Visualizzazione post con etichetta Luigi Di Maio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luigi Di Maio. Mostra tutti i post

domenica 22 febbraio 2026

Il professor Di Maio

 

La notizia che Luigi Di Maio è stato insignito del titolo di professore onorario presso il prestigioso King’s College di Londra è stata accolta con ampie e diffuse reazioni ironiche, perché le credenziali accademiche del sopra citato appaiono carenti, per non dire inesistenti.

La spiegazione di quanto accaduto è in realtà però semplice, e dovrebbe indurre a qualche riflessione.

Di Maio è semplicemente un politico che ha iniziato la sua carriera, presso il Movimento Cinque Stelle, su posizioni antiestablishment e populiste.

Poi si è venduto.

E l’establishment sa essere riconoscente con chi si comporta da bravo bambino diligente e ossequioso, facendo ampia ammenda degli errori di gioventù.

Non è il primo caso, non è l’unico e non sarà l’ultimo.

Del resto, Di Maio è forse più qualificato per ricoprire, presso la UE, la carica di rappresentante speciale della UE per la regione del Golfo Persico?

Comunque, non c’è da preoccuparsi troppo.

Di Maio non farà danni in nessuna di queste due posizioni.

Si limiterà a non fare nulla.

martedì 15 maggio 2018

Trattati UE, non c'è nulla da rinegoziare


Ieri mattina il governo M5S – Lega sembrava in rampa di lancio, ieri pomeriggio si è ripiombati in una situazione di stallo. Nel frattempo è stata “bruciata” la candidatura di Giulio Sapelli: perché Luigi di Maio punta ancora alla carica di primo ministro per sé stesso (ipotizza qualcuno); perché Mattarella lo giudica troppo esplicitamente euroscettico (sostengono altri).

Il problema di fondo, tuttavia, va al di là delle persone, ed è quello dei vincoli UE, in particolare con riferimento alla finanza pubblica e alla conseguente possibilità – o meno – di attuare azioni di espansione della domanda e di rilancio dell’economia.

Ribadisco per l’ennesima volta che porre la questione in termini di “rinegoziare o non rinegoziare i trattati” non ha alcun senso. Il rinegoziato richiederebbe tempi lunghissimi anche se ci fosse la volontà di sedersi al tavolo. Volontà che, al contrario, è totalmente assente: questa è la posizione dei paesi nord-eurozonici. Che non piaccia, lo comprendo. Che sia chiara ed evidente da sempre, è insensato (nonché sterile) negarlo.

L’azione del futuro governo italiano, se vuole essere efficace nel rilancio economico del paese, non può che essere unilaterale. Di conseguenza, le possibilità rimangono due.

La prima è la rottura.

La seconda deriva da un attento studio dei trattati e dall’aver identificato che la variabile non incrementabile (nella misura necessaria alla ripartenza dell’economia) non è il debito genericamente inteso, ma il Maastricht Debt: il debito finanziario da rimborsare in euro, quello soggetto al rischio di non essere rifinanziabile (se non a condizioni inaccettabili).

I trattati dicono questo, il che lascia aperta la via per risolvere l’impasse: introdurre uno strumento finanziario nazionale – come la Moneta Fiscale, in particolare nella forma dei Certificati di Credito Fiscale – che (1) non rientra nel Maastricht Debt (2) può essere emesso direttamente dallo Stato italiano, e (3) costituisce un mezzo di pagamento e, nello stesso tempo, una riserva di valore.

Questa seconda possibilità può essere implementata con rapidità ed efficienza, non viola nessun accordo e non richiede alcuna revisione dei trattati. Alcuni l’hanno definita un “aggiramento”, altri addirittura un inganno. Ma non è niente di tutto questo.

Se per andare da A a B posso percorrere un’autostrada oppure una superstrada, e se per una qualsiasi ragione l’autostrada è bloccata, non aggiro e non inganno nessuno prendendo la via alternativa. Nessuna persona dotata di un minimo di raziocinio affermerebbe il contrario.

Se non ci fosse il blocco, prenderei l’autostrada e risparmierei magari dieci minuti su un tragitto di un’ora. Il blocco invece c’è, ma per fortuna esiste un altro tragitto. Dove sta il problema ? conta arrivare a destinazione.


lunedì 29 gennaio 2018

Nel frattempo, il M5S...


I capisaldi del programma economico M5S contengono molti punti condivisibili. Presentano, tuttavia, un “piccolo” problema.

Il problema sta nella “riduzione di 40 punti in 10 anni del rapporto debito pubblico / PIL”. Che en passant non è una proposta ma un obiettivo.

E’ un obiettivo irraggiungibile ? no, anzi: ci si può arrivare anche più rapidamente, come messo in luce da questo documento.

Introducendo nell’economia italiana CCF fino a 200 miliardi (che corrispondono a emissioni annue per un massimo di 100, dato che si prevede che ogni CCF emesso circoli per due anni prima di diventare utilizzabile per ottenere sconti fiscali) il calo del rapporto debito pubblico / PIL è, guarda caso, proprio di 40 punti: e non in dieci anni ma in otto (vedi proiezioni a pagina 16-17).

Il punto chiave è l’effetto espansivo del maggior potere d’acquisto in circolazione (consentito dalle emissioni di CCF) rispetto a uno “scenario base”,

Lo scenario base è quello 2018-2020 elaborato recentemente dal Ministero dell’Economia, ed esteso per gli anni successivi supponendo che rimangano invariati il tasso di crescita del PIL (1,3% reale), l’inflazione (2%) e che si mantenga il pareggio di bilancio pubblico (che dovrebbe essere sostanzialmente conseguito nel 2020).

Lo scenario base (quello elaborato dal governo attualmente in carica) rischia di rivelarsi ottimistico sia riguardo alla crescita reale che all’inflazione. Mentre, al contrario, l’effetto espansivo dei CCF è stimato sulla base di ipotesi decisamente prudenziali (vedi a pagina 13 del documento).

E comunque, nello scenario “con CCF” il PIL è più alto (nel 2026) di oltre l’11% rispetto allo scenario “senza CCF”. Il che è assolutamente necessario per riportare a livelli tollerabili la disoccupazione e la sottoccupazione che affliggono l'economia italiana.

Per cui, nelle proposte M5S il problema sta nella mancata esplicitazione di un presupposto: dotarsi di uno strumento di espansione del potere d’acquisto in circolazione.

Non sto dicendo che M5S non lo sappia o non lo voglia fare. Anzi, di CCF e di Moneta Fiscale ne ha in effetti parlato (in passato) piuttosto diffusamente.

Personalmente, tuttavia, troverei molto interessante sapere che esiste, nell’ambito M5S, un candidato ministro dell’economia che ha chiaro l’argomento, sia riguardo alla sua rilevanza, che alle modalità di esecuzione.

Al momento non ho notizie positive in merito. Di Maio a onor del vero ha parlato di CCF a “Porta a Porta” lo scorso 23 gennaio. Ma si tratta di un’applicazione limitata agli investimenti immobiliari per ristrutturazioni immobiliari e riqualificazioni energetiche: un progetto di legge già presentato tempo addietro, valido in sé ma di dimensione marginale rispetto alle cifre necessarie per un’autentica ripartenza dell’economia italiana.

venerdì 20 novembre 2015

NoEuro sì, NoEuro no…



Si commentava, nei giorni scorsi, un articolo apparso sul Foglio. L’autore mi sembra essere uno tra i parecchi opinionisti che ha in forte antipatia lo posizione cosiddetta “NoEuro”: cosa in sé legittima, ovviamente, che spinge tuttavia lui e altri, ogni volta che – ad esempio – Grillo o Salvini parlano dieci minuti e non menzionano l’euro (perché stanno parlando d’altro, d’immigrazione o di reddito di cittadinanza, magari) a balzare in piedi al grido di “ecco ! hanno cambiato idea !”

Dietro a tutto questo c’è un equivoco che sarebbe utile chiarire. Che cos’è un NoEuro ?

Se NoEuro è solo ed esclusivamente chi vuole il breakup immediato e deflagrante della moneta unica, e non vede e non accetta di prendere in considerazione alcuna alternativa – i NoEuro in questa accezione probabilmente non esistono.

La distinzione rilevante, a mio parere, è un’altra. E’ tra chi:
è pronto a intraprendere, ANCHE UNILATERALMENTE, una strada che porta all’uscita dai vincoli dell’Eurosistema,
e chi invece
critica l’Eurosistema ma ritiene che nessuna azione possa essere attuata se non in modo concordato con la UE, la BCE, i partner dell’Eurozona eccetera eccetera.

La mia posizione è la prima delle due sopracitate. Se questo è essere NoEuro, mi riconosco come tale. Dopodiché c’è un tema di modalità pratiche, che è importante, anzi fondamentale: proprio da lì prende le mosse la proposta CCF, finalizzata a raggiungere l’obiettivo, appunto, senza far deflagrare nulla.

Detto ciò, chiaramente qualsiasi “unilateralista” che non sia un fanatico squilibrato, alla domanda “accetteresti di discutere una soluzione concordata, se i partner dell’Eurozona se ne dichiarassero disponibili” risponde affermativamente. Di Maio per esempio tempo fa ha affermato che, a suo parere, avverrà proprio questo, se un governo italiano si mostrerà deciso a percorrere una via autonoma. Salvini direbbe invece (penso) “certo che sì, ma non ci credo”.

Il dato di fatto politico, comunque, mi sembra essere che due schieramenti – M5S e centrodestra – che complessivamente valgono il 60% dell’elettorato, oggi manifestano la volontà / disponibilità ad attuare azioni unilaterali.

Sono quindi NoEuro nel senso di cui sopra. Detto ciò, alla luce di quanto detto, la definizione NoEuro probabilmente non è né la più precisa né la più opportuna. Io ne userei un’altra, ma mi rendo conto che “EuroRiformatoriAncheUnilateralistiSedelcaso” (ERAUS ??) sul piano della comunicazione non è probabilmente il massimo. Graditi suggerimenti…

Molto più importante, comunque, è il dato del 60% sopra citato. Un livello molto significativo, che personalmente mi spinge a considerazioni ben diverse rispetto all’articolista del Foglio.

NB HERAUS (con l'acca davanti) in tedesco significa "fuori". Giuro che me ne sono ricordato solo dopo essermi inventato l'acrostico. Forse non è così male...