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domenica 3 febbraio 2019

Più investimenti o più dipendenti pubblici ?


L’Italia è in recessione, ma in effetti anche Francia e Germania sono in una situazione congiunturale tutt’altro che smagliante. E tenuto conto anche del contesto generale dell’Eurozona, il 2,04% di deficit pubblico concordato dopo le lunghe trattative con la UE dei mesi scorsi è del tutto insufficiente a invertire la tendenza.

I vincoli dell’eurosistema e la pretesa di crescere facendo leva primariamente, se non esclusivamente, sull’export mostrano ancora una volta tutta la loro insensatezza. La domanda interna va rilanciata, e in modo sostanzioso.

La legge di bilancio approvata a fine 2018 è stata criticata, tra le altre cose, perché fa leva molto sui trasferimenti (reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni) e poco sugli investimenti.

Questa critica si fonda sul fatto che gli investimenti pubblici sono un incremento di domanda e di produzione per il loro intero importo (senza contare gli effetti indotti successivi) e fin dal momento della loro effettuazione. I trasferimenti no, perché chi riceve soldi in parte li risparmia.

Personalmente la ritengo un’obiezione meno significativa di quanto può apparire a prima vista, nel contesto attuale. La depressione dell’economia italiana ha ridotto ai minimi termini la propensione al risparmio, quindi dubito che i trasferimenti non verrebbero spesi, quantomeno in misura del tutto preponderante.

Detto ciò, una forte spinta sugli investimenti pubblici sarebbe del tutto opportuna. A questo proposito, viene costantemente citato il fatto che esistono 150 miliardi di opere già autorizzate e computate nei deficit passati, ma non avviate per problemi burocratici e autorizzativi.

Il governo sta lavorando per sbloccare, per quanto possibile di questi intoppi, ma non ho ancora visto stime plausibili in merito alla misura in cui questi interventi potrebbero incidere a breve termine.

E’ in effetti un esempio di una difficoltà sistematica che si incontra nel rilancio della domanda interna mediante investimenti pubblici, e non solo in Italia: tra decisione di spesa e avvio della spesa stessa, intercorrono tempi tutt’altro che brevi, e spesso anche difficili da stimare.

Per questa ragione occorre prendere in considerazione una via decisamente più rapida: far ripartire l’impiego pubblico.

Purtroppo se ne parla poco perché il mantra del “dipendente pubblico improduttivo e fannullone” è pervasivo. Ma è anche, in larga misura, sbagliato. La sanità pubblica italiana, per esempio, è regolarmente ai primissimi posti nelle classifiche mondiali per efficienza (intesa come efficacia rispetto ai costi sostenuti).

E sicuramente c’è spazio per potenziare in modo estremamente utile funzioni esercitate dal settore statale, quali l’istruzione, l’ordine pubblico e la manutenzione del territorio.

Non è neanche vero che gli investimenti pubblici creano necessariamente più competitività, e sono necessariamente più utili, di un potenziamento delle risorse umane. Dipende da caso a caso. Meglio assunzioni in un ospedale sottostaffato rispetto a una strada che conduce nel nulla.

Per evitare fraintendimenti: sono assolutamente a favore di una ripresa degli investimenti pubblici. Ma lo sono ancora di più riguardo a un rilancio del pubblico impiego nelle moltissime aree dove è utile. Cosa che rispetto agli investimenti ha due vantaggi.

Il primo, come detto, è la maggiore rapidità di esecuzione.

Il secondo è che si assumono persone italiane, mentre un appalto pubblico può essere vinto da un operatore estero, e comunque i materiali utilizzati sono, almeno in parte, di importazione. Quindi il contributo al PIL del reddito da lavoro pubblico è maggiore (rispetto a quello degli investimenti).

Non c’è che da muoversi, utilizzando gli strumenti appropriati per attuare quanto necessario, superando gli attuali vincoli dell’eurosistema. Mettendo in campo il progetto CCF / Moneta Fiscale, quindi…