domenica 21 dicembre 2014

Elementi per la stima dei moltiplicatori del reddito


Il moltiplicatore del reddito, in termini generali, può essere definito come “maggior PIL generato da un incremento di capacità di spesa messo a disposizione dell’economia”.

Il moltiplicatore tiene conto di una catena di effetti, di cui rappresenta la sintesi.

Nel caso di un incremento di spesa pubblica, che si verifica senza spiazzamento (“crowding out”) di altre spese, il PIL per definizione si incrementa immediatamente per un importo pari al 100% della maggior spesa. A questo punto, inizia un ciclo virtuoso: il maggior reddito in circolazione si traduce in maggior consumi privati, stimola creazione di occupazione che a sua volta incrementa redditi e consumi, eccetera.

Nel caso di riduzioni di imposte, o di incrementi di sostegni alla spesa privata (pensioni, sussidi ecc.), il meccanismo è analogo, ma con un’importante differenza: il primo passaggio non è pari al 100% ma è ridotto dell’importo della propensione marginale al risparmio. Se quest’ultima è pari, per esempio, al 16%, il primo passaggio dà un beneficio dell’84% dell’intervento e non del 100%.

Le rilevazioni a consuntivo dei moltiplicatori non sono semplici perché occorre “filtrare” una serie di altre perturbazioni, che si verificano, costantemente, nell’ambito del sistema economico.

Un principio generale da tenere sempre in evidenza, comunque, è che in una situazione di alto utilizzo delle risorse produttive (che equivale a dire di bassa disoccupazione) gli effetti di spiazzamento di altre spese sono predominanti. Se lo stato avvia un investimento pubblico, lo appalta ad aziende che devono posporre l’esecuzione di altre commesse, o rifiutare ordini. Se assume un nuovo dipendente pubblico, questa persona probabilmente ha, o può trovare, alternative nel settore privato.

Predominano quindi gli effetti inflazionistici: retribuzioni e prezzi salgono, la produzione effettiva no, se non in misura molto modesta, e il moltiplicatore è basso.

In situazione di PESANTE sottoutilizzo delle risorse produttive, come l’attuale, è vero esattamente il contrario: si rimettono al lavoro risorse altrimenti destinate a restare inoperose, e il moltiplicatore è quindi elevato.

Un altro elemento da tenere in considerazione è che l’incremento di domanda a parità di condizioni tende a peggiorare i saldi commerciali esteri, il che erode l’impatto sul PIL. Nel progetto Moneta Fiscale, comunque, questo effetto è compensato dal fatto che una quota di CCF è attribuita alle aziende in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti: migliora quindi la loro competitività, producendo maggiori esportazioni nette che compensano le maggiori importazioni (soprattutto di materie prime) causate dalla maggiore domanda. Vedi, qui, i punti da 19 a 25.

Ancora: un programma di espansione del potere d’acquisto in circolazione ELEVATO e PERMANENTE stimola la domanda in misura assai accentuata, anche perché molte categorie di spesa (specialmente di beni di consumo durevoli) sono state rinviate negli ultimi anni, persino da parte di chi se la sarebbe potuti comunque permettere. Questo lascia supporre che la propensione marginale al risparmio sia bassa, il che tra l’altro attenua molto la differenza tra moltiplicatore della spesa pubblica e moltiplicatore delle minori tasse (e dei sostegni alla spesa privata in generale).

Quest’ultima differenza è ridotta anche dal fatto che, in genere, un programma di riduzione delle tasse, o di incremento dei sostegni alla spesa privata, (anche via assegnazione di CCF) è di attivazione più rapida rispetto alle spese pubbliche dirette (specialmente se per investimenti, in quanto questi ultimi richiedono progetti, appalti, provvedimenti legislativi complessi eccetera). C’è quindi più tempo perché gli effetti indotti successivi all’azione originaria sulla domanda abbiano modo di manifestarsi.

Infine, constatata la permanenza del maggior livello di potere d’acquisto nell’ambito del sistema economico, si riattiva anche la domanda di credito (da un lato) e la volontà del sistema bancario di concederlo (dall’altro). Anche perché migliora il merito di credito dei richiedenti (privati ed aziende), che godono di redditi disponibili più alti.

In definitiva, ci sono motivi molto fondati per ipotizzare un moltiplicatore superiore (forse anche di parecchio) all’unità, nelle condizioni attuali, a seguito di un incremento (ripeto) ELEVATO e PERMANENTE del potere d’acquisto in circolazione prodotto da azioni del tipo contemplato nel progetto Moneta Fiscale:

UNO, effetti di spiazzamento della spesa modestissimi, dato l’attuale enorme sottoutilizzo delle risorse produttive.

DUE, propensione marginale al risparmio bassa perché si “rimbalza” da livelli di consumi estremamente depressi.

TRE, credito bancario che, a sua volta, ha le condizioni per risalire da una base fortemente compressa (è in calo costante da tre anni e mezzo, cioè dall’avvio delle politiche di austerità).

QUATTRO, assenza di erosione della maggior domanda interna a causa di un peggioramento dei saldi commerciali esteri, perché una parte dei CCF verranno assegnati alle aziende, migliorandone nettamente la competitività.

Il moltiplicatore va applicato all’ammontare incrementale delle assegnazioni, in quanto serve a stimare il maggior PIL prodotto dal maggior potere d’acquisto a disposizione.

Attualmente, il progetto Moneta Fiscale è impostato sull’assegnazione di 90 miliardi di CCF il primo anno, che salgono a 150 il secondo e a 200 il terzo.

Con un moltiplicatore pari a 1,2 il risultato in termini di maggior PIL è:

il primo anno, 90 x 1,2 = 108

il secondo anno (150 – 90) x 1,2 = 60 x 1,2 = 72

il terzo anno (200 – 150) x 1,2 = 50 x 1,2 = 60.

Beninteso, 108, 72 e 60 sono incrementi rispetto all’anno precedente.

Una considerazione conclusiva: chi teme che il moltiplicatore sia basso dovrebbe fornire una spiegazione del perché le politiche di austerità hanno dato, particolarmente da metà 2011 in poi, risultati così pesantemente negativi. Evidentemente, il moltiplicatore è stato NETTAMENTE superiore a 1, contrariamente alle aspettative di chi le ha progettate e messe in atto.

Non si vede il motivo per cui se il moltiplicatore delle RIDUZIONI di potere d’acquisto è stato molto alto, dovrebbe essere basso il moltiplicatore degli AUMENTI di potere d’acquisto…

venerdì 19 dicembre 2014

Patacones argentini: precursori dei CCF ? non proprio


Un interlocutore mi ha rammentato qualche giorno fa che in Argentina, durante la crisi che porto al default e alla svalutazione a fine 2001, i governi provinciali misero in circolazione i cosiddetti “patacones”, titoli in qualche modo simili ai CCF. Che non furono sufficienti, tuttavia, a risolvere la crisi economica e a evitare l’uscita dal “currency board”.

E’ un tema su cui vale la pena di soffermarsi.

I “patacones” furono, effettivamente, emessi da alcuni governi provinciali, non dal governo centrale argentino (il nome infatti deriva da “Patagonia”, e in spagnolo non significa quello che a un italiano viene intuitivo pensare…). Inizialmente, erano titoli obbligazionari che gli emittenti si impegnavano a pagare in pesos, convertibili 1:1 in dollari: erano quindi titoli di debito, a tutti gli effetti.

Naturalmente la possibilità che gli emittenti fossero realmente in grado di rimborsare i titoli in "pesos convertibili" era bassa in partenza e, con l’aggravarsi della crisi, non poteva che peggiorare. A un certo punto, quindi, i “patacones” furono trasformati in veri e propri “CCF locali”, cioè resi utilizzabili per pagare tasse e imposte dovute ai vari governi provinciali emittenti: non, tuttavia, ogni forma di pagamento verso il settore pubblico nazionale (contrariamente alla “Moneta Fiscale” della nostra proposta).

Inoltre, la dimensione totale delle emissioni fu troppo modesta per produrre una ripresa della domanda sufficiente a incidere sulla gravissima spirale deflattiva-depressiva del paese. Nella maggior parte dei casi, non servirono in realtà nemmeno ad attuare politiche espansive, ma solo a sostituire pagamenti già dovuti (saldandoli in “patacones” e non in pesos).

I “patacones” non incisero significativamente nemmeno sul gap di competitività delle produzioni domestiche argentine rispetto alla concorrenza internazionale (dovuto al cambio fisso con il dollaro). Non ricordo in realtà che ci sia stato nemmeno un tentativo di intervenire su quest’ultimo punto agendo sul cuneo fiscale. D’altra parte il gap di competitività era ben più pesante rispetto a quello attuale italiano: come provato dal fatto che, dopo la rottura della parità, la svalutazione del peso contro dollaro fu di 2-3 volte, non certo del 20-30% che si ipotizza per l’Italia in caso di breakup dell’euro.

Il nostro progetto “Moneta Fiscale” nasce su presupposti ben diversi grazie (i) alla totale utilizzabilità dei CCF a fronte di qualsiasi tipo di pagamento verso il settore pubblico nazionale, definito nel senso più ampio del termine (ii) alle dimensioni delle emissioni e quindi del connesso effetto espansivo sulla domanda, adeguate a colmare l’attuale output gap italiano; e (iii) all’impiego di una quota di CCF per ridurre l’impatto del cuneo fiscale, in misura coerente con il necessario recupero di competitività delle aziende italiane.

Probabilmente, la situazione argentina del 2001 era troppo deteriorata e distorta per essere risolta in modo diverso che per il tramite di una combinazione di default e svalutazione. Ma (per fortuna !) l’Italia è ancora ben lontana da quella situazione.

mercoledì 17 dicembre 2014

Moneta Fiscale per risolvere la crisi economica greca

Con la collaborazione di Biagio Bossone, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, un'integrazione e revisione del precedente articolo. La sostanza della proposta rimane quella, alcuni dati sono stati aggiornati o corretti.

La Grecia è il paese dell’Eurozona che è stato colpito in maniera più dolorosa e profonda dalle gravi inefficienze dell’attuale eurosistema e dalla crisi economica che ne è derivata.
 
Nel 2012, il debito pubblico greco è stato sottoposto a una pesante ristrutturazione, con stralcio del valore facciale, riduzione degli interessi e allungamento delle scadenze. I creditori privati sono stati rimborsati per la parte residua, e attualmente il debito è pressoché interamente detenuto da organismi sovranazionali (principalmente dal Fondo Monetario Internazionale, da agenzie dell’Unione Europea e dalla BCE). La Grecia paga interessi a un tasso medio intorno al 2%, non ha significative scadenze di rimborso del capitale ancora per alcuni anni, e attualmente non colloca titoli di debito pubblico sul mercato.
 
La ristrutturazione del 2012 non è però servita a permettere il recupero dell’economia greca. La troika FMI – UE – BCE ha insistito sull’adozione di pesantissime misure di austerità (tagli di spesa e incrementi di tassazione) allo scopo di "aumentare la sicurezza del rimborso del debito residuo". Una linea d’azione sbagliata, in quanto occorrevano invece risorse finanziarie per rilanciare la domanda interna e la competitività delle aziende (principalmente tramite riduzioni, non aumenti di imposizione fiscale). Si è trascurato il basilare principio a cui si deve conformare ogni operazione di ristrutturazione finanziaria per avere successo: occorre preservare e migliorare, e non certo abbattere, la capacità del debitore di produrre reddito.
 
Nelle prossime settimane, si svolgeranno le elezioni del nuovo Presidente della Repubblica. Probabilmente, il quorum di 180 voti parlamentari su 300 non verrà raggiunto. Sulla base della Costituzione greca, questo comporterebbe lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni politiche, da tenersi verosimilmente entro febbraio 2015. I sondaggi prevedono che la maggioranza relativa sia ottenuta da Syriza, partito anti-austerità e anti-troika.
 
Attualmente il PIL greco è pari a circa 180 miliardi di euro, il debito pubblico a 320, il deficit a 3,5 miliardi, risultanti da circa 3,5 miliardi di saldo primario e da pagamenti di interessi per 7 miliardi.
 
La posizione di Syriza è di non abbandonare l’euro, ma di ottenere una forte, ulteriore, ristrutturazione del debito, con una richiesta di stralcio fino al 70-80%. A partire da questa richiesta, un negoziato potrebbe arrivare a concordare uno sconto, per esempio, del 50%. Questo intervento corrisponderebbe a una riduzione del debito da 320 a 160 miliardi e, a tassi invariati, dimezzerebbe il costo annuo per interessi, portando il bilancio pubblico in pareggio.
 
Si tratterebbe di una vitale boccata d’ossigeno; continuerebbero però a mancare le risorse per effettuare politiche economiche espansive che sono necessarie per riportare il Pil ai livelli pre-crisi (dal 2007 la Grecia ha perso circa un quarto del suo PIL in termini reali, vale a dire una riduzione di 60 miliardi di euro). Queste risorse potrebbero provenire dall’assegnazione di Certificati di Credito Fiscale (CCF), ovvero dall’emissione di una moneta statale / fiscale, parallela all’euro.
 
I CCF sono un elemento chiave del progetto descritto nell’Appello di cui al link qui di seguito, che è stato concepito con riferimento alla situazione italiana ma che è adattabile a tutti gli stati membri dell’Eurozona.
 
Il progetto prevede di assegnare gratuitamente a una serie di soggetti, come meglio precisato nel seguito, questi Certificati, che a partire da due anni dopo l’assegnazione originaria sono illimitatamente utilizzabili per pagare tasse e qualsiasi forma di obbligazione finanziaria nei confronti della pubblica amministrazione dello Stato emittente (compresi contributi sanitari e pensionistici, imposte locali, multe eccetera).
 
Nel caso della Grecia, le assegnazioni potrebbero ammontare a 20 miliardi il primo anno, da incrementare poi a 40 miliardi il secondo e a 50 il terzo, rimanendo poi costanti a quel livello.

Le assegnazioni sarebbero suddivise in tre componenti principali:
integrazioni di reddito ai lavoratori;
erogazioni alle aziende per ridurre il costo effettivo lordo del lavoro (recuperando quindi competitività ed evitando di creare squilibri ai saldi commerciali esteri);
altre azioni di sostegno della domanda: spesa sociale, investimenti pubblici eccetera.
 
I CCF sono di fatto una “quasi-moneta fiscale”: “quasi” poiché la loro utilizzabilità è differita di due anni rispetto all’assegnazione. Sono, tuttavia, liberamente trasferibili e negoziabili – l’assegnatario li può quindi cedere a un altro soggetto (che sa di dover effettuare pagamenti di verso lo stato in futuro) con uno sconto finanziario. Le assegnazioni di CCF equivalgono, di conseguenza, a un’introduzione nell'economia, a titolo gratuito, di nuova capacità di spesa. Un programma di immissione, intensa e sostenuta, di CCF produrrebbe quindi spesa per consumi, riattiverebbe l’attività produttiva e migliorerebbe la qualità di credito di aziende e privati, incentivando anche la ripresa dei prestiti bancari all’economia.
 
Ipotizzando un moltiplicatore fiscale un po’ più alto dell’unità (ipotesi che nelle attuali condizioni economiche è persino conservativa) a regime si recuperano i livelli di PIL pre-crisi. Inoltre aumenteranno le entrate fiscali in euro e, tenuto conto che i CCF sono utilizzabili con due anni di differimento, nel primo periodo dell’applicazione del programma il governo greco avrà un saldo positivo tra incassi e pagamenti in euro.
 
Questo saldo potrà essere accantonato a garanzia di eventuali deficit di bilancio pubblico che venissero a crearsi nel momento in cui l’ammontare a regime dei CCF in circolazione verrà utilizzato per pagare imposte. Ciò avverrà solo al quinto anno (al terzo si raggiunge il livello a regime delle assegnazioni, e le assegnazioni del terzo anno non potranno essere utilizzate prima del quinto). In effetti, anche assumendo ipotesi molto cautelative, si tratta di una garanzia che risulterà superflua: tuttavia la sua esistenza darà ai partner europei e ai mercati finanziari alti livelli di fiducia in merito al successo dell’operazione.
 
La Grecia può, in questo modo, recuperare i livelli di PIL reali pre-crisi (240 miliardi di euro), riassorbire gli attuali, altissimi, livelli di disoccupazione, e tornare su un percorso di sviluppo equilibrato e sostenibile.
 
Il debito pubblico, nell’ipotesi di uno stralcio iniziale del 50%, sarebbe pari come detto a 160 miliardi, ovvero a circa il 67% del PIL, e sussisterebbero livelli molto alti di affidabilità in merito al suo rimborso finale. Al contrario, proseguendo con le attuali linee di politica economica (austerità / troika / memorandum) il debito in essere è destinato a subire un default pressoché totale.

domenica 14 dicembre 2014

Un contadino ara un campo


Scorrazzando su facebook ci si imbatte, di tanto in tanto, in persone che con aria saputa espongono versioni caricaturali di concetti quali, per esempio, il ruolo della domanda e della moneta in un sistema economico. Controbattere è un esercizio utile e istruttivo per chi assiste o partecipa a queste conversazioni (non per la controparte, che rimane fissa e granitica nelle sue certezze, a dispetto della logica e delle smentite della realtà quotidiana. Vedi ad esempio qui).

Ieri, ad esempio, leggo:

“Un contadino ara un campo, lo semina, lo veglia dagli uccelli e rischia i capricci del tempo. A fine stagione falcia il grano, inforna il pane e mangia. Il signor “Sovranità Monetaria” sta seduto sulla staccionata, guarda il cielo e suona la cetra. A fine giornata sente fame, accende la stampante, stampa un po’ di carta, va dal contadino e gli dice: tieni, questa è moneta, dammi il tuo pane in cambio. La scena finisce con il contadino che prende a calci nel sedere il signor “Sovranità Monetaria” inseguendolo nel tramonto.”

Non so se l’avete trovata divertente. Il punto, comunque, è che questa rappresentazione del ruolo e dell’importanza della sovranità monetaria è una barzelletta.

Se volete parlare di sovranità monetaria via metafore, è più sensato quanto segue.

“Il signor “Mancanza di Sovranità Monetaria” costringe il contadino a un’economia di pura sussistenza. Gli lascia la possibilità di produrre per il solo autoconsumo, ma nulla di più. Il sovrappiù che il contadino potrebbe produrre e scambiare con i prodotti e servizi, per esempio, del falegname o del muratore, non viene prodotto, perché il signor “Mancanza di Sovranità Monetaria” impone che gli scambi debbano essere regolati solo nella moneta che lui emette, e non la fa circolare. Se non a prestito, a tassi d’interesse che decide lui, con garanzie che decide lui, fino a impoverirlo, a spossessarlo del campo, dell’aratro e di quant’altro possiede. Sempre che il contadino non si decida a prendere a calci nel sedere il signor “Mancanza di Sovranità Monetaria” e ad emettere la sua moneta”.

Cosa che presto o tardi, invariabilmente, e giustamente, succede.

sabato 13 dicembre 2014

Il primo paese a introdurre i CCF potrebbe essere


la Grecia, per una serie di motivi.

Intanto, tra dicembre e gennaio si terranno le elezioni del nuovo presidente della Repubblica. E’ probabile che il quorum di 180 voti parlamentari su 300 non venga raggiunto: il che comporterebbe, sulla base della Costituzione greca, lo scioglimento della Camera ed elezioni politiche anticipate, da tenersi probabilmente intorno a febbraio 2015. I sondaggi prevedono che la maggioranza relativa sia ottenuta da Syriza, partito anti-austerità e anti-troika.

Poi, la situazione economica. Attualmente (2014) il PIL greco è pari a circa 200 miliardi di euro, il debito pubblico a 350, il deficit è 3,5 miliardi risultanti da 3,5 circa di surplus primario e da 7 miliardi di pagamenti per interessi.

Syriza richiede una forte taglio del valore facciale del debito, fino al 70-80% secondo alcune voci. Va ricordato che, dopo il default del 2012, l’attuale debito è pressoché interamente detenuto da organizzazioni sovranazionali (principalmente agenzie dell’Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale), ha scadenze molto lunghe e bassi tassi d’interesse (circa il 2%, in media). La Grecia oggi paga interessi ma non rimborsa il capitale, e non emette titoli di debito pubblico sul mercato.

La posizione di Syriza è di non voler abbandonare l’euro, ma di rivedere tutte le politiche di austerità in modo da effettuare azioni economiche espansive che consentano di avviare una forte ripresa dell’economia e dell’occupazione e di contrastare le gravissime conseguenze sociali della crisi. La Grecia ha perso un quarto del PIL dai massimi precrisi: per tornare a quei livelli dovrebbe incrementarlo dagli attuali 200 miliardi di euro a circa 270.

Un governo a guida Syriza potrebbe partire dalla richiesta di sconto del 70-80% del debito per poi concordare, come esito finale del negoziato, uno sconto inferiore, per esempio del 50%. A tassi d’interesse invariati, questo dimezzerebbe il costo annuo per interessi e porterebbe il bilancio pubblico in pareggio.

Continuerebbero però a mancare le risorse per effettuare azioni economiche espansive. Queste potrebbero essere ottenute mediante assegnazione di Certificati di Credito Fiscale, per un importo che potrebbe essere dell’ordine di 20 miliardi il primo anno, da incrementare a 40 miliardi il secondo e a 50 il terzo, per poi rimanere costante a quel livello.

L’ammontare delle assegnazioni potrebbe essere suddiviso tra integrazioni di reddito ai lavoratori, erogazioni alle aziende per ridurre il loro costo effettivo del lavoro (recuperando quindi competitività ed evitando di creare squilibri ai saldi commerciali esteri) ed altre azioni di sostegno alla domanda (spesa sociale, investimenti pubblici eccetera).

Ipotizzando un moltiplicatore fiscale un po’ più alto dell’unità, a regime si recuperano i livelli di PIL pre-crisi. Inoltre aumenteranno le entrate fiscali in euro e, tenuto conto che i CCF sono utilizzabili con due anni di differimento, nel primo periodo dell’applicazione del programma il governo greco avrà un saldo positivo tra incassi e pagamenti in euro.

Questo saldo potrà essere accantonato come garanzia di eventuali deficit di bilancio pubblico che potrebbero crearsi nel momento in cui l’ammontare a regime dei CCF in circolazione verrà utilizzato per pagare imposte. Questo avverrà solo il quinto anno (al terzo si raggiunge il livello a regime delle assegnazioni, e le assegnazioni del terzo anno non possono essere utilizzate prima del quinto). E’ una garanzia di cui, in effetti, non ci sarà necessità se il programma sarà efficace, anche su ipotesi molto cautelative: comunque costituirla potrà essere utile per dare ai partner europei, ai mercati finanziari ecc. altissimi livelli di fiducia in merito al successo dell’operazione.

La Grecia, per questa via, può recuperare un PIL di circa 270 miliardi di euro, riassorbire la disoccupazione generata dalla crisi e tornare su un percorso di sviluppo equilibrato e sostenibile.

Il debito verso le istituzioni sovranazionali, nell’ipotesi di uno stralcio iniziale del 50%, sarebbe pari a 175 miliardi ovvero a circa il 65% del PIL, e sussisterebbero livelli molto alti di affidabilità in merito al suo rimborso finale. Proseguendo con le attuali linee di politica economica (austerità / troika / memorandum) il debito in essere è destinato, al contrario, a subire un default pressoché totale.

lunedì 8 dicembre 2014

Ancora sui moltiplicatori fiscali


Un intervento di rilancio dell’economia basato sull’immissione di potere d’acquisto, mediante spesa pubblica, sovvenzioni alla spesa privata, riduzioni di prelievo fiscale o una combinazione di tutti questi interventi (deficit spending), è tanto più efficace quanto più alto è il cosiddetto “moltiplicatore fiscale”, o “moltiplicatore keynesiano”.

Il moltiplicatore è il rapporto tra incremento del PIL e dimensione del deficit spending. La domanda che si pone è: il deficit spending produce una crescita del PIL più che proporzionale, meno che proporzionale o addirittura nulla (come a volte sostengono alcuni economisti critici del pensiero keynesiano) ?

La risposta dipende fortemente dalle caratteristiche dell’azione di deficit spending, nonché del momento in cui viene effettuata.

La spesa pubblica diretta contribuisce al PIL. Se lo stato effettua un’opera pubblica che altrimenti non sarebbe stata posta in atto, o se assume un dipendente che altrimenti sarebbe risultato disoccupato, il PIL risulta incrementato in misura pari al valore dell’opera o, rispettivamente, alla retribuzione del dipendente.

Questo è il primo effetto, che di per sé corrisponde a un moltiplicatore 1 tra deficit spending e incremento di PIL. Dopodiché si attiva un meccanismo amplificativo: il maggior reddito creato (perché l’opera pubblica ha generato produzione, quindi reddito, a beneficio delle aziende a cui sono stati appaltati i lavori, e il dipendente pubblico percepisce uno stipendio di cui prima non disponeva) avvia una catena virtuosa: consente ai soggetti che ne beneficiano di consumare di più, quindi crea domanda, stimola le aziende in grado di soddisfare questa domanda ad effettuare nuove assunzioni, eccetera.

Ci sono, di conseguenza, fondati presupposti per presumere che il deficit spending che prende la forma di maggior spesa pubblica diretta produca un incremento di PIL con un multiplo superiore a 1, sotto due condizioni.

La prima è che la maggior domanda si rivolga a beni di produzione interna, e non a importazioni.

La seconda è che non si verifichino effetti di “crowding out”, o spiazzamento. Se lo stato, ad esempio, avvia un investimento pubblico, che tuttavia induce le aziende appaltatrici a posporre altre attività per eseguirlo – perché non hanno la capacità produttiva necessaria a sviluppare questa nuova commessa unitamente ad altre già in portafoglio – la produzione complessiva del sistema economico non aumenta. Casomai aumentano i prezzi, perché le aziende utilizzano la maggior domanda per ottenere condizioni economiche migliori, in quanto c’è più richiesta complessiva per le attività produttive da esse svolte.

Stesso discorso per l’assunzione di dipendenti pubblici: il “crowding out” non c’è se assumo disoccupati. Se il mercato del lavoro, invece, è già tonico, cioè se sostanzialmente chi vuole lavorare ha già la possibilità di farlo, il dipendente pubblico verrà assunto solo se gli verranno offerte condizioni migliori rispetto a quelle delle alternative di lavoro che il settore privato gli propone. L’effetto quindi sarà di aumentare le retribuzioni, e di conseguenza i prezzi, non l’occupazione.

Spesso si sostiene che il moltiplicatore della spesa pubblica è più elevato del moltiplicatore delle riduzioni di prelievo fiscale (o dei sostegni alla spesa privata). La motivazione di questa affermazione può essere sintetizzata come segue.

La spesa pubblica (sempre che non ci sia “crowding out” e che la maggior domanda si rivolga a produzione interna, e non a importazioni) già di suo, come visto, ha un moltiplicatore 1, e gli effetti indotti la porteranno quindi a un moltiplicatore più alto di 1.

Nel caso delle riduzioni di prelievo fiscale e dei sostegni alla spesa privata, si rendono disponibili maggiori mezzi finanziari al settore privato: questo maggior potere d’acquisto potrebbe essere in parte risparmiato, e non speso. Potrebbe quindi esserci un moltiplicatore inferiore a 1, almeno inizialmente, che supererebbe l’unità solo in seguito, grazie agli effetti indotti sopra descritti e presumibilmente con un ritardo temporale quantomeno di alcuni mesi.

Tutto questo ha portato a teorizzare il concetto del “moltiplicatore del bilancio pubblico in pareggio”. In pratica, aumentando la spesa e nello stesso tempo aumentando le tasse, si dovrebbe conseguire un incremento complessivo del PIL grazie al fatto che il moltiplicatore della spesa è superiore al moltiplicatore delle tasse (che in questo caso agisce in senso negativo). Questo, mantenendo nello stesso tempo in pareggio (nell’immediato, effetti successivi a parte) il saldo tra maggiori spese pubbliche e maggiori incassi fiscali.

Quest’ultima teorizzazione, tuttavia, è a mio parere dubbia. Occorre ricordare che le azioni di spesa pubblica hanno tempi di attuazione generalmente più lunghi rispetto alle riduzioni di imposte (o ai sostegni alla spesa privata).

Tra delibera di effettuazione di un’opera pubblica e sua effettiva attuazione, intercorrono tempi che possono anche essere molto ampi, per la definizione dell’opera, gli appalti, la progettazione e l’esecuzione del lavori.

Più semplice e rapido è il caso dell’assunzione di dipendenti pubblici, che comunque richiede procedure amministrative, bandi, concorsi eccetera.

L’effetto di una riduzione d’imposte, o dell’erogazione di sostegni alla spesa privata, è probabilmente, in media, più veloce.

In sintesi, sugli effetti di un’azione di “deficit spending” appare legittimo affermare quanto segue:

UNO, è sicuramente ottenibile un moltiplicatore superiore a 1, e forse anche largamente superiore, in presenza di un elevato livello di sottoutilizzo delle risorse produttive (com’è oggi il caso nell’Eurozona in generale, e in Italia in particolare).

DUE, questo non sarebbe il caso in presenza di un contesto economico tonico, in cui predominerebbero gli effetti di “crowding out”.

TRE, quanto menzionato al punto UNO richiede che la maggior domanda attivata dalle politiche di “deficit spending” si rivolga a produzione interna e non a incremento delle importazioni nette. Questo è ragionevole se l’azione di “deficit spending” si accompagna a un miglioramento del cambio effettivo, che può essere ottenuto in almeno due modi: un riallineamento valutario (che richiede un sistema di cambi flessibili), oppure l’utilizzo di una parte sufficiente dell’azione di “deficit spending” per migliorare il cuneo fiscale a beneficio delle aziende che producono sul territorio nazionale.

QUATTRO, non è scontato che il moltiplicatore della spesa pubblica sia più alto del moltiplicatore delle riduzioni di imposte (o di altre forme di sostegno alla spesa privata). Il beneficio della prima è più diretto ma questo potrebbe essere compensato da tempi più lunghi per l’attivazione delle decisioni di spesa.

sabato 6 dicembre 2014

Matera: convegno sulle monete complementari

Ero lì (28.11.2014) a parlare di Certificati di Credito Fiscale e di Moneta Fiscale: che è una moneta complementare (all'euro) oltre che il modo per uscire dall'eurosistema...
 
Ecco qui il video. Io parlo dal quinto minuto fino a 2h08' circa. E qualcosa anche alla fine.