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venerdì 1 febbraio 2019

Che cosa rende forte il fronte eurista


La maggiore difficoltà nel promuovere, e soprattutto nell’arrivare ad applicare, un progetto di uscita dall’euroausterità sta negli interessi costituiti ben presenti e ben identificati, soprattutto nell’ambito del settore finanziario.

In soldoni: le grandi istituzioni bancarie e finanziarie sono strettamente connesse, con un sistema di “porte girevoli” che interessa i rispettivi vertici, con gli organismi tecnici dei ministeri, della BCE, delle banche centrali nazionali, con le istituzioni universitarie eccetera.

E le grandi istituzioni bancarie e finanziarie hanno interesse a perpetuare un sistema che mette una quantità sproporzionata di influenza nelle mani di chi controlla e intermedia i flussi finanziari.

Le porte di cariche e contratti di consulenza remunerativi si aprono quindi molto più facilmente per chi non contesta e non contrasta l’attuale sistema.

Questa influenza è pervasiva e mette in difficoltà le proposte di revisione del sistema, anche quando al governo arriva, come oggi in Italia, una maggioranza eurocritica.

Naturalmente questo è ancora più vero se si ipotizza di perseguire una “revisione” del sistema deflagrante, e tecnicamente molto difficile da attuare, come il breakup.

Tuttavia, anche il progetto CCF / Moneta Fiscale, per quanto decisamente più “morbido” e più semplice da attuare (e altrettanto efficace di un breakup, quanto al risultato finale) è in larga misura osteggiato dagli organismi sopra citati.

Per metterlo in atto, serve una combinazione di chiarezze di idee, determinazione e capacità di leadership politica. Che al momento non si è ancora espressa.

Il problema, in buona sostanza, è tutto qui.


domenica 8 gennaio 2017

Il randello dell’euro

L’euro implica necessariamente austerità e politiche antisociali ? e l’incremento delle diseguaglianze, da cui deriva il deterioramento delle condizioni di vita di ampi segmenti della popolazione, è stato sempre e completamente evitato da chi ha mantenuto la propria moneta ?

La risposta è no a tutte e due le domande. Ma rimane vero che nell’euro sarebbe stato di gran lunga meglio non esserci entrati. E che alle condizioni attuali nell’eurosistema è assurdo rimanere.

Per esempio, i salari reali medi nel Regno Unito sono calati del 10% circa rispetto all’ultimo anno (2007) prima dello scoppio della crisi Lehman. Esattamente come in Grecia.

Ma affermare che il Regno Unito (senza l’euro) ha subito la crisi in misura confrontabile alla Grecia (con l’euro) sarebbe, ovviamente, un’assurdità. Il calo dei salari reali medi è stato dello stesso ordine di grandezza, ma la disoccupazione UK è al 5%, contro il 25% in Grecia. E il PIL britannico ha recuperato e superato i livelli precrisi, mentre la Grecia ha perso un quarto del suo reddito nazionale e continua a non dare segnali di ripresa.

Le politiche intraprese dal governo Cameron soprattutto nel periodo 2010-2012 sono senz’altro ampiamente criticabili. La crisi è stata strumentalizzata per imporre livelli di austerità assolutamente non necessari.

Ma la ferocia con cui queste azioni sono state applicate non è minimamente confrontabile con quanto è accaduto in Grecia, e neanche, in realtà, nel complesso dell'Eurozona.

Ed è bastato in effetti a Cameron rendere più espansiva (anche se molto meno di quanto sarebbe stato possibile e opportuno) la sua politica di bilancio nel secondo periodo del mandato 2010-2015 per rivincere le elezioni. Anche perché, appunto, il suo elettorato aveva sotto gli occhi che la situazione economica britannica era, per quanto non brillante, molto meno deteriorata che nell’Eurozona; e, peraltro, i laburisti non proponevano un gran che di diverso, salvo (forse) qualche taglio di spesa in meno e (sicuramente) un po’ di tasse in più.

In altri termini, il Regno Unito – austero ma senza euro – era (ed è) comunque in una situazione decisamente migliore rispetto all’Eurozona – austera con l’euro.

Sono considerazioni che mi pare opportuno segnalare a chi sostiene che le politiche economiche non dipendono dall’assetto monetario, e che, di conseguenza, restare o no nell’euro, disporre o no di uno strumento monetario nazionale, è indifferente.

In astratto, certo, politiche espansive e orientate all’equità sociale potrebbero essere adottate anche con l’euro, e possono non essere adottate senza l’euro.

Ma in pratica, un’autorità intenzionata ad adottare politiche deflattive, depressive, antisociali è paragonabile a un losco individuo che si aggira, con intenti minacciosi, per il quartiere dove abitate. Vi fa piacere che questo tizio possieda un randello ? certo, anche senza vi può aggredire, per esempio prendendovi a schiaffi. Ma molto, molto meglio se il randello non ce l’ha. O se glielo togliete di mano.


domenica 18 dicembre 2016

Imprenditori e capitalisti amano la crescita ?

A prima vista, può sembrare una domanda quasi retorica, a cui rispondere “ovviamente sì” senza pensarci troppo, o senza pensarci affatto. Chi sviluppa attività economiche e mette in atto progetti d’investimento è animato da un sacro fuoco interiore, vuole vederli crescere, sogna grandi organizzazioni e conquiste di mercati…

O forse anche no ?

Se consideriamo la questione dallo stretto punto di vista delle valutazioni economiche, così come espresse per esempio dalle quotazioni di borsa, non è affatto garantito che la crescita implichi maggior valore. Per crescere occorre investire. Il punto chiave è quanto renda il capitale investito.

Le aziende di successo naturalmente sono in grado di svilupparsi ottenendo remunerazioni pari a un multiplo dell’investimento. Ma non tutte le aziende hanno successo, il che significa che molte altre sono nella posizione opposta – mettono soldi in strutture, persone, impianti, ricerca e scoprono poi di aver bruciato valore.

Investire significa (anche) prendersi rischi. L’imprenditore tipico, e ancora di più il capitalista finanziario tipico, tende a ricercare rendite di posizione. Attività protette con rendimenti stabili e rischi minimi. L’ideale sono alti margini con poca necessità d’investire. E se non c’è crescita, non è poi un dramma.

Ci saranno sempre ampi segmenti del mondo imprenditoriale orientati a puntare su attività statiche, che producono flussi di cassa senza bisogno di reinvestirli.

E poi ci saranno anche gli innovatori che, per natura e DNA, si svegliano ogni mattina con un’idea e con un progetto nuovo. Ma non diamo per scontato che siano la maggioranza. Sono forse più numerosi gli imprenditori-capitalisti molto preoccupati dai problemi e poco stimolati dalle opportunità. Perché gestire e organizzare vuol dire, va anche detto, affrontare un problema ogni minuto.

Non voglio con questo accusare il ceto imprenditoriale di miopia congenita e irreversibile. In Italia, ad esempio, non ho dubbi che i capi d’azienda siano oggi fortemente preoccupati per la deriva catastrofica causata dall'euroausterità. Il dato di fatto però è che fin qui l’hanno ampiamente accettata e assecondata. Il governo adotta politiche che impediscono qualsiasi tipo di ripresa ? però in cambio mi dà il jobs act e mi crea un bacino di forza lavoro a basso costo ? non lo ritengo magari l’ideale, ma non alzo troppo la voce per far sentire il mio dissenso, anzi…

Tutto questo ha un limite – far terra bruciata intorno a sé non è a lungo andare un vantaggio per nessuno. E speriamo di essere vicini al momento in cui il pendolo oscillerà nella direzione opposta. Ma così è andata in questi anni, e non è spiegabile se ci si scorda che per ogni innovatore schumpeteriano c’è almeno un aspirante rentier. Anche se tutti e due hanno scritto “imprenditore” sulla carta di identità.