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giovedì 2 aprile 2026

Euroausterici e demografia

 

Gli euroausterici si aggrappano a qualsiasi cosa pur di negare le spaventose disfunzioni della mortifera combinazione Maastricht – euro. Vedi qui sotto.

(Tweet del 25.3.2026, ore 10.35).

Certo, la stagnazione economica italiana è influenzata anche dalla demografia. Ma concludere che "quindi" euro e austerità non c’entrano è completamente sbagliato, per due ragioni semplicissime.

Uno, l’Italia ha azzerato la crescita del PIL procapite, non solo quella del PIL complessivo. A partire dall’avvento di Maastricht e dell’euro, appunto.

Due, il crollo della natalità ha motivazioni anche sociali, non solo economiche. Ma la stagnazione dei redditi e l’incremento delle diseguaglianze sicuramente lo accentua. E per invertire la tendenza servono in primo luogo fortissimi incentivi alle famiglie e ai figli. E che cosa impedisce di mettere in atto questi sostegni? Ma Maastricht e l’euro, ovviamente.

Da qualunque parte ti giri e da qualunque parte inquadri un problema, ti accorgi che l’euroassetto o ne è (quantomeno) una concausa, o è un fortissimo vincolo che ne ostacola la soluzione.

In genere, entrambe le cose.

sabato 3 gennaio 2026

Maastricht ha impedito all’Italia di crescere

 

L’economia italiana ha cessato di svilupparsi a partire dalla firma del trattato di Maastricht e dall’aggancio all’euro. Vale a dire da una trentina d’anni.

Perché questo è accaduto a noi e non ad altri stati membri dell’Eurozona?

Perché i paesi nordeuropei hanno scambiato le loro monete forti con una più debole, guadagnando quindi in competitività.

Mentre altri paesi del Sud Europa, che (come l’Italia) hanno scambiato monete deboli con una più forte (e sono comunque passati attraverso pesanti crisi bancarie) hanno evitato di prendere alla lettera i vincoli di deficit pubblico previsti da Maastricht.

In particolare, nella prima metà degli anni 10 Spagna, Portogallo, Francia hanno attuato deficit tre o quattro volte più elevati dell’Italia, mentre noi ci dissanguavamo per tenere il 3%.

Perché, si diceva, i loro debiti pubblici erano più bassi di quello italiano, e quindi l’interpretazione dei vincoli poteva essere più “elastica”.

Ma il maggior rigore fiscale italiano ha compresso la crescita. E ha impedito che il debito pubblico scendesse rispetto al PIL. Fallendo l’obiettivo che il rigore fiscale si proponeva di ottenere.

E occorre sempre ricordare che il debito pubblico, se lasciato in lire, non sarebbe minimamente stato un problema. Il debito pubblico può creare problemi di rifinanziamento e di insolvenza solo se è denominato in una moneta che lo Stato non emette, in una moneta straniera: come l’euro, appunto.

Dobbiamo a Maastricht e all’euro trent’anni di mancata crescita economica. Maastricht e l’euro sono una camicia di forza che comprime fisicamente il nostro sviluppo.

E purtroppo sono ancora lì.

giovedì 11 dicembre 2025

La moneta è il carburante

 

A pranzo con alcuni amici, pochi giorni fa, spiegavo un concetto ben chiaro ai lettori di questo blog: che per uno Stato un bilancio pubblico in deficit non è un’aberrazione ma, al contrario, una situazione totalmente normale. Perché un’economia, via via che si sviluppa, ha bisogno di incrementare le attività finanziarie in circolazione, il potere d’acquisto in circolazione, la moneta in circolazione. E il deficit pubblico è il sistema più efficace per attuare questo incremento.

Non mi ha sorpreso sentire controbattere a questa argomentazione un’obiezione tipicissima: che bisogna però che il deficit sia ben impiegato, ben indirizzato, che i soldi siano spesi bene.

E chi lo nega ?

L’osservazione è corretta ma porta fuori strada. E’ come dire: l’auto è a secco ma se fai il pieno certo, si rimetterà in moto, “ma poi bisogna vedere come guidi”.

Per carità. Una volta che l’auto parte, sarà meglio non mandarla a sbattere contro un muro.

Ma l’alternativa non è lasciarla a secco e rimanere fermo.

E l’Italia invece da venticinque, trent’anni, da Maastricht e dall’euro in poi, è ferma perché qualcuno ci ha raccontato, e ci racconta ancora, che è giusto stare a secco e che bisogna vergognarsi di fare il pieno.

 

mercoledì 27 novembre 2024

Moneta, domanda e inflazione

 

Gli euroausterici insistono a sostenere che l’emissione di moneta sia automaticamente inflazionistica. Il che è smentito dall’esperienza del Quantitative Easing, attuato dal Giappone per trent’anni, e da USA ed Eurozona per quasi dieci, senza nessuna apprezzabile accelerazione nella dinamica dei prezzi.

Un commento sentito di recente è che effettivamente il QE eurozonico non ha prodotto inflazione per molti anni, ma questo era dovuto al fatto che “erano in vigore i limiti di Maastricht”. Quando sono stati rimossi (causa Covid) l’inflazione è arrivata.

Beh, a parte che questa argomentazione varrebbe solo per l’Eurozona (una follia come i limiti di Maastricht è sua esclusiva…), le cose sono andate diversamente.

Il Covid è partito a inizio 2020, i limiti di Maastricht sono stati immediatamente rimossi, e le azioni di sostegno effettuate dai vari governi e banche centrali hanno rapidamente raggiunto livelli mai sperimentati prima. Senza alcun impatto sull’inflazione, che anzi è calata. Per l’elementare ragione che la gente, chiusa in casa, faceva fatica a spendere. Il che dimostra ancora una volta che l’emissione monetaria non crea inflazione (dovrebbe essere ovvio…) finché non si traduce in spesa.

L’inflazione ha cominciato a vedersi dalla seconda metà del 2021 in poi, per due ragioni fondamentali, che hanno a che vedere non con la moneta e per la verità neanche con la domanda.

Hanno a che vedere con l’offerta.

Si sono succeduti, rapidamente, due fenomeni.

Prima la fine dei lockdown, che ha ridato sì fiato alla domanda, ma in presenza di difficoltà degli apparati produttivi a produrre ai livelli precedenti, perché le catene di fornitura si erano dissestate. Riavviare la produzione non è sempre semplice e non è sempre immediato. Quando una catena di fornitori-clienti si blocca, il riavvio dipende dall’anello più lento della catena. Il che ha dei tempi, e produce una situazione in cui temporaneamente l’offerta è carente rispetto alla domanda.

Poi a inizio 2022, la crisi ucraina e l’impennata dei prezzi delle forniture energetiche.

Rientrati questi due fenomeni, è rientrata anche l’inflazione.

Inflazione che peraltro era nel frattempo salita molto meno che altrove dove ? in Giappone, paese che ha fatto deficit come gli altri e più di altri ha fatto acquistare titoli alla sua Banca Centrale…

Il presunto effetto inflazionistico della pura e semplice emissione di moneta, che secondo gli euroausterici dovrebbe essere prodotto dalle “aspettative degli operatori”, è una fantasia.

domenica 2 marzo 2014

Rileggendo Keynes…


…(o, nel caso, leggendolo per la prima volta)…

…anche limitandosi a estratti, sintesi e citazioni, non necessariamente leggendo la Teoria Generale da cima a fondo…

…ci si rende conto di come i corretti modelli di analisi e le soluzioni per risolvere la crisi economica in corso non sono cose inaudite. Anzi.

Rileggete Keynes, e sostituite:

“Crollo di Wall Street, 1929” con “Crisi dei subprime mortgages, 2008”.

“Gold standard” con “Euro”.

“Germania” con “Paesi periferici dell’Eurozona”.

“Trattato di Versailles” con “Trattato di Maastricht”.

“Potenze vincitrici della prima guerra mondiale” con “Unione Europea, BCE, Germania, Troika”.

Avrete così ottenuto tutta una serie di accurate analisi e descrizioni, del tutto applicabili al contesto odierno.

Una differenza è che la situazione di allora nasceva (anche) per effetto di una guerra mondiale. E peraltro fu completamente risolta solo a seguito di un’altra.

Non è indispensabile (e spero nemmeno lontanamente probabile) che debba accadere anche stavolta, beninteso. Ma questo è un problema di dinamiche storiche, di qualità dei gruppo dirigenti e, anche e soprattutto, di buon senso.