Un’argomentazione
che sento e leggo di frequente, e non da oggi (ma più spesso ancora in questi
anni di crisi) può essere riassunta come segue: gli aumenti di produttività ottenuti
grazie all’innovazione tecnologica tendono a ridurre la forza lavoro impiegata.
Aumentando la produttività, quindi, diminuisce l’occupazione.
E’ una linea di
pensiero che non condivido, perché sono trecento anni, dall’inizio della
Rivoluzione Industriale, che gli aumenti di produttività derivano da
miglioramenti tecnici. Si resta colpiti dalle realizzazioni tecnologiche che
spostano l’asticella della produttività sempre più in alto – perché l’applicazione
della tecnologia è un processo cumulativo – ma se ragioniamo in termini di
VARIAZIONI, con ogni probabilità l’introduzione dell’aratro meccanico o della
macchina a vapore hanno prodotto incrementi marginali di produttività ben
superiori a quelli che si stanno verificando in questi anni.
Non siamo in
presenza di una discontinuità, ma del proseguimento (a ritmi non certo
accelerati, casomai il contrario) di un processo che dura da secoli. L’innovazione
tecnologica di per sé non implica né disoccupazione strutturale né polarizzazione
nella distribuzione del reddito.
Il pieno impiego è possibile, un’equa distribuzione del maggior valore aggiunto prodotto anche. L’innovazione
rende possibile ottenerli a livelli di reddito totale e procapite crescenti. Vanno
gestite le opportune e necessarie riqualificazioni professionali e
riallocazioni di risorse. Ma è possibile, e non particolarmente difficile. Se
non lo si fa, è perché non si vuole. E’ un problema politico, non l’effetto di
una discontinuità storica.