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sabato 26 marzo 2022

ALZARE i deficit pubblici per CONTENERE l’inflazione


L’economia occidentale sta combattendo, in questo momento, contro il rischio di scivolare in uno stato di stagflazione, definito come inflazione troppo elevata unita a recessione economica.

Per il momento non siamo in questa situazione, in quanto le previsioni per il 2022 sono ancora di PIL reale in crescita. Tuttavia gli incrementi previsti per i vari paesi hanno già subito forti limature, e potrebbero trasformarsi in DEcrementi se (principalmente e tra le altre cose) la crisi ucraina durerà a lungo.

Il dibattito sulle modalità per contrastare questo stato di cose, soprattutto a livello di banche centrali, si riduce in buona sostanza a una diatriba tra “falchi” e “colombe”.

I “falchi” ritengono che l’inflazione non possa essere combattuta efficacemente senza attuare una restrizione monetaria e creditizia: e quindi, in particolare, che sia indispensabile alzare i tassi d’interesse.

Le “colombe” ribattono che i prezzi hanno cominciato a salire prima per il faticoso riavvio delle catene di approvvigionamento di materie prime e componenti, dopo la rimozione delle restrizioni connesse al Covid; e poi per l’inizio delle ostilità in Ucraina. Queste strozzature e queste limitazioni di offerta non si contrastano con un’azione restrittiva della domanda finale come quella che sarebbe prodotta da qualche punto di interessi in più. Combattere efficacemente questo tipo di inflazione con restrizioni monetarie richiederebbe una contrazione di PIL e occupazione assolutamente disastrosa e inaccettabile.

L’elemento mancante in questo dibattito è la possibilità di utilizzare politiche fiscali ESPANSIVE in chiave DEFLAZIONISTICA. In pratica, immettere PIU’, non meno, moneta nell’economia, per ottenere un effetto di contenimento di costi e prezzi.

Come ? molto semplicemente, riducendo la tassazione e gli oneri accessori sui fattori produttivi. Meno IVA. Meno accise sui carburanti. Meno tasse e contributi sul costo del lavoro. Eccetera.

Che questo elemento non sia in primo piano nel dibattito all’interno delle banche centrali in una certa misura è comprensibile (non arrivo a dire giustificabile) perché le banche centrali sono le custodi dell’ortodossia monetaria. Più moneta in circolazione per loro può voler dire solo prezzi più alti, non più bassi. E viceversa.

Ma questa ortodossia monetaria ha già dimostrato di essere un modello di pensiero con delle enormi falle logiche. Il Quantitative Easing ha completamente fallito l’obbiettivo di creare inflazione. Ci sono volute lo scardinamento delle catene di fornitura post Covid, e una guerra. Altro che “stampare moneta”. L’equazione più / meno moneta = più / meno inflazione semplicemente non regge alla prova dei fatti.

E d’altra parte una politica fiscale espansiva, ma rivolta al CONTENIMENTO di prezzi e di costi, non richiede azioni da parte delle banche centrali, ma dei governi.

La palla è quindi in mano ai capi di Stato, ai capi di governo e ai ministri dell’economia e delle finanze. Anche all’interno dell’Eurozona, dove non è accettabile che ci si trinceri (per non agire) dietro i vincoli del sistema euro. Il patto di stabilità è sospeso, ancora per il 2022 (ed appare sempre più probabile che la sospensione venga prolungata).

E inoltre, c'è la Moneta Fiscale, pronta per essere utilizzata.

 

venerdì 4 dicembre 2020

L’immaginaria stagflazione degli anni Settanta

 

Ogni tanto risento o rileggo il ritornello che “il keynesismo non è stato in grado di spiegare la stagflazione degli anni Settanta”, o per essere precisi del periodo in cui l’economia mondiale è stata colpita dagli oil shocks.

Bene, mi pare utile chiarire che in quel periodo si sono registrati alti livelli di inflazione, in tutti i principali paesi occidentali e in Italia più della media. Ma NON è stato un periodo né di stagnazione né tantomeno di depressione dell’economia.

L’inflazione, misurata in base all’indice dei prezzi al consumo, è stata in Italia a due cifre nel periodo tra il 1973 e il 1984, con una media annua del 15,7%.

Nello stesso periodo, il PIL italiano IN TERMINI REALI è aumentato di quasi il 40% (39,8% per i pignoli, secondo i dati ISTAT / Bankitalia). Il che corrisponde a un incremento medio annuo del 2,8%, su un periodo di dodici anni.

La crescita è stata in quegli anni discontinua, soprattutto a causa degli interventi di politica monetaria (altrimenti detto, le strette creditizie) che cercavano di tamponare l’inflazione e di ritardare i riallineamenti del cambio (che dopo poco comunque avvenivano).

Ma la crescita economica C’ERA. Il tenore di vita della popolazione MIGLIORAVA. Le opportunità di lavoro e di crescita professionale per i giovani (e anche per i meno giovani) ESISTEVANO.

Anni complicati. Ma anni in cui il paese continuava a svilupparsi. Anni in cui non è minimamente venuta meno la fiducia in un futuro migliore per i figli, rispetto alle condizioni di vita dei genitori.

E tutto questo è vero per l’Italia così come per tutte le altre economie di mercato avanzate.

Non è per niente vero che “il keynesismo non è stato in grado di spiegare la stagflazione” di quegli anni.

La verità è che NON C’E STATA stagflazione. Inflazione sì. Stagnazione no. Né tantomeno depressione.

La depressione economica ce l’hanno regalata l’euro e le sue deliranti regole di funzionamento.

 

giovedì 16 maggio 2019

L'origine della stagflazione


Sulla base di quanto esposto al post precedente, emerge con chiarezza quale sia l’origine di un fenomeno di stagflazione, cioè di una economia che in entra in una fase stagnante o recessiva mentre, nello stesso tempo, l’inflazione sale.

Negli anni Cinquanta o Sessanta, era opinione diffusa tra molti economisti che questo fenomeno non potesse verificarsi. L’inflazione, si riteneva, era possibile solo in conseguenza di una crescita troppo rapida della domanda, a cui si accompagnava un mercato del lavoro surriscaldato. Esisteva quindi un trade-off stabile tra inflazione e disoccupazione (la "curva di Phillips").

Gli oil shocks degli anni Settanta hanno invece dimostrato che la stagflazione è possibile quando la capacità del sistema economico di generare valore aggiunto (= PIL), e quindi reddito nazionale, cala, in conseguenza di un aumento di costo degli input acquistati dall’esterno (come il petrolio per la maggior parte dei paesi occidentali, appunto).

L’altra possibilità è che turbolenze politiche producano dissesti nella struttura produttiva del paese, contraendo quindi l’offerta potenziale. L’iperinflazione dei primi anni della repubblica di Weimar, in Germania, è nata in questo modo.

In entrambe queste situazioni, il PIL potenziale diminuisce e, anche a domanda nominale invariata, l’offerta scende al di sotto della domanda: il che avvia la dinamica di rialzo dei prezzi.

L’unica maniera di evitare la salita dell’inflazione sarebbe infatti ridurre la domanda aggregata in termini nominali, per esempio contraendo la spesa pubblica. Ma questo produrrebbe danni molto maggiori, gettando l’economia in depressione. Un calo nominale della domanda implica, infatti, una riduzione di redditi nominali (e reali) di famiglie e aziende, che si ripercuoterebbero sulla capacità di far fronte ai propri impegni per (tra le altre cose) mutui e finanziamenti.

Ne seguirebbero pesanti impatti sul sistema bancario, che limiterebbe di conseguenza il credito, alimentando un circolo vizioso e amplificando la caduta di produzione e occupazione.

Va comunque ricordato che nulla di tutto ciò si applica alla situazione italiana odierna.

Non c’è un problema di costo delle materie prime. Va tra l’altro ricordato che l’incidenza degli acquisti di petrolio ed energia sul PIL è, oggi, molto più bassa che negli anni Settanta. Rispetto ad allora, nell’economia è molto maggiore il peso relativo dei servizi e molto meno quello dell’industria; inoltre, l’efficienza energetica del sistema industriale e dei trasporti è molto più elevata.

E non abbiamo neanche subito qualcosa di comparabile all’occupazione della Ruhr…

Oggi l’economia italiana soffre di un pesantissimo output gap, mentre l’inflazione è l’ultimo dei problemi.

Oggi, la domanda va rilanciata con forza. I vincoli di governance dell’Eurosistema vanno superati. E lo strumento da utilizzare, senza rompere l’euro e restando all’interno degli attuali trattati e regolamenti, esiste: è il progetto Moneta Fiscale / CCF.