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venerdì 23 settembre 2022

Ma guarda un po’: il cambio è uno stabilizzatore

Ho già citato, in questo blog, Robin Brooks, un economista mainstream molto attivo (tra l’altro) su twitter: interessanti i dati che commenta, ma spesso non si rende conto delle incoerenze che spuntano nelle sue analisi.

Per esempio giusto ieri, qui



ci fa sapere che la BCE sbaglia ad alzare i tassi velocemente e intensamente come sta avvenendo. Apparentemente (dice) sta entrando in gioco la “paura del cambio flessibile” (fear of floating), che spinge ad alzare i tassi per evitare una svalutazione troppo forte. Invece è meglio “lasciare che l’euro si aggiusti e che [il cambio] sia lo stabilizzatore automatico che è supposto essere”.

Il problemino sottostante a questa affermazione, in sé assolutamente condivisibile, è il seguente.

Se il cambio flessibile è un preziosissimo stabilizzatore automatico, non è stato FOLLE eliminare i cambi flessibili ALL’INTERNO dell’eurozona, e in maniera molto difficilmente reversibile, come è avvenuto con l’introduzione dell’euro ?

L’affermazione di Brooks, in altri termini, starebbe benissimo in bocca a un eurocritico. Che direbbe: giusto, lasciamo che il cambio dell’euro scivoli, mitigando gli effetti di Putin che ci taglia il gas (mentre gli USA sono autosufficienti). Aiutiamo chi è più colpito dalle difficoltà rispetto a chi lo è meno. Proprio a questo serve la fluttuazione del cambio.

Ma aggiungerebbe anche, l’eurocritico: quanto sarebbe stato utile, allora, per i paesi mediterranei svalutare rispetto a quelli del Nord ?

Brooks non è affatto un eurocritico. Però dovrebbe allora spiegare perché il cambio flessibile è un insostituibile stabilizzatore se si parla di euro / dollaro, mentre si è allegramente e serenamente deciso di farne a meno nell’ambito dell’eurozona.

Ma questa spiegazione Brooks non la dà, insistendo invece sull’utilità delle regole fiscali e delle riforme strutturali.

Che essendo procicliche e deflattive, sono invece risultate un problema ancora peggiore del cambio fisso.


mercoledì 3 febbraio 2021

Credibilità

 

Quando si parla della posizione dell’Italia nel contesto economico internazionale, un commento ricorrente è che il nostro paese “manca di credibilità”. E questo ne limiterebbe lo spazio di azione anche se uscissimo dall’euro tornando alla lira, o se non ci fossimo mai entrati, o se iniziassimo a emettere CCF.

Ora, questo commento lo formulano in genere persone che si fanno facilmente influenzare dai titoli di alcuni giornali stranieri, magari della Bild (che ama il leitmotiv “italiani pizza mafia mandolino baffo nero”) o del Financial Times (che spesso scrive cose simili, in termini più eleganti).

Se invece vogliamo dare un contenuto un po’ più serio e solido alla nozione di “credibilità”, dobbiamo fare riferimento ad altri fattori. In particolare, alla qualità del sistema produttivo e alla capacità di mantenere in equilibrio i saldi commerciali esteri in condizione di pieno impiego.

Un’economia dotata di un tessuto aziendale di alta qualità è in grado finanziare con l’export le importazioni di materie prime, e di sostituire con produzioni interne la grande maggioranza delle altre.

In questa situazione, una svalutazione reale (cioè superiore a quella giustificata dalle differenze di inflazione e di costi per unità di prodotto) produce un effetto espansivo sulle esportazioni nette, e limita a livelli bassissimi (o nulli, in condizioni di sottoutilizzo delle risorse produttive: vedi qui) il pass-through svalutazione-inflazione.

L’impatto della svalutazione sull’inflazione è modesto perché i concorrenti esteri non possono aumentare i prezzi di vendita in misura pari alla svalutazione: se lo fanno, perdono mercato a vantaggio dei produttori locali (appunto perché la capacità di sostituire le importazioni è elevata).

Questa è la situazione dell’Italia, che la pone in una categoria del tutto diversa rispetto a quella di un tipico paese sudamericano o africano.

La speculazione ? i mercati finanziari ? l’Italia, con la sua moneta e con un regime di cambio flessibile, non può essere spinta al default dai mercati. Può subire pressioni sul cambio, ma una svalutazione reale genera, per la ragione sopra descritta, effetti di competitività e di miglioramento dei saldi commerciali che invertono rapidamente la tendenza.

Detto altrimenti, se l’Italia uscisse dall’euro, un riallineamento valutario del 20% rispetto al Nord Europa ci starebbe. Del 50% no: rientrerebbe rapidamente, sarebbero i tedeschi stessi a dover intervenire per limitare l’overshooting.

E, tenuto conto anche (per non dire soprattutto) dell’attuale pesantissimo sottoutilizzo di potenziale produttivo, potrebbe immettere potere d’acquisto nell’economia e incrementare domanda, produzione e occupazione, senza alcun impatto preoccupante sull’inflazione.

Un paese privo di un sistema produttivo della nostra qualità può invece trovarsi in una situazione problematica a causa di una svalutazione reale. Peraltro, non la risolve indebitandosi in valuta estera forte, cioè sostituendo un rischio di inflazione con un rischio di default. Anzi.

Questo è il motivo per cui l’Italia, con la sua moneta, era – e sarebbe di nuovo se uscisse dall’euro – un paese ALTAMENTE credibile. Perché il vero fattore di credibilità, il fattore reale rilevante, è la capacità di concepire e produrre beni richiesti dappertutto. E l’Italia sotto questo profilo sta un passo indietro rispetto alla Germania, ma dieci, cinquanta o cento passi avanti rispetto a un paese del terzo mondo.

Su questo si valuta la “credibilità”. Qualunque cosa dicano le chiacchiere da bar, categoria a cui sono assimilabili quasi tutti gli articoli della Bild, e parecchi del Financial Times.

 

martedì 27 dicembre 2016

La non-invincibilità della speculazione finanziaria

Leggevo su Facebook, qualche giorno fa, un commento che ne ricalca tanti altri simili: “se domani la finanza decidesse di shortare l’Italia per un motivo qualsiasi, pensate che i governanti (chiunque essi siano) terrebbero fede a quanto scritto nei programmi elettorali ?”

Altrimenti detto, come ci si difende se le grandi istituzioni finanziarie mondiali decidono di vendere allo scoperto, quindi di premere al ribasso sul valore delle attività finanziarie italiane, in particolare dei titoli di Stato ?

Bene: se i titoli di Stato fossero denominati in lire, quindi nella moneta emessa dallo Stato stesso, in una situazione di cambi flessibili, la speculazione finanziaria non sarebbe MAI in grado di forzare lo Stato italiano all’insolvenza. Nessuno può costringermi ad andare in default su un debito espresso nella moneta che emetto. E neanche ad abbandonare un cambio fisso se non mi sono impegnato a mantenerne uno e ho deciso, invece, di lasciare fluttuare la mia moneta.

Le vendite di titoli italiani produrrebbero casomai un declino del cambio contro altre valute. Ma questo renderebbe l’Italia più competitiva. Se il cambio precedente fosse stato sopravvalutato, si tratterebbe di un aggiustamento benefico. Se la caduta del cambio fosse eccessiva, sarebbero altri operatori – i concorrenti industriali stessi dell’Italia, in primo luogo – a intervenire per evitare un eccesso di ribasso del cambio italiano.

Una scoperta recente ? non direi proprio. Correva l’anno 1983 quando, durante il corso di Economia Politica II (in Bocconi…) una delle prime cose che mi sentii dire fu “in regime di cambi fissi la speculazione è sempre vincente”. In regime di cambi fissi.

La speculazione finanziaria è un elemento importante del panorama economico, ma non è affatto invincibile. Ci sono assetti istituzionali che le spianano la strada. Ma ce ne sono altri che sono ancora più potenti nell’ostacolargliela. Primo fra tutti, emettere la propria moneta nazionale