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venerdì 18 novembre 2016

Obama si è scordato dell’Eurozona

La politica economica di Obama merita un giudizio positivo ? non più di una stentata sufficienza. E non aver fatto meglio di una stentata sufficienza ha avuto un’influenza importante sulle recenti elezioni e sulla sorprendente vittoria di Trump.

Obama, stando ai sondaggi, ha concluso la sua presidenza con un buon livello di popolarità, e le proposte economiche di Hillary Clinton erano percepite come una sostanziale continuità rispetto ad Obama. Ma Hillary ha perso, e il motivo principale è che larghi segmenti dell’elettorato USA vivono con malessere la propria condizione.

Disoccupazione sulla carta bassa, ma con partecipazione alle forze di lavoro ben inferiore al livello pre-2008; disparità dei redditi e ineguaglianza sociale altissimi e senza alcuna tendenza a ridursi.

Obama si è insediato, a inizio del 2009, nel pieno di una gravissima crisi, il cui apice è stato il fallimento Lehman nel settembre del 2008. Le sue azioni iniziali sono andate nella direzione giusta, con il varo di un importante piano di stimoli fiscali – 900 miliardi di dollari – che ha invertito il trend e avviato la ripresa.

Il problema è che la gravità della crisi e l’effetto di contrazione della domanda interna sono stati sottostimati. Il piano del 2009 – come notato in effetti, ai tempi, da parecchi commentatori – per quanto di dimensione assoluta rilevante, sarebbe dovuto essere ancora maggiore, probabilmente per almeno altri 300 miliardi.

La ripresa USA, di conseguenza, c’è stata, ma blanda e percepita come insoddisfacente da una larga parte della popolazione.

Naturalmente siamo lontani anni luce dai disastri dei vari paesi dell'Eurozona che hanno seguito le prescrizioni UE. Ma comunque Obama, o meglio il partito democratico, a partire delle elezioni 2010 hanno perso il controllo del congresso, arrivando nel 2014 ad essere in minoranza sia alla camera che al senato.

A quel punto Obama aveva senza dubbio compreso che si sarebbe dovuta intensificare l’azione espansiva, con un ulteriore programma di spesa rivolto, per esempio, agli investimenti infrastrutturali. Purtroppo, semplicemente, non era in grado di farlo approvare dal congresso.

L’amministrazione USA avrebbe potuto fare qualcosa di meglio per superare questa situazione di stallo ?

La risposta è positiva: avrebbe dovuto muoversi diversamente nei confronti della crisi dell’Eurozona. La situazione economica USA è stata influenzata anche, ovviamente in negativo e in misura apprezzabile, dalle scellerate politiche di austerità intraprese nell’Eurozona, a partire soprattutto dal 2011. La pesantissima caduta di domanda interna eurozonica, principalmente nel 2012-2013, non seguita da alcuna ripresa di portata paragonabile, è stata un grave fattore frenante per l’intera economia mondiale, USA inclusi.

La presidenza USA avrebbe potuto contrastare tutto questo ? sicuramente sì. Mettendo in gioco il suo peso politico, avrebbe potuto indurre la UE – e soprattutto il governo tedesco – quantomeno ad attenuare le azioni “prescritte” ai vari paesi del Sud Europa. Se Obama è stato in grado di persuadere la UE ad imporre sanzioni alla Russia in conseguenza della crisi ucraina (sanzioni dannose per le economie europee, che nessuno aveva in realtà voglia di porre in atto…) poteva, analogamente, mutare la rotta su cui era avviata l’Eurozona. Almeno parzialmente, ma comunque in misura significativa.

Questo non è accaduto. Gli USA si sono solo preoccupati di non far deflagrare la situazione. Hanno supportato il “whatever it takes” di Draghi, che ha evitato la rottura dell’euro ma non ha invertito il segno depressivo delle politiche fiscali. Nel 2015, hanno persuaso Tsipras a non uscire dall’euro promettendo sostegno alle richieste di stralcio del debito greco – richieste che sono rimaste però, e sono tuttora, lettera morta. In altri termini si sono solo preoccupati che la barca eurozonica non affondasse, non che fosse messa in condizioni di navigazione decorose.

Obama non ha capito quanto il benessere economico USA dipendesse da quello europeo, e quanto sbagliata fosse la direzione in cui le cose si stavano muovendo oltre Atlantico. Mentre risolvere la crisi dell’Eurozona, o quantomeno impedire una gestione così catastrofica, era l’elemento chiave che avrebbe trasformato la ripresa USA da passabile a robusta. E sarebbero stati, tra l’altro, migliori i risultati elettorali del partito democratico nel 2010, 2012 e 2014, col che Obama avrebbe avuto spazi di azione molto maggiori anche all’interno.

Obama si è scordato dell’Eurozona. E se il 20 gennaio 2017 alla Casa Bianca si insedierà Donald Trump, e non Hillary Clinton, lo dobbiamo in larghissima misura a questo.


martedì 15 novembre 2016

La pallavolistica vittoria di Donald Trump


Molti commentatori – in genere, com’è comprensibile, persone non esattamente entusiaste della vittoria di Trump – hanno fatto notare che Hillary Clinton ha ottenuto più voti individuali. La vittoria di Trump sarebbe quindi in qualche modo questionabile, in quanto dovuta alle caratteristiche (perverse, dice qualcuno) del sistema elettorale USA, dove la nomina del presidente è affidata a “grandi elettori” allocati stato per stato, sulla base di un principio maggioritario.

Bene…

Molti ricorderanno l’emozionante semifinale del torneo di pallavolo agli ultimi Giochi Olimpici di Rio de Janeiro. L’Italia ha battuto gli USA per 3 set a 2. Punteggi dei set: 30-28 26-28 9-25 25-22 15-9.

Il totale dei punti ottenuti è stato Italia 105, USA 112. L’Italia ha fatto meno punti. Fosse stato un incontro di basket, realizzando 105 punti contro 112 degli avversari avrebbe perso.

Qualcuno pensa, quindi, che la vittoria italiana non sia stata legittima ? no, perché nella pallavolo contano i set, non il totale dei punti realizzati.

Del resto chi ha visto l’incontro rammenterà che l’Italia è partita molto male nel terzo set, e trovandosi sotto di parecchio ha “mollato” per risparmiare le energie in vista di quelli successivi. Era inutile sudare sangue per perdere quel set magari 18-25 invece di 9-25. E’ stata una condotta di gara comprensibile, e comunque del tutto legittima.

Cosa c’entra questo con le elezioni USA ? in due degli stati più popolosi, California e New York, i democratici erano dati nettamente in vantaggio. E’ plausibile che Trump non abbia fatto grandi sforzi lì, in sede di campagna elettorale. Ci si fosse dedicato maggiormente avrebbe potuto accorciare le distanze e magari arrivare a prendere più voti individuali della Clinton nel totale del paese. Ma non serviva perché i due stati erano comunque persi, e contavano i voti elettorali, non quelli individuali. Meglio concentrarsi sugli stati in bilico.

Magari Hillary Clinton ha fatto lo stesso in un altro stato di grandi dimensioni, il Texas, dov’erano favoriti i repubblicani. Però lo scarto delle previsioni era inferiore, e in effetti un po’ di possibilità Hillary in Texas le aveva, stando almeno ai risultati finali: California 62%-33% per Hillary, New York 58%-37% per Hillary, Texas 52%-43% per Donald.

Altri ancora fanno notare che la maggior parte dei voti individuali validi non sono stati espressi per Trump. E’ vero, ma neanche per la Clinton. Le percentuali sono state Trump 47,30%, Clinton 47,75%, il libertarian Gary Johnson 3,26%, l’ecologista Jill Stein 0,98% (e non si arriva a 100% perché c’erano altri candidati minori).

Per far sì che venisse eletto un candidato votato dalla maggioranza degli elettori (che avessero votato ed espresso voti validi) occorreva un altro sistema, per esempio un doppio turno con ballottaggio alla francese. A quel punto, dove sarebbero confluiti i voti dei “minori” ? la Stein sulla Clinton, in larghissima parte. Ma Johnson forse più su Trump. E parecchi di quelli elettori magari non avrebbero votato per nulla, non riconoscendosi in nessuno dei due candidati.

Nessun sistema elettorale è impeccabile. Sull’impossibilità di creare un sistema perfettamente rappresentativo sono stati scritti centinaia di libri e addirittura formulati e dimostrati teoremi matematici.

Però negli USA il sistema è quello, non favorisce nessuno a priori, e nessun candidato l’ha contestato.

A Rio si giocava a pallavolo – non a basket - e con il sistema di punteggio della pallavolo l’Italia ha battuto gli USA. Punto.

Alle elezioni statunitensi si eleggeva il presidente, e con quel sistema elettorale Donald ha battuto Hillary. Anche qui, punto.

venerdì 9 settembre 2016

Elezioni USA e tassi d’interesse

Giovanni Zibordi segnala un’interessante intervista a un grosso gestore di fondi obbligazionari USA, Jeffrey Gundlach, secondo il quale i tassi d’interesse USA hanno toccato un minimo e sono prossimi a risalire.

In particolare, il rendimento del titolo di stato decennale, attualmente intorno all’1,6% dopo essere stato anche più basso nei giorni scorsi, dovrebbe riportarsi oltre il 2% entro fine 2016.

Il punto interessante, mi pare, non è costituito dalla variazione dei tassi in sé, ma dalla motivazione. Entrambi i candidati alla presidenza sono favorevoli a un’azione espansiva sulla domanda interna USA, in particolare mediante investimenti in infrastrutture, per evitare un indebolimento del ciclo economico che, oltreoceano, si sta avvertendo.

In assenza di interventi, una recessione USA nell’arco dei prossimi dodici mesi non è da escludere. E comunque lo stato della principale economia mondiale non è in assoluto brillante (lo è solo relativamente alla catastrofe dell'Eurozona…). Il tasso di disoccupazione al 5% è in larga misura un effetto di un calo di partecipazione alle forze di lavoro. La percentuale di popolazione sottooccupata, o che ha semplicemente rinunciato alla ricerca di lavoro perché il mercato non offre prospettive, è troppo alta perché si possa parlare di una situazione tonica e soddisfacente.

Un rilancio della domanda aggregata interna è quindi molto opportuno, e questo spingerebbe al rialzo tutta la curva dei tassi. C’è un dettaglio, tuttavia. Sia Hillary Clinton che Donald Trump parlano di muoversi in questa direzione, ma a novembre non si elegge solo il presidente. Viene rinnovata anche tutta la camera dei rappresentanti, nonché un terzo del senato.

Il problema è che attualmente i repubblicani controllano camera e senato. L’azione espansiva in realtà l’avrebbe voluta effettuare anche Obama, che però non è stato in grado di farla approvare da un congresso in cui il suo partito è minoritario.

Dopo le elezioni di novembre, gli scenari possibili sono tre. Vince Trump (probabilità attualmente stimate intorno al 30%) e di conseguenza i repubblicani mantengono o addirittura rafforzano il controllo del congresso (la vittoria presidenziale tende a “trainare” anche i candidati del proprio partito alle elezioni di camera e senato: per quanto Trump sia un “outsider” – il che forse renderebbe questo fenomeno meno accentuato del solito – ai repubblicani basta non peggiorare, dato che partono già da una situazione di controllo).

Ma più probabile, al 70%, è una vittoria di Hillary Clinton. In questo caso occorre che l’effetto di traino a favore dei candidati democratici sia così forte da dare alla neo-presidente, o meglio al suo partito, il controllo del congresso, ribaltando le maggioranze attuali. Il che appare piuttosto difficile.

Grosso modo, c’è quindi un 50% di probabilità che si finisca col rimanere nella situazione odierna: presidente democratico e congresso repubblicano. Nel qual caso bisognerà sperare nelle capacità tattiche e diplomatiche di Hillary nel costruire un consenso bipartisan (era una delle specialità del marito…).