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martedì 29 ottobre 2024

Una cosa ovvia ma difficile da far capire

 

La macroeconomia non è una materia difficile, ma spesso è controintuitiva. Per questo a volte trae in inganno anche persone intelligenti e in buona fede.

Ad esempio, dovrebbe essere ovvio e indiscutibile che il deficit pubblico non ha bisogno di essere “finanziato” perché è in realtà un meccanismo per immettere moneta nell’economia privata. Se il settore pubblico spende più di quanto raccoglie in tasse, il settore privato si trova più risorse finanziarie: la spesa pubblica finisce in tasca a qualcuno, e se le tasse sono inferiori alla spesa pubblica, si forma automaticamente un saldo finanziario positivo per il settore privato.

Obiezione tipica che mi viene fatta a questo punto della spiegazione: sì ma bisogna vedere se i privati che si trovano con questi maggiori saldi finanziari poi effettivamente li risparmiano oppure li spendono.

Beh non c’entra nulla. Se li spendono, li trasferiscono a un altro soggetto privato. Il risparmio privato creato del deficit pubblico è costituito da saldi finanziari che, dopo essere stati immessi nell’economia, si trasferiscono poi da un soggetto all’altro. MA NON SCOMPAIONO. Sono SEMPRE maggiori saldi finanziari per il settore privato.

Va aggiunto che i saldi finanziari possono essere spesi in importazioni. A questo punto producono comunque risparmio finanziario privato, ma in capo a soggetti esteri e non nazionali.

Ma questo non è una conseguenza del deficit pubblico, bensì dei saldi commerciali esteri e della bilancia dei pagamenti.

Il deficit pubblico si trasforma, CENTESIMO PER CENTESIMO, in risparmio privato. E’ difficile da capire ? non mi pare.

Eppure…

lunedì 1 aprile 2024

Debito pubblico, oneri e benefici

 

Il deficit pubblico incrementa il risparmio privato, e il debito pubblico E’ risparmio privato. Queste affermazioni, che dovrebbero essere sostanzialmente ovvietà, se non tautologie, sono nondimeno fortemente avversate dagli euroausterici.

Spesso il loro tentativo di confutazione s’impernia grosso modo su quanto segue.

Sì certo, il deficit pubblico mette soldi a disposizione del settore privato. Ma questi soldi rimangono in tasca ad alcuni soggetti, non a tutti. C’è chi riesce a risparmiare, magari anche parecchio, e magari utilizza il risparmio per comprare titoli di Stato. C’è che non ci riesce. Però l’onere di pagare le tasse grava invece  su tutti.

Per cui, conclude l’euroausterico, in realtà la spesa pubblica beneficia alcuni soggetti più, magari molto più, di altri, mentre “l’onere del debito” (in realtà, la necessità di pagare tasse per non spingere il deficit a livelli eccessivi in quanto inflazionistici) è un onere dell’intero paese.

La maniera corretta di esporre la situazione è un’altra.

Il deficit pubblico immette risorse nell’economia, e la spesa pubblica fornisce beni e servizi alla collettività, secondo un’allocazione che viene stabilita tramite un processo di scelte politiche.

Anche l’onere di pagare le tasse incombe sulla collettività, e anche modalità e ripartizione di pagamento delle tasse sono stabilite tramite un processo politico. C’è chi paga più tasse e chi meno. Il sistema dovrebbe essere informato a criteri di progressività, dice la Costituzione. Ma i criteri non sono sempre rispettati.

Il beneficio della spesa e l’onere delle tasse possono quindi essere ripartiti in modo iniquo. Nessuno, in effetti, considera mai la ripartizione perfettamente equa. Più o meno tutti vorrebbero ripartizioni diverse. Alla fine le ripartizioni sono il risultato di un processo politico, quindi di un compromesso.

Ci sono ripartizioni più efficienti e corrette, e altre meno. Ma è un problema di allocazione.

Non è che il beneficio della spesa “è solo di alcuni” mentre l’”onere del debito” (più esattamente, delle tasse) è di tutti.

Onori e oneri sono di tutti. In varia misura, come dicevo. Più o meno correttamente ed efficientemente.

Rimane però vero che il deficit incrementa il risparmio finanziario del settore privato, e che il debito pubblico è risparmio privato, perché ne rappresenta una forma di impiego finanziario.

Tutto il resto è un problema di allocazione. Problema importantissimo, beninteso. Ma che non inficia in alcun modo quanto detto al paragrafo precedente.

 

giovedì 18 gennaio 2024

Tautologie ? anche no

 

Specialmente negli ultimi tempi, su questo blog batto e ribatto sul tema che il deficit pubblico si trasforma, centesimo per centesimo, in risparmio privato. Se il settore pubblico spende più di quanto tassa, il settore privato riceve più di quanto paga. E le risorse finanziarie nette che arrivano al settore privato non si bruciano: circolano, ma rimangono sempre e comunque in tasca a qualcuno.

Di fronte a queste affermazioni, mi sento non di rado ribattere che si tratta di ovvietà. Anzi, di tautologie secondo il significato che di tautologia dà la logica formale: affermazioni vere per definizione, quindi fondamentalmente prive di valore informativo.

Spesso qualcuno fa un passo in più nello spiegare perché si tratta di tautologie. Se divido il mondo in due parti, che possono essere il settore pubblico e il settore privato ma anche gli individui alti almeno 170 centimetri e quelli più bassi, quelli che sanno nuotare e quelli che no, gli juventini e i non juventini, è sempre vero che l’eccesso di spesa di uno dei due gruppi crea risparmio netto per l’altro.

Sarei tentato di essere d’accordo. Niente valore informativo.

Sennonché, se è così ovvio, perché millanta volte al giorno i media e i commentatori economici – non solo in Italia, ma in tutto il mondo; ma forse qui più che altrove – si pongono con aria pensosa e preoccupata la fatidica domanda “dove troveremo i soldi per finanziare il deficit pubblico ?”.

C’è evidentemente una grande parte della pubblica opinione che ha bisogno di capirle, queste ovvietà. E se le capisse, migliorerebbe molto, anzi MOLTISSIMO, il suo livello di competenza economica.

C’è valore informativo ? certo che c’è. Altro che tautologie.

domenica 7 gennaio 2024

Perché il deficit pubblico è SEMPRE risparmio privato

 

La differenza tra spese e incassi dello Stato, altrimenti detto il deficit pubblico, si trasforma centesimo per centesimo in risparmio privato. Perché ?

Perché se lo Stato immette nell’economia privata più soldi di quanti ne preleva, l’economia privata nel suo complesso riceve più soldi di quanti ne versa allo Stato (con le tasse).

Si tratta di affermazioni di una tale ovvietà che sembrerebbe superfluo doverle spiegare, ripetere e rispiegare. E invece vengono costantemente contestate da soggetti non necessariamente, non sempre, in malafede.

Perché vanno in confusione di fronte a questo concetto ?

Semplicemente perché hanno in testa che il deficit pubblico, certo, affluisce nelle tasche di altri componenti del sistema economico, quindi di soggetti privati. Ma “nel momento in cui diventa reddito una quota è consumata il resto è risparmio”.

Qual è il passaggio mancante ?

Semplicissimo: la “quota consumata” è spesa per beni e servizi che costituisce REDDITO DI ALTRI SOGGETTI PRIVATI. Se ricevo uno stipendio dallo Stato perché sono un dipendente pubblico e lo uso per comprare pane, il mio consumo diventa reddito del panettiere. Il risparmio privato non sarà più mio, ma del mio fornitore. Che è anch’esso un soggetto privato.

Immaginate che al posto della moneta si usino conchiglie, e che lo stato realizzi il deficit spendendo conchiglie (che è in grado di produrre dal nulla) nell’economia privata.

Nel momento in cui le conchiglie entrano in circolazione, vengono, certo, in parte spese da chi le riceve: passano di mano in mano. Ma non spariscono. Se lo Stato immette dieci conchiglie, le dieci conchiglie sono sempre in mano a qualcuno. Sono sempre parte del risparmio privato di qualcuno. Non necessariamente del ricevente iniziale, ma sempre di qualcuno.

Il deficit pubblico incrementa il risparmio privato, centesimo per centesimo.

Certo, se si verifica un peggioramento dei saldi commerciali esteri, l’incremento del risparmio privato c’è ma è (in parte) risparmio privato di soggetti non nazionali.

Certo, se per problemi di eccesso o di composizione il deficit aumenta l’inflazione, il risparmio privato cresce in termini nominali ma non in termini reali.

Per cui, per capire se stiamo attuando una politica economica corretta, dobbiamo (non solo ma anche) tenere sotto controllo inflazione e saldi esteri.

Ma rimane assolutamente vero, e incontestabile, che il deficit pubblico incrementa il risparmio privato. Chi lo nega semplicemente commette un errore elementare nell’analizzare il funzionamento del sistema economico.


mercoledì 2 agosto 2023

Più spesa, più reddito ?!

 

Ogni tanto leggo commenti di euroausterici vari & assortiti che manifestano stupore (quanto va bene) o sbeffeggiano (più spesso) l’affermazione che a livello macroeconomico un incremento di spesa, o meglio di deficit, pubblico, equivale a un incremento di reddito privato.

Uno di loro definiva questo concetto una macchina del moto perpetuo. In altri termini: un’assurdità, un’insensatezza.

In realtà non solo è vero, ma è addirittura elementare.

Il deficit pubblico è immissione di potere d’acquisto nel settore privato dell’economia. Se lo Stato spende più di quanto tassa, il settore privato incassa più di quanto paga. Incrementa il suo reddito disponibile e il suo risparmio.

Naturalmente, se l’incremento di deficit pubblico si accompagna a un peggioramento di saldi commerciali con l’estero, l’incremento di reddito e di risparmio va a beneficio (parzialmente o totalmente) del settore privato ESTERO, non di quello nazionale. Ma sempre di settore privato si tratta. E se non c’è beneficio per il paese, è per un problema di deficit estero, non di deficit pubblico.

Ma allora basta stampare per arricchire qualcuno ? è questa la (presunta) implicazione che gli euroausterici trovano ridicola.

Invece non c’è nulla di ridicolo. Il deficit pubblico aumenta il reddito NOMINALE a disposizione del settore privato.

L’incremento del reddito nominale corrisponde a un incremento del reddito REALE se la maggiore capacità di spesa alimenta maggiore produzione di beni e servizi, come è altamente probabile nel momento in cui c’è un consistente sottoutilizzo di risorse produttive (manodopera e capacità produttiva delle aziende).

Diversamente, se l’incremento di reddito nominale non si accompagna a maggiore produzione, a crescere sono i prezzi. Quindi il reddito nominale aumenta ma il reddito reale no.

Ragionando su questi concetti si comprende quanto sia stata scellerata l’austerità imposta dalle euroregole a vari paesi dell’Eurozona, e purtroppo per noi in particolare all’Italia, tra il 2011 e il 2019. Sforzi di contenimento del deficit pubblico in anni in cui il PIL era decisamente al di sotto del suo potenziale e l’inflazione era SOTTO, non sopra, gli obiettivi della stessa BCE.

Un danno economico inflitto al paese dell’ordine di svariate centinaia, anzi complessivamente di migliaia, di miliardi.

mercoledì 3 maggio 2023

Quello che non viene capito

 

Se è vero, come è vero, che la moneta è un bene pubblico, e se è vero, come è vero, che lo Stato deve essere il responsabile della sua emissione e della sua gestione, non c’è nessuna ragione per cui un deficit pubblico debba creare un rischio d’insolvenza per lo Stato medesimo.

Inoltre, se è lo Stato a creare moneta e a immetterla nell’economia, è perfettamente normale che la immetta in eccesso rispetto a quanto preleva in tasse, perché l’economia cresce nel tempo e quindi le grandezze sia reali che monetarie in circolazione DEVONO aumentare.

Il deficit pubblico è quindi la condizione normale dell’economia, e produce automaticamente risparmio privato: se lo Stato spende più di quanto tassa, il settore privato riceve più di quanto paga. Si tratta di una pura e semplice identità contabile.

È opportuno che al settore privato sia data la possibilità di depositare questo risparmio presso l’istituto di emissione statale, con un modesto tasso d’interesse (tendenzialmente allineato all’inflazione prevista), per dare la possibilità di mantenere inalterato il potere d’acquisto del risparmio medesimo, senza correre rischi.

Ma preoccuparsi di questo “debito dello Stato” è un non senso, perché è un “debito” rimborsabile nella moneta stessa che lo Stato emette.

Già oggi, del resto, anzi da sempre, le banche private possono depositare i loro eccessi di liquidità presso l’istituto di emissione. Sono le cosiddette riserve bancarie: che nessuno si sogna di considerare parte del debito pubblico.

Solo la separazione tra Stato ed istituto di emissione obbliga lo Stato a finanziare i propri deficit con moneta che non gestisce, creando dal nulla un potenziale problema di finanza pubblica che non ha nessun motivo logico o tecnico di esistere.

Questo è il tema che una parte troppo larga dell’opinione pubblica non comprende, e che deve invece arrivare a capire, per rendersi conto che il problema del debito pubblico è INVENTATO DAL NULLA.

Un’invenzione scellerata, perché crea all’economia problemi che non hanno ragione di esistere.

 

domenica 10 luglio 2022

Risparmio privato e investimenti

Ogni tanto penso (e non vorrei che mi fosse imputato di assumere atteggiamenti elitari…) che prima di commentare dati e fatti economici occorrerebbe che chi parla dimostrasse di aver sostenuto un esame di contabilità nazionale, o quantomeno (o forse meglio ancora) di ragioneria e partita doppia.

Per carità, elitario mai. Tutti hanno diritto di parola e di opinione.

Però debunkare alcuni ragionamenti apparentemente sensati, ma in realtà sconnessi dalla realtà, è un esercizio utile, anzi doveroso.

Ad esempio, un classico è l’affermazione che “l’Italia ha un enorme risparmio privato ma viene utilizzato per alimentare investimenti esteri, bisogna che rimanga qui e sostenga la crescita italiana”. E quindi via con le proposte sugli incentivi fiscali alle quotazioni in borsa, o roba del genere.

Come al solito, meglio guardare i dati e rifletterci un po’ sopra.

Ecco qui di seguito la Net International Investment Position del nostro paese, dati Bankitalia al 31.12.2021.



Sulle prime si potrebbe pensare che i dati diano ragione ai commentatori sopra citati. I residenti italiani detengono la bellezza di 3.339 miliardi di investimenti all’estero.

Soltanto che, a loro volta, gli stranieri hanno investito in Italia e il controvalore dei loro investimenti è dello stesso ordine di grandezza: 3.207 miliardi.

Il saldo netto è positivo – gli italiani hanno investito all’estero più degli stranieri nel nostro paese – ma la differenza non è una cifra eclatante: 132 miliardi.

Tra parentesi l’accumulo di un controvalore positivo è la conseguenza di surplus commerciali esteri generati in passato. Quei 132 miliardi si sono formati negli ultimi anni, in cui l’Italia ha prodotto saldi commerciali esteri positivi. Nel 2022 potrebbero calare, perché il saldo estero dai 60 miliardi circa annui degli anni recenti sta puntando verso lo zero, o forse diventando leggermente negativo, per l’impennata dei prezzi di gas, petrolio (principalmente) e altre materie prime. Le cause (rotture delle catene di fornitura post fine Covid lockdown, guerra in Ucraina) sono ben note.

In realtà c’è un sistema molto sicuro per fare in modo che gli investimenti italiani all’estero divengano inferiori a quelli stranieri in Italia: andare in deficit negli scambi di beni e servizi con l’estero. Ma visto che questo deficit lo dobbiamo finanziare in una moneta straniera (l’euro o casomai il dollaro) non mi sembra una grande idea.

Tra l’altro per ogni commentatore che si lamenta del “risparmio italiano che scappa all’estero” un altro puntualmente strepita contro “gli stranieri che vengono a colonizzare l’Italia comprandoci le aziende”.

Poi vedi che gli investimenti diretti azionari italiani all’estero (488 miliardi) sono superiori a quelli stranieri in Italia (361).

Il punto è che in Italia si investe troppo poco in beni reali e produttivi, certo. Ma non perché il risparmio italiano scappi all’estero più di quanto quello straniero arrivi in Italia.

In Italia si investe poco perché da un quarto di secolo, dall’euroaggancio in poi, ci siamo assoggettati a un sistema di regole che impone la costante compressione della domanda interna e dei deficit pubblici.

Con il risultato che in beni produttivi si è disincentivati a investire. Il settore pubblico perché gli si chiede sempre e solo di tagliare. Il settore privato perché non investi dove la domanda è compressa.

L’incentivo a “mobilitare il risparmio per investire in Italia” non viene dalle agevolazioni fiscali alla quotazioni in borsa, o cose del genere (posso capire che le chiedano gli operatori attivi in queste transazioni. Ma loro cercano di fare – legittimamente – gli interessi propri, a costo di raccontare – un po’ meno legittimamente – che coincidono con quelli del paese).

L’incentivo a investire, facendo ripartire occupazione e crescita, verrà, se verrà, dalla rimozione dell’attuale, delirante assetto dell’eurosistema.


mercoledì 9 giugno 2021

Il deficit pubblico non “drena” risparmio, lo CREA

 

Molti commentatori economici, molti ricercatori e docenti cosiddetti “ortodossi”, molti operatori di mercato finanziario, sono vittime della convinzione che un alto deficit pubblico causi incrementi nei tassi d’interesse.

Parecchi di loro sono in buona fede, ma la convinzione si basa su presupposti errati. Antitetici rispetto alla realtà, in effetti.

Intuitivamente il ragionamento sottostante sembra avere una logica: se lo Stato aumenta il deficit, raccoglie più soldi sul mercato, ed ha quindi bisogno di “drenare” risparmio. Per ottenere questo risultato “evidentemente” è necessario incentivare i risparmiatori a comprare titoli di Stato, offrendo maggiori tassi d’interesse.

L’intuizione porta però fuori strada.

In primo luogo, quanto detto sopra parte del presupposto che lo Stato abbia necessità di emettere debito per raccogliere soldi. Se lo Stato è emittente della moneta che si utilizza nel territorio nazionale, questa necessità, al contrario, non esiste.

Il deficit pubblico è l’eccesso di spesa rispetto alle tasse. Lo Stato immette potere d’acquisto nell’economia con la spesa, e ne ritira una parte con le tasse. La differenza rimane in circolazione sotto forma di risparmio privato. L’emissione di debito pubblico è un passaggio successivo e costituisce, semplicemente, una forma di impiego del risparmio offerta alla cittadinanza. Ma lo Stato non ha bisogno di collocare debito pubblico per finanziarsi (se emette moneta).

Ma c’è di più. Come visto, il deficit pubblico GENERA risparmio privato. Non solo lo Stato non ha bisogno di “drenare” risparmio privato per “finanziare il deficit”. Il risparmio privato SI INCREMENTA proprio per effetto del deficit pubblico.

L’affermazione che un incremento di deficit pubblico richieda maggiori tassi d’interesse si basa quindi su un fraintendimento totale. Non c’è necessità di offrire maggiori tassi d’interesse per “drenare” risparmio, proprio perché il risparmio dei privati si incrementa nel momento stesso in cui lo Stato accresce il deficit, cioè la sua spesa al netto delle tasse.

E la ragione è semplicissima. Se lo Stato spende più di quanto preleva in tasse, i privati pagano meno soldi in tasse di quanti la spesa pubblica gliene mette in tasca. E se qualcuno mi mette in tasca soldi e me ne richiede una quantità minore sotto forma di tasse, il mio risparmio si incrementa. Pura e semplice partita doppia.

giovedì 5 dicembre 2019

Chi risparmia e chi s'indebita


Il debito pubblico genera risparmio privato. Questo dovrebbe (credo) essere ormai chiaro a tutti. Se non ne siete ancora del tutto convinti, leggete qui.

Ma c’è una considerazione che mi viene ancora sottoposta da parecchi interlocutori. Sì certo, si dice, il debito pubblico genera risparmio privato. Ma i soggetti in causa non sono gli stessi. Non tutti riescono a risparmiare, su tutti invece grava il debito pubblico.

Naturalmente questa affermazione sottointende l’equivoco che il debito pubblico “gravi” su qualcuno. Al contrario, un debito pubblico in moneta propria, il cui cambio viene lasciato libero di fluttuare, non grava proprio su nessuno. Il paese che emette la moneta può rifinanziarlo finché vuole. Il problema potenziale è un altro – evitare eccessi di domanda che producano inflazione indesiderata. Ma in assenza di tensioni inflazionistiche, deficit e debito in moneta propria non sono né un “macigno” né un “onere”.

In aggiunta a ciò, tuttavia, occorre aver chiaro che il deficit pubblico immette risorse finanziarie nel sistema economico. Aumenta quindi la capacità generale del sistema privato di risparmiare. Dopo le immissioni di queste risorse, ci sarà, certamente, ancora qualche individuo che non ci riuscirà. Ma mediamente i livelli di risparmio individuale saranno più alti, e meno persone si troveranno nella condizione di non riuscirci.

Dopodiché, a tutti potrà essere offerta la possibilità di allocare il risparmio in titoli di Stato. Il che sarà un’opportunità per i singoli ma non una necessità per lo Stato emittente la propria moneta, che non ha bisogno di andare sul mercato per finanziare i propri deficit.

Maggiori deficit pubblici in moneta propria, fino al livello in cui non inneschino eccessi di inflazione o squilibri nei saldi commerciali esteri, producono maggiori redditi reali e maggior risparmio per la collettività nazionale. Se riduco i deficit pubblici in presenza di risorse produttive sottoutilizzate, ottengo al contrario meno risparmio totale, e impedisco di risparmiare a molti che diversamente vorrebbero e potrebbero farlo.

venerdì 29 novembre 2019

Conchiglie, reddito e risparmio


Qualche giorno fa mi sono trovato a dover spiegare che il deficit pubblico accresce non solo IL REDDITO PRIVATO, ma anche IL RISPARMIO PRIVATO.

Il mio interlocutore accettava il concetto che la spesa netta dello Stato – quindi il suo deficit – crea, certamente, reddito per qualcuno: il destinatario degli acquisti pubblici di beni e servizi, il pensionato, il dipendente pubblico che percepisce uno stipendio. Ma questo maggior reddito – obiettava - poi viene in buona parte speso. Quindi non è tutto risparmio: dipende dalla propensione a spendere.

Qual è il passaggio mancante, in questa argomentazione ?

Il passaggio mancante è che la spesa effettuata dal beneficiario dell’intervento statale, a sua volta, accresce il reddito DI QUALCUN ALTRO. Se pago un dipendente pubblico in più e questo spende tutto lo stipendio al supermercato, il suo risparmio netto sarà pari a zero, ma il supermercato sosterrà maggiori costi (quindi creerà maggior reddito e risparmio) a vantaggio dei suoi fornitori e dipendenti, e per il residuo aumenterà i suoi utili – che sono, anche quelli, una forma di risparmio.

Fornitori, dipendenti, supermercato a loro volta spenderanno, il che creerà reddito ad altri – eccetera, a catena.

Forse è più facile spiegarlo così. Immaginiamo che uno Stato abbia il potere di creare dal nulla conchiglie, che sono la moneta in uso in quella economia.

Spende conchiglie a deficit, e quindi immette – poniamo – dieci conchiglie in più nell’economia.

I percettori delle conchiglie se le passeranno di mano una, dieci, cento, mille volte per effettuare le loro transazioni. Ma le conchiglie non scompariranno mai. Ce ne saranno SEMPRE dieci in più rispetto al caso in cui lo Stato non avesse speso conchiglie a deficit.

E quelle dieci conchiglie saranno, IN OGNI MOMENTO, un incremento del risparmio di qualcuno. Un accrescimento del risparmio privato sotto forma di conchiglie, quindi sotto forma di moneta.

Se la moneta può essere creata fiat, dal nulla, vale quanto sopra. Sempre e comunque.

giovedì 23 maggio 2019

Ancora su debito pubblico e risparmio privato


@eligio68, uno dei miei interlocutori twitter preferiti (vedi qui), leggendo questo post mi ha formulato una domanda che può sembrare un paradosso, ma conduce a riflessioni interessanti.

Se è vero che il debito pubblico costituisce risparmio privato (risparmio finanziario privato, per essere precisi), e quindi se l’espansione del debito pubblico mette crescenti risorse finanziarie in mano ai privati, non si arriverebbe al punto – espandendo il debito pubblico - che i privati medesimi non avrebbero più necessità di, o interesse a, lavorare ?

La risposta è che l’espansione del debito pubblico incrementa il risparmio finanziario privato interno IN TERMINI NOMINALI. Ma se per assurdo molti privati non lavorassero più, l’offerta potenziale (che corrisponde alla capacità produttiva del sistema economico) cadrebbe al di sotto della domanda.

Si creerebbe quindi inflazione, e a fronte della crescita del risparmio NOMINALE, il risparmio REALE non aumenterebbe ma, anzi, calerebbe.

Tutto ciò evidenzia ancora una volta che espandere la domanda mediante emissione di debito pubblico – o di moneta – è corretto quando la domanda è troppo bassa per mettere al lavoro tutte le risorse produttive del sistema economico: quando, in altri termini, c’è disoccupazione massiccia.

Se la domanda cresce più velocemente di quanto possa accrescersi la produzione, il risultato è invece l’inflazione. L’immissione di mezzi finanziari nell’economia in questo caso, evidentemente, non arricchisce nessuno.

Ma in un’economia, come quella italiana oggi, che soffre di pesante disoccupazione e sottoccupazione, l’espansione della domanda è invece il passaggio chiave per risolvere la crisi. E il progetto Moneta Fiscale / CCF ottiene proprio questo risultato.