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domenica 8 gennaio 2017

Il randello dell’euro

L’euro implica necessariamente austerità e politiche antisociali ? e l’incremento delle diseguaglianze, da cui deriva il deterioramento delle condizioni di vita di ampi segmenti della popolazione, è stato sempre e completamente evitato da chi ha mantenuto la propria moneta ?

La risposta è no a tutte e due le domande. Ma rimane vero che nell’euro sarebbe stato di gran lunga meglio non esserci entrati. E che alle condizioni attuali nell’eurosistema è assurdo rimanere.

Per esempio, i salari reali medi nel Regno Unito sono calati del 10% circa rispetto all’ultimo anno (2007) prima dello scoppio della crisi Lehman. Esattamente come in Grecia.

Ma affermare che il Regno Unito (senza l’euro) ha subito la crisi in misura confrontabile alla Grecia (con l’euro) sarebbe, ovviamente, un’assurdità. Il calo dei salari reali medi è stato dello stesso ordine di grandezza, ma la disoccupazione UK è al 5%, contro il 25% in Grecia. E il PIL britannico ha recuperato e superato i livelli precrisi, mentre la Grecia ha perso un quarto del suo reddito nazionale e continua a non dare segnali di ripresa.

Le politiche intraprese dal governo Cameron soprattutto nel periodo 2010-2012 sono senz’altro ampiamente criticabili. La crisi è stata strumentalizzata per imporre livelli di austerità assolutamente non necessari.

Ma la ferocia con cui queste azioni sono state applicate non è minimamente confrontabile con quanto è accaduto in Grecia, e neanche, in realtà, nel complesso dell'Eurozona.

Ed è bastato in effetti a Cameron rendere più espansiva (anche se molto meno di quanto sarebbe stato possibile e opportuno) la sua politica di bilancio nel secondo periodo del mandato 2010-2015 per rivincere le elezioni. Anche perché, appunto, il suo elettorato aveva sotto gli occhi che la situazione economica britannica era, per quanto non brillante, molto meno deteriorata che nell’Eurozona; e, peraltro, i laburisti non proponevano un gran che di diverso, salvo (forse) qualche taglio di spesa in meno e (sicuramente) un po’ di tasse in più.

In altri termini, il Regno Unito – austero ma senza euro – era (ed è) comunque in una situazione decisamente migliore rispetto all’Eurozona – austera con l’euro.

Sono considerazioni che mi pare opportuno segnalare a chi sostiene che le politiche economiche non dipendono dall’assetto monetario, e che, di conseguenza, restare o no nell’euro, disporre o no di uno strumento monetario nazionale, è indifferente.

In astratto, certo, politiche espansive e orientate all’equità sociale potrebbero essere adottate anche con l’euro, e possono non essere adottate senza l’euro.

Ma in pratica, un’autorità intenzionata ad adottare politiche deflattive, depressive, antisociali è paragonabile a un losco individuo che si aggira, con intenti minacciosi, per il quartiere dove abitate. Vi fa piacere che questo tizio possieda un randello ? certo, anche senza vi può aggredire, per esempio prendendovi a schiaffi. Ma molto, molto meglio se il randello non ce l’ha. O se glielo togliete di mano.


venerdì 15 luglio 2016

Una riflessione su David Cameron

L’ormai ex primo ministro del Regno Unito ha lasciato Downing Street, passando le consegne a Theresa May. Nelle ultime settimane, dopo il fatale referendum del 24 giugno per intenderci, è stato fatto oggetto di parecchie accuse di insipienza politica, per non dire di stupidità tout court.

Le accuse provengono principalmente da chi sperava nel successo del Remain. Chi l’ha fatto fare a Cameron di lanciare un referendum ? chi lo obbligava ? non voleva lasciare la UE, perché si è preso questo rischio – che implicava anche la possibile fine della sua carriera politica ?

La spiegazione in effetti mi pare molto semplice, forse troppo per riuscire credibile ai tanti dietrologi in servizio permanente effettivo. Ma a me suona totalmente plausibile.

Alle elezioni politiche del 2015, Cameron si è presentato come leader di un partito conservatore inglese a forte rischio di frantumazione. L’antieuropeista UKIP di Nigel Farage aveva ottenuto il 25% dei suffragi alle elezioni per il parlamento europeo dell’anno precedente – non tutti, ma in gran parte voti sottratti ai conservatori.

Cameron ha scelto una piattaforma di programma finalizzata a ricompattare il suo partito. Si è dichiarato favorevole a rimanere nella UE, ma si è impegnato nello stesso tempo a rinegoziare condizioni meno restrittive per la permanenza del Regno Unito; e a sottoporre la decisione finale all’elettorato del suo paese.

Non si avrà mai la controprova del fatto che questo impegno sia stato decisivo per vincere le elezioni politiche. La finalità comunque era chiara: riportare nell’alveo conservatore molti voti euroscettici.

Alle politiche del 2015, lo UKIP è sceso all’8% - complice anche, sicuramente, il fatto che il sistema maggioritario uninominale lo penalizza rispetto al proporzionale, con il quale si era votato alle europee. Comunque i conservatori hanno recuperato parecchi di quei voti, hanno vinto le elezioni, e Cameron ha iniziato il suo secondo mandato come capo del governo.

A questo punto ha mantenuto fede al suo impegno, ha tenuto il referendum e l’ha perso.

E’ stato un errore l’impegno assunto nella campagna elettorale 2015 ? nessuno potrà mai affermarlo, o negarlo, con certezza. Non è possibile stabilire se, in assenza dell’impegno al referendum, i conservatori avrebbero vinto quella consultazione.

Ma qualunque cosa si pensi di Cameron, trovo che sia da valutare positivamente – anche perché non esattamente scontata per un politico – la sua coerenza.


sabato 9 novembre 2013

Perchè il downgrade della Francia ?

Paul Krugman fa notare che i dati, sia quelli correnti che di previsione, relativi a PIL e debito pubblico francesi sono migliori di quelli britannici.
 
Allora, perché Standard & Poor’s ha abbassato la valutazione del merito di credito francese ?
 
La sua ipotesi è che sia un giudizio di natura ideologica. Francesi e inglesi hanno, entrambi, effettuato azioni di austerità (e tutti e due i paesi si trovano di conseguenza in una situazione economica decisamente mediocre).
 
Ma S&P imputa ai francesi di aver attuato politiche di consolidamento fiscale senza accompagnarle con le necessarie “riforme strutturali” – cioè aumentando le tasse e non (al contrario degli inglesi) riducendo la spesa sociale.
 
Senza peraltro (nota Krugman) alcuna prova che la prima via sia più positiva della seconda per le prospettive economiche di lungo termine dei due paesi.
 
Può essere che questa sia stata, effettivamente, la principale motivazione del downgrade di S&P.
 
Tuttavia, esiste in effetti un motivo, ben chiaro ed evidente, per il quale il debito pubblico francese ha un rischio di default decisamente superiore a quello britannico.
 
Il Regno Unito emette debito in sterline, possiede la macchina da stampa delle sterline, ed è quindi sempre e comunque in grado di evitare il default emettendo moneta.
 
Certo, questo in teoria potrebbe avere conseguenze sull’inflazione. Ma non in una situazione di domanda depressa come l’attuale. Tanto è vero che da cinque anni la maggior parte delle emissioni di debito pubblico UK sono assorbite dalla Bank of England, e non si è creata alcuna rilevante tensione sui prezzi (e neanche sui tassi d’interesse).
 
La Francia emette debito in euro, e NON possiede la macchina da stampa.
 
L’economia britannica NON è in una situazione brillante. Le politiche del tandem Cameron – Osborne si sono rivelate estremamente inappropriate. Ma…
 
Avete mai sentito parlare di “crisi del debito sovrano UK ?”
 
Ecco, appunto.