Domenica scorsa,
a Genova, Grillo è tornato sul tema euro.
Parecchie sue
dichiarazioni, negli ultimi mesi, erano apparse contraddittorie. Stavolta è
stato, invece, decisamente meno ambiguo, affermando tra le altre cose: che i
vincoli di bilancio pubblico previsti da Maastricht vanno modificati; che, a
maggior ragione, non è accettabile il pareggio di bilancio in Costituzione, né
il Fiscal Compact; e che lui non ha dubbi sul fatto che dall’euro si debba
uscire.
Tuttavia, la
decisione se effettivamente rimanere o no nell’euro, continua – secondo Grillo
– a dover essere condizionata a un referendum.
E sulla
possibilità, o meno, di poter effettivamente procedere su questa strada, si è
dibattuto parecchio e si continua a farlo.
In Italia è
prevista la possibilità di tenere referendum abrogativi, non istitutivi. E non
è possibile che un referendum abbia ad oggetto trattati internazionali, quali
il trattato di Maastricht. Salvo cambiare la Costituzione, un referendum su
Maastricht dovrebbe avere quindi natura consultiva.
Comunque, un
governo dotato di maggioranza parlamentare orientata in favore dell’uscita
potrebbe tenere un tale referendum e impegnarsi, immediatamente dopo il suo
esito, ad agire di conseguenza.
Il motivo per il
quale il referendum appare a molti una via impercorribile è un altro. E’
impercorribile, o quantomeno altamente problematico, se si identifica il
break-up “secco” come via per attuare l’euroexit.
Se uscire
dall’euro equivale a convertire repentinamente, nelle condizioni attuali, una
serie di rapporti economici governati dal diritto italiano (contratti, attività
finanziarie, rapporti di credito – debito, stipendi, pensioni, affitti ecc.) da
euro a Nuove Lire, condizionare un tale evento al risultato di un referendum
rischia di causare grossi guai.
La conversione
dovrebbe essere effettuata, per quanto possibile, di sorpresa, per evitare
turbolenze sui mercati finanziari e massicci deflussi di depositi bancari. Non
si vede come ciò sia conciliabile con i tempi di preparazione di un referendum
e con le aspettative che si creerebbero, in merito ai risultati, nell’imminenza
del suo svolgimento.
Se invece
adottiamo un progetto diverso, non basato sulla rottura della moneta unica con
conseguente conversione da euro a Nuove Lire (destinate a svalutarsi), lo
scenario è differente.
Questo blog
sviluppa in dettaglio un progetto di questo tipo, basato sull’introduzione di
titoli – i Certificati di Credito Fiscale (CCF) – che sono una forma di moneta
nazionale destinata non a sostituire immediatamente, bensì ad affiancare
l’euro.
Poiché non si
verifica una “rottura secca”, un progetto di questo tipo può essere discusso in
piena trasparenza, alla luce del sole, e poi applicato.
Se si ritiene
importante – e personalmente comprendo, al riguardo, la posizione di Grillo –
che ci sia una chiara espressione di volontà popolare relativamente all’assetto
finale del sistema monetario utilizzato in Italia, lo schema di intervento può,
effettivamente, prevedere un referendum. Su quando e in che termini, ci sono
varie possibilità.
Una prima
possibilità è predisporre un progetto di dettaglio relativo allo strumento
monetario complementare (CCF o una sua variante che sia), formulare un testo di legge e poi lanciare un referendum consultivo, prima dell’attuazione del
progetto.
Una seconda
possibilità è attuare il progetto, e lanciare il referendum poi - per
esempio un anno dopo - sottoponendo all’elettorato una scelta tra alternative.
Le alternative
potrebbero essere: (i) vuoi proseguire così (strumento monetario complementare
che affianca l’euro) oppure (ii) vuoi trasformare lo strumento monetario
complementare nell’unica moneta utilizzata in Italia, convertendo tutti i
contratti da euro in CCF / Nuove Lire / o come altrimenti si chiamerà la nuova
moneta nazionale.
Se si sceglie
l’alternativa (ii), potenzialmente potrebbero verificarsi gli stessi problemi
di turbative sui mercati finanziari e sul sistema bancario, di cui si parlava
con riferimento al break-up “secco” e immediato (non preceduto, cioè, dall’introduzione
dello strumento monetario complementare).
Il rischio è
tuttavia, in pratica, molto inferiore, se l’introduzione dello strumento monetario
complementare sarà finalizzato, tra le altre cose, anche a ridurre l’impatto
della fiscalità sui costi di lavoro delle aziende italiane.
Questo è tra l’altro
indispensabile per impedire che, a seguito della riforma monetaria e del
rilancio dell’economia italiana, una parte della maggior domanda interna si
traduca in squilibri dei saldi commerciali (cioè alimenti importazioni e non
produzione nazionale). Ed è infatti uno dei punti essenziali del progetto CCF.
Se tutto questo
viene attuato, al momento in cui il nuovo strumento monetario
(CCF o altro che sia) diventa, a tutti gli effetti, LA moneta italiana unica
circolante, non è prevedibile che si verifichi una sua forte svalutazione.
I benefici in
termini di competitività delle aziende saranno infatti già stati conseguiti senza
bisogno di una svalutazione, bensì grazie all’intervento sulla fiscalità del
lavoro.
Il
riallineamento di valore del nuovo strumento monetario rispetto all’euro sarà
incerto nel segno (potrebbe anche essere positivo). E, soprattutto, sarà sicuramente
di importo percentuale molto inferiore a quanto prevedibile con un break-up
attuato oggi.
Le probabilità
di fenomeni di turbolenza finanziaria o bancaria saranno quindi in pratica
molto basse, per non dire nulle.
Tra le due possibilità,
preferisco personalmente, e di gran lunga, la seconda. L’introduzione
del nuovo strumento monetario e le connesse azioni di rilancio della domanda e
della competitività italiana devono infatti avvenire con certezza, e il più
rapidamente possibile.
Referendum o no,
ritengo comunque fondamentale che si apra un dibattito non solo sull’opportunità
dell’euroexit, ma anche sul suo schema di attuazione. Riguardo al quale
schema esiste una macroalternativa – break-up o strumento monetario
complementare – della quale, ancora, non si discute abbastanza.