Il pensiero
economico dominante, quello delle grandi istituzioni sovranazionali (OCSE, FMI,
World Bank, con più lentezza la BCE e con ancora più lentezza la Commissione
UE) sta ormai arrivando a riconoscere che l’austerità è una politica economica
fallimentare, che i deficit di bilancio pubblico sono attualmente
indispensabili, e che sarebbe un gravissimo errore abbandonare le politiche
fiscali espansive troppo presto.
Errore,
quest’ultimo, che è stato commesso nel 2010, quando si è passati
dall’espansione all’austerità molto prima che gli effetti della crisi Lehman fossero
completamente riassorbiti.
Ben vengano
questi ripensamenti. Ma sul piano teorico e metodologico, si è fatta ancora
solo metà del percorso.
Si legge infatti
che “oggi non è necessario fare austerità perché i tassi d’interesse bassissimi
aumentano lo spazio fiscale degli Stati” e che “il debito pubblico non è un
problema se il tasso di crescita dell’economia supera il costo del debito ed è
quindi compatibile con la riduzione del rapporto debito / PIL”.
Bisogna andare MOLTO
più in là. Per prima cosa, il concetto di “spazio fiscale” va ripensato. Il
livello di deficit e di debito pubblico non è soggetto a nessun limite numerico
predefinito.
Il deficit
pubblico può infatti essere finanziato con moneta, o con debito risk-free (in quanto pienamente
garantito da chi emette la moneta stessa). Non c’è quindi alcuna ragione per
cui debba creare rischi d’insolvenza a uno Stato che emette la propria moneta.
Se il rischio
d’insolvenza non esiste, lo “spazio fiscale”, ovvero lo spazio per attuare
politiche fiscali espansive, ha poco o nulla a che vedere con il livello del
deficit o del debito.
E se è possibile
finanziare il deficit senza emettere debito, o alternativamente ridurre i tassi
d’interesse sul debito fino a zero (basta che l’istituto di emissione si
impegni a ricomprare il debito alla pari), non ha neanche senso preoccuparsi
del rapporto tra tasso di crescita dell’economia e costo del debito.
Lo spazio fiscale
non si esaurisce se non nel momento in cui le politiche fiscali spingono la
circolazione di potere d’acquisto nell’economia e la conseguente domanda di
beni e servizi a livelli tali da produrre inflazione eccessiva.
Il tetto
dell’espansione fiscale è l’eccesso d’inflazione, che nasce nel momento in cui
la domanda di beni e servizi incontra il limite delle risorse produttive reali
(capitale fisico e lavoro, dato il livello di tecnologia in quel momento
disponibile). Il 3%, il 60%, la relazione r<g – è tutto ciarpame di cui
liberarsi.
Questo è il
passaggio logico che le organizzazioni sovranazionali devono ancora effettuare.
E questo è il
principio che deve essere alla base delle politiche fiscali degli Stati.
Sventuratamente,
nell’Eurozona siamo distanti anni luce dall’averlo accettato. Il primo passo
indispensabile è rottamare nella maniera più totale i deliranti vincoli
dell’eurosistema.
Ma ancora non se
ne parla.