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venerdì 4 dicembre 2020

L’immaginaria stagflazione degli anni Settanta

 

Ogni tanto risento o rileggo il ritornello che “il keynesismo non è stato in grado di spiegare la stagflazione degli anni Settanta”, o per essere precisi del periodo in cui l’economia mondiale è stata colpita dagli oil shocks.

Bene, mi pare utile chiarire che in quel periodo si sono registrati alti livelli di inflazione, in tutti i principali paesi occidentali e in Italia più della media. Ma NON è stato un periodo né di stagnazione né tantomeno di depressione dell’economia.

L’inflazione, misurata in base all’indice dei prezzi al consumo, è stata in Italia a due cifre nel periodo tra il 1973 e il 1984, con una media annua del 15,7%.

Nello stesso periodo, il PIL italiano IN TERMINI REALI è aumentato di quasi il 40% (39,8% per i pignoli, secondo i dati ISTAT / Bankitalia). Il che corrisponde a un incremento medio annuo del 2,8%, su un periodo di dodici anni.

La crescita è stata in quegli anni discontinua, soprattutto a causa degli interventi di politica monetaria (altrimenti detto, le strette creditizie) che cercavano di tamponare l’inflazione e di ritardare i riallineamenti del cambio (che dopo poco comunque avvenivano).

Ma la crescita economica C’ERA. Il tenore di vita della popolazione MIGLIORAVA. Le opportunità di lavoro e di crescita professionale per i giovani (e anche per i meno giovani) ESISTEVANO.

Anni complicati. Ma anni in cui il paese continuava a svilupparsi. Anni in cui non è minimamente venuta meno la fiducia in un futuro migliore per i figli, rispetto alle condizioni di vita dei genitori.

E tutto questo è vero per l’Italia così come per tutte le altre economie di mercato avanzate.

Non è per niente vero che “il keynesismo non è stato in grado di spiegare la stagflazione” di quegli anni.

La verità è che NON C’E STATA stagflazione. Inflazione sì. Stagnazione no. Né tantomeno depressione.

La depressione economica ce l’hanno regalata l’euro e le sue deliranti regole di funzionamento.

 

domenica 29 dicembre 2019

I “bravi” tedeschi che ci prestavano i soldi


Nei vari dibattiti twitter pre- e post-natalizi, mi sono imbattuto in una schiera di “euroausterici” che tra i motivi a favore della necessità / utilità, per l’Italia, di essere entrati nell’euro, citano i finanziamenti che varie organizzazioni sovranazionali e paesi esteri (soprattutto USA e Germania) hanno concesso negli anni Settanta al nostro paese.

Ecco vedete (è più o meno l’argomentazione), ai tempi della lira (in realtà, più esattamente, ai tempi degli shock petroliferi) eravamo costretti “ad andare dai tedeschi col cappello in mano, a mendicare soldi per pagare le importazioni”.

Le cose stanno, s’intende, molto diversamente. Se quei finanziamenti fossero serviti a pagare l’import, e dato che il loro ammontare corrispondeva ad alcuni mesi di acquisti dall’estero, saremmo stati costretti ad espandere costantemente il loro ammontare, fino ad arrivare a cifre abnormi e, con ogni probabilità, al default.

La verità è che la Germania, in omaggio alle sue consuete prassi mercantilistiche, cercava di opporsi alla rivalutazione del marco. E ci prestava soldi al fine di aumentare le riserve in valuta dell’Italia, in modo che potessimo immetterle nel mercato dei cambi e ritardare il più possibile il riallineamento valutario.

L’ultimo episodio di questo tipo si è verificato nel 1992. Per cercare di non uscire dallo SME (che era un accordo di cambi fissi) l’Italia (ma anche il Regno Unito, la Spagna e la Svezia) hanno bruciato decine di migliaia di miliardi (in lire) di riserve. Terminate le quali, lo SME è saltato.

Qualcuno mi ha ribattuto che se la spiegazione corretta fosse questa, la Germania invece di prestare soldi avrebbe potuto semplicemente emettere marchi e comprare lire (e sterline, e pesetas, e corone svedesi).

Ma figuriamoci se i tedeschi, con la loro fobia per l’inflazione, si sarebbero sognati di emettere marchi per comprare una moneta a rischio di svalutazione. Non l’hanno fatto nel 1992 (e si noti che in realtà la regolamentazione SME prevedeva che lo facessero: ma come si sa, la Germania è quel paese che fissa regole a cui gli altri si devono attenere. Quando tocca a loro, ti rispondono che “il Grundgesetz, l’interesse nazionale, prevale…”).

Negli anni Settanta hanno scelto la via dei finanziamenti, espressi in marchi e garantiti da oro. Finanziamenti che l’Italia ha peraltro integralmente ripagato. La Germania ha riavuto marchi, riscosso interessi e nel frattempo aveva la garanzia aurea.

E perché le autorità italiane hanno richiesto e/o accettato tutto questo ? ai tempi, perché si pensava che in un contesto inflazionistico rimandare o ritardare il riallineamento valutario fosse una necessità. Tesi dubbia, anche perché dopo poco tempo il riallineamento comunque avveniva.

Va sottolineato, in ogni caso, che stiamo parlando di un’epoca di inflazione alta e instabile. Anni luce distante da quella odierna, dove il problema è che la domanda interna, soprattutto in Italia ma mediamente, in effetti, in tutta l’Eurozona, è debole, e la BCE cerca disperatamente – senza riuscirci – di ottenere un po’ d’inflazione in più.


sabato 6 febbraio 2016

Perché l’offerta non è un vincolo alla ripresa

Quando finalmente ci si deciderà a immettere domanda nel sistema economico, la ripresa potrebbe essere rallentata dal fatto che in questi anni c’è stata una forte caduta di investimenti tecnici, e molte chiusure d’imprese ? potremmo, in altri termini, scoprire che se riprende la domanda, manca l’offerta ?

Ho sentito spesso esprimere questa preoccupazione, ma aneddoticamente. Non ho visto dati e studi convincenti sul tema.

Naturalmente, dopo il 2008 e soprattutto dopo il 2011, gli investimenti tecnici delle aziende sono caduti pesantemente. Ma questo non significa che la capacità potenziale dell’economia italiana sia scesa. Casomai, ritengo, è mancata la crescita che in un periodo normale sarebbe stato logico attendersi.

Fallimenti e discontinuità aziendali ovviamente ce ne sono stati parecchi, ma le esportazioni sono comunque più alte oggi che nel 2008. Prova, questa, che dove c’è domanda le aziende italiane vendono più di prima. E che quelle più vocate all’export (che poi spesso sono le migliori) ci sono ancora tutte, se la cavano discretamente e qualcuna, nonostante tutto, anche molto bene.

Quello che manca è, evidentemente, la domanda interna.

E’ plausibile che il percorso di ripresa abbia, in effetti, un’isteresi, nel senso che inizialmente verrà riassorbita la disoccupazione e il sottoutilizzo di capacità oggi esistente. Il che però implica – dato che il PIL reale italiano 2015 è inferiore del 9% rispetto al 2007 – qualcosa come tre anni di crescita al 3%.

Poi, constatato che il lungo periodo di stagnazione e depressione è alle spalle, si verificherà anche un recupero degli investimenti tecnici. Il che per inciso può costituire un elemento di intensificazione della ripresa, non nel primo paio d’anni ma senz’altro successivamente.

Tra l’altro, aver “saltato” un ciclo di investimenti tecnici può, paradossalmente, dare effetti positivi a medio-lungo termine. Quando finalmente si riprenderà a investire, l’azienda italiana avrà (in media) un’anzianità impiantistica inferiore rispetto al concorrente estero.

Un altro elemento a favore della tesi che non c’è un problema di contrazione dell’offerta è che, diversamente, l’economia non sarebbe a rischio deflazione. Quando nei primi anni Settanta l’”oil shock” ha pesantemente contratto il valore aggiunto potenziale dell’economia (non per il venir meno di capacità fisica ma, in quel caso, per l’aumento del costo degli input) è salita fortemente l’inflazione (e non solo in Italia, ovviamente). Oggi non si vede nulla di tutto questo: al contrario, Draghi non sa dove sbattere la testa per creare dinamica positiva nei prezzi…


Nel momento in cui, finalmente, si rivitalizzerà la domanda, non mi aspetto vincoli dal lato della capacità del sistema economico di soddisfarla. Casomai, sorprese positive riguardo a intensità e velocità del recupero.