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giovedì 6 marzo 2025

Spazio fiscale, Italia e Germania

 

La Germania a quanto pare è sul punto di buttare a mare il pareggio di bilancio e i limiti di deficit pubblico, per lanciare un megapiano di investimenti, nella difesa e nelle infrastrutture.

Naturalmente in Italia non faremo niente di comparabile e naturalmente sentirete dire ahinoi purtroppo loro hanno spazio fiscale - e noi no.

Tanto per cambiare, è una fregnaccia.

Il limite ai deficit pubblici non è nessun parametro numerico prestabilito di deficit o di debito.

Il limite ai deficit pubblici è l’inflazione, che in Italia è più bassa che in Germania.

Basta utilizzare moneta propria – che anche se restiamo nell’euro è possibile emettere in Italia, sotto forma di moneta fiscale – e lo spazio fiscale diventa immediatamente usufruibile.

In Italia come in Germania, e con ogni probabilità, proporzionalmente alle dimensioni dell’economia, anche di più.

mercoledì 6 gennaio 2021

Ridefinire il concetto di “spazio fiscale”

 

Il pensiero economico dominante, quello delle grandi istituzioni sovranazionali (OCSE, FMI, World Bank, con più lentezza la BCE e con ancora più lentezza la Commissione UE) sta ormai arrivando a riconoscere che l’austerità è una politica economica fallimentare, che i deficit di bilancio pubblico sono attualmente indispensabili, e che sarebbe un gravissimo errore abbandonare le politiche fiscali espansive troppo presto.

Errore, quest’ultimo, che è stato commesso nel 2010, quando si è passati dall’espansione all’austerità molto prima che gli effetti della crisi Lehman fossero completamente riassorbiti.

Ben vengano questi ripensamenti. Ma sul piano teorico e metodologico, si è fatta ancora solo metà del percorso.

Si legge infatti che “oggi non è necessario fare austerità perché i tassi d’interesse bassissimi aumentano lo spazio fiscale degli Stati” e che “il debito pubblico non è un problema se il tasso di crescita dell’economia supera il costo del debito ed è quindi compatibile con la riduzione del rapporto debito / PIL”.

Bisogna andare MOLTO più in là. Per prima cosa, il concetto di “spazio fiscale” va ripensato. Il livello di deficit e di debito pubblico non è soggetto a nessun limite numerico predefinito.

Il deficit pubblico può infatti essere finanziato con moneta, o con debito risk-free (in quanto pienamente garantito da chi emette la moneta stessa). Non c’è quindi alcuna ragione per cui debba creare rischi d’insolvenza a uno Stato che emette la propria moneta.

Se il rischio d’insolvenza non esiste, lo “spazio fiscale”, ovvero lo spazio per attuare politiche fiscali espansive, ha poco o nulla a che vedere con il livello del deficit o del debito.

E se è possibile finanziare il deficit senza emettere debito, o alternativamente ridurre i tassi d’interesse sul debito fino a zero (basta che l’istituto di emissione si impegni a ricomprare il debito alla pari), non ha neanche senso preoccuparsi del rapporto tra tasso di crescita dell’economia e costo del debito.

Lo spazio fiscale non si esaurisce se non nel momento in cui le politiche fiscali spingono la circolazione di potere d’acquisto nell’economia e la conseguente domanda di beni e servizi a livelli tali da produrre inflazione eccessiva.

Il tetto dell’espansione fiscale è l’eccesso d’inflazione, che nasce nel momento in cui la domanda di beni e servizi incontra il limite delle risorse produttive reali (capitale fisico e lavoro, dato il livello di tecnologia in quel momento disponibile). Il 3%, il 60%, la relazione r<g – è tutto ciarpame di cui liberarsi.

Questo è il passaggio logico che le organizzazioni sovranazionali devono ancora effettuare.

E questo è il principio che deve essere alla base delle politiche fiscali degli Stati.

Sventuratamente, nell’Eurozona siamo distanti anni luce dall’averlo accettato. Il primo passo indispensabile è rottamare nella maniera più totale i deliranti vincoli dell’eurosistema.

Ma ancora non se ne parla.

 

lunedì 16 marzo 2020

Spazio fiscale e keynesiani da salotto


I “keynesiani da salotto” sono una categoria di economisti (e di commentatori economici) abbastanza particolare. Non sono euroausterici: non sostengono follie tipo il pareggio di bilancio e l’austerità in condizioni di domanda depressa.

Sostengono la necessità di un’azione attiva del governo per stabilizzare l’economia, e in particolare di intervenire con azioni anticicliche per evitare, o per risolvere rapidamente, situazioni di disoccupazione o sottoccupazione delle risorse produttive. E a maggior ragione, oggi, per affrontare emergenze come il Coronavirus.

Fin qui, tutto bene. Ma le cose le hanno capite a metà. Una loro affermazione tipica, per esempio, è che oggi esiste “spazio fiscale” per le manovre espansive, in quanto i tassi d’interesse sono vicini a zero. E che i tassi vicini a zero li abbiamo in quanto c’è l’euro: con la lira non sarebbe così, quindi meglio restarci, nell’euro – ma senza i vincoli del patto di stabilità e del fiscal compact.

Perché hanno capito le cose a metà ? perché i tassi d’interesse sul debito pubblico, lo Stato li può sempre portare a zero, se è l’emittente della moneta in cui il debito pubblico viene emesso. Basta che si impegni a comprare alla pari tutti i titoli di Stato in circolazione.

Non solo: lo Stato non ha bisogno di emettere debito per fare deficit. Può emettere direttamente moneta.

Il limite al deficit è la creazione di potere d’acquisto eccedente la capacità produttiva del sistema economico. Quel livello di deficit non è più utile per espandere produzione e occupazione ma crea, invece, eccesso d’inflazione.

Non c’è bisogno di utilizzare una moneta emessa e gestita da altri (e per di più troppo forte per i fondamentali della propria economia) per attuare politiche economiche espansive quando è necessario. Al contrario: quella moneta la devo reperire da terzi, e questo mi può creare un mare di guai. Perché i terzi potrebbero non darmela – se non a condizioni per me disastrose – esattamente quando ne ho bisogno per rilanciare il mio sistema economico.

I “keynesiani da salotto” sono tali perché criticano il sistema ma cercano di non cadere in disgrazia presso l’establishment che l’ha costruito. Il controllo della moneta è la fonte del potere di quell’establishment, e loro non si sognano certo di porlo in discussione. Sperano di esserne cooptati, e di “correggerlo” quel tanto che basta per renderlo un po’ meno iniquo e vessatorio.

Sono animati da buone intenzioni (quelle di cui sono lastricate le strade dell’inferno) e sono anche in buona fede (che è una virtù da non sopravvalutare: in buona fede, ci si convince, spesso, di ciò che ci riesce conveniente).

State pur certi che all’establishment non danno fastidio.


mercoledì 26 febbraio 2020

Marattin, lo spazio fiscale e il Coronavirus


Luigi Marattin, responsabile economico del partito renziano “Italia Viva”, afferma via twitter quanto segue:

“Per anni, chi predicava maggiore attenzione alle finanze pubbliche (perché in caso di forte shock negativo non avremmo avuto spazio fiscale per contrastarlo) è stato definito un bieco sostenitore dell’austerità. Tra poco sarà chiaro chi aveva ragione. E quale sarà il costo”.

Se date un’occhiata alle risposte, il commento marattiniano non ha esattamente provocato applausi a scena aperta.

Per esempio, Marattin – è stato detto - implicitamente sostiene che si sarebbero dovuti chiudere più ospedali per avere adesso i soldi necessari a riaprirne qualcuno (per fronteggiare l’emergenza Coronavirus).

Ma in verità è anche peggio. Se si fosse fatta più austerità, e chiusi più ospedali, il PIL sarebbe sceso ancora di più, il debito in percentuale sarebbe ancora più alto, e oggi avremmo non solo meno ospedali, ma ancora meno soldi di quelli che (non) abbiamo per riaprirli (e in generale per fronteggiare l’emergenza).

Il punto è che l’intero concetto di “spazio fiscale” è fuorviante. In assenza di tensioni sull’inflazione, non esiste un limite preciso al livello di deficit o di debito pubblico espresso in moneta nazionale.

In assenza d’inflazione, uno Stato che stampa la propria moneta può fronteggiare qualsiasi emergenza. Parlare di “spazio fiscale” ha senso solo se si è vincolati a usare una moneta emessa da terzi.

Avendo commesso il ciclopico errore di entrare nell’euro (e SOLO per quello), l’Italia ha mani e piedi legati: salvo che decida, e sarebbe ora, di avviare il progetto CCF.