genere, com’è comprensibile, persone non esattamente entusiaste della vittoria di Trump – hanno fatto notare che Hillary Clinton ha ottenuto più voti individuali. La vittoria di Trump sarebbe quindi in qualche modo questionabile, in quanto dovuta alle caratteristiche (perverse, dice qualcuno) del sistema elettorale USA, dove la nomina del presidente è affidata a “grandi elettori” allocati stato per stato, sulla base di un principio maggioritario.

Bene…

Molti ricorderanno l’emozionante semifinale del torneo di pallavolo agli ultimi Giochi Olimpici di Rio de Janeiro. L’Italia ha battuto gli USA per 3 set a 2. Punteggi dei set: 30-28 26-28 9-25 25-22 15-9.

Il totale dei punti ottenuti è stato Italia 105, USA 112. L’Italia ha fatto meno punti. Fosse stato un incontro di basket, realizzando 105 punti contro 112 degli avversari avrebbe perso.

Qualcuno pensa, quindi, che la vittoria italiana non sia stata legittima ? no, perché nella pallavolo contano i set, non il totale dei punti realizzati.

Del resto chi ha visto l’incontro rammenterà che l’Italia è partita molto male nel terzo set, e trovandosi sotto di parecchio ha “mollato” per risparmiare le energie in vista di quelli successivi. Era inutile sudare sangue per perdere quel set magari 18-25 invece di 9-25. E’ stata una condotta di gara comprensibile, e comunque del tutto legittima.

Cosa c’entra questo con le elezioni USA ? in due degli stati più popolosi, California e New York, i democratici erano dati nettamente in vantaggio. E’ plausibile che Trump non abbia fatto grandi sforzi lì, in sede di campagna elettorale. Ci si fosse dedicato maggiormente avrebbe potuto accorciare le distanze e magari arrivare a prendere più voti individuali della Clinton nel totale del paese. Ma non serviva perché i due stati erano comunque persi, e contavano i voti elettorali, non quelli individuali. Meglio concentrarsi sugli stati in bilico.

Magari Hillary Clinton ha fatto lo stesso in un altro stato di grandi dimensioni, il Texas, dov’erano favoriti i repubblicani. Però lo scarto delle previsioni era inferiore, e in effetti un po’ di possibilità Hillary in Texas le aveva, stando almeno ai risultati finali: California 62%-33% per Hillary, New York 58%-37% per Hillary, Texas 52%-43% per Donald.

Altri ancora fanno notare che la maggior parte dei voti individuali validi non sono stati espressi per Trump. E’ vero, ma neanche per la Clinton. Le percentuali sono state Trump 47,30%, Clinton 47,75%, il libertarian Gary Johnson 3,26%, l’ecologista Jill Stein 0,98% (e non si arriva a 100% perché c’erano altri candidati minori).

Per far sì che venisse eletto un candidato votato dalla maggioranza degli elettori (che avessero votato ed espresso voti validi) occorreva un altro sistema, per esempio un doppio turno con ballottaggio alla francese. A quel punto, dove sarebbero confluiti i voti dei “minori” ? la Stein sulla Clinton, in larghissima parte. Ma Johnson forse più su Trump. E parecchi di quelli elettori magari non avrebbero votato per nulla, non riconoscendosi in nessuno dei due candidati.

Nessun sistema elettorale è impeccabile. Sull’impossibilità di creare un sistema perfettamente rappresentativo sono stati scritti centinaia di libri e addirittura formulati e dimostrati teoremi matematici.

Però negli USA il sistema è quello, non favorisce nessuno a priori, e nessun candidato l’ha contestato.

A Rio si giocava a pallavolo – non a basket - e con il sistema di punteggio della pallavolo l’Italia ha battuto gli USA. Punto.

Alle elezioni statunitensi si eleggeva il presidente, e con quel sistema elettorale Donald ha battuto Hillary. Anche qui, punto.

sabato 12 novembre 2016

Che cosa succede con Trump

Ci sarà, negli USA, una svolta di politica economica ? con ogni probabilità sì, soprattutto nel senso di politiche fiscali maggiormente espansive, che lasciano pensare a un’accelerazione della crescita già a partire dal 2017.

Per la verità anche Hillary Clinton (e lo stesso Obama) si erano espressi a favore di programmi di investimenti pubblici in infrastrutture. Ma aveva (Obama) o avrebbe avuto (Clinton) il problema insormontabile di congresso e senato a maggioranza repubblicana, che avrebbero bloccato azioni di questo tipo se proposte da un presidente democratico.

Trump questo problema non lo avrà. Ha accennato a numeri significativi (1.000 miliardi di dollari in quattro anni ?) attuati tramite (qui la cosa sarà da chiarire) partnerships pubblico / privato e incentivi fiscali sotto forma di “tax credits” (cartolarizzabili e cedibili ? ai lettori di questo blog dovrebbe ricordare qualcosa… ).

Si parla anche di riduzioni d’imposta, sperabilmente rivolti in misura significativa alle fasce sociali disagiate e alla classe media impoverita, il vero motore del sorprendente successo elettorale di Trump.

Un programma di espansione fiscale significativo dovrebbe finalmente portare l’economia USA fuori dalla trappola della liquidità: il mercato obbligazionario sembra crederci, come indicato dai rendimenti dei titoli di stato a 10 anni, passati dall’1,6% scarso di poche settimane fa a oltre il 2,1%.

Cambi: la combinazione di ripresa economica e tassi d’interesse in salita dovrebbe spingere il dollaro al rialzo, ma questo peggiorerebbe il deficit commerciale e diluirebbe, quindi, l’effetto espansivo delle azioni fiscali. E d’altra parte il livello attuale – 1,085 contro euro – è probabilmente già sopravvalutato di un 10%, forse anche di un 15%.

In effetti agli USA farebbe comodo un dollaro più debole contro euro, ma questo aggraverebbe la sempre problematica e precaria situazione dell’Eurozona. La cosa più sensata sarebbe accettare un cambio all’incirca invariato a condizione che anche dall’altra parte dell’Atlantico finalmente cada il mantra dell’austerità e si attui una significativa espansione fiscale, quantomeno nei paesi tuttora in difficoltà – cioè più o meno tutti meno la Germania - e per almeno un paio di punti di PIL.

Questo risolverebbe ovviamente anche molti dei guai prodotti dall’Eurocrisi. Gli USA premeranno in questa direzione, speriamo che l’euro-autolesionismo venga finalmente meno.

Accordi commerciali: Trump è stato eletto su una piattaforma di forte critica della globalizzazione e dei suoi effetti negativi sulla classe media sempre più marginalizzata e impoverita. Non credo a guerre commerciali, ma al blocco definitivo del TTIP e del TTP, forse anche alla revisione del NAFTA. E in generale ad azioni – si vedrà quanto efficaci – orientate a isolare il lavoratore USA dagli impatti più violenti della concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro.

Resteranno sparate propagandistiche senza seguito il muro al confine col Messico, la deportazione degli immigrati irregolari, il bando all’ingresso di musulmani. Ma un atteggiamento più restrittivo nei confronti dell’immigrazione sicuramente ci sarà.

In politica estera, molto positivo è l’orientamento a porre termine all’avventurismo in Medio Oriente e a ricercare un dialogo cooperativo e distensivo con Mosca. Che per l’Europa comporterebbe il non disprezzabile effetto collaterale del venir meno delle sanzioni alla Russia.

Fin qui ci sarebbe da essere ottimisti. Dove sono i dubbi ? In ordine crescente di potenziale importanza:

Regolamentazione del mercato finanziario: si parla di riliberalizzare, e riaffiorano quindi i fantasmi del 2008. Ma i segnali sono disomogenei: annullamento del Dodd-Frank da un lato (ma quanto è stato realmente efficace ?) reintroduzione del Glass-Steagall dall’altro… scenari non chiari, o meglio contraddittori.

Sanità: si parla di annullare l’Obamacare, sul quale personalmente non ho un’opinione. Un disastro forse non è, un successo incontestabile neanche. Tutto dipende da che cosa lo sostituirà. La soluzione migliore sarebbe il single-payer system all’europea – interventi direttamente a carico del settore pubblico – ma bisognava eleggere Bernie Sanders…


Ambiente: Trump è, semplicemente, negazionista sul global warming. A giudizio di molti, si rischia di perdere l’ultima finestra di opportunità per evitare danni climatici di portata difficilmente valutabile. Anche qui non ho opinione – ho cercato di farmela, ma ancora non so a chi credere. Certo è inquietante.

venerdì 9 settembre 2016

Elezioni USA e tassi d’interesse

Giovanni Zibordi segnala un’interessante intervista a un grosso gestore di fondi obbligazionari USA, Jeffrey Gundlach, secondo il quale i tassi d’interesse USA hanno toccato un minimo e sono prossimi a risalire.

In particolare, il rendimento del titolo di stato decennale, attualmente intorno all’1,6% dopo essere stato anche più basso nei giorni scorsi, dovrebbe riportarsi oltre il 2% entro fine 2016.

Il punto interessante, mi pare, non è costituito dalla variazione dei tassi in sé, ma dalla motivazione. Entrambi i candidati alla presidenza sono favorevoli a un’azione espansiva sulla domanda interna USA, in particolare mediante investimenti in infrastrutture, per evitare un indebolimento del ciclo economico che, oltreoceano, si sta avvertendo.

In assenza di interventi, una recessione USA nell’arco dei prossimi dodici mesi non è da escludere. E comunque lo stato della principale economia mondiale non è in assoluto brillante (lo è solo relativamente alla catastrofe dell'Eurozona…). Il tasso di disoccupazione al 5% è in larga misura un effetto di un calo di partecipazione alle forze di lavoro. La percentuale di popolazione sottooccupata, o che ha semplicemente rinunciato alla ricerca di lavoro perché il mercato non offre prospettive, è troppo alta perché si possa parlare di una situazione tonica e soddisfacente.

Un rilancio della domanda aggregata interna è quindi molto opportuno, e questo spingerebbe al rialzo tutta la curva dei tassi. C’è un dettaglio, tuttavia. Sia Hillary Clinton che Donald Trump parlano di muoversi in questa direzione, ma a novembre non si elegge solo il presidente. Viene rinnovata anche tutta la camera dei rappresentanti, nonché un terzo del senato.

Il problema è che attualmente i repubblicani controllano camera e senato. L’azione espansiva in realtà l’avrebbe voluta effettuare anche Obama, che però non è stato in grado di farla approvare da un congresso in cui il suo partito è minoritario.

Dopo le elezioni di novembre, gli scenari possibili sono tre. Vince Trump (probabilità attualmente stimate intorno al 30%) e di conseguenza i repubblicani mantengono o addirittura rafforzano il controllo del congresso (la vittoria presidenziale tende a “trainare” anche i candidati del proprio partito alle elezioni di camera e senato: per quanto Trump sia un “outsider” – il che forse renderebbe questo fenomeno meno accentuato del solito – ai repubblicani basta non peggiorare, dato che partono già da una situazione di controllo).

Ma più probabile, al 70%, è una vittoria di Hillary Clinton. In questo caso occorre che l’effetto di traino a favore dei candidati democratici sia così forte da dare alla neo-presidente, o meglio al suo partito, il controllo del congresso, ribaltando le maggioranze attuali. Il che appare piuttosto difficile.

Grosso modo, c’è quindi un 50% di probabilità che si finisca col rimanere nella situazione odierna: presidente democratico e congresso repubblicano. Nel qual caso bisognerà sperare nelle capacità tattiche e diplomatiche di Hillary nel costruire un consenso bipartisan (era una delle specialità del marito…).