Visualizzazione post con etichetta Noise from Amerika. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Noise from Amerika. Mostra tutti i post

giovedì 17 ottobre 2013

Noise from Amerika si fracassa il naso contro un pilastro di cartapesta

Oddio, la qualità dell’analisi economica amerikana non mi era sembrata eccelsa neanche in passato.
 
Però di leggere cose come questa, proprio non me lo sarei aspettato.
 
Esordio roboante di Giulio Zanella: “Uno dei pilastri dell’edificio teorico anti-euro è la tesi secondo cui la moneta unica europea avrebbe causato prima e perpetuato dopo squilibri commerciali tra i paesi dell’area: surplus commerciale per la Germania, corrispondente deficit commerciale per l’Europa mediterranea… ebbene questi squilibri sono oggi spariti, in un modo che rivela chiaramente che quel pilastro, come tutte le favole, è fatto di cartapesta”.
 
Segue grafico, da cui si vede che con l’adozione di pesanti politiche di austerità (principalmente a partire dal 2012) i deficit commerciali del Sud Europa si sono quasi azzerati, mentre il Nord (la Germania soprattutto) è rimasta in surplus.
 
Ma caro Zanella, se un’area economica adotta violente politiche di contrazione della domanda e cade in depressione (mentre il resto del mondo continua a crescere come prima) il suo import crolla, l’export tiene e i saldi commerciali migliorano.
 
Questo vuol dire che abbiamo sanato gli squilibri ? no, che abbiamo ucciso la domanda nel Sud Europa.
 
La Germania nel frattempo (si era già visto qui) rimane in surplus perché pur non avendo fatto austerità, ha subito la caduta dei partner euro-mediterranei e anche lei ha significativamente rallentato. Quindi meno export verso il Sud Europa e meno import dal resto del mondo: effetto netto, surplus stabile.
 
Detto altrimenti: l’austerità migliora i saldi commerciali di chi la fa. L’Eurozona l’ha attuata: praticamente solo nel Sud, e i saldi solo lì sono migliorati (rimanendo invariati al Nord).
 
Gli squilibri si possono dire sanati SE E SOLO SE gli scambi commerciali sono in equilibrio a fronte di un buon livello di PIL e occupazione, non “grazie” all’aver mandato in depressione mezzo continente.
 
Gentile Giulio Zanella, il pilastro era di cemento armato…

martedì 20 agosto 2013

Amerikani e spaventapasseri: la guerra continua

L’amerikano Tommaso Monacelli continua nella sua implacabile battaglia contro gli uomini di paglia.
 
Dopo aver confutato la tesi che “l’introduzione dell’euro è all’origine del rallentamento della produttività in Italia” (tesi A) è partito all’attacco di un’altra affermazione che, a suo dire, è anch’essa un cavallo di battaglia degli “euro-exiters”.
 
La “tesi B” è che l’Italia è entrata nell’euro sulla base di un cambio sbagliato, subendo quindi, fin dall’inizio, una penalizzazione e un impatto negativo sulla domanda.
 
Personalmente, ritengo la tesi A plausibile: se perdo competitività rispetto al mio principale concorrente, la Germania (non perché non sono in grado di migliorare la produttività intesa come unità fisiche prodotte / unità di lavoro utilizzate, ma perché sono meno efficace nel controllare i salari) perdo quote di mercato. Le mie aziende crescono di meno, perdono redditività, hanno meno risorse da investire in innovazione, il che influenza in negativo la produttività.
 
Sulla tesi B ho parecchi dubbi in più: negli anni dell’ingresso dell’Italia nell’euro (1999 e subito dopo) i saldi commerciali italiani erano grosso modo in pari. Il deficit medio delle partite correnti italiane, nel periodo 1999-2003, è stato un minuscolo 0,1% del PIL.
 
Quello che a Monacelli continua a sfuggire è che nessuna di queste due tesi è determinante per affermare che l’euro, così com’è oggi, è un meccanismo che non funziona.
 
Ammettiamo pure che il cambio di partenza – 990 lire per marco, 1936,27 lire per euro – fosse corretto. E ammettiamo pure che il rallentamento nella crescita della produttività italiana dopo il 1999 sia dovuto ad altri fattori.
 
Rimane il fatto che la perdita di competitività dell’Italia nei confronti della Germania (competitività definita come costo del lavoro per unità di prodotto) in un regime di cambi flessibili sarebbe stata tranquillamente gestita con un graduale rafforzamento del marco tedesco rispetto alla lira italiana.
 
E non si sarebbero accumulati i surplus finanziari del Nord Europa verso il Sud, avremmo evitato la crisi di bilancia dei pagamenti, la crescita dello spread, presumibilmente nessuno avrebbe pensato di “affrontare il problema” con le politiche di austerità, eccetera.
 
Questa è la “tesi C” che Monacelli deve confutare, se vuole effettivamente attaccare quelli che lui chiama “euro-exiters” (per le ragioni chiare a chi legge abitualmente questo blog, io preferisco dire “euro-reformers”).
 
Si spera che la confutazione utilizzi argomenti un po’ più articolati di quelli usati nel rispondere (nel post precedente) ai commenti dei lettori. A un certo punto Monacelli dice: “siccome siamo un paese con istituzioni fatiscenti, almeno dateci il cambio per svalutare ! come dire: da quando ho smesso di fumare ho ripreso a ingrassare, per favore ridatemi le sigarette. Questo mi pare l’unico argomento in bocca agli euro-exiters”.
 
Torniamo al mantra: la svalutazione equivale ad avvelenarsi con il tabacco. La svalutazione è brutta perché è brutta. Ma la svalutazione rispetto a chi e a che cosa ?
 
A inizio 1999, l’euro è entrato in quotazione e valeva 1,18 dollari e 0,71 sterline. Oggi (20.8.2013) rispettivamente 1,34 e 0,85.
 
Se ci fossimo tenuti la lira (supponiamo per comodità di calcolo a 1:1 contro il marco), a quale cambio ci avrebbero portato le nostre “istituzioni fatiscenti” ? la stima più plausibile è: a quello che manteneva invariato il costo del lavoro per unità di prodotto, compensando il vantaggio acquisito in questi anni dalla Germania. Che (dati OCSE) è stimato nel 20% circa.
 
Attenzione, questo delta sarebbe stato la somma di DUE variazioni: apprezzamento del 10% per cento della moneta tedesca verso le altre, e deprezzamento del 10% della moneta italiana.
 
Per cui contro dollaro e sterlina oggi saremmo all’incirca a 1,21 e a 0,765. Eh sì. Ci saremmo comunque RIVALUTATI (rispetto al 1999) sia verso USA che verso UK.
 
Se il livello equilibrato dei cambi va di pari passo con la qualità degli istituzioni (chiamiamola “tesi Monacelli”) l’Italia in quasi quindic’anni è diventata meno “fatiscente” di prima, almeno nei confronti di americani e inglesi.
 
Apparentemente questo a Monacelli non basta. O si marcia rigorosamente al passo (dell’oca ?) tedesco, o si è ineluttabilmente condannati al tumore ai polmoni…

mercoledì 14 agosto 2013

Amerikani e spaventapasseri


Noise from Amerika (nfA) è un blog gestito da un gruppo di economisti italiani, che vivono o lavorano (o l’hanno fatto in passato) negli USA. Diversi di loro hanno partecipato al progetto politico di Fare – Fermare il declino.
 
Il 10 agosto scorso è uscito su nfA un post di Tommaso Monacelli, preannunciato come il primo di una serie destinata a smontare le tesi dei propagandisti anti-euro, o più precisamente a confutare le tesi di chi sostiene che l’euro è all’origine della pessima situazione odierna dell’economia italiana.
 
Tommaso Monacelli è definito da un altro blogger di nfA (Alberto Bisin) come “persona che di economia internazionale ne sa più di qualunque altro in Italia”.
 
Ho letto quindi il post con interesse. Un primo commento che farei a Monacelli (sono quei suggerimenti un po’ retorici, che essendo non richiesti difficilmente vengono seguiti dal destinatario, ma comunque…) è di scrivere in un linguaggio meno “iniziatico”. E’ mia personale convinzione che la matematica e le formulazioni teoriche, con ampio utilizzo di modelli, regressioni, causazioni, multivariazioni, bivariazioni e quant’altro, sono sicuramente utili per elaborare e validare ipotesi.
 
Ma se poi, arrivati a una conclusione, non si è in grado di tradurla in un linguaggio corrente, comprensibile senza grandi difficoltà a un profano di media intelligenza, media cultura, e un po’ più che media volontà di applicarsi, non si è raggiunto un gran risultato sul piano della divulgazione. E, peggio ancora, si corre il rischio di formulare affermazioni magari corrette e coerenti nell’ambito di un modello astratto, ma che risultano poi slegate dalla realtà quotidiana. Perché l’economia E’ realtà quotidiana.
 
Detto questo, la cosa che più mi ha stupito del post di Monacelli è che si tratta di un classico “argomento dell’uomo di paglia”, o dello “spaventapasseri” (straw man argument). Cioè, come da definizione wikipedia, di un “argomento fallace che consiste nel confutare un (altro) argomento riproponendolo in maniera errata”.
 
Monacelli dedica il post a smontare la tesi che l’ingresso dell’Italia nell’euro sia stato l’origine del declino di crescita della produttività (in termini assoluti e ancora di più relativamente alla media dell’Eurozona) che ha afflitto l’Italia a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. In quanto, a suo dire, i “propagandisti anti-euro” sostengono che questo è stato il meccanismo tramite il quale l’euro ha esercitato i suoi effetti nocivi.
 
Ora, i “propagandisti anti-euro” naturalmente sono non una ma molte persone, e questa affermazione da qualcuno sarà magari anche stata fatta. Il punto però è che la tesi a mio parere corretta, e formulata dalla maggior parte di questi “propagandisti” (me compreso) è un’altra.
 
Quello che non ha funzionato nell’euro è che alcuni paesi (la Germania in primo luogo) hanno migliorato la loro competitività (costo del lavoro per unità di prodotto) rispetto ad altri (tra cui l’Italia). Nel passato, il riallineamento dei cambi produceva la rivalutazione di marco tedesco, fiorino olandese ecc. rispetto alle valute del Sud Europa e impediva la formazione di sbilanci commerciali cronici.
 
In regime di moneta unica, gli sbilanci si sono invece accumulati e hanno creato surplus finanziari crescenti al Nord, e un peggioramento sistematico della posizione finanziaria del Sud verso l’estero. A un certo punto, complice naturalmente anche la crisi finanziaria mondiale che nel 2008 ha raggiunto l’apice con il fallimento Lehman, si è creato il dubbio che gli accumuli di debito del Sud Europa rischiassero di diventare insostenibili, portando il Sud al default oppure all’uscita dall’Eurozona (che avrebbe prodotto la svalutazione delle sue monete e anche dei crediti del Nord Europa verso il Sud).
 
Ora, è stata determinante in tutto questo la minor crescita della produttività italiana ? no. Nel senso che tutto quanto sopra sarebbe avvenuto anche se il rallentamento non ci fosse stato. La maggior disciplina salariale tedesca rispetto al Sud Europa, fenomeno che non nasce certo con l’euro – esisteva anche negli anni 60, 70, 80 e ha infatti prodotto la sistematica rivalutazione del marco – avrebbe comunque causato effetti analoghi.
 
All’origine dell’equivoco apparentemente c’è questo articolo, in cui Alberto Bagnai esprime il sospetto che effettivamente l’euro abbia inciso negativamente sulla produttività italiana. Cosa che a intuito mi pare plausibile. Se perdo competitività (non perché sono meno bravo a migliorare la mia produttività intesa come unità fisiche prodotte per ogni unità di lavoro utilizzato, ma perché sono meno efficace nel contenere i salari) perdo quote di mercato. Le mie aziende crescono di meno, guadagnano di meno, hanno meno risorse da investire in innovazione e questo retroagisce (negativamente) sulla produttività.

In realtà lo stesso Bagnai non arriva a una conclusione perentoria. Si limita a constatare che quello che è cambiato, da fine anni Novanta in poi, è stato che l’Italia è entrata nell’euro.
 
Le aziende italiane faticano perché sono più piccole della media europea ? perché spendono meno in ricerca e sviluppo ? era così anche prima. Se poi realmente lo era, perché i distretti industriali italiani hanno sempre saputo sviluppare “economie di rete” (leggi supplire alla minore dimensione condividendo risorse e progetti). E fare sviluppo applicativo molto efficace, anche se non etichettato come tale (vedi il classico imprenditore progettista genialoide che è una sorta di dipartimento R&S one-man nelle aziende con poche decine di dipendenti).
 
Per cui: i problemi italiani dal lato della produttività possono anche essere causati da qualcosa di diverso dall’euro (anche se non è chiaro da cosa). Ma la disfunzionalità dell’euro è un'altra: l’assenza di meccanismi di flessibilità che compensino gli effetti di differenze di competitività, o di shock asimmetrici di qualsiasi tipo, che nell’arco di alcuni anni, inevitabilmente, si formano tra paesi economicamente disomogenei ma legati da un sistema di cambi fissi (o da un’unione monetaria).
 
Se Monacelli vuole “confutare Bagnai” e trovare un meccanismo che eviti il break-up dell’euro, ma anche la depressione permanente del Sud Europa, deve prendere atto che la mancanza di flessibilità della moneta unica, così com’è oggi, è IL problema.
 
E sostenere proposte di interventi che lo risolvono: che esistono (e gli euro-exiters duri e puri alla Bagnai commettono qui, sì, un errore: di intestardirsi a non vedere altre vie d’uscita che non siano il break-up).