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mercoledì 21 maggio 2025

Keynes e l’”encroachment of ideas”

 


“Sono sicuro che il potere degli interessi consolidati è grandemente sovrastimato rispetto alla graduale penetrazione delle idee”.

“Graduale penetrazione delle idee”. Questa è la traduzione corretta di “encroachment of ideas”. E così la pensava John Maynard Keynes. Ma ho il timore che fosse troppo ottimista.

In pratica, JMK riteneva che idee inizialmente, apparentemente, astratte e accademiche, possano nel tempo penetrare nella mentalità comune e nelle decisioni pratiche, spesso senza che la pubblica opinione e i decisori politici ne siano consapevoli.

Nella “Teoria Generale” il concetto è esplicitato nei termini seguenti:

“Le idee degli economisti e dei filosofi politici, sia quando sono giuste che quando sono sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In effetti, il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si credono del tutto esenti da qualsiasi influenza intellettuale, sono di solito schiavi di qualche economista defunto”.

Nel contesto del suo lavoro, Keynes quindi usava questo concetto per evidenziare come le sue stesse teorie economiche (e in particolare l’importanza dell’intervento statale per stimolare la domanda in periodi di crisi) potessero gradualmente sostituire il pensiero economico classico, e in particolare la fede nel laissez-faire e nelle capacità di autoregolazione del mercato.

L’”encroachment” quindi è (sarebbe) una trasformazione culturale e intellettuale che si consolida nel tempo.

Perché ho il timore che Keynes fosse troppo ottimista ?

Perché dopo una ventina d’anni di prove incontrovertibili che il mercato non si autoregola, che l’intervento anticiclico dei decisori politici è essenziale per risolvere le crisi, che il debito pubblico non impoverisce i paesi, che utilizzare una moneta non emessa dallo Stato è pericolosissimo…

…dopo una ventina d’anni di accumulo di queste prove, siamo ancora in preda a decisori politici che parlano della necessità di “consolidare le finanze pubbliche” e di “preservare l’indipendenza delle banche centrali”. Ed altre simili amenità.

E questo è difficile da spiegare se non con la constatazione che i poteri consolidati, i ”vested interests” hanno un potere tutt’altro che sovrastimato.


sabato 1 febbraio 2025

Debito pubblico in lire, ma quanto mi costi ?

 Spesso anche interlocutori convinti che abbandonare la lira sia stato in errore affermano "certo però che ritornandoci il debito pubblico costerebbe molto di più...".

Lasciamo parlare John Maynard Keynes.



lunedì 6 maggio 2024

Il superbonus e le buche di Keynes

 

Sarebbe stato meglio utilizzare il superbonus per qualcosa di diverso dall’efficientamento energetico degli edifici ? questo si può senz’altro sostenerlo. Ma è una critica ben diversa rispetto a vaneggiare di un presunto “buco” che il superbonus avrebbe creato.

Ipotizziamo pure che il superbonus abbia incentivato una forma di spesa completamente inutile. Si tratterebbe, nel caso, di un’esemplificazione dell’apparente paradosso keynesiano: quando le risorse produttive sono fortemente inutilizzate, quando c’è carenza di domanda, produzione e occupazione, è ENORMEMENTE meglio pagare qualcuno per scavare buche e poi riempirle, rispetto a non far nulla, o peggio ancora rispetto a fare tagli e aumentare tasse per cercare di ridurre il deficit di bilancio pubblico.

Una volta di più, ricordiamo che la completa uscita degli Stati Uniti dalla Grande Depressione è avvenuta solo con la seconda guerra mondiale. Cioè con l’enorme aumento della spesa militare. Che sul piano economico è la forma di spesa più inefficiente che esista. E’ spesa distruttiva: spreco puro.

Il superbonus, l’emissione di Moneta Fiscale, ha permesso all’economia italiana di riprendersi molto più intensamente e rapidamente rispetto alle aspettative più ottimistiche. E non crea nessun buco. Problemi ci saranno solo se per rincorrere parametri di bilancio privi di qualsiasi logica si attueranno tagli di deficit. Quando invece è perfettamente possibile emettere nuova Moneta Fiscale, via via che quella esistente viene utilizzata.

Lasciate pure che i Monti, i Boeri, i Perotti, i Cottarelli, i Trezzi, le De Romanis, i Fubini, i De Bortoli delirino. La Moneta Fiscale funziona e deve diventare uno strumento permanente per l’attuazione delle politiche economiche necessarie al paese. Poi discutiamo sulle TIPOLOGIE di applicazione. Alcune sono migliori di altre. Discutiamo di TEMPISTICHE e di DIMENSIONI. Alcune sono più appropriate di altre. Ma non sogniamoci nemmeno per un istante di dar credito a chi da anni cerca di spingere l’Italia nella direzione sbagliata.

 

domenica 9 febbraio 2020

Autocitarsi, perché no ?


Secondo qualche frequentatore di social network, twitteristi in particolare, io indulgo troppo all’autocitazione. I miei interventi di solito includono un link a un articolo di questo blog, dove l’argomento della discussione viene sviluppato, o vengono comunque forniti elementi a supporto.

L’autocitazione, mi dicono, è “inelegante”. Francamente non ho capito la motivazione di questo giudizio. Il blog è lo strumento che utilizzo da sette anni per sviluppare le mie opinioni su (soprattutto) temi macroeconomici. Se l’argomentazione è già predisposta (come molto spesso capita) cosa dovrei fare, un copia incolla ? una parafrasi di quanto ho già scritto altrove ?

Una variante sul tema è quella degli accademici che dicono qualcosa del tipo “come puoi pensare che il post di un blog esprima un’opinione degna di essere presa in considerazione, leggi invece [segue link ad articolo di 50 pagine in inglese con 10 pagine di formule in allegato e 40 citazioni di altri articoli].”

Ora, io non ho problemi né con l’inglese né con le formule, e l’articolo linkato me lo leggo volentieri. Però rimango dell’idea che se si hanno le idee chiare su un argomento di macroeconomia, per spiegarsi non servono 50 pagine e neanche formule di analisi infinitesimale (sapete poi cosa diceva al riguardo Keynes, laureato in matematica – non in economia – a Cambridge ? ecco qui).

Se si hanno le idee chiare, i 280 caratteri di un tweet (o magari di due o tre in successione) bastano per renderle esplicite, in termini comprensibili a persone di media cultura. OK poi le fonti esterne a supporto per chi vuole approfondire, verificare i dati eccetera. Ma il nocciolo, credetemi, o la sai sintetizzare oppure… sei tu che non l’hai capito.

Pochi giorni fa, un docente di economia internazionale (non mi ricordo in quale università) ha preso cappello di fronte alla mia affermazione che il Regno Unito non aveva nulla da temere dalla Brexit perché è in deficit commerciale nei confronti della UE (è il cliente, in pratica, non il fornitore) e perché non acquista (dalla UE) nessun prodotto o servizio che non possa essere prodotto internamente o fornito da aziende non-UE.

Il tipo si è inalberato dicendo che dovevo “leggere la letteratura scientifica di riferimento” (link non forniti, in questo caso) per comprendere dove sbagliavo.

Beh, è mia ferma convinzione che se avesse avuto le idee chiare, avrebbe spiegato in un paio di tweet perché il Regno Unito rischia gravi danni dalla Brexit. Citando fonti a supporto dove era il caso (comprese quelle scritte da lui stesso, ove mai esistessero…): ma per corroborare concetti che nel frattempo aveva resi noti all’audience.

Meglio l’autocitazione che la non-spiegazione, insomma. La prima magari sarà inelegante, ma della secondo proprio non so che farmene.


sabato 2 novembre 2019

Soluzioni semplici e problemi complessi


Una delle frasi preferite dei sostenitori dell’establishment politico-finanziario, tra i quali anche e soprattutto i loro economisti di riferimento, è che “non ci sono soluzioni semplici a problemi complessi”.

L’economia è un disastro da vent’anni ? l’euro non funziona ? le regole di governance dell’eurosistema sono un cumulo di assurdità ?

Ma no, non dovete pensare che le cose vadano male per questo ! L’intervento necessario a rimetterle in sesto non può essere semplice e rapido. Non sapete che c’è la stagnazione secolare ? il cambiamento climatico ? l’intelligenza artificiale che prende piede ? l’emergere di nuovi modelli di sviluppo ?

Qualcuno che aveva credenziali scientifiche un po’ più solide di questi signori, John Maynard Keynes, spiegava invece nel 1930 che la situazione era un po’ diversa.

Si stava guidando un’automobile che si è bloccata. Quando accade, molti si chiedono se l’auto vada completamente riprogettata, o addirittura se per qualche motivo un qualsiasi tipo di auto non sarà più in condizioni di funzionare. La verità, invece, è che si è scaricata la batteria.

Era vero allora, ed è vero oggi. Immettere potere d’acquisto in un sistema economico che sta viaggiando nettamente al di sotto del suo potenziale, e dove l’inflazione peraltro è troppo bassa (ce lo ripete ogni giorno la BCE stessa) è tecnicamente molto semplice.

La soluzione è semplice perché il problema, sul piano operativo, E’ SEMPLICE. Addirittura elementare.

La non-soluzione è semplicemente dovuta alla volontà di strumentalizzare la crisi, per conseguire trasferimenti di reddito, ricchezza, e, soprattutto, potere.

E’ la dimensione politica del problema a non essere ancora stata risolta. L’analisi tecnica e l’identificazione delle soluzioni da attuare è quasi banale.

Quando sentite dire, riguardo alla crisi economica, che non esistono soluzioni semplici a problemi complessi, sappiate che queste parole le sta pronunciando una persona alquanto confusa.

Oppure in malafede.


lunedì 18 marzo 2019

Perchè la deflazione va temuta più dell'inflazione


Come in molti altri casi, è difficile spiegare più chiaramente e più elegantemente quali siano i danni della deflazione, e perché possano essere parecchio peggiori di quelli dell’inflazione, di quanto abbia fatto John Maynard Keynes - qui in “Social Consequences of Changes in the Value of Money” (1923):

Inflation is unjust and Deflation is inexpedient. Of the two perhaps Deflation is, if we rule out exaggerated inflations such as that of Germany, the worse: because it is worse, in an impoverished world, to provoke unemployment than to disappoint the rentier. But it is not necessary that we should weigh one evil against the other. It is easier to agree that both are evils to be shunned”.

“L’inflazione è ingiusta e la deflazione è sconveniente. Delle due forse la deflazione, se escludiamo inflazioni spropositate come quella della Germania [nei primi anni della Repubblica di Weimar], è la peggiore: perché è peggio, in un mondo indigente, provocare disoccupazione che deludere chi vive di rendita. Ma non è necessario che noi confrontiamo un male con l’altro. E’ più semplice concordare che entrambi i mali debbano essere evitati”.

Entrambe possono essere evitate, infatti: sia la deflazione che l’inflazione spropositata. Basta che i governi gestiscano in modo appropriato la quantità di potere d’acquisto in circolazione nell’economia. Non ci sono motivi tecnici per cui questo non debba essere possibile, come è noto a chi segue questo blog fin dai suoi primissimi articoli.

Ci sono invece ragioni istituzionali e politiche, che sono il riflesso in parte di incompetenza, in parte di avidità, in parte di malafede da parte delle élites che oggi condizionano massicciamente la gestione delle economie, in particolare nell’Eurozona.

Condizionamenti difficili da superare. Ma non è impossibile, e presto o tardi ci si riuscirà.

giovedì 22 novembre 2018

Finto europeismo e vero nazionalismo


Una riflessione di Biagio Bossone, che condivido in pieno:

“Al finto europeismo di questi decenni, non si sostituisce un europeismo autentico (non ce n’è traccia) ma un nazionalismo meno ipocrita, nell’ambito del quale il tuo alto debito mette a rischio anche me, dunque non appoggio la tua politica di deficit.

Altra cosa sarebbe una vera unione in cui i meccanismi (sovranazionali) di aggiustamento, anti-ciclici e simmetrici (alla Keynes) aiuterebbero i governi più indebitati a rientrare, evitando i danni e gli effetti prociclici dell’austerità.

Naturalmente, altro che unione ! dopo gli evidenti fallimenti di un’architettura sbagliata, e che ha funzionato solo a beneficio del paese che se le è costruita su propria misura, adesso si marcia nella direzione opposta.

Il progetto CCF / Moneta Fiscale permette di mantenere lo status quo (chiamiamola “finta unione” per evitare ipocrisie) consentendo a chi lo adotta una via autonoma alla crescita.

E’ un progetto in grado di creare una solida stampella a un sistema altrimenti perennemente zoppo. Sempre, si capisce, che non se ne abusi”.

Ma questo – aggiungo - vale per qualsiasi politica di rilancio della domanda, e significa semplicemente che occorre, oltre all’identificazione dello strumento da adottare, la definizione di un programma ben dimensionato e correttamente strutturato.


giovedì 13 ottobre 2016

Quali problemi crea “rimuovere l’euro” ?


Da quattro anni mi affaccendo a sviluppare e promuovere una soluzione ai problemi nati dall’introduzione dell’euro come moneta comune di un gruppo di paesi europei – tra cui, purtroppo per noi, l’Italia.

La soluzione identificata, la Moneta Fiscale o CCF o Certificati di Credito Fiscale, è una forma di strumento monetario parallelo, che supera le disfunzioni dell’euro senza che lo si debba “rompere”.

E i motivi per evitare la rottura sono fondamentalmente due.

Da un lato, si tratterebbe di un fenomeno complicato da gestire sul piano tecnico e operativo.

Dall’altro (probabilmente ancora più importante) è difficile costruire il necessario consenso politico per attuare un passaggio “deflagrante”.

Tutto ciò premesso, trovo che siano parecchio fuori strada alcuni commentatori i quali (1) condividono la valutazione negativa del progetto euro; (2) concordano che sarebbe stato di gran lunga meglio non avviarlo; ma (3) delineano scenari catastrofici nell’eventualità che l’euro venga meno. Questo, non solo e forse neanche principalmente per la complessità del passaggio tecnico-politico, ma per la presunta ingestibilità della situazione che si verrebbe a creare successivamente.

Un esempio. In questo articolo, co-firmato da alcuni economisti di ottima fama, si legge a un certo punto che “rimosso l’euro, ci ritroveremmo quindi comunque in un vincolo esterno di domanda estera che difficilmente ci permetterebbe di perseguire politiche espansive, una volta tolto il cordone ombelicale con la BCE e senza più accesso al mercato dei capitali”.

L’Italia ha “un vincolo esterno di domanda estera” ? l’Italia nel 2016 sta generando un surplus commerciale di 60 miliardi e la posizione finanziaria netta sull’estero è negativa solo in misura modesta (23% del PIL, grosso modo gli stessi livelli di Francia, Regno Unito e USA) e declinante (grazie appunto ai surplus commerciali).

L’Italia non ha un problema di deficit nell’interscambio estero. L’Italia ha subito una pesantissima contrazione della domanda interna. Nel 2015 i consumi interni sono stati pari (a valori corretti per l’inflazione) a 1.313 miliardi di euro contro 1.385 nel 2007 (l’ultimo anno prima dell’inizio di questa crisi infinita). Gli investimenti, a 273 miliardi contro 386.

Stiamo parlando di oltre 70 miliardi di consumi e di oltre 110 miliardi di investimenti in meno. Per contro, il saldo commerciale estero è migliorato di quasi 50 miliardi su base annua.

L’Italia non ha bisogno di fare affidamento su un boom dei saldi esteri. Ha bisogno di rilanciare il potere d’acquisto domestico: cosa ottenibile superando i vincoli dell’Eurosistema grazie all’utilizzo di una moneta nazionale. Per ottenere questo, non serve “il cordone ombelicale della BCE” e neanche “l’accesso al mercato dei capitali” internazionale.

Sicuramente importante, peraltro, è migliorare la competitività delle produzioni domestiche, ma la ragione non è l’esistenza di un deficit commerciale da riequilibrare: al contrario che nel 1992, siamo in posizione di surplus. Il miglioramento di competitività – che può essere ottenuto con un riallineamento valutario oppure, come propone il progetto Moneta Fiscale, con la riduzione del cuneo fiscale a beneficio (anche) delle aziende – serve a ottenere un altro obiettivo: a evitare che una parte dell’espansione di domanda interna si disperda a seguito di maggiori importazioni.

Uscendo dai vincoli dell’Eurosistema, l’Italia può rilanciare domanda, occupazione e PIL a saldi commerciali esteri invariati. Senza far affidamento sulla domanda estera – e senza scaricare problemi propri sui partner commerciali.

Peraltro, che introducendo una moneta nazionale l’Italia perderebbe “l’accesso al mercato dei capitali” è l’ultima delle preoccupazioni. In primo luogo, perché questo accesso non è certo mancato ai tempi della lira, e non si vede perché debba venir meno a una delle prime dieci economie mondiali, tra l’altro in posizione attiva nei rapporti commerciali con l’estero.

In secondo luogo, perché l’azione espansiva sulla domanda interna può e deve fare affidamento su risorse nazionali: e la vera, principale risorsa è costituita dalla capacità produttiva oggi inutilizzata, dai disoccupati da rimettere al lavoro, dalle aziende da riportare al pieno utilizzo degli impianti.

Certe affermazioni danno l’impressione di basarsi sull’ipotesi implicita che la moneta nazionale italiana non sarebbe (come invece, naturalmente, era prima nell’euro) convertibile, dotata di valore e attivamente scambiata sui mercati finanziari. Siamo in altri termini alla teoria della “pizza di fango”: tutte le economie di dimensione minimamente significativa (Eurozona esclusa, per propria scelta) emettono moneta, tutte queste monete hanno un valore, ma - per motivi arcani e imperscrutabili - per noi non sarebbe così. L’unica alternativa all’euro, per l’Italia, è il baratto ? scherziamo ?

Va anche notato che la preoccupazione in merito a un presunto mancato accesso al mercato dei capitali internazionali, oltre a essere infondata, lascia anche perplessi in quanto proprio la dipendenza da questi mercati è all’origine di tensioni e crisi finanziarie che affliggono tantissimi paesi, in particolare in quest’ultimo paio di decenni. Si parla sempre più frequentemente di regolamentare i flussi di capitale: bene, la regolamentazione migliore è averne bisogno il meno possibile, e il modo migliore per averne bisogno il meno possibile è disporre della propria moneta…

Proprio pochi giorni fa Thomas Fazi rammentava una celebre citazione di John Maynard Keynes, che con la consueta eleganza faceva luce su questo tema: “I sympathize… with those who would minimize, rather than those who would maximize, economic entanglement between nations. Ideas, knowledge, art, hospitality, travel – these are the things which should of their nature be international. But let goods be homespun whenever it is reasonably and conveniently possible; and above all, let finance be primarily national”.

Above all, let finance be primarily national.


giovedì 23 giugno 2016

Utili esercizi di traduzione

Tradurre nel modo più accurato possibile una citazione di John Maynard Keynes è un esercizio che raccomando. Tradurre richiede di riflettere in modo approfondito sul significato di ciò che si legge – altrimenti è impossibile renderlo in un’altra lingua con la necessaria precisione e significatività.

Inoltre, la prosa di JMK era elegantissima. Un esempio è questo. Un altro, qui di seguito.


“Too large a proportion of recent “mathematical” economics are mere concoctions, as imprecise as the initial assumptions they rest on, which allow the author to lose sight of the complexities and interdependencies of the real world in a maze of pretentious and unhelpful symbols”.

“Una quota troppo ampia della recente economia “matematica” è un semplice intruglio, impreciso tanto quanto le supposizioni iniziali su cui si basa, che permette all’autore di perdere di vista le complessità e le interdipendenze del mondo reale in un labirinto di simboli pretenziosi e inutili”.


Keynes non diceva tutto questo per inattitudine a maneggiare numeri e simboli. Era laureato in matematica, non in economia.

Si rendeva tuttavia conto che i dati quantitativi sono un elemento essenziale per comprendere le “complessità e interdipendenze del mondo reale”; ma, nello stesso tempo, le relazioni che li collegano non richiedono, per essere comprese, strumenti matematici raffinati quanto quelli abitualmente utilizzati dalle scienze fisiche. Al contrario, la complessità del modello analitico rischia di danneggiare, in luogo di agevolare, la comprensione del fenomeno economico sottostante.


Per questa ragione, l’utilizzo dell’analisi infinitesimale in articoli o testi di economia mi crea diffidenza. E ancora di più me ne creano conclusioni basate su modelli analitici, se non si prestano a essere tradotte in un linguaggio discorsivo e allo portata di individui di media cultura, purché discretamente volonterosi di applicarsi al tema.

mercoledì 28 ottobre 2015

Helicopter Money (or something similar to it) for the Eurozone

By Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini, Stefano Sylos Labini




What can Italy and the Eurozone crisis-countries do to fight persistent deflationary tendencies, in the face of the ECB failing to reach its 2% inflation target through QE? ECB president Mario Draghi has announced that the institution is willing to extend and expand its QE program. But is this the most effective solution?

Bernanke, Friedman, Keynes and helicopter money

In 2002, in a now famous speech before the National Economists Club in Washington, former US Fed chairman Ben Bernanke, speaking about stagnation in Japan, recommended that “A broad-based tax cut, for example, accommodated by a program of open-market purchases to alleviate any tendency for interest rates to increase, would almost certainly be an effective stimulant to consumption and hence to prices. ... A money-financed tax cut is essentially equivalent to Milton Friedman's famous "helicopter drop" of money”.

Milton Friedman, in fact, was not the only economist who thought about pouring money from helicopters out to people in the streets as the most effective stimulant to a depressed economy. Keynes himself had written as much provocatively on the subject, suggesting that in the absence of other measures it would be socially useful for the public authority to bury bottles filled with banknotes and let individuals unearth them, thus increasing incomes and jobs via the multiplier effect. Similar forms of monetary cum fiscal stimulus – which HM is all about – were thereafter recommended by as diverse and well-known economists like Henry Simon, Irving Fisher and Abba Lerner.

Eventually, the best that Bernanke (and his colleagues from the major central banks) was able to come up with was QE. Yet QE is not HM. Unlike HM, the money coming from QE may be issued only in exchange for other assets: it works indirectly through price effects, and does not add new spending power to the economy. Also, the money from QE gets into the economy through banks and financial intermediaries, which can only on-lend it to those few firms and households that during a depression are willing to borrow and are creditworthy enough. Finally, unlike HM, the money from QE goes to well-off individuals who are typically less inclined to spend than those relatively less well off.

In the Eurozone, the ECB has so far pumped billions of QE money into the banking systems, but little of it has gone into new lending at more favorable terms to borrowers.

The inadequacy of QE has eventually gained new adepts to HM as a more effective tool. In the UK, the idea has gained traction on the political left with the proposal for a QE for the people, or QEP, by Jeremy Corbyn, the new leader of the British Labour Party, according to which the central bank would print money and purchase bonds issued by a to-be-established National Investment Bank, which in turn would use the money to fund public infrastructure projects. Under Corbyn’s proposal the state would direct most of the new monetary stimulus.

Fiscal money

In Italy and the Eurozone countries, where monetary and fiscal rules would prohibit the use of HM, we think it is possible to conceive of a policy instrument that is similar in spirit to HM while being compliant with existing rules.  We call it Tax Credit Certificates (TCC). TCC are issued by the government and entitle their holders to tax rebates equivalent to TCC face value; holders may exercise their right after two years from TCC issuance. TCC do not involve a government commitment to repay some future debt; they commit the government to accept redeemable TCC in exchange for tax reductions.

The government assigns TCC (free of charge) to households and enterprises, and uses them also for certain payments to the public administration. Like government bonds, TCC trade in the financial market. Their discount is close to that on a two-year zero-coupon government bond. TCC sellers are households and enterprises that need immediate liquidity; buyers are households, enterprises and any other subjects who want to use them to save on taxes.

TCC are allocated to households in inverse proportion to their income, both for social equity purposes and to incentivize consumption decisions. To maximize their impact on demand, TCC could be provided to households through a special fiscal card under a ‘spend it, or lose it’ constraint, forcing cardholders to spend their allocations within, say, a year, or face their cancellation. TCC allocations to enterprises are proportional to their labor costs, and act as labor-cost cutting devices, immediately improving their competitiveness. Greater export and import substitution following cost and price reductions not only create more output and employment, but also offset the impact of increased demand on the external trade balance. A portion of TCC issuances can be used to support public utility infrastructure initiatives as well as social welfare programs.

TCC issuances are calibrated to close the ‘output gap’ caused by the crisis. In the case of Italy, they could start from a level of 5% of annual GDP, increase gradually up to 10%, and then be modulated so as to ensure high levels of employment consistently with domestic (inflation) and external (trade) balance.

Thanks to the income multiplier, which is particularly high in the case of large resource underemployment, the expansion of GDP over the two years before TCC redemptions generates new fiscal revenues sufficient to cover the budgetary impact of redemptions. Our estimates [http://temi.repubblica.it/micromega-online/“per-una-moneta-fiscale-gratuita-come-uscire-dallausterita-senza-spaccare-leuro”-online-il-nuovo-ebook-gratuito-di-micromega/] suggest that a multiplier of 0.8 would suffice to ensure fiscal sustainability of the TCC maneuver, meaning that it would not impact the deficit/GDP ratio.

TCC issuances can be decided autonomously and democratically by national parliaments and governments, without requiring prior consent from European institutions. In fact, since TCC do not create debt and are denominated in euro, they fully comply with European rules.

Conclusion

The TCC program stands as a Keynesian type of intervention, centered on the preference for fiscal policy as a cure to ‘liquidity trap’ diseases, while it draws from HM the principle of ​injecting new purchasing into the economy.

Italy and the Eurozone crisis countries can and must recover using their own strength, without demanding that most competitive countries, like Germany, come in their help.

The TCC program can help governments revamp their economies, while not endangering financial stability and external balance.

mercoledì 4 febbraio 2015

La Moneta Fiscale: Helicopter Money per l’Eurozona


I Certificati di Credito Fiscale possono essere considerati una forma di “Helicopter Money” adattata a una situazione nella quale non esiste più una banca centrale nazionale che possa creare moneta, e non si possono effettuare manovre espansive quali un abbassamento di tasse o un incremento di investimenti pubblici in quanto esistono vincoli all’emissione di debito pubblico.

In altre parole, risolvono i problemi creati agli stati dell’Eurozona dall’attuale sistema di regole, che impedisce le azioni necessarie a produrre una significativa ripresa dell’economia.

L’introduzione dei CCF come forma di Moneta Fiscale nazionale complementare è possibile in quanto l’Eurozona è un’unione monetaria, ma non un’unione fiscale. Ogni stato membro rimane responsabile per la definizione delle proprie politiche di tassazione. Può imporre tasse e può anche decidere in quali forme sarà consentito di onorare le obbligazioni finanziarie che ne derivano.

Introdurre uno strumento come i CCF e dichiararlo valido per effettuare pagamenti di tasse e imposte, e in generale per adempiere a qualsiasi forma di impegno finanziario nei confronti della pubblica amministrazione, crea a tutti gli effetti un equivalente nazionale della moneta, senza spaccare l’euro e senza ridenominare (e quindi cambiare natura, o addirittura rompere dal punto di vista giuridico) nessuno dei contratti in essere, sia di natura privata che di diritto pubblico.

Si è molto ironizzato in passato sull’affermazione di Milton Friedman, che una situazione di deflazione depressiva potesse essere risolta semplicemente facendo cadere soldi a pioggia da un elicottero. Così come su quella di John Maynard Keynes, che l’economia potesse essere rimessa in moto seppellendo bottiglie piene di soldi in modo che la gente scavasse per estrarli dal terreno.

Sia Friedman che Keynes parlavano per paradosso, ma fino a un certo punto. E’ chiaro che l’allocazione di “Helicopter Money” può essere fatta in maniera più efficace ed equa che per il tramite di una distribuzione casuale. Così come è chiaro (nell’approccio di Keynes) che se devo far lavorare persone attualmente inattive, è meglio che svolgano un’attività che produce cose di per sé utili – meglio un ospedale, un ponte o una scuola che dei buchi nel terreno.

Il punto che sfugge a chi trova assurde le affermazioni di Friedman e di Keynes è che, nel momento in cui esiste un livello di disoccupazione anomalo, quindi una grande quantità di persone (e di capacità produttiva delle aziende) non utilizzato, l’operazione economicamente più redditizia per la collettività è, semplicemente, fare in modo che tornino a lavorare.

La creazione e distribuzione di moneta serve a rimettere capacità di spesa nel sistema economico e a incrementare la domanda di beni e servizi. Se esiste una capacità produttiva inutilizzata, la maggior domanda darà luogo a maggiore produzione, e tra l’altro la maggior quantità di moneta in circolazione non genererà effetti indesiderati sull’inflazione perché l’offerta di beni e servizi crescerà parallelamente alla domanda. Cresceranno soprattutto le quantità, non (se non marginalmente) i prezzi.

La preoccupazione che la moneta creata dal nulla vada “sprecata” in cose inutili è priva di senso perché la moneta costituirà un incremento del reddito disponibile per gli individui, e si può fare affidamento sul fatto che gli individui siano interessati a prendere decisioni di spesa sensate, rivolte quindi a beni e servizi utili (nell’opinione degli individui medesimi).

venerdì 7 novembre 2014

Mai dimenticare queste parole


John Maynard Keynes


The Conservative belief that there is some law of nature that prevents men from being employed, that is “rash” to employ men, and that is financially “sound” to maintain a tenth of population in idleness for an indefinite period, is crazily improbable – the sort of thing which no man could believe who had not his head fuddled with nonsense for years and years… Our main task, therefore, will be to confirm the reader’s instinct that what seems sensible is sensible, and what seems nonsense is nonsense. We shall try to show him that the conclusion, that if new forms of employment are offered more men will be employed, is as obvious as it sounds and contains no hidden snags; that to set unemployed men to work on useful tasks does what it appears to do, namely, increase the national wealth; and that the notion, that we shall, for intricate reasons, ruin ourselves financially if we use this means to increase our well-being, is what it looks like – a bogy.


“Can Lloyd George do it ? An Examination of the Liberal Pledge”, 1929.




La convinzione dei Conservatori, che esista una qualche legge di natura che impedisce alle persone di avere un’occupazione, che è “avventato” impiegarle, e che è finanziariamente “sano” mantenere un decimo della popolazione inattiva per un periodo indefinito, è pazzamente improbabile – il tipo di cosa a cui nessuno la cui testa non sia stata confusa con assurdità per anni e anni potrebbe credere… Il nostro compito principale, quindi, sarà di confermare la sensazione istintiva del lettore, che quello che appare sensato è sensato, e che quello che appare assurdo è assurdo. Ci sforzeremo di mostrargli che la conclusione che se nuove forme di impiego sono offerte più persone saranno impiegate, è ovvia così come suona e che non contiene nessun imprevisto nascosto; che mettere persone disoccupate al lavoro per compiti utili ottiene quello che appare ottenere, cioè accrescere la ricchezza nazionale; e che la nozione che finiremmo, per complesse ragioni, per rovinarci finanziariamente utilizzando questi mezzi per accrescere il nostro benessere, è quello che appare – uno spauracchio privo di sostanza.

lunedì 8 settembre 2014

Tagliare spesa per la ripresa ?


Disclaimer: per quello che possono valere queste etichette, io mi considero un liberale e non uno statalista. Nel senso che a mio avviso lo Stato deve svolgere una funzione sussidiaria rispetto all’iniziativa autonoma degli individui – occuparsi, in pratica, di quello che gli individui non sono in grado di fare.

Fatta questa premessa, nello stabilire la linea di demarcazione tra iniziativa individuale e azione dello Stato, entrano in gioco valutazioni di natura tecnica ed empirica. Il liberale Keynes e altri hanno sviluppato e argomentato la tesi dell’utilizzo del deficit pubblico in funzione anticiclica in quanto l’esperienza degli anni Trenta, totalmente confermata dalla situazione odierna, ha mostrato come una crisi del sistema finanziario possa generare una depressione profonda di domanda, produzione e occupazione. Depressione che NON si risolve da sola – se non in tempi lunghissimi e con costi economici e sociali estremamente pesanti.

Ora, il mantra di molti economisti ed opinionisti, autodefinitisi liberali, è che sono usciti dalla crisi i paesi che, più e meglio degli altri, hanno “fatto le riforme” e “tagliato la spesa pubblica”. Mentre l’Italia è messa male perché queste cose non le ha fatte, o non abbastanza.

Riguardo alla spesa pubblica, spesso ho la sensazione che chi fa queste affermazioni non abbia in mente i dati, o presupponga che i suoi interlocutori li ignorino. Dati che invece sono piuttosto semplici (fonti Eurostat e FMI).

Confrontiamo le variazioni del PIL reale verificatesi tra il 2007 (ultimo anno prima della “crisi Lehman”) e il 2013.

 


Variazione PIL reale

 

2013 vs '07

Media ann.

Germania

 

 

4,2%

0,7%

Francia

0,9%

0,2%

Italia

-8,7%

-1,5%

Spagna

-5,7%

-1,0%

Irlanda

-7,6%

-1,3%

Grecia

 

 

-23,6%

-4,4%

 

La Germania e (in misura molto minore) la Francia hanno registrato una, sia pur modesta, crescita economica. Italia, Irlanda e Spagna hanno sofferto di pesanti contrazioni (anche l’Irlanda e la Spagna, nonostante vengano spesso descritti come paesi che hanno “superato la crisi”). La Grecia, come ampiamente noto, un vero e proprio crollo.

Ci dovremmo quindi aspettare che tedeschi e francesi abbiano virtuosamente ridotto la spesa pubblica e i greci l’abbiano aumentata, giusto ? e che anche l’Italia l’abbia controllata peggio di spagnoli e irlandesi, visto che il nostro risultato è più negativo (anche se non poi tanto) del loro.

Ora, i dati sono questi.

 


Spesa pubblica (mld € costanti 2013)

2007

2013

Variazione

Germania

 

 

1.143

1.224

7,1%

Francia

1.074

1.176

9,6%

Italia

814

789

-3,0%

Spagna

425

458

7,7%

Irlanda

65

70

8,0%

Grecia

 

 

113

106

-6,0%

 

In termini reali (tenuto conto dell’inflazione, quindi) la spesa pubblica l’hanno ridotta solo Italia e (soprattutto) Grecia.

E la variazione peggiore del PIL l’hanno avuta, appunto, Italia e (soprattutto, molto soprattutto) Grecia.

Il punto è che durante una depressione economica, azioni di riduzione della spesa sono quanto di più controproducente si possa concepire. Possono essere utili – in linea di principio, e in qualsiasi momento – azioni di riallocazione della spesa: sostituire una spesa meno efficiente con una più efficiente. Fermo restando che il beneficio sta nell’incremento di efficienza, che è solo una frazione dell'intervento. Che se si taglia la spesa pubblica per incrementare quella privata (per esempio tramite una riduzione di tasse) la maggior efficienza della spesa privata rispetto a quella pubblica è un’ipotesi da argomentare, non da prendere come una realtà indiscutibile. E che c’è anche il rischio di sbagliarsi – cioè di creare inefficienze, quando si pensava di ridurle.

La crisi è un problema di carenza di domanda, e si risolve solo con politiche fiscali espansive, previa attivazione degli strumenti monetari necessari a supportarle. Mettere al centro dell’attenzione la “riduzione della spesa pubblica” è, nella più ottimistica delle ipotesi, un modo per distogliere l’attenzione dalla vera causa e dalle vere soluzioni della depressione economica.