Visualizzazione post con etichetta Roberto Poli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roberto Poli. Mostra tutti i post

martedì 12 agosto 2014

Mega fondo patrimoniale per ridurre il debito pubblico ? non funziona, ecco perchè


Di tanto intanto si leggono proposte (recentemente, per esempio, da parte di Roberto Poli e di Paolo Savona) imperniate su una grossa azione di dismissione di attivi patrimoniali dello Stato. Questo, al fine di ridurre il debito pubblico e il relativo carico di interessi passivi, che impedisce – si afferma – di rilanciare l’economia con riduzioni di imposte e/o con incrementi di spesa pubblica.

Queste proposte prevedono in genere di creare una grossa holding finanziaria a cui conferire – per esempio – 400 miliardi di attivi, che potrebbero includere, tra le altre cose, partecipazioni azionarie e cespiti immobiliari.

La finalità sarebbe di ridurre il debito del 20% circa (rispetto ai 2.000 e oltre attuali), risparmiando quindi una quota corrispondente di interessi – circa 16 miliardi, nell’esempio, su un totale di 80 miliardi annui.

Ma in realtà, se questi attivi fossero vendibili a condizioni non svilite, che senso ha passare tramite una megaholding ? Tanto vale effettuare direttamente le vendite. Fermo restando che il vantaggio di 16 miliardi annui per il bilancio dello Stato è teorico: con ogni probabilità i beni appetibili, cedibili senza difficoltà, producono rendimenti (per esempio le partecipazioni in ENI ed ENEL pagano ottimi dividendi) per un totale che rischia di essere anche maggiore dei 16 miliardi di interessi risparmiati.

Tutto questo, senza entrare nel merito dell’opportunità di spossessarsi di partecipazioni di interesse strategico per la nazione.

Il mega fondo patrimoniale entra in gioco perché, nella mente di chi lo propone, svolgerebbe una funzione diversa. Si prendono attivi dello Stato che oggi NON rendono 16 miliardi, anzi che non rendono pressoché nulla, e che NON sono vendibili per 400 miliardi. Li si conferiscono alla holding con l’idea che i 400 miliardi saranno realizzabili nell’arco di svariati anni. Invece di vendere gli attivi, si collocano le azioni della holding.

Ma a chi e a che prezzo ? nessuno le pagherebbe 400 miliardi oggi.

Occorre, allora, mettere in atto una conversione forzata di debito pubblico in azioni della holding. Per esempio il titolare di 100.000 euro di BTP se ne vede convertire 20.000.

Queste azioni potrebbero poi essere quotate, ma dati i presupposti il loro valore di mercato sarebbe ben inferiore a 400 miliardi – o a 20.000 euro nel caso del signore sopra citato. Forse si arriverebbe alla metà, ed è già probabilmente una stima ottimistica.

Stiamo parlando, in effetti, di una grossa operazione mascherata (ma neanche tanto) che può essere descritta come una imposta patrimoniale sul debito pubblico, o come una sua ristrutturazione.

Tralasciando le reazioni degli investitori esteri, una buona parte di questo impoverimento graverebbe sui risparmiatori italiani, ed è prevedibile che causerebbe un pesante effetto negativo su consumi e investimenti. Effetto ben superiore al beneficio di 16 miliardi di interessi risparmiati…

La via delle cessioni di patrimonio per ridurre il debito pubblico non porta da nessuna parte. La crisi italiana – la crisi dell’eurosistema in genere – si risolve in tutt’altro modo.

Con una grossa azione di espansione della domanda finanziata da moneta di nuova emissione. Rimettendo al lavoro persone e aziende oggi disoccupate o sottooccupate. Senza impatto sull’inflazione: non c’è inflazione rilevante finché non vengono riassorbiti livelli di disoccupazione massiccia, come gli attuali. E se ci sarà un po’ di incremento, per esempio dall’attuale zero al 2%, è esattamente l’obbiettivo che la BCE sta cercando di conseguire (senza sapere come, peraltro).

Le cessioni di beni possono essere utili, in qualche caso particolare, se un compratore paga particolarmente bene un attivo il cui possesso non riveste significativi interessi strategici per il settore pubblico. O se si dimostra in grado (ma non diamolo per scontato, non mancano gli esempi del contrario…) di gestirlo in modo più efficiente, tenuto conto degli interessi complessivi della comunità nazionale.

Ma riguardo alla soluzione dell’eurocrisi, le cessioni di beni pubblici non sono assolutamente in grado di svolgere una funzione primaria, o comunque rilevante.