In quattro giorni
di borsa, successivamente all’annuncio che l’Italia è entrata in recessione
tecnica nel secondo semestre 2018 e che gennaio è stato, con ogni probabilità,
un altro mese negativo per l’economia, lo spread tra i titoli di Stato
decennali italiani e tedeschi è risalito fino a un massimo di una trentina di
punti, da 240 a 270.
Purtroppo l’Italia
rischia di pagare a caro prezzo la mancanza di coraggio del governo. Si è
cercato un compromesso con la commissione UE che evitasse l’apertura della
procedura d’infrazione, temendo gli effetti sullo spread.
Ma come
l’esperienza del governo Monti ha dimostrato nel 2012, procedura o non
procedura, atteggiamento ostile o amichevole della UE, se l’economia non cresce
i mercati aumentano i loro dubbi sulla capacità dell’Italia di sostenere il
servizio di un debito pubblico denominato in moneta straniera (perché l’euro
per l’Italia, che non lo emette, è una moneta straniera).
Proseguendo questa
tendenza, gli accordi presi con la commissione UE potrebbero spingere verso una
manovra restrittiva. Il che sarebbe un autentico suicidio per l’Italia: la
recessione diventerebbe pesantissima, e rivedere lo spread oltre i 500 punti
come a novembre 2011, ma anche come a luglio 2012 (quando divenne evidente che le
azioni “lacrime e sangue” di Monti erano state un catastrofico fallimento)
sarebbe una previsione tutt’altro che azzardata.
Senza una
ripartenza della crescita (e in assenza di una garanzia forte ed esplicita dell'istituto d'emissione) la fiducia dei mercati non regge. E senza una forte
azione espansiva sulla domanda interna – che il deficit / PIL del 2,04% NON è –
la crescita non riparte, e il generale rallentamento internazionale ributta
l’Italia in recessione.
Purtroppo dopo
mesi di dibattiti animati, la maggioranza di governo, che pure aveva
diagnosticato correttamente tutto questo, non si è sentita di andare fino in
fondo.
E neanche – che
sarebbe stata la soluzione di gran lunga migliore - di attivare uno strumento
innovativo come i CCF / Moneta Fiscale, che consentono un effetto espansivo
senza incremento del deficit pubblico.
Certo, gli
interessi che remano contro sono forti e consolidati. Certo, percorrere vie
nuove richiede coraggio, visione e determinazione.
Ma un compromesso che non risolve il problema garantisce, al massimo,
poche settimane di tranquillità.
La possibilità di
correggere la rotta esiste ancora. C’è sempre un domani.
Però bisogna
decidersi.