Un lettore mi
chiede una spiegazione sintetica del trilemma di Rodrik. Per la verità, quanto
a sintesi, l’enunciazione che ne ha fatto l’economista turco-harvardiano stesso
è lodevolmente stringata. La trovate qui nell'originale, e qui in una traduzione italiana.
L’enunciato che
esista un “teorema dell’impossibilità” tale per cui democrazia, sovranità
nazionale e integrazione economica “profonda” siano incompatibili – sia possibile,
cioè, averne due alla volta ma non tutte e tre insieme – mi lascia però molto
scettico.
E’ perfettamente
possibile creare una situazione dove uno stato democratico è aperto ai flussi
finanziari e commerciali internazionali, senza tuttavia perdere le leve di
azione riguardo alla gestione della propria politica economica.
E’ sufficiente che
lo Stato mantenga la capacità di emettere moneta e di gestire le proprie politiche
fiscali, perseguendo con efficacia politiche di pieno impiego delle risorse
produttive.
Al contrario di
quanto afferma Rodrik, il “rischio sovrano” non è un “costo di transazione”
generato dagli stati-nazione. E’ vero l’opposto: si crea “rischio sovrano”
quando gli Stati si spossessano della leva monetaria e possono quindi condurre
politiche fiscali solo nei limiti della “benevolenza” a loro concessa da
soggetti esterni.
Le dinamiche
politiche in senso lato – trovo più appropriato chiamarle dinamiche di potere –
hanno generato grandi concentrazioni di ricchezza che a loro volta hanno in
larga misura asservito ai loro interessi le istituzioni statali e democratiche.
Un’evoluzione profondamente negativa, e spero di vederla invertirsi, meglio presto che tardi.
Ma non esisteva e
non esiste una necessità logica, né tantomeno un “teorema” (di teoremi bisogna
parlare solo in matematica, non certo nell’ambito delle scienze sociali) che la rendesse inevitabile.