Ogni tanto penso
(e non vorrei che mi fosse imputato di assumere atteggiamenti elitari…) che
prima di commentare dati e fatti economici occorrerebbe che chi parla
dimostrasse di aver sostenuto un esame di contabilità nazionale, o quantomeno
(o forse meglio ancora) di ragioneria e partita doppia.
Per carità,
elitario mai. Tutti hanno diritto di parola e di opinione.
Però debunkare
alcuni ragionamenti apparentemente sensati, ma in realtà sconnessi dalla
realtà, è un esercizio utile, anzi doveroso.
Ad esempio, un
classico è l’affermazione che “l’Italia ha un enorme risparmio privato ma viene
utilizzato per alimentare investimenti esteri, bisogna che rimanga qui e
sostenga la crescita italiana”. E quindi via con le proposte sugli incentivi
fiscali alle quotazioni in borsa, o roba del genere.
Come al solito,
meglio guardare i dati e rifletterci un po’ sopra.
Ecco qui di
seguito la Net International Investment Position del nostro paese, dati
Bankitalia al 31.12.2021.
Sulle prime si
potrebbe pensare che i dati diano ragione ai commentatori sopra citati. I
residenti italiani detengono la bellezza di 3.339 miliardi di investimenti all’estero.
Soltanto che, a
loro volta, gli stranieri hanno investito in Italia e il controvalore dei loro
investimenti è dello stesso ordine di grandezza: 3.207 miliardi.
Il saldo netto è
positivo – gli italiani hanno investito all’estero più degli stranieri nel
nostro paese – ma la differenza non è una cifra eclatante: 132 miliardi.
Tra parentesi l’accumulo
di un controvalore positivo è la conseguenza di surplus commerciali esteri
generati in passato. Quei 132 miliardi si sono formati negli ultimi anni, in
cui l’Italia ha prodotto saldi commerciali esteri positivi. Nel 2022 potrebbero
calare, perché il saldo estero dai 60 miliardi circa annui degli anni
recenti sta puntando verso lo zero, o forse diventando leggermente negativo,
per l’impennata dei prezzi di gas, petrolio (principalmente) e altre materie
prime. Le cause (rotture delle catene di fornitura post fine Covid lockdown,
guerra in Ucraina) sono ben note.
In realtà c’è un
sistema molto sicuro per fare in modo che gli investimenti italiani all’estero
divengano inferiori a quelli stranieri in Italia: andare in deficit negli
scambi di beni e servizi con l’estero. Ma visto che questo deficit lo dobbiamo
finanziare in una moneta straniera (l’euro o casomai il dollaro) non mi sembra
una grande idea.
Tra l’altro per
ogni commentatore che si lamenta del “risparmio italiano che scappa all’estero”
un altro puntualmente strepita contro “gli stranieri che vengono a colonizzare
l’Italia comprandoci le aziende”.
Poi vedi che gli
investimenti diretti azionari italiani all’estero (488 miliardi) sono superiori
a quelli stranieri in Italia (361).
Il punto è che
in Italia si investe troppo poco in beni reali e produttivi, certo. Ma non
perché il risparmio italiano scappi all’estero più di quanto quello straniero
arrivi in Italia.
In Italia si
investe poco perché da un quarto di secolo, dall’euroaggancio in poi, ci siamo
assoggettati a un sistema di regole che impone la costante compressione della
domanda interna e dei deficit pubblici.
Con il risultato
che in beni produttivi si è disincentivati a investire. Il settore pubblico
perché gli si chiede sempre e solo di tagliare. Il settore privato perché non
investi dove la domanda è compressa.
L’incentivo a “mobilitare
il risparmio per investire in Italia” non viene dalle agevolazioni fiscali alla
quotazioni in borsa, o cose del genere (posso capire che le chiedano gli
operatori attivi in queste transazioni. Ma loro cercano di fare –
legittimamente – gli interessi propri, a costo di raccontare – un po’ meno
legittimamente – che coincidono con quelli del paese).
L’incentivo a
investire, facendo ripartire occupazione e crescita, verrà, se verrà, dalla
rimozione dell’attuale, delirante assetto dell’eurosistema.