Visualizzazione post con etichetta Massimo Costa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Massimo Costa. Mostra tutti i post

giovedì 29 maggio 2025

La moneta fiscale, qualche anno dopo

 Ad anni di distanza, ho trovato interessante rileggere questo articolo di Roberto Perotti ma soprattutto il dibattito che si è sviluppato nei commenti, tra l'autore e i proponenti del progetto - Biagio Bossone, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini, Giovanni Zibordi e naturalmente il sottoscritto.

Qualcuno ha fatto considerazioni assennate, qualcun altro meno. A voi il giudizio.

domenica 26 marzo 2023

Il Superbonus e gli errori di Eurostat

 Un breve, ma estremamente chiaro e puntuale, articolo di Biagio Bossone e Massimo Costa in merito all'insensatezza della posizione di Eurostat riguardo al Superbonus.

Qui l'articolo.

domenica 26 febbraio 2023

Moneta Fiscale e gettoni telefonici

 

Nell’ultimo post ho chiarito che le recenti modifiche alle regole contabili di Eurostat non impediscono affatto l’emissione di Moneta Fiscale e non minano la sua efficacia. Eurostat ha solo affermato che i crediti fiscali utilizzabili in compensazione, se possono circolare liberamente, devono essere computati nel deficit pubblico dell’anno di emissione, non dell’anno di utilizzo.

Cambia quindi il profilo temporale del deficit, ma non l’impatto totale sul deficit. E non cambiano minimamente (neanche sotto il profilo temporale) né il fabbisogno finanziario dello Stato (non serve trovare fondi sul mercato per emettere crediti fiscali) né il debito pubblico di Maastricht (quello rilevante ai sensi dei trattati).

Ciò premesso, la modifica introdotta da Eurostat è a dir poco discutibile, e un’ulteriore argomentazione che mette in luce la sua incoerenza l’ha fornita Massimo Costa.

Per ragioni (a quanto ne so) mai ben chiarite, durante gli anni Settanta del secolo (anzi del millennio…) scorso, scarseggiavano le monete metalliche, e quindi erano spesso utilizzati succedanei per gestire le piccole transazioni. I miniassegni, le caramelle date come resto. E i gettoni telefonici.

Il gettone costava 200 lire, e veniva scambiato per quel valore. Ci pagavi il caffè oppure lo ricevevi in cambio delle mille lire quando effettuavi un acquisto che costava 800.

Il valore di 200 lire non veniva messo in discussione perché quello era il prezzo a cui la Telecom (allora ancora SIP) lo vendeva.

Se il gettone non avesse potuto circolare liberamente, è chiaro che pressoché tutti i gettoni sarebbero stati usati per telefonare (ai tempi c’erano le cabine telefoniche, e non i cellulari né tantomeno gli smartphone…). Chiaramente qualcuno sarebbe stato perso, qualcun altro dimenticato in qualche tasca di vestiti dismessi. Ma la grande maggioranza sarebbe stata usata nelle cabine telefoniche.

Poiché invece circolavano, tantissimi gettoni NON venivano, al contrario, usati per le telefonate: continuavano a passare di mano in mano.

Ecco: Eurostat pretende di considerare il credito fiscale a libera circolazione parte del deficit pubblico già all’atto dell’emissione perché afferma che la libera circolazione implica che prima o poi qualcuno (non necessariamente l’assegnatario originale, ma qualcuno a cui è stato ceduto successivamente) lo userà per ridurre i pagamenti di tributi.

È vero proprio il contrario: più il credito circola, e più è probabile che parte rilevante dei crediti emessi non vengano usati per compensare tributi, e in ogni caso è assolutamente incerto il momento futuro in cui avverrà la compensazione.

Così come cinquant’anni fa, o poco meno, i gettoni circolavano, e finché circolavano non venivano usati per telefonare…

 

lunedì 1 giugno 2020

L'infrastruttura digitale per i CCF

A cura del Gruppo della Moneta Fiscale, un articolo dal titolo forse un po' intimidatorio ( :))) )

"Un'infrastruttura digitale per l'uso dei Certificati di Compensazione Fiscale (CCF) come strumento di pagamento: opzioni tecniche"

Lo trovate a questo link.

L'introduzione dell'infrastruttura per lo scambio dei CCF è un passaggio molto importante per la creazione di un vero e proprio sistema di Moneta Fiscale.

mercoledì 15 aprile 2020

Perchè i CCF non sono - non possono essere - debito

In anteprima, a questo link, un articolo del Gruppo Moneta Fiscale (Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini).

Si mette la parola FINE a qualsiasi ipotesi di assimilazione dei CCF a una forma di debito.

lunedì 9 marzo 2020

Moneta Fiscale per un nuovo Piano Marshall


Gli impatti economici del Coronavirus sono, benché al momento difficili da stimare, senz’altro molto rilevanti. Per di più, colpiscono un paese già fiaccato da anni di austerità e da una congiuntura negativa, non solo italiana, che era in effetti iniziata parecchi trimestri prima.

La decisione, presa nella notte tra il 7 e l’8 marzo, di mettere in quarantena la Lombardia e altre quattordici province dell’Italia Settentrionale rende ancora più impellente la necessità di agire.

Si invoca a gran voce un “Piano Marshall” che rappresenti un’autentica svolta per l’economia del paese. Ma i vincoli del sistema euro, nel suo assetto corrente, non lasciano margini di manovra minimamente adeguati alle dimensioni del problema.

La modalità di intervento attuabile dall’Italia, senza passare per la rottura deflagrante della moneta unica europea, è l’introduzione di una o più forme di Moneta Fiscale.

Una possibilità in questo senso è costituita dai Minibot di Claudio Borghi, responsabile economico della Lega. Nella configurazione proposta, però, la sua portata è del tutto insufficiente.

L’idea è di rimborsare debiti della pubblica amministrazione (debiti di fornitura e debiti a fronte di crediti d’imposta) con uno strumento cartaceo utilizzabile per pagare le tasse. Questo strumento, quindi, circolerebbe a un valore presumibilmente in linea con quello dell’euro.

I Minibot hanno però il limite di essere assegnati a soggetti già titolari di crediti. Anticipano, in altri termini, una disponibilità finanziaria, ma non incrementano reddito e ricchezza del percipiente.

Il Gruppo Moneta Fiscale (che comprende Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini) ha elaborato uno strumento di intervento molto più potente, i CCF (Certificati di Compensazione Fiscale).

Il progetto CCF ha dato origine a una proposta di legge, sottoscritta da una novantina di parlamentari M5S e attualmente all’esame del Senato.

I CCF sono titoli che danno diritto, a partire da due anni dopo la loro assegnazione, a ridurre pagamenti verso l’erario di importo pari al valore facciale dei CCF stessi. Sono in pratica dei “BTP fiscali” a due anni, ma non rientrano nel debito pubblico in quanto non sono da rimborsare cash in euro.

Incorporando un beneficio certo a termine (lo sconto fiscale), i CCF hanno valore fin dal momento della loro emissione (nonostante l’utilizzo per ridurre i pagamenti verso l’erario sia differito).

Possono essere emessi dallo Stato e assegnati gratuitamente, per attuare una serie amplissima di azioni: integrazione di redditi, riduzione del carico fiscale alle imprese, spesa sociale, investimenti pubblici. E naturalmente anche per finanziare le azioni di contrasto alla crisi sanitaria prodotta dal Coronavirus.

Una forte emissione di CCF consente di rivitalizzare la domanda, la produzione e l’occupazione. La ripresa del PIL gradualmente produrrà anche la crescita del gettito fiscale lordo, il che compenserà l’utilizzo dei CCF nel momento in cui questi giungeranno a scadenza e verranno usati per ridurre pagamenti verso l’erario.

L’emissione di CCF può essere espansa a una condizione: le quantità che annualmente diventano utilizzabili non devono superare una modesta frazione degli incassi lordi della pubblica amministrazione. Diversamente, l’uso di CCF per ridurre pagamenti verso la P.A. diverrebbe “vischioso” e ridurrebbe il loro valore rispetto a quello dell’euro.

Il problema, in ogni caso, non si pone, in quanto il progetto CCF prevede emissioni massime annue intorno a 100 miliardi: una quantità modesta rispetto agli incassi lordi annui del settore pubblico (oltre 800). Più che sufficiente, nello stesso tempo, a produrre una forte ripresa dell’economia.

L’introduzione dei CCF andrà effettuata comunicando al mercato che, grazie alla disponibilità di questo nuovo strumento, il debito pubblico (quello da rimborsare in euro) diminuirà costantemente, anno dopo anno, in rapporto al PIL.

In questo modo i mercati finanziari vedrebbero invertirsi la tendenza alla crescita del rapporto debito pubblico / PIL, che oggi li preoccupa perché implica un rischio di default (essendo debito non garantito dalla potestà di emissione dello Stato o della sua banca centrale).

Per attuare il progetto CCF non occorre aprire alcun tavolo negoziale con la UE, né chiedere nulla a nessuno. I CCF possono essere introdotti per iniziativa autonoma del parlamento e del governo italiano.

Uno strumento di Moneta Fiscale con queste valenze e con queste direttrici di applicazione consente una “potenza di fuoco” adeguata non solo a contrastare gli effetti economici del Coronavirus, ma anche, una volta per tutte, a risolvere le disfunzioni dell’Eurozona e a far ripartire l’economia italiana.


mercoledì 14 agosto 2019

Certificati di Compensazione Fiscale

In attesa di scoprire se la "crisi di governo" diventerà una crisi di governo, abbiamo ragionato sulla denominazione del progetto - in particolare, noi del Gruppo Moneta Fiscale e Pino Cabras, su cui, qualunque cosa accada, faccio pieno affidamento per continuare a promuoverlo a livello politico.

Fermo restando che rimane in essere l'ormai "storica" sigla CCF, il significato di quest'ultima è stato modificato da Certificati di Credito Fiscale in

CERTIFICATI DI COMPENSAZIONE FISCALE

La nuova denominazione riflette molto meglio la natura del titolo. Non è legal tender money. Non è un credito destinato a essere rimborsato cash.

E' un titolo che dà diritto appunto a compensare, quindi a ridurre, pagamenti altrimenti da effettuare nei confronti della Pubblica Amministrazione.

martedì 18 giugno 2019

CCF e Minibot: simili ma diversi


Sono entrambe forme di Moneta Fiscale, ma l’impatto sull’economia è molto differente


Qualche settimana fa, i Minibot sono di colpo diventati un tema di grande attualità, non solo in Italia ma anche sui media internazionali. L’origine di questa impennata di attenzione è stata una mozione, approvata dalla Camera con voto unanime, che impegna il governo a “sbloccare i pagamenti della pubblica amministrazione verso professionisti e imprese agevolando il meccanismo di compensazione tra crediti commerciali e debiti tributari” tramite “la cartolarizzazione di crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio”.

I Minibot, proposti da Claudio Borghi (deputato e responsabile economico della Lega) sono una forma di Moneta Fiscale. Possono infatti possono essere utilizzati per ridurre pagamenti dovuti all’Erario.

Esiste una chiara somiglianza con il progetto Certificati di Credito Fiscale (CCF), che ho concepito e sto promuovendo a partire dall’ottobre del 2012, in collaborazione con vari economisti e ricercatori e in particolare con il Gruppo della Moneta Fiscale (che comprende, oltre a me, Biagio Bossone, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini).

Esistono però anche significative differenze, che cerco qui di chiarire.

Il progetto Minibot prevede di emetterli a creditori della Pubblica Amministrazione, nonché a detentori di crediti d’imposta. Questi creditori avrebbero facoltà di accettare, su base volontaria (quindi NON sarebbero obbligati), la conversione del loro credito in Minibot.

Un credito con tempi di realizzo incerti verrebbe quindi sostituito da un Minibot, che NON dà diritto a rimborsi cash, ma può essere utilizzato in qualsiasi momento per ridurre pagamenti, altrimenti dovuti, all’Erario.

Qual è il vantaggio ? che il Minibot potrebbe circolare ed essere utilizzato come intermediario di scambio. Nessuno (salvo l’Erario stesso) sarà obbligato ad accettarlo, ma presumibilmente l’accettazione sarà ampia, appunto perché in qualsiasi momento il suo valore sarà garantito dalla possibilità di impiego (in luogo di euro) nei rapporti con il fisco.

Sono quindi un nuovo strumento finanziario, altamente liquido.

Tutto ciò premesso, quale impatto ci si può attendere sul debito pubblico e sull’economia ?

Si è affermato che l’emissione del Minibot non ha impatto sul debito pubblico, in quanto lo Stato sostituisce una forma di debito (commerciale o fiscale) con un’altra (il Minibot).

Se parliamo di “debito pubblico” in senso del tutto generale, questo è vero.

Bisogna tuttavia aver presente che ai fini dei trattati e dei regolamenti UE, la definizione che rileva è il cosiddetto “Maastricht Debt”: che NON COMPRENDE né i debiti commerciali del settore pubblico, né i debiti nati da rapporti fiscali che non comportano pagamenti da parte dell’Erario (ma solo la possibilità, per il loro titolare, di utilizzarli a compensazione di altri pagamenti).

Quando si parla di Maastricht Debt, l’affermazione corretta è quindi un’altra: i Minibot non incidono sul Maastricht Debt al momento della loro emissione perché sostituiscono impegni NON compresi nel Maastricht Debt con altri, anch’essi NON compresi.

Questo al momento dell’emissione. Tuttavia, che cosa accade se chi riceve i Minibot li utilizza immediatamente per ridurre pagamenti all’Erario ?

A questo punto, il Maastricht Debt aumenta, a causa della perdita di gettito.

E’ anche vero, tuttavia, che l’utilizzo dei Minibot fa venir meno altri pagamenti che sarebbero stati effettuati in seguito (perché i debiti commerciali prima o poi sono comunque da pagare) o altre perdite di gettito future (nel caso dei Minibot emessi a fronte di crediti d’imposta utilizzabili, in futuro, in compensazione: verrà infatti meno quest’ultimo effetto).

L’effetto finale sul Maastricht Debt quindi è neutro. Transitoriamente, si può avere un effetto positivo o negativo, a seconda del periodo medio intercorrente tra l’emissione e l’utilizzo dei Minibot (da una parte), confrontato con il ritardo medio con cui i debiti commerciali verranno pagati, o i crediti d’imposta verranno utilizzati in compensazione (dall’altra).

Esempio: emetto 10 miliardi di Minibot, 5 a fronte di debiti commerciali che sarebbero stati pagati 180 giorni dopo, e 5 a fronte di crediti d’imposta che sarebbero stati utilizzati in compensazione 360 giorni dopo.

I Minibot circolano per 270 giorni, e a quel punto i loro detentori li utilizzano per ridurre pagamenti all’Erario.

Fino al 180° giorno, il Maastricht Debt è invariato.

Tra il 180° e il 270° giorno, il Maastricht Debt è più basso di 5 miliardi (l’Erario non deve più pagare i debiti commerciali).

Tra il 270° e il 360° giorno, il Maastricht Debt è più alto di 5 miliardi (l’Erario perde 10 miliardi di gettito a causa dell’utilizzo dei Minibot).

A partire dal 360° giorno, tutti gli effetti si compensano (l’Erario non subisce più i 5 miliardi di perdita di gettito dovuti agli originari crediti d’imposta).


OK. Ma i CCF in cosa sono diversi ?

I CCF sono titoli che incorporano un credito fiscale utilizzabile in compensazione, cioè per ridurre pagamenti verso l’Erario altrimenti dovuti, non a partire dalla loro emissione bensì a partire da due anni dopo.

Hanno comunque valore IMMEDIATO in quanto incorporano un diritto futuro certo.

Inoltre, non vengono emessi a chi ha già un credito (commerciale o fiscale). L’emissione è fiat.

Consentono quindi un’immediata immissione di potere d’acquisto supplementare nell’economia, per le dimensioni necessarie ad avviare una forte ripresa, e indirizzabile a una pluralità di azioni, tra cui: integrazioni di redditi da lavoro, sostegno alle fasce sociali disagiate, riduzione del cuneo fiscale, potenziamento degli investimenti pubblici.

Il differimento temporale tra emissione e utilizzabilità (i due anni sopra citati) dà tempo all’economia di generare, grazie alla ripresa, gettito fiscale compensativo che, al momento dell’utilizzo finale dei CCF, eviterà l’incremento del Maastricht Debt (vedi a pag. 12-15 qui le ipotesi e i meccanismi che lo garantiscono).

I CCF restituiscono quindi all’Italia le leve necessarie per sviluppare un’adeguata politica economica.

A questo fine, i Minibot non sono sufficienti, in quanto:

PRIMO, la loro dimensione è limitata dalla pre-esistenza di debiti commerciali e di crediti d’imposta (che tra l’altro devono essere verificati e certificati, prima di poter assegnare i Minibot); e

SECONDO, chi riceve i Minibot non ottiene né un effettivo arricchimento patrimoniale, né reddito supplementare. Ha un effetto di anticipazione di liquidità, sicuramente utile, ma non della stessa portata.

In altri termini: ricevere un Minibot oggi invece di euro tra alcuni mesi può indurre, in una certa misura, a spendere di più, ma sicuramente non ha lo stesso impatto di ricevere CCF senza che in cambio venga meno nessun altro credito o diritto.

La via per risolvere le disfunzioni dell’Eurosistema e per far uscire l’Italia dalla depressione economica, quindi, è il progetto Moneta Fiscale / CCF.

sabato 1 giugno 2019

I CCF sono un "gimmick" ? intendiamoci...


Sabato scorso si è tenuto a Milano un convegno, organizzato agli amici di Sottosopra, che ha visto tra i relatori Sergio Cesaratto, Warren Mosler, Marco Veronese Passarella, e Randall Wray.

Non ho potuto presenziare, ma Francesco Chini mi ha riferito di aver sintetizzato per sommi capi il progetto Moneta Fiscale / CCF a Randall Wray. Il quale ha commentato qualcosa nel tipo “it sounds like a gimmick”.

Non essendoci, non posso giudicare se il commento sia stato formulato in un tono che lasciava intendere “sono scettico”, o “sono sorpreso”, o “bisogna rifletterci”, o altro ancora.

Mi limito a qualche considerazione. Che cosa vuol dire “gimmick” ? e i CCF possono essere definiti tali ?

Prendiamo le definizioni e le traduzioni proposte da wordreference.com, un dizionario / vocabolario online che utilizzo parecchio, anche per lavoro.

Le accezioni che vengono proposte per “gimmick” sono due, tra loro abbastanza differenti.

Gimmick = trick, catch = trucco, strategemma, espediente.

Gimmick = clever device = aggeggio, arnese (ma anche, anzi letteralmente: “intelligente strumento”).

Ovviamente il mio giudizio è di parte (!) ma mi pare proprio che i CCF non siano un “trick”, bensì un “clever device”.

Lo confermano gli studi approfonditi dei trattati e dei regolamenti UE (vedi qui, ma tornerò sul tema in uno dei prossimi post), effettuati dal Gruppo della Moneta Fiscale (Biagio Bossone – Marco Cattaneo – Massimo Costa – Stefano Sylos Labini).

E l’utilizzo dei CCF è proposto sulla base di alcune semplici considerazioni.

I debiti pubblici dei paesi appartenenti all’Eurozona non sono garantiti da una potestà di emissione monetaria. Quest’ultima è demandata alla BCE, a cui i trattati impediscono di fornire garanzie esplicite e illimitate.

Formalmente neanche (per esempio) la Federal Reserve garantisce incondizionatamente il debito federale USA, ma l’eventualità che la Fed consenta un default degli USA è considerata (a ragione) pura fantascienza.

I debiti sovrani degli stati membri dell’Eurozona incorporano invece un reale rischio di default: tanto è vero che uno stato membro, la Grecia, è andato in default. Il rischio non è teorico: si è già concretizzato.

E’ corretto e giusto che sia così ? no, è uno – probabilmente il più grave – dei difetti strutturali dell’Eurosistema.

E’ possibile cambiare questa situazione, ottenendo una garanzia incondizionata sui debiti sovrani, de jure o de facto, da parte della BCE ? No, è una proposta che non vale nemmeno la pena di formulare. Non sarebbe discussa, anzi nemmeno esaminata. La BCE e la UE la considererebbero “non ricevibile e non ricevuta”.

Dati questi presupposti, che strada si può percorrere ?

Emettere un’attività finanziaria (il Certificato di Credito Fiscale) che non è debito ai sensi dei trattati e dei regolamenti UE (non rientra nel Maastricht Debt) e che, non essendo soggetta a impegni di rimborso cash, non comporta il rischio di essere forzati al default.

Vedi qui per avere conferma che il Maastricht Debt non comprende i crediti fiscali.

L’utilizzo dei CCF consente di rilanciare domanda, competitività, produzione e occupazione, di bloccare l’incremento del Maastricht Debt e di avviarne la progressiva riduzione in percentuale del PIL.

E’ un “gimmick” ? lasciatemi essere immodesto: sì, nel senso che è un “clever device”.

mercoledì 1 maggio 2019

Fiscal Money for Italy


Wolfgang Munchau, in his April 28, 2019 Financial Times article (“The Unbreakable, Unsustainable Eurozone”) has concluded that “More likely, instead, is that parallel currencies, unconventional debt securities, or even cryptocurrencies will offer opportunities for an official grey exit. It will turn out that you can be inside and outside the eurozone at the same time. The unbreakable and unsustainable will find a way to coexist”.

This is consistent with the policy proposal that was long advocated by the Group of Fiscal Money, even if we do not characterize it as a way to be “inside and outside the eurozone at the same time”. Rather, it is the path to make it sustainable by fixing its current dysfunctionalities.

What is Fiscal Money? It is a transferable and negotiable bond issued by government, which bearers may use for obtaining tax rebates two years from issuance. Such bond carries immediate value, since it incorporates a state commitment to accept it in exchange for reductions of future fiscal obligations, and it may be instantaneously exchanged against euros or used as a payment instrument (parallel to the euro) in a dedicated platform.

Fiscal Money would be allocated, free of charge, to supplement employees’ income, to fund public investments and social spending programs, and to reduce enterprises’ tax-wedge on labour. These allocations would increase domestic demand and (by mimicking an exchange rate devaluation) improve enterprise competitiveness. As a result, Italy’s large output gap would close without affecting the country’s external balance.

According to the International Financial Reporting Standards, Fiscal Money bonds would not constitute debt, since the issuer would be under no obligation to reimburse them in cash at any point in time. Also, the European System of Accounts would treat them as “non-payable deferred tax assets;” as such, they would not be recorded in the budget until used for tax rebates (two years after issuance, when output and fiscal revenue will have improved).

Based on conservative assumptions (i.e., fiscal multiplier of 1 and resumption of private investments enough to recover only half of the drop since 2007 in 4 years), a gradual issuance of Fiscal Money bonds that starting in 2019 would peak in 2021 at €100 billion (vis-à-vis the €800+ billion of Italy’s total fiscal revenue) and continue steadily thereafter would raise GDP growth to 3% in 2019-2021 and between 1.5% and 2% thereafter,  thereby generating tax revenues sufficient to offset the tax rebates coming due.

Were the program to under-perform, due to temporary difficulties, safeguard measures would kick in automatically and restore fiscal compliance through: financing select public expenditures with Fiscal Money (instead of euro); raising taxes and simultaneously allocating additional Fiscal Money bonds; incentivizing Fiscal Money bondholders to reschedule their use for tax rebates by enhancing their bond value; and placing Fiscal Money bonds in the market (in exchange for euros). These measures would raise the needed euro cash while avoiding procyclical effects and, importantly, would prevent market uncertainties. The high cover ratio (that is, the ratio between government gross receipts and tax rebates coming due) would make them sustainable.

By activating a Fiscal Money program, Italy would revamp growth without asking anything of anybody: no European treaty revisions; no financial transfers from other countries; and no recourse to the capital market. Public debt would stop growing and start declining relative to GDP, thus attaining the Fiscal Compact goal. And if Italy were ever to lessen fiscal discipline and over-issue Fiscal Money, only its recipients would take the hit since the value of the instrument would fall without hurting the euro or creating default risk (Fiscal Money itself is default-free and the safeguards would protect investors against higher cross-default risk on debt-instruments). In any case, the large cover ratio would make this scenario totally unlikely.

Have we found the “philosopher’s stone”? Certainly not. In an economy with large resource slack, the multiplier and the investment accelerator work their effects largely on output and moderately on prices. And if external leakages are contained (through increased competitiveness), the impact on aggregate demand would be the largest. Finally, revamping demand will benefit productivity and long-term growth, which have both dramatically declined after decades of public and private investment contraction. The so oft-invoked “structural reforms” would do nothing to change expectations and jumpstart growth without a strong and sustained positive demand shock.

Is this a step toward Italexit? Not at all. As Fiscal Money addresses the dire consequences of the Eurosystem’s dysfunctions for Italy, exit is no longer needed. Also, based on our proposal, the total stock of Fiscal Money bonds in circulation would never exceed €200 billion – a very small fraction compared to the stock of bank deposits (€4 trillion) and government debt bonds (€2 trillion) outstanding: Fiscal Money would only integrate existing financial assets, not replace them, while the euro would remain the country’s unit of account.

Fiscal Money is about mobilizing unutilized resources, accelerating investment, and inducing banks to resume lending in a national economy that has lost monetary sovereignty and exhausted the space for conventional active fiscal policy.  



The Group of Fiscal Money, Italy

Biagio Bossone

Marco Cattaneo

Massimo Costa

Stefano Sylos Labini



martedì 23 aprile 2019

Aggiornamento Progetto Moneta Fiscale / CCF

La più recente versione del Progetto Moneta Fiscale / CCF, aggiornata sulla base dell'ultimo DEF, è disponibile tramite questo link.

Grazie a Francesco Chini per la consueta consulenza informatica.

sabato 12 gennaio 2019

Fiscal Money Solution for Rome

Dal sito di OMFIF (Official Monetary and Financial Institution Forum), un importante think tank con il quale stiamo collaborando attivamente (more on this later, prossimamente su questo blog...) un articolo in cui, una volta ancora, spieghiamo perché la Moneta Fiscale risolve le disfunzioni dell'Eurozona, e perché non porta al breakup.

Qui l'articolo.

giovedì 3 gennaio 2019

L'abitudine fa miracoli


I membri del Gruppo della Moneta Fiscale (Biagio Bossone, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini e il sottoscritto) naturalmente condividono in ampia misura l’analisi sottostante al progetto MF / CCF e alle sue possibili modalità di avvio.

Però c’è un punto dove mi trovo, abbastanza di frequente, non del tutto in linea con le opinioni dei miei colleghi. E’ la necessità (o meno) di un ampio battage informativo che accompagni l’introduzione dello strumento MF / CCF, soprattutto nelle sue prime fasi.

E’ un tema di marketing e comunicazione, non di macroeconomia o di finanza aziendale, quindi sono al di fuori dei miei campi di specializzazione.

Rimango però dell’idea che lo strumento MF / CCF acquisirà notorietà e sarà, velocemente, accettato, per il semplice motivo che chi lo riceve constaterà le sue valenze. Se la legge dice che vale 1:1 per soddisfare obbligazioni d’imposta (a partire da una data futura sufficientemente prossima) non c’è ragione per cui debba essergli riconosciuto – volontariamente, da chi si trova a possederlo – un valore significativamente più basso dell’euro.

A condizione, naturalmente, che non lo si emetta in quantità tali da renderlo, in pratica, difficile da utilizzare, se non in tempi decisamente più lunghi di quelli ipotizzati. Ma è un’eventualità remotissima, per le ragioni qui illustrate.

L’esempio può sembrare banale, ma chi ha circa la mia età (o qualche anno in più…) ricorda bene l’utilizzo dei gettoni telefonici per ovviare alla scarsità di monete da 200 lire, negli anni Settanta.

I gettoni circolavano tranquillamente e li accettavano tutti, comprese molte persone che in realtà non li utilizzavano mai per telefonare (precisazione per i ventenni: non c’erano i cellulari, e si trovava invece una cabina telefonica ad ogni incrocio…). Perché tutti sapevano che li avrebbe utilizzati – e quindi accettati come intermediario di scambio – qualcun altro.

L’unica circostanza che avrebbe prodotto un sostanziale svilimento del valore del gettone sarebbe stata un eccesso di emissione: diffonderne, in altri termini, una quantità abnorme rispetto all’uso effettivo che se ne faceva per la loro funzione finale (la telefonata).

Non servirono campagne informative o di sensibilizzazione: in modo graduale e ben poco visibile, i gettoni cominciarono a circolare (spuntando un po' dal nulla, per così dire) e proseguirono per parecchio tempo (fino a quando fu risolto il problema della scarsità di moneta metallica).

Sono molto convinto che l’esperienza sarà dello stesso tipo per la MF / CCF. Magari è perché ritengo (convinzione epidermica e non tecnicamente o scientificamente “dimostrabile” beninteso: ma comunque, da parte mia, molto sentita) che l’introduzione avverrà in modo rapido, ma soft sul piano comunicativo (con pochi strombazzamenti mediatici, in altri termini).

Anzi, occorreva partire fin da subito così. E’ andata diversamente, ma si può (e quindi si deve) correggere il tiro.


sabato 3 novembre 2018

Moneta Fiscale per l'Italia


Biagio Bossone / Marco Cattaneo / Massimo Costa / Stefano Sylos Labini

Alcuni anni fa, abbiamo iniziato a proporre la Moneta Fiscale (MF) come strumento in grado di superare le disfunzioni dell’Eurozona. E’ quindi abbastanza frustrante leggere sul Financial Times (28 ottobre 2018) in un articolo di Wolfgang Munchau (“Italy is setting itself for a monumental fiscal failure”) che la MF, data la sua natura di moneta parallela, innescherebbe la rottura dell’euro.

Non è così. La MF è un titolo trasferibile e negoziabile emesso dallo Stato, che i titolari potranno utilizzare per conseguire sconti fiscali a partire da due anni dopo l’emissione. Questi titoli avranno valore fin dall'emissione, in quanto incorporeranno un impegno irrevocabile dello Stato emittente, e potranno immediatamente essere scambiati contro euro o utilizzati come strumento di pagamento (in parallelo all’euro) su una piattaforma dedicata dove verrebbero accettati su base volontaria.

La MF sarà distribuita gratuitamente per finanziare investimenti pubblici e programmi di spesa sociale, per integrare i redditi dei lavoratori e per ridurre il cuneo fiscale sui costi di lavoro a vantaggio delle aziende. Questo produce un incremento sostenibile di domanda interna e migliora la competitività delle aziende (con effetti analoghi a un riallineamento del cambio). Diventa quindi possibile riassorbire l'enorme output gap dell’Italia senza deteriorare il saldo commerciale estero del paese.

Sulla base di quanto affermato dagli IFRS (International Financial Reporting Standards), la MF non costituisce debito, in quanto non esiste obbligazione di rimborso da parte dell’emittente. L’ESA (European System of Accounts) infatti la considera un “non-payable deferred tax asset”, che non impatta sui conti pubblici fino al momento dell’utilizzo per conseguire sconti fiscali – quando, due anni dopo l’emissione, produzione e gettito fiscale si saranno incrementati grazie al maggior potere d’acquisto in circolazione.

Sulla base di ipotesi prudenziali (moltiplicatore fiscale di 1x e ripresa degli investimenti privati tale da riassorbire, in quattro anni, metà della flessione rispetto al PIL subita tra il 2007 e oggi) una graduale emissione di MF, che inizi nel 2019 e raggiunga 100 miliardi nel 2021 (il che si confronta con oltre 800 miliardi di entrate fiscali del settore pubblico), continuando poi invariata, innalzerebbe la crescita del PIL reale al 3% nel periodo 2019-2021 e in un intervallo 1,5%-2% successivamente. Ciò genera maggior gettito sufficiente a compensare gli sconti fiscali via via che arrivano a maturazione.

In caso di temporanei scostamenti negativi rispetto alle previsioni, una serie di azioni possono essere attuate per garantire gli obiettivi fiscali: finanziare alcuni investimenti pubblici in MF e non in euro; aumentare le tasse da pagare in euro ma compensare il contribuente mediante erogazioni di MF; incentivare i titolari di MF a posporne l’utilizzo per conseguire sconti fiscali riconoscendo una maggiorazione di importo dei quantitativi da essi posseduti; ridurre il debito collocando (a pagamento) MF sul mercato. Queste azioni innalzerebbero la disponibilità di euro per il governo evitando effetti prociclici e – punto di grande importanza – impedirebbero il formarsi sul mercato finanziario di situazioni di incertezza. L’alto margine di copertura (il rapporto tra gli incassi pubblici lordi e gli sconti fiscali che diventano utilizzabili ogni anno) renderebbe la manovra sostenibile.

Attivando un programma di MF, l’Italia farebbe ripartire la sua crescita senza richiedere alcuna revisione dei trattati, senza richiedere trasferimenti da altri paesi e senza aumentare il ricorso ai mercati finanziari. Il debito pubblico smetterebbe di crescere e si ridurrebbe in rapporto al PIL, raggiungendo così l’obiettivo del Fiscal Compact. Tra l'altro, se l’Italia allentasse la sua disciplina ed emettesse un eccesso di MF, il valore di quest’ultima calerebbe senza però che questo influenzi il valore dell’euro o crei rischi di default (la MF è intrinsecamente un titolo default-free e le azioni sopra descritte garantiscono che il debito a rischio di default comunque non si incrementerà). L’elevato rapporto di copertura, sopra menzionato, rende peraltro questo scenario del tutto improbabile.

In un’economia con un ampio sottoutilizzo di risorse produttive, il moltiplicatore fiscale e l’acceleratore degli investimenti hanno un forte, combinato effetto sulla produzione (e solo moderatamente sui prezzi). Inoltre, l’impatto sulla domanda è massimizzato in quanto l’azione sulla competitività (via riduzione del cuneo fiscale) evita deterioramenti del saldo commerciale estero. E in ultimo, incrementare la domanda darà benefici su produttività e crescita di lungo termine, entrambe fortemente indebolite dai molti anni di contrazione degli investimenti pubblici e privati.

Tutto questo non è un passo verso il break-up. Eliminando le disfunzioni dell’Eurosistema, la sua rottura non è più un passo necessario. Per inciso, nella nostra proposta l’ammontare totale di FM in circolazione raggiungerà un massimo di 200 miliardi: una piccola frazione dei depositi bancari (4.000) e dei titoli di debito pubblico in circolazione (oltre 2.000). La MF non sostituirebbe, ma integrerebbe queste attività finanziarie; e l’euro rimarrebbe l’unità di conto dell’economia italiana.

Munchau afferma che la principale caratteristica di un’unione monetaria non è l’esistenza di una moneta legal-tender (cioè ad accettazione obbligatoria) ma il fatto che si formi un’area monetaria comune con un libero flusso di pagamenti: le moneta parallele e i controlli sui capitali sarebbero quindi incompatibili con questo assetto. Ma la MF strutturata secondo la nostra proposta non richiede alcun controllo sui capitali e non ostacola in alcun modo i flussi di pagamenti.

La MF ha la funzione di mobilitare risorse produttive inutilizzate, di accelerare gli investimenti, e di riavviare il credito privato: e ottiene questi risultati in un’economia priva dei tradizionali strumenti di sovranità monetaria e di espansione fiscale convenzionale.


venerdì 20 luglio 2018

The diagnosis of Italy's disease

Perché la crisi economica italiana nasce dalla domanda e non dall'offerta e come, di conseguenza, agire. Un articolo di Biagio Bossone / Marco Cattaneo / Massimo Costa / Stefano Sylos Labini.

lunedì 9 luglio 2018

Il debito pubblico si può ridurre facendo crescere l'economia - su Business Insider Italia

Un nuovo articolo su come il progetto Moneta Fiscale consente una forte ripresa dell'economia senza creare ulteriore debito pubblico e, di conseguenza, avviando una significativa riduzione del rapporto debito pubblico / PIL.

venerdì 29 giugno 2018

Moneta Fiscale per rimettere in moto l'economia


Il nuovo governo M5S – Lega deve affrontare con la massima determinazione i gravissimi problemi che affliggono l’economia italiana. Nonostante nel 2017 abbia fatto registrare una crescita dell’1,5%, il PIL reale (corretto per l’inflazione) è stato ancora inferiore di 100  miliardi ai livelli del 2007 – dieci anni prima ! E i segnali attuali sono di rallentamento.

Le persone in povertà assoluta hanno superato i cinque milioni (da 1,7 nel 2007). Solo tassi di crescita ben più sostenuti possono avviare una vera ripresa dell’occupazione e delle condizioni economico-sociali di vasti segmenti della popolazione.

Una situazione irrisolvibile ? non sulla base della proposta elaborata da un gruppo di ricercatori, tra cui l’autore del presente articolo – Marco Cattaneo – insieme tra gli altri a Biagio Bossone, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini.

Si tratta di introdurre un nuovo strumento finanziario, i Certificati di Credito Fiscale (CCF): titoli da assegnare gratuitamente a una pluralità di soggetti – lavoratori, aziende, pensionati, disoccupati, fornitori del settore pubblico.

Un CCF permette di ridurre pagamenti futuri dovuti alla pubblica amministrazione, per qualsiasi causale (tasse, imposte, contributi, tariffe, ticket sanitari). In pratica sono diritti a sconti fiscali futuri.

Il titolare può monetizzarli in anticipo: un CCF emesso oggi, e utilizzabile come sconto fiscale a partire (ad esempio) dal 2020, ha valore fin da subito. E’ infatti negoziabile e trasferibile, e avrà un prezzo di mercato pari al valore facciale (lo sconto fiscale usufruibile alla scadenza) al netto di un modesto fattore di attualizzazione che incorpora l’effetto del differimento.

Molto probabilmente, si diffonderà anche l’utilizzo diretto dei CCF come corrispettivo di compravendite di beni e servizi. I CCF costituiscono una vera e propria forma di “Moneta Fiscale”, integrativa rispetto all’euro.

Peraltro, non essendo una moneta ad accettazione obbligatoria (ma negoziata e transata liberamente dalle parti, su base volontaria) i CCF non ledono il monopolio della BCE. L’euro rimane la moneta legale e l’unità di conto per i bilanci pubblici e privati.

Emissioni di CCF che crescono gradualmente fino a 100 miliardi annui nel giro di tre anni possono produrre una forte ripresa del PIL, a ritmi intorno al 3%.

La crescita inoltre aumenta il gettito fiscale lordo, compensando gli sconti ottenuti, a scadenza, dai titolari dei CCF. Il maggior denominatore riduce il rapporto debito pubblico / PIL, e la differenza tra spese e incassi pubblici annui (in euro) cala a zero.

Le assegnazioni di CCF andranno, inoltre, in parte alle aziende, in funzione dei costi di lavoro sostenuti. Questo riduce il costo del lavoro effettivo, migliora la competitività ed evita che la ripresa squilibri i saldi commerciali esteri: la maggiore competitività consentirà alle aziende di esportare di più e di guadagnare quote di mercato interno nei confronti della concorrenza estera, compensando le maggiori importazioni dovute alla ripresa.

Si raggiungono così anche le finalità del Fiscal Compact. L’Eurosistema prevede che la BCE garantisca i debiti pubblici purché ogni paese s’impegni al pareggio di bilancio e a ridurre il rapporto debito / PIL. In pratica la BCE garantisce gli attuali livelli di debito, purché non si incrementino.

Ma i CCF non sono debito da rimborsare. Lo stato emittente si impegna solo ad accettarli a riduzione di pagamenti futuri. Nessuna garanzia è richiesta alla BCE: il valore dei CCF è assicurato dall’impegno di accettazione dello Stato.

Tutto ciò risolve le attuali disfunzioni dell’Eurosistema senza rompere la moneta unica, e senza che l’Italia debba chiedere maggiori garanzie o sostegni finanziari a nessuno. Non è necessaria la revisione di alcun trattato. L’Italia si rimette in moto semplicemente riassorbendo la disoccupazione e quindi utilizzando l’enorme potenziale inespresso della sua economia.


lunedì 18 giugno 2018

Dual Currencies in the Eurozone: Stiglitz is Right - but only partially


As usual, we found Joseph Stiglitz’s last article on Project Syndicate (“Can the Euro Be Saved”, June 13, 2018) very insightful. However, there is a point on which we do not quite agree with him, namely the following:

“Italy is large enough, with enough good and creative economists, to manage a de facto departure – establishing in effect a flexible dual currency that could help restore prosperity. This would violate euro rules, but the burden of a de jure departure, with all of its consequences, would be shifted to Brussels and Frankfurt, with Italy counting on EU paralysis to prevent the final break. Whatever the outcome, the eurozone will be left in tatters”.

Our Group ("The Group of Fiscal Money": Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini) actually has been very active in developing and promoting such a “dual currency” scheme, in the form of Fiscal Money.

Our proposal is for government to issue transferable and negotiable bonds, which bearers may use for tax rebates two years after issuance. Such bonds would carry immediate value, since they would incorporate sure claims to future fiscal savings, and would be immediately exchangeable against euros in the financial market, or usable as payment instruments (in parallel to the euro) to purchase goods and services.

Fiscal Money would be allocated, free of charge, to supplement employees’ income. fund public investments and social spending programs, and reduce enterprises’ tax wedge on labour. These allocations would increase domestic demand and (by mimicking an exchange rate devaluation) improve enterprise competitiveness. As a result, Italy’s output gap would close without affecting the country’s external balance.

Notice that under IFRS, Fiscal Money bonds would not constitute debt, since the issuer would be under no obligation to reimburse them in cash. Also, under Eurostat rules they would be treated as non-payable tax assets (of which many instances already exist) and would not be recorded in the budget until used for tax rebates - that is, two years after issuance, when output and fiscal revenue have recovered.

While we verified this debt-related issue extensively form both a legal and an accounting standpoint, it is also important to add that the reason for not including non-payable tax liabilities (i.e., Fiscal Money) in the Maastricht Debt is a matter of substance, not just of form. The reason is that a non-payable liability does not bear any default risk due to the lack of repayment capacity from the issuer of the liability.

Based on very conservative assumptions (i.e., fiscal multiplier of 1 and a resumption in private investments to recover half of the drop since the 2007) GDP recovery would generate additional tax revenues sufficient to offset the tax rebates. Projections show that these would peak at around € 100 billion per year, which compares to more than € 800 billion of Italy’s total government revenue. Thus, the cover ratio (that is, the ratio between government gross receipt and tax rebates coming due each year) would be large enough to accomodate for possibile shortfalls due to future recessions.

Have we found the philosopher’s stone ? Certainly not – in an economy with large resource slack, the multiplier work its effects largely on output and moderately on price. And if external leakages are contained (which increased competitiveness would do), the multiplier effects are the highest. Fiscal Money is about mobilizing unutilized resources, accelerating investments and inducing banks to resume lending.

By activating a Fiscal Money program, Italy would solve its output gap problem without asking anything to anybody. No European treaty revisions would be required. No financial transfers would be needed. Public debt would stop growing and start declining relative to GDP, thus attaining the Fiscal Compact goal.

Even if Italy were to lessen its fiscal discipline and decide to over-issue Fiscal Money, only recipients would take the hit, as the value of the instrument would fall while over-issuance would neither affect the value of the euro nor create default risk on a default-free instrument. In any case, the large cover ratio would make this scenario totally unlikely. Besides, it is only fair to remember that Italy’s inability to rein in net public spending is a false myth. Between 1998-2017, Italy has been the only Eurozone country to never achieve a primary budget deficit (other than in 2009). If anything, Italy has suffered from excessive public budget restraint, which has led to its dramatic output decline.

The Fiscal Money proposal is fully consistent with the euro rules and might very well be a permanent set-up for the whole eurozone going forward. There is just no technical or legal reason why the eurozone should be “left in tatters” as a consequence of Italy (and possibly other countries) introducing national Fiscal Money alongside the euro.