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domenica 12 marzo 2023

Silicon Valley Bank: Lehman 2, la vendetta ?

 

Il mio amico Giovanni Piva mi ha posto la domanda che in questi giorni è sulle labbra un po’ di tutti: il crac della Silicon Valley Bank (e i problemi di altri istituti bancari USA) sono fenomeni tutto sommato abbastanza contenuti e isolati, o provocheranno un effetto domino analogo alla crisi finanziaria del 2008 ?

In sintesi: SVB è la nuova Lehman Brothers ?

La mia risposta è: non è impossibile ma è molto improbabile.

Nessuna crisi finanziaria sistemica è inevitabile. Le autorità pubbliche hanno sempre la possibilità di bloccarle sul nascere, ricapitalizzando e/o garantendo il passivo delle istituzioni coinvolte, o comunque a rischio.

La deflagrazione di una crisi del genere quindi avviene, se avviene, perché non si concretizza la volontà politica di intervenire in modo adeguato.

Perché non è successo nel 2008 ? perché, dopo che in effetti parecchi salvataggi erano stati effettuati – Washington Mutual, Freddie Mac, Fannie Mae, eccetera – la Federal Reserve e il governo USA sono stati investiti da violente critiche in merito all’utilizzo di soldi pubblici per tamponare i dissesti.

Quando i problemi sono esplosi in Lehman, le autorità hanno deciso che un’ulteriore intervento non era “politicamente accettabile”. Il risultato è stato un’insolvenza disordinata che ha rischiato di portare al collasso l’intero sistema finanziario mondiale.

A quel punto gli interventi ci sono stati, e per dimensioni molto maggiori di quanto sarebbe stato sufficiente per Lehman. Si è dovuti intervenire su Citigroup, su Bank of America, e su parecchie altre situazioni.

I ritardi negli interventi sono stati influenzati anche dal contesto politico. Bush jr era a fine mandato e non controllava più le voci dissenzienti dei congressisti del suo stesso partito. E dopo le elezioni dei primi di novembre 2008 (il fallimento Lehman era avvenuto a metà settembre) sono passati i canonici due mesi prima dell’insediamento di Obama. Ciò ha causato un ritardo nel varo dei necessari pacchetti fiscali e ha prolungato la crisi di altri mesi.

Oggi queste complicazioni politiche non ci sono. E soprattutto, il ricordo del 2008 è troppo fresco. Certo, sono passati quindici anni (il tempo vola) ma quindici anni fa i decisori di oggi era già adulti, vaccinati e in posizioni di responsabilità. Non stiamo parlando della Grande Depressione, di cui tutti hanno letto ma che nessuno ha vissuto.

Quindi a uno stallo politico che lasci deflagrare la situazione, quand’anche (cosa che al momento non so) fosse potenzialmente grave quanto quella del 2008, non credo. Fermo restando che un minimo di rischio c’è sempre, perché la follia dei comportamenti umani (specialmente di quelli collettivi) è imprevedibile.

Mi pongo piuttosto un’altra domanda. Ma se è vero che una grossa parte del problema SVB è nato dalla perdita di valore non di attivi di bilancio arcani e astrusi, ma di banalissimi titoli di Stato USA…

…titoli che hanno perso di valore perché comprati quando i tassi erano vicini a zero, mentre oggi sono al 4-5%...

…ma perché il tesoro USA (ma anche quello degli altri paesi) non si finanzia con titoli a tasso variabile, tipo i buoni vecchi CCT che ai bei tempi della lira erano molto popolari tra i risparmiatori italiani, e che sterilizzano automaticamente il rischio tassi d’interesse ?

Risposta triste, ma è la realtà: perché i titoli a tasso fisso si prestano molto di più alla speculazione. E piacciono quindi alle istituzioni finanziarie, che sui ministeri e sulle banche centrali non dovrebbero avere, ma nella realtà hanno, molta influenza.

Al trader che specula, i titoli a tasso fisso piacciono. Se poi qualcosa va storto ci penserà lo Stato a ripulire i cocci. Loro, un po’ di anni a colpi di bonus milionari se li saranno comunque fatti.

 

venerdì 18 novembre 2016

Obama si è scordato dell’Eurozona

La politica economica di Obama merita un giudizio positivo ? non più di una stentata sufficienza. E non aver fatto meglio di una stentata sufficienza ha avuto un’influenza importante sulle recenti elezioni e sulla sorprendente vittoria di Trump.

Obama, stando ai sondaggi, ha concluso la sua presidenza con un buon livello di popolarità, e le proposte economiche di Hillary Clinton erano percepite come una sostanziale continuità rispetto ad Obama. Ma Hillary ha perso, e il motivo principale è che larghi segmenti dell’elettorato USA vivono con malessere la propria condizione.

Disoccupazione sulla carta bassa, ma con partecipazione alle forze di lavoro ben inferiore al livello pre-2008; disparità dei redditi e ineguaglianza sociale altissimi e senza alcuna tendenza a ridursi.

Obama si è insediato, a inizio del 2009, nel pieno di una gravissima crisi, il cui apice è stato il fallimento Lehman nel settembre del 2008. Le sue azioni iniziali sono andate nella direzione giusta, con il varo di un importante piano di stimoli fiscali – 900 miliardi di dollari – che ha invertito il trend e avviato la ripresa.

Il problema è che la gravità della crisi e l’effetto di contrazione della domanda interna sono stati sottostimati. Il piano del 2009 – come notato in effetti, ai tempi, da parecchi commentatori – per quanto di dimensione assoluta rilevante, sarebbe dovuto essere ancora maggiore, probabilmente per almeno altri 300 miliardi.

La ripresa USA, di conseguenza, c’è stata, ma blanda e percepita come insoddisfacente da una larga parte della popolazione.

Naturalmente siamo lontani anni luce dai disastri dei vari paesi dell'Eurozona che hanno seguito le prescrizioni UE. Ma comunque Obama, o meglio il partito democratico, a partire delle elezioni 2010 hanno perso il controllo del congresso, arrivando nel 2014 ad essere in minoranza sia alla camera che al senato.

A quel punto Obama aveva senza dubbio compreso che si sarebbe dovuta intensificare l’azione espansiva, con un ulteriore programma di spesa rivolto, per esempio, agli investimenti infrastrutturali. Purtroppo, semplicemente, non era in grado di farlo approvare dal congresso.

L’amministrazione USA avrebbe potuto fare qualcosa di meglio per superare questa situazione di stallo ?

La risposta è positiva: avrebbe dovuto muoversi diversamente nei confronti della crisi dell’Eurozona. La situazione economica USA è stata influenzata anche, ovviamente in negativo e in misura apprezzabile, dalle scellerate politiche di austerità intraprese nell’Eurozona, a partire soprattutto dal 2011. La pesantissima caduta di domanda interna eurozonica, principalmente nel 2012-2013, non seguita da alcuna ripresa di portata paragonabile, è stata un grave fattore frenante per l’intera economia mondiale, USA inclusi.

La presidenza USA avrebbe potuto contrastare tutto questo ? sicuramente sì. Mettendo in gioco il suo peso politico, avrebbe potuto indurre la UE – e soprattutto il governo tedesco – quantomeno ad attenuare le azioni “prescritte” ai vari paesi del Sud Europa. Se Obama è stato in grado di persuadere la UE ad imporre sanzioni alla Russia in conseguenza della crisi ucraina (sanzioni dannose per le economie europee, che nessuno aveva in realtà voglia di porre in atto…) poteva, analogamente, mutare la rotta su cui era avviata l’Eurozona. Almeno parzialmente, ma comunque in misura significativa.

Questo non è accaduto. Gli USA si sono solo preoccupati di non far deflagrare la situazione. Hanno supportato il “whatever it takes” di Draghi, che ha evitato la rottura dell’euro ma non ha invertito il segno depressivo delle politiche fiscali. Nel 2015, hanno persuaso Tsipras a non uscire dall’euro promettendo sostegno alle richieste di stralcio del debito greco – richieste che sono rimaste però, e sono tuttora, lettera morta. In altri termini si sono solo preoccupati che la barca eurozonica non affondasse, non che fosse messa in condizioni di navigazione decorose.

Obama non ha capito quanto il benessere economico USA dipendesse da quello europeo, e quanto sbagliata fosse la direzione in cui le cose si stavano muovendo oltre Atlantico. Mentre risolvere la crisi dell’Eurozona, o quantomeno impedire una gestione così catastrofica, era l’elemento chiave che avrebbe trasformato la ripresa USA da passabile a robusta. E sarebbero stati, tra l’altro, migliori i risultati elettorali del partito democratico nel 2010, 2012 e 2014, col che Obama avrebbe avuto spazi di azione molto maggiori anche all’interno.

Obama si è scordato dell’Eurozona. E se il 20 gennaio 2017 alla Casa Bianca si insedierà Donald Trump, e non Hillary Clinton, lo dobbiamo in larghissima misura a questo.