domenica 27 gennaio 2013

POLITICHE ECONOMICHE PER LA PIENA OCCUPAZIONE E PER LA STABILITA’ MONETARIA


D. Marco, nella nostra prima conversazione abbiamo visto come il sistema monetario europeo può essere riformato per risolvere le sue disfunzioni. Questo è un tema oggi importantissimo, che si ricollega però ad argomenti più generali.

R. Certamente. La riflessione da fare è quella sugli obiettivi delle politiche economiche e sui mezzi per raggiungerli. La macroeconomia si occupa soprattutto della piena occupazione e della stabilità dei prezzi.


D. Cominciamo con il definirli.

R. Intanto, per piena occupazione non si intende disoccupazione zero e per stabilità dei prezzi non si intende inflazione zero. Naturalmente non avere neanche un disoccupato è un obiettivo irrealizzabile, c’è sempre qualcuno che dedica qualche mese alla ricerca di un impiego, al termine degli studi o quando per qualsiasi motivo ha interrotto la sua attività precedente.


D. Sarebbe più giusto parlare di adeguato livello di occupazione, non di piena occupazione…

R. Sì, ma rimaniamo con la definizione in uso. In pratica, piena occupazione è quando un giovane trova impiego, a condizioni decorose e con prospettive stabili, in pochi mesi dopo il termine degli studi. E quando chi ha interrotto – di solito involontariamente – la sua occupazione precedente ne trova una a condizioni simili dopo un periodo altrettanto breve, anche a un'età non verdissima, diciamo dai quarant’anni in poi.


D. L’inflazione zero invece in teoria è possibile…

R. Vero, ma non desiderabile. I prezzi possono salire e anche scendere, ma come vedremo più avanti la deflazione crea danni molto maggiori di un’inflazione contenuta. Generalmente l’obiettivo che si considera ottimale è un’inflazione bassa e costante, intorno al 2% per esempio. Se la media è questa possono essere tollerabili oscillazioni tra l’1% e il 3%, senza mai arrivare però alla caduta generale e persistente dei prezzi.


D. Quindi le condizioni a cui puntare…

R. …sono quelle di un’economia in cui trovare lavoro, a condizioni soddisfacenti e stabili, richiede generalmente poco tempo, e in cui il livello dei prezzi ha una leggera, costante tendenza alla crescita.


D. Bene. Per vari motivi un sistema economico si può discostare da queste condizioni.

R. Ad esempio a causa dello stato d’animo delle imprese e dei consumatori. Un periodo prolungato di sviluppo induce all’ottimismo e quindi all’eccesso di spesa. La domanda sale al di sopra della capacità produttiva. Questo tende a far crescere i prezzi.


D. E si riflette sui tassi d’interesse…

R. Anche in conseguenza dell’azione specifica della banca centrale, l’istituto pubblico che ha il monopolio dell’emissione di moneta. Alti tassi d’interesse tendono a ridurre la spesa perché investimenti e consumi sono in parte finanziati a debito. Inoltre tendono anche a far apprezzare il cambio e quindi a ridurre la domanda proveniente dall’estero.


D. Quindi abbiamo un freno.

R. Esatto. Al contrario, la stato d’animo generale degli operatori economici può essere, in altri momenti, troppo incline al pessimismo. Magari proprio perché c’è stata un’azione di politica monetaria che è intervenuta per rallentare un eccesso di domanda, il che, dopo alcuni anni di sviluppo costante, ha prodotto qualche trimestre stagnante, o addirittura di declino dell’attività economica.


D. Normalmente, questo dovrebbe rallentare la crescita dei prezzi.

R. E infatti a questo punto la banca centrale può abbassare i tassi d’interesse, rendere più facile ottenere credito, il che tende anche a far deprezzare il cambio.


D. Sembra un riequilibrio che avviene in modo quasi automatico, senza grandi fluttuazioni.

R. Infatti oscillazioni come queste sono fenomeni di entità modesta, gestibili con interventi di politica monetaria e creditizia graduali e contenuti. Grosso modo la situazione delle economie occidentali dai primi anni Ottanta fino al 2008 si è mossa su queste linee.


D. In quali circostanze si esce da questo schema e si produce una crisi molto più pesante ?

R. Quando il declino della domanda è così forte che gli interventi tradizionali di politica monetaria, cioè le variazioni dei tassi d’interesse, non sono più efficaci. I tassi d’interesse hanno un limite minimo che è lo zero, il che complica le cose se, raggiunto un livello molto basso dei tassi, la domanda non ha ancora recuperato il livello che produce la piena occupazione. In pratica anche con tassi d’interesse prossimi allo zero, si preferisce mantenere i soldi inattivi su un conto corrente che non rende pressoché nulla, invece che spenderli o investirli. E’ la cosiddetta “trappola della liquidità”. I soldi sono “intrappolati” in questo stato liquido e non ne vogliono uscire.


D. E’ una situazione rara.

R. Sì, ma negli ultimi cent’anni se ne sono avuti non meno di tre casi significativi. Le economie occidentali negli anni Trenta; il Giappone, che ne ha avuto una versione più blanda da fine anni Ottanta in poi – ma non ne è mai completamente uscito; e l’economia mondiale dal 2008 in poi.


D. C’è una causa ricorrente in queste situazioni.

R. Certo: in tutti i questi casi prima c’è stato un forte boom speculativo, con prezzi di determinate attività spinti dagli investitori a livelli irragionevoli. Il mercato azionario, il mercato immobiliare o (spesso) una combinazione delle due cose. Dopo vari anni di crescita sostenuta e stabile, comincia a diffondersi negli investitori la sensazione che i prezzi di azioni e immobili possono solo salire. C’è molto credito disponibile e quindi questi investimenti sono spesso fatti “a leva”. Sono investimenti speculativi, nel senso che non si investe perché si valutano positive le prospettive di lungo termine delle attività acquisite, ma perché si ritiene che qualcuno comprerà a prezzi ancora più alti in un futuro prossimo.


D. Che cosa interrompe il processo ?

R. Il semplice fatto che si esaurisce la disponibilità di nuovi investitori e di maggior credito per finanziare gli acquisti. A quel punto il primo segnale di inversione alimenta un processo molto rapido di caduta dei prezzi: tutti vogliono vendere, o ritirare il credito, allo stesso tempo. La richiesta dei creditori di rientrare, tutti insieme, è un fattore che aggrava parecchio la situazione.


D. Perché costringe a vendere anche chi non lo vorrebbe…

R. Non solo: i prezzi calano a quel punto a livelli molto bassi, anche se esaurita l’ondata c’è un parziale recupero. A quel punto, però, invariabilmente le banche e le istituzioni finanziarie si accorgono di avere ancora moltissimi crediti verso investitori che non sono riusciti a liquidare le loro attività a prezzi sufficienti a rientrare. C’è quindi un sistema finanziario carico di crediti problematici. Una banca piena di crediti dubbi non è in grado di riprendere a erogare, a svolgere la sua funzione di intermediario finanziario, in modo normale.


D. Le banche centrali sono impotenti ?

R. No, ma la loro azione ha dei limiti. I tassi d’interesse vengono ridotti praticamente a zero. Inoltre, possono essere intraprese azioni di “quantitative easing”: le banche centrali acquistano attività finanziarie e ne fanno salire i prezzi. Titoli di Stato a breve prima, a lungo termine poi, di recente la Federal Reserve USA ha intrapreso massicci acquisti di crediti immobiliari.


D. Questo non è sufficiente ?

R. Quando il deterioramento degli attivi bancari ha superato certi livelli non basta, perché tutte queste azioni hanno l’effetto di far scendere il costo del denaro, non solo sui titoli di Stato ma anche su altre forme di attività finanziarie: ma se c’è pessimismo, se si è vissuto uno shock di caduta dell’economia, di incremento della disoccupazione, aziende e singoli individui hanno ben poca voglia di spendere, di investire. Senza contare che molti sono carichi di debiti contratti nel precedente periodo di euforia, debiti che serve tempo per smaltire.


D. Questo è lo scenario che è stato oggetto dell’analisi di Keynes negli anni Trenta.

R. E che è all’origine delle politiche di “sostegno della domanda”. Quando il sostegno del credito e dei mercati finanziari non basta a far ripartire la domanda, è necessario un intervento diretto da parte dello Stato.


D. Lo Stato può intervenire in vari modi.

R. Può spendere direttamente in servizi, infrastrutture, impiego pubblico. Oppure può erogare soldi direttamente ai cittadini e alle imprese, sostenendo la spesa privata mediante riduzioni d’imposte e contributi.


D. Le due vie non sono equivalenti.

R. Gli economisti che affermano la necessità del sostegno alla domanda sono divisi tra chi preferisce l’incremento della spesa pubblica e chi il sostegno della spesa privata. Sul piano strettamente tecnico, si è argomentato che la spesa statale si traduce per intero in domanda, mentre il maggior potere d’acquisto erogato ai privati in parte potrebbe non essere speso ma risparmiato. Questo è in una certa misura plausibile, anche se non è evidente che le differenze di efficacia tra i due tipi d’intervento siano molto significative.


D. C’è poi un motivo ideologico per preferire una via all’altra.

R. Chiaramente, la spesa pubblica rafforza il ruolo della politica e degli organi di governo. La prima è una strada “statalista”, la seconda “liberale”.


D. Le politiche di sostegno della domanda, da Keynes in poi, sono state associate alla spesa pubblica.

R. Vero, ma qui ci sono alcuni equivoci da chiarire. Ai tempi di Keynes, intervenire sulla domanda mediante sgravi fiscali era difficile perché le tasse incidevano meno di oggi, in rapporto al PIL. Ancora adesso, il più noto epigono del pensiero di Keynes, Paul Krugman, afferma la necessità di incrementare il sostegno della domanda e parla quasi sempre di maggiore spesa pubblica.


D. Dov’è l’equivoco ?

R. Negli USA, spesa pubblica e tasse incidono meno che in Europa. Questo vale soprattutto per la tassazione indiretta, sui consumi: le imposte sui carburanti sono molto più basse e non esiste un’IVA di tipo europeo. Krugman non ha in simpatia la riduzione delle imposte perché teme che vorrebbe dire soprattutto minori tasse per i ricchi, cosa che un democratico di sinistra come lui non vede con favore. In realtà potrebbe trattarsi invece di contributi diretti erogati ai ceti economicamente disagiati, ma il timore è che il consenso politico spinga invece su una strada socialmente meno equa.


D. Timore comprensibile…

R. Meno però se applicato all’Europa, dove ci sono livelli molto alti di tassazione regressiva, sui consumi. Mi preme però sottolineare il vero equivoco: le politiche di sostegno della domanda sono state associate all’espansione del ruolo dello Stato, della sfera pubblica: non è necessariamente così.


D. Perché lo ritieni importante ?

R. Perché è all’origine di obiezioni infondate alle politiche di sostegno della domanda. Uno Stato che aumenta le sue spese quando l’economia è in situazione di normalità (non c’è trappola della liquidità in altri termini) non sta “sostenendo la domanda”, sta aumentando l’intervento pubblico nell’economia. E’ una scelta politica che si può criticare o condividere, ma non c’entra con la gestione del ciclo economico o con il far uscire l’economia da una situazione di domanda depressa.


D. Quindi keynesismo e spesa pubblica non sono sinonimi.

R. E non ha senso dire, ad esempio, che “la Grecia dimostra che il keynesismo non funziona” perché è andata in crisi dopo un periodo di incremento della spesa pubblica: l’incremento è avvenuta quando la domanda non era depressa.


D. Torniamo agli anni Trenta, alla Grande Depressione, il caso più famoso di “trappola della liquidità”. Anche sull’analisi delle sua cause ci sono scuole di pensiero diverse, tra i teorici della domanda aggregata alla Keynes e i monetaristi alla Friedman.

R. In realtà la visione delle due scuole – come notava, per esempio, Paul Samuelson – è molto più omogenea di quanto appaia. Friedman ha argomentato che la Federal Reserve nel 1929 avrebbe potuto contenere lo scoppio della bolla speculativa ed evitare la depressione, o renderla molto meno acuta, abbassando i tassi e stimolando il credito (come si è fatto nel 2008). Invece ha, almeno inizialmente, agito nella direzione sbagliata. Ma l’interpretazione degli anni Trenta come “trappola della liquidità” e come situazione che richiedeva di sostenere la domanda non è in discussione.


D. La Grande Depressione, negli USA, ha avuto effetti che si sono protratti per dieci anni.

R. Questo perché il sostegno della domanda è stato adottato in maniera parziale, con ripensamenti, a causa di un consenso politico ondivago. Nel 1933 è iniziata una ripresa, nel 1937 c’è stata una seria ricaduta, e solo con il riarmo e la seconda guerra mondiale si è definitivamente risolto il problema della carenza di domanda.


D. Da cui l’affermazione che dalle depressioni economiche si esce con le guerre…

R. Non c’è alcun motivo economico per cui debba essere così. Purtroppo però un’emergenza nazionale, quale una guerra appunto, può – sul piano politico – finire per essere il catalizzatore del consenso necessario. Del resto qual è l’unico paese occidentale che già a metà degli anni Trenta era tornato alla piena occupazione ?


D. Quale ?

R. Triste dirlo: la Germania nazista, con la sua politica di riarmo (e anche, va detto, di investimenti in autostrade, grandi infrastrutture eccetera). Naturalmente effetti analoghi (effetti macroeconomici intendo) potevano essere ottenuti spendendo le stesse somme per finalità più degne.


D. Bene, per uscire da una depressione economica occorre sostenere la domanda, la spesa. Meglio naturalmente se per fini pacifici e socialmente positivi, non per cannoni e carri armati. Rimane da capire però come finanziare l’incremento di spesa.

R. Questo è un tema chiave perché la risposta è molto semplice, ma altrettanto, ancora oggi, molto mal compresa. Ogni proposta di sostegno pubblico alla domanda produce, anche da parte di economisti più prestigiosi che competenti, due ordini di obiezioni, intuitivamente plausibili ma in realtà totalmente infondate.


D. Intuitivamente appunto, io comincerei a preoccuparmi del debito pubblico che cresce.

R. E non dovresti. Siamo, ti ricordo, in una situazione di trappola della liquidità, con i tassi d’interesse praticamente a zero e la banca centrale che anzi sta comprando grosse quantità di titoli di Stato. Preoccuparsi della crescita del debito pubblico significa ignorare che in uno Stato dotato di sovranità monetaria (dell’eurozona parleremo dopo) la banca centrale è un organismo statale, di fatto una diversa tasca dello stesso vestito. Dove l’altra tasca è il ministero dell’economia.


D. Mi sembra che tu sia scettico sull’indipendenza della banca centrale.

R. Più che scettico, negativo. L’emissione di moneta è un monopolio statale. Chi la deve controllare se non un governo soggetto ad elezione e controllo con metodi democratici ?


D. Ma un governo che gestisce la moneta può inflazionarla, svilire il patrimonio dei cittadini, sottoponendoli a una forma di tassazione occulta…

R. Questa è l’obiezione classica. Ma lo può fare anche una banca centrale mal gestita, che del resto può commettere anche l’errore opposto, di gestire il credito in modo troppo restrittivo, deprimendo l’economia. Il controllo democratico non garantisce che lo Stato svolga sempre al meglio le proprie funzioni, ma è la miglior forma di vigilanza da parte dei cittadini che, per quanto mi consta, si è stati in grado, a tutt’oggi, di mettere in atto.


D. In pratica stai dicendo che bisogna finanziare la maggior spesa stampando moneta… ma l’inflazione ?

R. Preoccuparsi dell’inflazione in una situazione di economia depressa, con alti livelli di disoccupazione, con la produzione nettamente inferiore alla capacità del sistema, non ha senso. L’inflazione diventa un rischio concreto quanto il PIL ritorna vicino al suo potenziale. A quel punto, ai primi segni di tensioni sui prezzi, si può tornare a una politica monetaria normale, con i tassi d’interesse che risalgono.


D. Non sembrano opinioni condivise, oggi, da governi e banche centrali.

R. Purtroppo no, e lo si comprende esaminando caso per caso la situazione di USA, Regno Unito ed Eurolandia. Negli Stati Uniti, quanto la crisi è scoppiata (fallimento Lehman, settembre 2008) ci si è attivati con misure imperfette, ma in linea di massima si è andati nella direzione giusta. E’ stato subito chiaro che l’economia stava cadendo nella trappola della liquidità; i tassi sono scesi a zero, la Fed ha iniziato a comprare titoli ed è stato varato un significativo piano di sostegno della domanda. Significativo non vuol dire sufficiente, però.


D. Si sarebbe dovuto fare di più ?

R. L’azione di sostegno è stata rilevante ma è mancato qualche centinaio di miliardi di dollari rispetto alla dimensione ottimale. Obama non ha ottenuto il consenso parlamentare per fare di più. Ci si è preoccupati di non esagerare con deficit e rischi di inflazione, che in realtà non esistevano.


D. Oggi gli USA non sono messi molto male…

R. Neanche molto bene. A distanza di più di quattro anni, è stato recuperato circa metà dell’output gap, della perdita di PIL rispetto al potenziale, e quindi della perdita di occupazione. Non è un risultato pessimo ma neanche lusinghiero. Per motivi politici, non economici, gli USA non sono ancora usciti dalla trappola della liquidità e quindi sono ancora distanti dalla piena occupazione.


D. Mentre i tassi sul debito pubblico USA sono bassissimi e si potrebbe finanziare senza problemi un ulteriore sostegno alla spesa.

R. Ma in realtà, se non ci fossero i vincoli legali e ideologici che invece esistono, si potrebbe fare qualcosa di molto più diretto ed efficace. Immagina un’azione di sostegno alla domanda per 300 miliardi di dollari. Come ? mediante emissione diretta di moneta da parte della Federal Reserve. Per fare che cosa ? se non piace l’idea di incrementare la spesa pubblica, eroghiamo un contributo speciale al 50% delle famiglie americani in condizione economicamente meno agiata. Non c’è dubbio che questi soldi verrebbero rapidamente spesi e solleverebbero il PIL a livelli di piena occupazione.


D. E questo non si farà…

R. No, da escludere. La Fed è indipendente, deve agire – si dice - sui mercati finanziari e non fare politica fiscale… In omaggio a questa logica sta comprando massicciamente attività finanziarie quali mutui ipotecari, il che sulla spesa dà qualche beneficio ma molto indiretto - i tassi sotto zero non possono scendere, ricordiamolo – invece della spinta ben maggiore che darebbe il sostegno diretto alla spesa.


D. Mi sembri piuttosto critico.

R. Questo è niente, attraversiamo l’Atlantico e vediamo che cosa succede dalle nostri parti. Il Regno Unito, come gli Stati Uniti, è uno Stato a moneta sovrana. In un contesto depresso, anche loro non hanno problemi né di inflazione né di costo del debito pubblico. E che politica ha intrapreso Cameron ? Austerità - tagli di spesa pubblica e tasse – come se inflazione e debito pubblico oggi fossero i problemi, e non l’economia depressa e la disoccupazione.


D. Molti sostengono che il motivo è ideologico.

R. L’ostilità verso la spesa pubblica e lo stato sociale, può essere. Però se questo è un motivo, sicuramente non è l’unico. Se Cameron crede che la presenza dello Stato nell’economia sia eccessiva, la politica coerente è di ridurre la spesa e insieme le tasse. Cameron ha fatto austerità da entrambi i lati. Questo si giustifica solo con il timore, infondato, che un’economia in trappola della liquidità rischi il decollo dell’inflazione o dei tassi d’interesse.


D. L’eurozona…

R. Qui raggiungiamo i vertici del nonsenso macroeconomico. L’analisi la sintetizzo, chi vuole la trova più in dettaglio nella nostra altra conversazione sulla mia proposta “morbida” di soluzione dell’eurocrisi, i Certificati di Credito Fiscale. In primo luogo, le autorità si sono mosse in base al principio, infondato, che la crisi fosse causata dall’eccesso di debito pubblico.


D. Cosa che tu, e molti altri, negate.

R. Il rapporto debito pubblico / PIL italiano nel 2011 era intorno al 120%, come nel 1995. Mentre USA, Francia, Germania, Inghilterra dal 50-70% sono saliti all’80-100%, Il Giappone dal 90% al 240%. Abbiamo accorciato le distanze. Se il debito / PIL 1995 non era un gran guaio, perché lo è diventato nel 2011 ? E perché è andata in crisi, per esempio, anche la Spagna, dove il rapporto debito pubblico / PIL era nettamente più basso della media europea ? Il fraintendimento è nato dalla salita dei tassi.


D. Lo spread…

R. Da cui il sillogismo: se il debito è costoso, significa che è troppo alto. La priorità quindi è ridurlo. Invece il problema è un altro: dall’introduzione dell’euro nel 1999, la crescita dei costi di produzione e l’inflazione dei paesi nordeuropei sono stati più bassi di quelli del sud, per poco più di un punto medio all’anno. Il cumulo ha prodotto una differenza del 20% circa. Non è una novità: in passato infatti le monete del Nord si rivalutavano periodicamente.


D. Mentre con l’euro si sono prodotti sbilanci commerciali.

R. E quindi accumuli di crediti finanziari del Nord verso il Sud. A un certo punto nei creditori è insorto il dubbio che il Sud diventasse insolvente, o abbandonasse l’euro convertendo i debiti in moneta svalutata. Questo ha ridotto le quotazioni del debito del Sud e quindi prodotto la salita dei tassi.


D. E di fronte a questo…

R. Si è agito come se i problemi fossero il debito pubblico e l’eccesso di spesa, quindi con tagli e con aumenti di tassazione. Pensaci un po’: con l’economia europea (e mondiale) ancora, nel suo complesso, in una situazione di trappola della liquidità, che richiedeva politiche di sostegno della domanda, si è fatto l’ESATTO CONTRARIO, e in misura massiccia.


D. Un quadro inquietante.

R. E c’è di peggio. L’adozione di una moneta unica in una pluralità di paesi con dinamiche di prezzi e competitività diverse ha creato una divaricazione tra Nord, che intorno al 2011 era sostanzialmente ritornato alla piena occupazione, e Sud. Proprio ai paesi del Sud si sono somministrate dosi massicce di austerità, per tamponare – sulla base di una diagnosi completamente sbagliata – i deficit pubblici.


D. Quindi nella zona euro le situazioni sono difformi.

R. L’output gap complessivo è peggiore rispetto agli Stati Uniti, ma per di più è praticamente tutto concentrato nei paesi mediterranei, dove depressione dei consumi e disoccupazione stanno raggiungendo livelli di autentico dramma sociale.


D. L’euro, in queste condizioni, sembra insostenibile.

R. Occorre un meccanismo che riporti il costo del lavoro per unità di prodotto a livelli omogenei tra i vari paesi, e nello stesso tempo sostenga la domanda nei paesi dell’Europa mediterranea. Non quindi, come purtroppo l’Unione Europea continua a ripetere, “riforme strutturali” che significano compressione dei salari e precarizzazione del lavoro. Rimando alla nostra altra conversazione sui Certificati di Crediti Fiscale, la mia proposta per risolvere la situazione in modo “morbido” – evitando cioè il break-up dell’euro – e rapido. Altrimenti gli scenari ipotizzabili sono il ritorno alle monete nazionali. O la depressione permanente del Sud Europa.


D. Una digressione teorica, a questo punto: quello che dici suona simile alle affermazioni della Modern Monetary Theory, una scuola eterodossa di pensiero economico di cui ultimamente si parla parecchio.

R. Guarda, non ne sono un profondo conoscitore. Di sicuro la MMT ha avuto il merito di diffondere la conoscenza di due elementi chiave per comprendere l’attuale crisi, soprattutto nel contesto europeo. Il primo è che uno Stato dotato di sovranità monetaria, che si indebita nella sua valuta, può sempre evitare il default essendo in grado di emettere moneta per ripagare il debito. Ovvio dirai tu, ma forse non per chi ha progettato l’euro…


D. Il secondo elemento ?

R. Il fatto che, in una situazione di economica depressa, di trappola della liquidità, dove i tassi d’interesse sono pressoché azzerati ma questo è insufficiente a riportare l’economia alla piena occupazione, è possibile sostenere la domanda stampando moneta, senza che ci sia da preoccuparsi né dell’inflazione né dei tassi d’interesse. Questo è un punto importantissimo e, come abbiamo visto, non compreso da parecchi insigni politici ed economisti.


D. Su altre cose la MMT ti lascia invece dei dubbi.

R. Con riserva di approfondirla, mi pare che la MMT abbia sviluppato argomentazioni che faccio fatica a seguire, e che quindi mi risultano dubbie, sul fatto che l’espansione monetaria può e deve essere perseguita anche dopo che l’economia è tornata alla piena occupazione.


D. Questo non lo condividi.

R. No, e i motivi risultano chiari ripercorrendo il dibattito economico del secondo dopoguerra. Le politiche di sostegno della domanda hanno goduto in quel periodo di grande notorietà e successo, creando però equivoci e quindi rischi di abusi. Se il sistema economico è già in situazione di piena occupazione, il sostegno della domanda si scontra con il limite fisico di capacità produttiva che in quel momento esiste. C’è più domanda che capacità, in altri termini.


D. Quindi se spingo la domanda oltre quei livelli, per esempio aumentando la spesa pubblica…

R. …non riesco a espandere la produzione. Se il sostegno della domanda è finanziato con emissione di moneta, faccio salire i prezzi. Se è finanziato con emissione di debito, faccio salire i tassi d’interesse e quindi calano altre forme di domanda – consumi, investimenti delle aziende, export perché si rafforza il cambio.


D. Se non sbaglio sono critiche espresse soprattutto dalla scuola monetarista di Milton Friedman.

R. Esatto, ma attenzione, come abbiamo già detto non negano il tema principale dell’opera di Keynes: non è in discussione che un’economia depressa, in una situazione di trappola della liquidità, richieda politiche di sostegno della domanda. Semplicemente, come dicevamo prima, spesso si sono definite erroneamente “keynesiane” politiche che erano finalizzate per esempio all’espansione dell’intervento pubblico rispetto alla spesa privata. Politiche che nel merito possono essere da approvare o meno, ma che non sono giustificabili – in condizioni normali del sistema economico – con la necessità di riportare il sistema alla piena occupazione.


D. Un ultimo tema. Chi ha più di quarant’anni ricorda il periodo della crisi petrolifera e dell’inflazione a due cifre. Allora è accaduto qualcosa di diverso da una crisi di domanda.

R. Sì, ed è importante parlarne perché la mentalità di molte persone che oggi occupano posizioni influenti nei vertici politici o negli organismi economici si è formata in quel periodo. Tra il 1973 e il 1978 si è verificata una violenta crescita del prezzo del petrolio e dell’energia, che ha fortemente ridotto il PIL potenziale, il valore aggiunto che le economie occidentali erano in grado di generare.


D. Ricordo che si parlava di stagflazione.

R. Ovvero di notevole calo dell’attività, dei tassi di sviluppo dell’economia, e nello stesso tempo di crescita elevata e continua dei prezzi. Un fenomeno difficile da spiegare sulla base delle tradizionali analisi di scuola keynesiana.


D. Il che ha contribuito a ridurre il consenso di cui godevano.

R. Ma la crisi aveva un’origine differente, nasceva da un improvviso aumento dei costi, non da una carenza permanente di domanda. La trappola della liquidità, all’origine delle crisi del 1929 e del 2008, non si presenta insieme all’inflazione, ma qui si è avuto un altro tipo di shock.


D. L’inflazione era inevitabile ?

R. No, ma è stato opportuno tollerarla proprio perché le conseguenze sarebbero altrimenti state peggiori. Mi spiego perché io stesso, fino a poco tempo fa, non avevo chiare queste dinamiche. Come detto, se i costi produttivi salgono di colpo il PIL si riduce. Se i prezzi restano invariati, scende quindi anche il PIL nominale, il valore del prodotto in termini monetari, e quindi i redditi.


D. Deflazione salariale e calo degli utili aziendali, quindi.

R. Simile alla situazione degli anni Trenta, e di questi ultimi anni. Questo avrebbe reso molti privati e molte aziende insolventi, e prodotto la crisi del sistema finanziario, con conseguente forte rallentamento del credito.


D. Quindi, per un’altra via, uno scenario simile a quello generato dalla trappola della liquidità.

R. Si sarebbe inevitabilmente finiti nella trappola, e ne sarebbe nata una pesante crisi economica. Si decise di non rischiare questa evoluzione, aumentando invece l’emissione di moneta. Anche se l’economia stava producendo sulla base del suo potenziale (ancorchè ridotto dall’incremento dei costi energetici). Poiché non c’era depressione della domanda rispetto alle capacità produttive delle economia, l’aumento di circolazione monetaria ha fatto partire l’inflazione.


D. Ma questo, tu dici, era giustificato…

R. Perché ha impedito che i debitori diventassero insolventi in misura massiccia. Non c’è stata crisi del credito, e le economie hanno evitato la depressione.


D. Il prezzo sono stati diversi anni di inflazione elevata, anche a due cifre.

R. Probabilmente era possibile regolare l’intervento monetario in modo che l’inflazione fosse meno alta e persistente, ma è il senno di poi… Sinceramente ripercorrendo le vicende di quegli anni, penso che quella crisi fu affrontata molto meglio di quanto allora si percepisse. E molto meglio di quanto si sta facendo nella situazione di oggi…


D. Ai tempi si parlava degli effetti redistributivi dell’inflazione come iniqui, distorsivi…

R. Molto meno però della disoccupazione di massa. Comunque quando i prezzi del petrolio si stabilizzarono, anche grazie al fatto che i prezzi alti avevano spinto a introdurre tecniche produttive, sistemi di trasporto più attenti ai consumi, fu possibile riportare l’inflazione sotto controllo. Non fu un processo indolore: richiese una forte stretta del credito e una notevole recessione, nel 1981-2. Però il tasso di crescita dei prezzi calò fortemente, i tassi d’interesse furono a un certo punto rapidamente abbassati e si aprì un lungo periodo di crescita economica stabile. Fino al 2008, appunto.


D. Gli anni Settanta influenzano ancora il pensiero dei politici e delle autorità economiche, dicevi.

R. E’ la mia impressione, e non è un bene. Sono stati anni di inflazione e tassi d’interesse alti, spesso a due cifre, e sospetto che molte inibizioni ad adottare oggi le politiche giuste nascano dal timore di ricaderci. Ma era un contesto totalmente diverso.


D. Sei ottimista o pessimista per il prossimo futuro ?

R. Difficile rispondere… le politiche per uscire dalla situazione odierna sono chiaramente identificabili. Il primo punto, anzi forse quello che da solo risolve tutto o quasi, è riformare il sistema monetario europeo. O si abbandona l’euro o lo si “flessibilizza”, per esempio con la la mia proposta di omogeneizzare i costi di lavoro per unità di prodotto, nei vari paesi, mediante i Certificati di Credito Fiscale. Che nello stesso tempo rappresentano anche un forte sostegno della domanda.


D. Anche gli USA non sono tornati alla piena occupazione, e c’è un’impasse politico sul promuovere ulteriori azioni espansive.

R. Sì, ma il problema europeo è molto più acuto, e se lo risolvi l’effetto di traino sull’intera economia mondiale è probabilmente sufficiente a ripristinare la piena occupazione anche lì.


D. La chiave è l’Europa, ma le autorità europee…

R. …continuano a parlare e ad agire come chi non ha ancora capito, o non vuole ammettere, di aver sbagliato diagnosi. E il malessere economico e sociale diventa sempre più pesante.

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