L’Italia, dice
Stefano Sylos Labini, “è in preda a un pessimismo autodistruttivo: qualsiasi
cosa non serve a nulla e non funzionerà [nella
mente di buona parte dell’opinione pubblica, s’intende]. Abbiamo sperato
che l’adesione all’euro risolvesse parecchi nostri problemi ma non è stato
così”.
Riflessioni su
quest’ultimo punto. Non serviva alcuna particolare dote o intuito per
comprendere che l’euro non avrebbe risolto proprio nulla ma anzi, con
fortissima probabilità, creato problemi – e molto, molto gravi.
Bastava aver letto
che cosa ne pensavano grandi economisti di tutte le tendenze e di tutte le
scuole di pensiero – il monetarista Friedman, il neokeynesiano Dornbusch, il postkeynesiano
Godley, e parecchi altri.
Se il progetto
euro è stato accettato, inizialmente, con tanto entusiasmo in Italia lo si deve
(almeno in buona parte) alla nostra atavica tendenza a ritenerci un paese
“inadeguato”, che ha bisogno di importare dall’esterno modelli di pensiero e
schemi di comportamento per risolvere chissà quali carenze.
Quali problemi avrebbe
mai dovuto risolvere l’euro ?
Il debito pubblico
– che problema è, o può diventare, quando lo denomini in una moneta che non emetti (come appunto l’euro), non quando è espresso nella tua ?
L’inflazione – che
esauriti gli effetti delle crisi petrolifere, dagli anni Ottanta in poi stava rapidamente scendendo, da noi come del resto in tutto il mondo ?
In Italia abbiamo
l’abitudine di vedere problemi immaginari, o comunque non così gravi, o in
procinto di risolversi da sé. E poi di cercare di “risolverli” creando, invece
guai veri.
Abbiamo il difetto
di non credere alle nostre potenzialità, alle valenze delle nostre originalità,
dell’ineguagliabile capacità di essere creativi, flessibili e innovativi. Potenzialità
e doti che tutto il mondo, al contrario, ci riconosce.
Ad eccezione,
chissà perché, di noi stessi.