martedì 7 febbraio 2023

Ancora sull’impatto della Brexit

 

Sempre sul tema Brexit, e sul confronto tra realtà e narrazione, riporto qui di seguito i dati aggiornati, forniti dal Fondo Monetario Internazionale a fine gennaio.

Per il 2022, siamo ormai a livello di consuntivi, sia pure preliminari (potrà esserci qualche aggiustamento, ma a livello di decimali).

Fatto pari a 100 il PIL 2019 (ultimo anno prima della Brexit), il livello 2022 del Regno Unito è addirittura il migliore tra i principali paesi europei: 101,4 contro 100,9 per Francia e Italia, 100,7 per la Germania, e 98,6 per la Spagna.

Obiettano gli euroausterici: il Regno Unito è l’unico per cui è prevista una variazione negativa del PIL nel 2023. Ma, a parte il fatto che qui siamo sulle previsioni, e le previsioni sono spessissimo disattese dalla realtà; a parte che il dato 2023 previsionale UK è ritenuto, da parecchi commentatori, dovuto a fenomeni diversi dalla Brexit (es. il conflitto tra il governo Truss, ormai dimissionato, e la Bank of England sul finanziamento del deficit pubblico, e le conseguenti turbolenze finanziarie)…


…a parte tutto questo, la posizione UK per il 2023 sarebbe comunque all’interno del campione: 100,8 come la Germania, sotto il 101,6 francese e il 101,5 italiano, ma meglio del 99,7 spagnolo.

Il disastro economico della Brexit è una fantasia degli euroausterici, o per meglio dire una delle solite operazioni propagandistiche di Bruxelles: cercare di convincere l’opinione pubblica che fuori dalla UE c’è solo pianto e stridor di denti.

Senza che i dati lo confermino, neanche lontanamente.


sabato 4 febbraio 2023

La Moneta Fiscale è più viva che mai

 

Lo scorso 1° febbraio, Eurostat ha pubblicato l’edizione aggiornata del Manual on Government Deficit and Debt (MGDD), e molti commentatori l’hanno interpretata come una campana a morto per la Moneta Fiscale.

Le edizioni precedenti del MGDD contenevano un concetto molto semplice e chiaro: concorrevano alla determinazione del deficit e del debito pubblico i  crediti verso l’erario che, se non utilizzati dal titolare per compensare (quindi per ridurre, o azzerare) il pagamento di tributi, dovevano comunque essere rimborsati cash dalla pubblica amministrazione. Si parla dei cosiddetti payable tax credits, e il concetto appare evidente dalla denominazione stessa.

I crediti utilizzabili in compensazione ma senza diritto al rimborso cash erano invece non payable tax credits, e non concorrevano al deficit e al debito pubblico.

Il nuovo MGDD invece introduce un nuovo concetto. Con una capriola semantica e logica degna di miglior causa, afferma che vanno considerati payable tax credits quelli che hanno elevata probabilità di essere effettivamente utilizzati, anche se non danno diritto a rimborso, mentre i non payable tax credits sono solo quelli che, oltre a non essere rimborsabili, hanno significative possibilità di scadere senza che nessuno li utilizzi.

Per comprendere se un credito fiscale sia payable o meno, occorre a questo punto tenere in considerazione vari fattori. Se un credito può essere ceduto a terzi, le probabilità di utilizzo aumentano, perché il compratore non effettuerebbe l’acquisto se non prevedesse ragionevolmente di utilizzarli. Ma ci sono altre cose da tenere in considerazione: la probabilità di utilizzo aumenta se il credito (anche quando non è trasferibile) ha durata temporale lunga, o addirittura indefinita; se può essere utilizzato per compensare una varietà di tributi, e non una sola categoria; se viene attribuito a soggetti tendenzialmente “capienti”; eccetera.

Riguardo alla “capienza”, prendiamo per esempio il caso dei super-ammortamenti / iper-ammortamenti, cioè dei vari provvedimenti che hanno consentito in passato di ammortizzare per un valore superiore al costo d’acquisto, a fini fiscali, cespiti acquistati da un’azienda.

I super- e iper-ammortamenti non sono mai stati trasferibili, ma è chiaro che un’azienda, prima di investire in un bene strumentale, valuta attentamente se sarà in grado di utilizzare il beneficio fiscale. Naturalmente si può sbagliare, ma è difficile che i risultati futuri siano così negativi da non permettere mai l’utilizzo totale del beneficio. A questo punto bisognerebbe affermare che i super-ammortamenti, gli iper-ammortamenti, ma a ben guardare anche gli ammortamenti ordinari (!), siano payable tax credits, da classificare nel deficit e nel debito pubblico.

Un’evidente assurdità, che nessuno si è mai sognato di sostenere. Ma diventa una possibilità concreta alla luce del nuovo MGDD.

Sorgono poi altre domande. Chi determina la probabilità che un beneficio fiscale verrà utilizzato o andrà perso ? con quali criteri ? a quale percentuale si pone la “significativa probabilità” che il beneficio fiscale non verrà utilizzato ?

E ancora: poniamo che la stima probabilistica (effettuata non si sa da chi e non si sa con quali criteri) dell’utilizzo sia il 90% per un provvedimento, e il 50% per un altro.

La conseguenza è che nel primo caso, il costo fiscale del provvedimento sarà sovrastimato del 10% (perché verrà considerato deficit e debito per 100 quando in realtà l’impatto sarà 90). Nel secondo caso il costo fiscale verrà invece stimato zero: quindi si ignorerà totalmente, ai fini del calcolo del deficit e del debito, un provvedimento che comunque genererà, a parità di condizioni, un impatto fiscale pari a metà dell’importo massimo.

Il nuovo MGDD, in altri termini, delinea un capolavoro di arbitrarietà, di ambiguità e di incoerenza.

Detto tutto ciò, la Moneta Fiscale, cioè la possibilità di emettere crediti fiscali non payable (secondo la precedente, chiara e logica, definizione) e di farli liberamente circolare, è morta ? E nello specifico, lasciamo nei guai i titolari di crediti fiscali attribuiti a seguito del Superbonus 110% e degli altri provvedimenti introdotti a beneficio del settore immobiliare ?

Ma neanche per idea.

Il nuovo MGDD è stato pubblicato lo scorso 1° febbraio 2023, ma i suoi contenuti si stavano delineando già da parecchio tempo. Erano in corso interlocuzioni tra MEF, ISTAT ed Eurostat, e si stava parlando di quanto poi ha trovato concretizzazione.

Stefano Sylos Labini già il 29 giugno 2021 aveva quindi pubblicato su Milano Finanza un articolo che esprimeva una serie di dubbi e di preoccupazioni.

Pochi giorni dopo, sempre su Milano Finanza è uscita una replica di Davide Colombo, Direttore Relazioni Esterne e Ufficio Stampa ISTAT. La parte finale della replica è illuminante e la riporto testualmente.

“La differenza tra la spesa [pubblica] di competenza del primo anno e i crediti d’imposta già usufruiti, dà luogo a una passività finanziaria per lo Stato.

Tale passività finanziaria è classificata come other accounts e non rientra tra quelle che concorrono alla definizione del debito di Maastricht, quindi è errato affermare che la contabilizzazione di crediti payable abbia un impatto sul debito. L’utilizzo negli anni successivi dei crediti d’imposta payable da parte dei contribuenti riduce progressivamente tali passività finanziarie fino ad azzerarle”.

Che cosa significa ?

Il debito di Maastricht è quello rilevante per i trattati. Quello che viene costantemente monitorato e riguardo al quale la Commissione Europea discute con gli Stati gli obbiettivi di contenimento e di riduzione.

Esistono passività che sono inequivocabilmente debiti e che vanno quindi pagati, ma che non concorrono alla determinazione del debito di Maastricht. Sono appunto quelle che vengono classificate negli other accounts.

Una fattispecie di queste passività finanziarie sono i debiti di fornitura della pubblica amministrazione.

Un’altra fattispecie sono… i payable tax credits ! L'avevo già constatato diversi anni fa. I payable tax credits sono semplicemente IGNORATI, NON RICOMPRESI, nella determinazione del debito di Maastricht.

Sono ignorati anche se esistono, e in alcuni casi sono anche trasferibili e attivamente scambiati. Io personalmente ho collaborato per diversi anni con un’organizzazione finanziaria che compra crediti fiscali a sconto (soprattutto crediti IVA) e poi aspetta tranquillamente di essere rimborsata, generando così i suoi utili. Esiste un mercato di dimensioni significative, e molto attivo, che opera in questo segmento di attività.

Per maggiore chiarezza, quello che il dottor Colombo dell’ISTAT ci sta dicendo è: i payable tax credit quando sono emessi costituiscono spesa pubblica. Entro fine anno in parte verranno utilizzati (o rimborsati), e la parte ancora in essere costituirà una passività finanziaria dello Stato. Passività finanziaria dello Stato che si estinguerà negli anni successivi via via che avranno luogo i rimborsi, o le compensazioni, o l’estinzione per scadenza dei termini. Ma questa passività finanziaria NON È MAI RICOMPRESA NEL DEBITO DI MAASTRICHT.

A questo punto la conclusione è…

MA CHI SE NE FREGA DEL MGDD ???

L’emissione di crediti fiscali liberamente trasferibili è perfettamente possibile e non incide sul debito di Maastricht. Questo, sia che li chiamiamo payable che non payable che Amilcare che Giovanni.

Liberalizziamo quindi completamente la circolazione dei crediti d’imposta immobiliari, Superbonus e altri.

E utilizziamo lo strumento dei crediti fiscali trasferibili per tutte le azioni di politica economica che il governo riterrà opportune.

Non avremo nessun impatto sul debito di Maastricht, mentre recupereremo un amplissimo margine di autonomia nella gestione della politica economica italiana.

 

mercoledì 1 febbraio 2023

L’alternanza scuola-lavoro

 

Ogni tanto si riparla dell’alternanza scuola-lavoro, cioè del provvedimento normativo in base al quale i ragazzi, agli ultimi anni delle scuole superiori, devono passare un paio di settimane a svolgere un qualche tipo di attività presso un’azienda.

Quello che però forse sfugge è l’origine di questa innovazione. Si tratta, in effetti, di un grosso (ma non certo unico) esempio di ipocrisia.

Le deliranti politiche di austerità “prescritte” dalla UE e attuate in Italia soprattutto dei governi Monti e Letta hanno prodotto, tra i loro vari effetti nocivi, un forte incremento della disoccupazione giovanile.

Non solo di quella, in realtà. Trovare un lavoro, e trovarlo a condizioni stabili e dignitose, è diventato molto più difficile per i giovani, per i meno giovani e per i non più giovani. In sintesi, per tutti.

Ma la disoccupazione e la precarizzazione delle nuove leve hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica in modo particolarmente significativo.

Poteva, l’establishment, ammettere che questa era la conseguenza delle “politiche di risanamento” e delle “riforme strutturali”, nomi con i quali viene chiamata l’euroausterità ?

Certo che no, ovviamente non poteva. DOVEVA esserci un’altra ragione. Eccola presto identificata: i giovani non trovano lavoro non perché la domanda interna è massacrata da tagli e tasse. I giovani non trovano lavoro perché “la scuola trascura le competenze e la formazione necessarie per inserirsi nel mondo del lavoro moderno”.

Soluzione ? prendere i diciottenni e far passare loro una decina di giorni in qualche organizzazione aziendale, a fare fotocopie (ma si fanno ancora le fotocopie ?) o a riordinare gli scatoloni negli scantinati.

Si capisce benissimo che ne nasce un contributo determinante a elevare gli skills necessari a muoversi nell’odierno mondo del lavoro infotelematicodigitalvirtuale.

Tutto questo è in perfetto stile euroausterico: creare un problema, rifiutare di riconoscerne le cause, e attivare interventi che non lo risolvono.

venerdì 27 gennaio 2023

Brexit, un disastro immaginario

 

Parecchie persone sembrano essere convinte che il Regno Unito sia nel bel mezzo di una catastrofe economica provocata dalla Brexit. Non li biasimo (non troppo, almeno): è facile essere fuorviati se ci si informa sugli organi allineati all’establishment, quelli che chissà perché sono da alcuni considerati “prestigiosi e affidabili”.

In Italia, mi riferisco in particolare al quartetto Stampa - Repubblica – Corsera – Sole 24 Ore, che su questi temi riciclano ossequiosamente le veline che arrivano da qualche scribacchino di Bruxelles (il Sole salvando un po’ di più le apparenze, Stampubblica segnalandosi invece come il più esagitato corifeo proUE).

C’è però anche qualcuno che va a controllare i dati. La Brexit è avvenuta il 31 gennaio 2020. Se fosse quel disastro di cui alcuni favoleggiano, a distanza di tre anni dovremmo constatare un andamento del PIL britannico molto peggiore di quello degli altri principali paesi europei, giusto ?

Beh, le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale ci fanno sapere che fatto pari a 100 il livello 2019, il Regno Unito nel 2022 era a 100,4. Un pelo sotto la Francia (100,7) ma meglio di Italia (100,2), Germania (99,3) e Spagna (97,8).

Al che qualcuno replica che “si vabbè ma nel 2023 il Regno Unito di questi paesi sarà l’unico in recessione”.

Sempre il FMI stima invece per il Regno Unito un PIL in crescita dello 0,3%, mentre prevede un calo per l’Italia (-0,2%) e per la Germania (-0,3%).

Sono differenze di decimali, e non significano un granché. Ma una cosa è evidente: il disastro economico prodotto dalla Brexit è pura immaginazione.

O per essere più precisi, pura propaganda, priva di fondamento e di riscontro nei dati.

martedì 24 gennaio 2023

Mercati azionari nel 2023

 

Prevedere l’andamento della borsa su un arco temporale di un anno è un esercizio rischioso, o forse semplicemente inutile. Le previsioni di borsa funzionano al contrario delle previsioni meteorologiche: sono affidabili nel lungo termine ma niente affatto nel breve (oddio, l’affidabilità del meteo a breve ultimamente mi dà l’idea di essere un po’ in declino. Ma questa è un’altra storia).

Tutto ciò premesso, provarci mi riesce comunque più divertente (anche se non necessariamente più utile, appunto) che leggere un oroscopo. Per cui, mi cimento.

Una volta tanto (e ne sono sorpreso) la mia previsione è in linea con quella delle principali banche d’affari. Vedo una borsa USA piatta da qui a fine anno. L’SP500 ha chiuso il 2022 a 3.840, e non sarei affatto stupito di rivedere lo stesso livello, o giù di lì, a fine 2023.

La ragione di questa “piattezza” è l’azione di due fenomeni contrapposti. Da un lato, i timori di una forte recessione sono francamente eccessivi. Se ci sarà, si tratterà di una contrazione blanda e breve. I danni prodotti dalle tensioni sul fronte degli approvvigionamenti energetici si stanno rivelando meno gravi e più gestibili di quanto si temesse, anche in Europa. Gli USA poi sono energeticamente autosufficienti, per cui il problema per loro è pressoché inesistente. Quindi l’economia reale andrà meglio di quanto si temesse uno o due mesi fa.

Dall’altro lato, c’è però l’effetto della salita dei tassi d’interesse. Che come azione di contenimento dell’inflazione in realtà è ben poco efficace, perché l’inflazione è causata molto più da problemi di forniture e approvvigionamenti (non solo di energia) che da eccessi di domanda (questo soprattutto in Europa, la situazione USA è più variegata). Ma le banche centrali non hanno altri strumenti di contrasto, e, come si diceva in altra sede, picchiano il chiodo con il martello, e pazienza se poi scopriranno che era una vite.

L’inflazione per la verità sembra aver intrapreso un percorso discendente rispetto ai picchi del terzo trimestre 2022. Per cui i mercati oscillano tra la speranza che gli incrementi dei tassi si fermino presto, e le smentite delle banche centrali: Fed e BCE insistono a ribadire che la stabilizzazione dei tassi non è vicina o comunque non ha una data prevedibile.

Combinando il tutto – economia meno debole del previsto ma comunque certo non smagliante, valutazioni che hanno corretto parecchio nel 2022 ma che non si possono definire “stracciate”, politica monetaria difficile da leggere ma in ogni caso tendente a diventare più restrittiva – c’è da aspettarsi una borsa che andrà avanti a docce scozzesi: brevi momenti di euforia seguiti da storni altrettanto rapidi.

Fino a quando ? probabilmente l’inflazione continuerà a scendere e si porterà vicino, se non proprio centrerà, l’obiettivo del 2% verso fine anno.

A quel punto, i casi sono due: o l’economia sarà rimasta sufficientemente solida – e allora le valutazioni di borsa avranno spazio per salire – oppure si sarà indebolita più del previsto – e allora la Fed (non giurerei la BCE) giudicherà che i tassi possono non solo stabilizzarsi, ma essere abbassati: anche in questo caso, giustificando un recupero del mercato azionario.

In definitiva, il 2023 non sarà un anno di grandi soddisfazioni per l’investitore borsistico. Al massimo si può pensare a qualche spunto positivo a novembre-dicembre. Giusto come “acconto” dell’anno buono, che sarà il prossimo, il 2024.

 

sabato 21 gennaio 2023

Come (non) “acquisire credibilità”

 

Ancora a proposito della riforma MES: una motivazione che viene fornita da chi sollecita una rapida ratifica è la necessità di “acquisire e mantenere credibilità di fronte alle istituzioni europee e ai mercati finanziari”.

Questo discorso l’abbiamo sentito fare parecchie volte, nel corso delle tristi vicende che hanno afflitto il nostro paese dalla firma del trattato di Maastricht in poi.

Un esempio significativo è la modifica dell’articolo 81 della Costituzione, riguardante il pareggio del bilancio pubblico.

Lo scopo era mostrare al mondo che si prendeva un impegno irrevocabile e incontrovertibile a “risanare i conti pubblici”, per arrestare la crisi finanziaria che stava scuotendo il mercato dei titoli sovrani eurozonici e in particolare del BTP italiani. Qualcosa tipo Ulisse che si lega all’albero maestro per non sbarcare sulla spiaggia attratto dal canto delle sirene.

Di conseguenza:

L’8.9.2011 il Consiglio dei Ministri approvava il disegno di legge costituzionale.

Il 30.11.2011 la Camera lo approvava in prima lettura.

Il 15.12.2011 il Senato lo approvava in prima lettura.

Il 6.3.2012 la Camera lo approvava in seconda lettura.

Il 17.4.2012 il Senato lo approvava in seconda lettura.

Il 20.4.2012 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano promulgava la legge costituzionale.

Risultato ? lo spread BTP / Bund nei mesi successivi saliva, superando i 500 punti e raggiungendo quindi il livello di allarme che nel 2011 aveva portato al varo dei pacchetti di austerità e alla caduta del governo Berlusconi.

La crisi veniva sopita solo, a partire dal 26.7.2012, dal ben noto discorso di Mario Draghi che ha reso celebre le parole whatever it takes, cioè l’impegno di fronte ai mercati finanziari di intervenire per evitare la rottura dell’eurosistema.

Questo impegno poteva tranquillamente essere assunto un anno prima, evitando il pareggio di bilancio in Costituzione, i pacchetti di austerità, il varo del MES eccetera.

La garanzia su un debito pubblico emesso in moneta straniera, troppo forte per i fondamentali dell’economia, la offre solo l’istituto di emissione.

Tutto il resto non garantisce niente, non rende credibile niente, e produce solo danni.

Pesantissimi.

giovedì 19 gennaio 2023

Il punto chiave della riforma MES, e perché va bocciata

 

La riforma del MES peggiora un trattato già di per sé orribile. La modifica principale riguarda la possibilità di utilizzare la capacità d’investimento del MES per intervenire sulla risoluzione delle crisi bancarie.

Il che equivale a dire “tappare buchi di banche in difficoltà”, dove le difficoltà nascono da politiche di affidamento o di investimento imprudenti.

Questa possibilità sarebbe condizionata a buoni parametri di finanza pubblica dello Stato che chiede di accedere al MES per sostenere le sue banche. Non ci vuole un genio per capire che i parametri di finanza pubblica saranno considerati adeguati nel caso (per esempio) della Germania e della Francia, e non nel caso dell’Italia.

In sintesi: se le banche italiane hanno problemi, dovremo come sempre cavarcela da soli. Se le banche tedesche o francesi vanno nei guai, si utilizzeranno soldi (anche) nostri.

Tutto questo per inciso non è un’ipotesi fantasiosa. È già accaduto nel 2011-2, quando siamo stati forzati (per decisione dell’ineffabile Mario Monti, ai tempi non c’era un trattato che disciplinasse il meccanismo) a mettere decine di miliardi per tappare i buchi tedeschi e francesi, presi (principalmente) su finanziamenti erogati in Spagna e in Grecia. Le banche italiane erano al contrario pochissimo esposte.

Totalmente ridicola poi l’affermazione, che pure parecchi commentatori hanno il coraggio di ripetere senza ridersi in faccia da soli allo specchio, che la ratifica deve passare perché “comunque l’utilizzo del MES è improbabile”. L’utilizzo, o è possibile o non lo è. L’Italia sta subendo pressioni dalla UE per ratificare il trattato, il che significa che l’eventualità di utilizzarlo esiste.

E dall’utilizzo del MES (da parte di qualcuno, che potremmo benissimo non essere noi) l’Italia ha solo da perdere.

Non è questione di “picchiare i pugni sul tavolo”. Non è questione di “negoziare qualcosa in cambio”. Non prendiamoci in giro raccontando che ratificando otterremo altro, tipo la revisione del PNRR o un’applicazione morbida della direttiva che punta a rendere green gli immobili.

La prassi UE è quella di imporre cose perché “sono giuste” a loro giudizio. E in contropartita ? nulla. Sono cose fatte per il nostro bene, dicono (e magari qualcuno di loro lo crede anche).

Questa prassi non è accettabile. Le proposte di riforma che vanno contro i nostri interessi vanno respinte. Punto.