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mercoledì 23 agosto 2023

Non preoccupatevi per la Cina

 Durante lo scorso weekend, i giornaloni erano pieni di titoli allarmati e allarmistici in merito alla crisi immobiliare cinese, al presunto fallimento del loro modello di sviluppo, ai rischi di contagio per l'economia mondiale eccetera.

Avevo in mente di scrivere un post per smentire le Cassandre, ma mi sono poi accordo che Michele Geraci mi aveva preceduto, e non faccio quindi altro che citarlo.


Tweet del 19.8.2023, ore 13.01.

Aggiungo solo che il punto fondamentale a mio avviso è l'ultimo, e naturalmente la moneta unica, per quanto ci riguarda (cioè per quanto riguarda l'Italia) è una parte sostanziale e sostanziosa del problema.


venerdì 17 giugno 2022

La lira, la Cina, e le arrampicate euriste sui vetri

 

Un ennesimo leitmotiv eurista, per la lunga serie “difendere l’indifendibile”: “sì è vero dal passaggio dalla lira all’euro in poi le cose per l’Italia sono peggiorate ma è inutile prendersela con la moneta ! il mondo è cambiato !! la Cina non esisteva come realtà economica, e guarda invece adesso !!!”

A questa ennesima STUPIDAGGINE si può controbattere in varie maniere. Tra le altre cose, notando che se l’Italia ha subito la concorrenza asiatica su molte produzioni a basso costo, si è vista anche aprire un enorme mercato per i beni di qualità. E che il problema dell’Italia ha a che fare con la domanda interna (compressa dalle scellerate regole dell'eurosistema) molto più che con l’export o con i saldi commerciali.

Ma in questo post vorrei far notare un’altra cosa. Certo, negli anni Novanta del secolo scorso comincia a emergere un grande paese (grande sul piano territoriale e demografico, non ancora sul piano economico) che diventa competitivo grazie al suo basso costo del lavoro.

E tu (tu essendo l’Italia, o meglio gli ineffabili Prodi – Ciampi – Amato e compagna danzante) pensi bene di fare che cosa ? di spossessarti della tua moneta e di adottarne una condivisa con altri Stati con una storia di valuta più forte della tua. Quindi adotti una moneta più forte (troppo forte), e rinunci totalmente (tra le altre cose) a perseguire una politica autonoma sul cambio (che vuol dire anche riallinearlo al ribasso, leggi svalutare, in caso di necessità).

Come dire: sei l’allenatore di una squadra di calcio. Gli avversari mettono in campo, a inizio ripresa, un centravanti fortissimo di testa. Mossa per “controbattere” la nuova minaccia ? togli due difensori centrali alti 1,90 e inserisci due palleggiatori di 1,60.

L’emergere della Cina appartiene alla lunga serie di motivi per cui LA LIRA BISOGNAVA TENERSERLA BEN STRETTA.

E il “bello” è che è un motivo già di per sé FORTISSIMO, ma non è nemmeno (nemmeno da lontano) il principale

lunedì 26 luglio 2021

Non esiste trade-off tra democrazia e crescita

 

Ormai da diversi anni, ma ultimamente con maggiore frequenza, sento e leggo commenti di persone appartenenti all’establishment (in posizioni più o meno rilevanti) che ruotano intorno a concetti inquietanti.

“La democrazia ha dei limiti”.

“Coniugare democrazia e sviluppo economico diventa sempre più difficile”.

“Il successo della Cina, bisogna ammetterlo, mostra che un regime autoritario è vantaggioso in termini di efficienza economica”.

E varianti sul tema.

Beh, cerchiamo di chiarire una cosa. L’ascesa economica della Cina non ha niente a che vedere con l’assenza di democrazia.

Il regime cinese non è democratico, ma l’origine del suo successo economico sta altrove:

UNO, pur essendosi aperta, almeno parzialmente, al capitalismo e all’iniziativa privata, mantiene un forte controllo statale sulle politiche di sviluppo economico e industriale.

DUE, in particolare è dotata di un rilevantissimo sistema di grandi imprese e di banche a controllo pubblico, e non ha nessuna intenzione di ridurne il perimetro.

TRE, se nei primi anni del suo decollo economico è cresciuta in larga misura grazie all’export, ne sta diventando sempre meno dipendente e sta sempre più facendo leva sulla crescita del mercato interno.

QUATTRO, naturalmente dispone della propria moneta e non ha la minima intenzione di seguire nulla di anche solo vagamente rassomigliante alle deliranti ricette euroausteriche.

Il successo economico della Cina in effetti ricorda molto il miracolo economico italiano del dopoguerra (che neanche gli oil shocks avevano interrotto, contrariamente a quanto spesso si sente dire). È un modello di economia mista, che combina l’iniziativa privata con un rilevante ruolo dello Stato.

L’assenza di democrazia non è affatto un fattore di successo economico. Se nell’Eurozona e in particolare in Italia la democrazia verrà meno, non diventeremo la Cina. In costanza delle politiche economiche euroausteriche, rimarremo un esempio di insuccesso economico E IN PIU’ faremo passi indietro in merito alle libertà politiche, di espressione, di opinione. Senza nessun beneficio e senza nessuna contropartita.

sabato 16 febbraio 2019

Come non si contrasta l'egemonismo cinese


Da un po’ di tempo, Silvio Berlusconi ha assunto le vesti del supereuropeista, cantore delle magnifiche sorti dell’integrazione politica UE (proprio nel momento in cui il progetto dà l’idea di essere completamente deragliato…).

Quanto sinceramente non lo so, visto che in passato i suoi toni e dichiarazioni tendevano, in molte occasioni, ad essere eurocritiche. Qualcuno maliziosamente ritiene che stia solo cercando di ingraziarsi l’establishment per difendere alcuni suoi interessi personali. O magari di assicurare un futuro politico a qualche suo vecchio sodale (Tajani, Brunetta…).

Ad ogni modo, una delle sue argomentazioni preferite (anche se non originalissima) è che l’integrazione europea è necessaria per contrastare un “evidente disegno egemonico cinese, che sta emergendo con sempre maggiore chiarezza”.

Se il disegno esista o no, si può discuterlo. Di sicuro le dimensioni della Cina rendevano inevitabile, nel momento in cui è partito il grande processo di sviluppo della sua economia, che assurgesse al ruolo di superpotenza.

Quello che rende non credibile l’argomentazione di Berlusconi (e di tanti altri) è che trasformare la UE negli Stati Uniti d’Europa sia la strada per evitare la marginalizzazione dell’economia europea in conseguenza dei mutati equilibri mondiali.

La ragione è semplice. La governance economica della UE, e in particolare dell’Eurozona, è improntata a logiche deflattive, di contenimento della domanda interna, e di espansione dei surplus commerciali come leva di crescita.

E’ una strategia del tutto incoerente perché nessuna area economica di grandi dimensioni può svilupparsi facendo leva principalmente sulla domanda estera. E il tentativo è un grave fattore d’instabilità: l’economia mondiale sta rallentando perché le tensioni commerciali stanno frenando gli interscambi mondiali, e proprio in questo momento sostenere la domanda interna sarebbe ancora più importante.

Il paradosso è che le tensioni riguardano in primo luogo i rapporti tra USA e Cina: ma entrambi – qualunque cosa si pensi della strategia conflittuale sviluppata da Trump – non hanno intenzione di spingere i loro paesi in recessione. E il sostegno alla domanda interna, nonché le pressioni dello stesso Trump sulla Fed per arrestare i rialzi nei tassi d’interesse, fin qui l’hanno in effetti evitato.

Le politiche eurozoniche sono invece ostinatamente orientate a comprimere i deficit pubblici. Gli ultimi dati economici del blocco della moneta unica sono molto preoccupanti. Ma ancora di più lo è la caparbietà con cui a Bruxelles e a Francoforte ci si ostina a difendere un sistema che spinge ad azioni procicliche – quando le cose vanno maluccio, si fa di tutto per farle andare malissimo.

Caro Silvio B., l’Europa era economicamente molto più forte quando i singoli paesi sviluppavano, autonomamente, politiche orientate alla crescita (e alla costruzione di un solido e complessivamente efficace welfare state).

La UE non sta affatto contrastando il vero o presunto disegno egemonico della Cina. Sta drammaticamente accelerando la perdita di peso del nostro continente. Molto più di quanto sarebbe, nei confronti dei paesi emergenti, in una certa misura inevitabile. E anche nei confronti degli USA.

O si cambia rotta in fretta, o tra altri vent’anni la UE peserà, nel contesto dell’economia mondiale, tanto quanto la Scandinavia (con tutto il rispetto) pesa oggi in Europa. Con l’aggravante che le sue popolazioni staranno molto peggio.