Noise from
Amerika (nfA) è un blog gestito da un gruppo di economisti italiani, che vivono
o lavorano (o l’hanno fatto in passato) negli USA. Diversi di loro hanno
partecipato al progetto politico di Fare – Fermare il declino.
Il 10 agosto
scorso è uscito su nfA un post di Tommaso Monacelli, preannunciato come il
primo di una serie destinata a smontare le tesi dei propagandisti anti-euro, o
più precisamente a confutare le tesi di chi sostiene che l’euro è all’origine
della pessima situazione odierna dell’economia italiana.
Tommaso Monacelli
è definito da un altro blogger di nfA (Alberto Bisin) come “persona che di
economia internazionale ne sa più di qualunque altro in Italia”.
Ho letto quindi
il post con interesse. Un primo commento che farei a Monacelli (sono
quei suggerimenti un po’ retorici, che essendo non richiesti difficilmente
vengono seguiti dal destinatario, ma comunque…) è di scrivere in un linguaggio
meno “iniziatico”. E’ mia personale convinzione che la matematica e le
formulazioni teoriche, con ampio utilizzo di modelli, regressioni, causazioni, multivariazioni,
bivariazioni e quant’altro, sono sicuramente utili per elaborare e validare
ipotesi.
Ma se poi,
arrivati a una conclusione, non si è in grado di tradurla in un linguaggio
corrente, comprensibile senza grandi difficoltà a un profano di media
intelligenza, media cultura, e un po’ più che media volontà di applicarsi, non
si è raggiunto un gran risultato sul piano della divulgazione. E, peggio
ancora, si corre il rischio di formulare affermazioni magari corrette e
coerenti nell’ambito di un modello astratto, ma che risultano poi slegate dalla
realtà quotidiana. Perché l’economia E’ realtà quotidiana.
Detto questo, la
cosa che più mi ha stupito del post di Monacelli è che si tratta di un classico
“argomento dell’uomo di paglia”, o dello “spaventapasseri” (straw man argument).
Cioè, come da definizione wikipedia, di un “argomento fallace che consiste nel
confutare un (altro) argomento riproponendolo in maniera errata”.
Monacelli dedica
il post a smontare la tesi che l’ingresso dell’Italia nell’euro sia stato l’origine
del declino di crescita della produttività (in termini assoluti e ancora di più
relativamente alla media dell’Eurozona) che ha afflitto l’Italia a partire
dalla seconda metà degli anni Novanta. In quanto, a suo dire, i “propagandisti
anti-euro” sostengono che questo è stato il meccanismo tramite il quale l’euro
ha esercitato i suoi effetti nocivi.
Ora, i “propagandisti
anti-euro” naturalmente sono non una ma molte persone, e questa affermazione da
qualcuno sarà magari anche stata fatta. Il punto però è che la tesi a mio
parere corretta, e formulata dalla maggior parte di questi “propagandisti” (me
compreso) è un’altra.
Quello che non
ha funzionato nell’euro è che alcuni paesi (la Germania in primo luogo) hanno
migliorato la loro competitività (costo del lavoro per unità di prodotto)
rispetto ad altri (tra cui l’Italia). Nel passato, il riallineamento dei cambi
produceva la rivalutazione di marco tedesco, fiorino olandese ecc. rispetto alle
valute del Sud Europa e impediva la formazione di sbilanci commerciali cronici.
In regime di
moneta unica, gli sbilanci si sono invece accumulati e hanno creato surplus
finanziari crescenti al Nord, e un peggioramento sistematico della posizione
finanziaria del Sud verso l’estero. A un certo punto, complice naturalmente
anche la crisi finanziaria mondiale che nel 2008 ha raggiunto l’apice con il
fallimento Lehman, si è creato il dubbio che gli accumuli di debito del Sud
Europa rischiassero di diventare insostenibili, portando il Sud al default
oppure all’uscita dall’Eurozona (che avrebbe prodotto la svalutazione delle sue
monete e anche dei crediti del Nord Europa verso il Sud).
Ora, è stata
determinante in tutto questo la minor crescita della produttività
italiana ? no. Nel senso che tutto quanto sopra sarebbe avvenuto anche se il
rallentamento non ci fosse stato. La maggior disciplina salariale tedesca
rispetto al Sud Europa, fenomeno che non nasce certo con l’euro – esisteva anche
negli anni 60, 70, 80 e ha infatti prodotto la sistematica rivalutazione del
marco – avrebbe comunque causato effetti analoghi.
All’origine dell’equivoco
apparentemente c’è questo articolo, in cui Alberto Bagnai esprime il sospetto
che effettivamente l’euro abbia inciso negativamente sulla produttività
italiana. Cosa che a intuito mi pare plausibile. Se perdo competitività (non perché
sono meno bravo a migliorare la mia produttività intesa come unità fisiche
prodotte per ogni unità di lavoro utilizzato, ma perché sono meno efficace nel
contenere i salari) perdo quote di mercato. Le mie aziende crescono di meno,
guadagnano di meno, hanno meno risorse da investire in innovazione e questo
retroagisce (negativamente) sulla produttività.
In realtà lo
stesso Bagnai non arriva a una conclusione perentoria. Si limita a constatare
che quello che è cambiato, da fine anni Novanta in poi, è stato che l’Italia è
entrata nell’euro.
Le aziende
italiane faticano perché sono più piccole della media europea ? perché spendono
meno in ricerca e sviluppo ? era così anche prima. Se poi realmente lo era, perché
i distretti industriali italiani hanno sempre saputo sviluppare “economie di
rete” (leggi supplire alla minore dimensione condividendo risorse e progetti). E
fare sviluppo applicativo molto efficace, anche se non etichettato come tale
(vedi il classico imprenditore progettista genialoide che è una sorta di dipartimento
R&S one-man nelle aziende con poche decine di dipendenti).
Per cui: i
problemi italiani dal lato della produttività possono anche essere causati da
qualcosa di diverso dall’euro (anche se non è chiaro da cosa). Ma la disfunzionalità
dell’euro è un'altra: l’assenza di meccanismi di flessibilità che compensino
gli effetti di differenze di competitività, o di shock asimmetrici di qualsiasi
tipo, che nell’arco di alcuni anni, inevitabilmente, si formano tra paesi
economicamente disomogenei ma legati da un sistema di cambi fissi (o da un’unione monetaria).
Se Monacelli
vuole “confutare Bagnai” e trovare un meccanismo che eviti il break-up dell’euro,
ma anche la depressione permanente del Sud Europa, deve prendere atto che la
mancanza di flessibilità della moneta unica, così com’è oggi, è IL
problema.
E sostenere proposte
di interventi che lo risolvono: che esistono (e gli euro-exiters duri e puri
alla Bagnai commettono qui, sì, un errore: di intestardirsi a non vedere altre
vie d’uscita che non siano il break-up).