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lunedì 6 maggio 2019

MMT e Moneta Fiscale


Il dibattito sulla Modern Monetary Theory sta salendo di intensità, negli USA e di conseguenza anche nel resto del mondo, a causa tra l’altro dell’interesse manifestato da importanti esponenti del partito democratico quali Bernie Sanders ed Alexandra Ocasio-Cortez, nonché del ruolo di Stephanie Kelton quale consulente economico di Sanders.

Il progetto progetto Moneta Fiscale / CCF può essere considerato, in larga misura, l’applicazione all’Eurozona dei concetti fondamentali che caratterizzano la MMT.

Un aspetto paradossale, in tutto questo, è che quando ho iniziato a sviluppare i CCF, della MMT non sapevo pressoché nulla. E’ vero che una delle mie due fonti di ispirazione sono stati i Tax-Backed Bonds di Warren Mosler e Philip Pilkington (l’altra, i MEFO bills di Hjalmar Schacht).

Ma a parte questo, la MMT la conoscevo, in pratica, solo di nome, ed ero stato fuorviato da alcune rappresentazioni del tutto fuori luogo, formulate da economisti non-MMT.

Il primissimo post di questo blog, che avevo scritto in forma di domande e risposte (in pratica, un’autointervista) contiene quanto segue.

D. Una digressione teorica, a questo punto: quello che dici suona simile alle affermazioni della Modern Monetary Theory, una scuola eterodossa di pensiero economico di cui ultimamente si parla parecchio.

R. Guarda, non ne sono un profondo conoscitore. Di sicuro la MMT ha avuto il merito di diffondere la conoscenza di due elementi chiave per comprendere l’attuale crisi, soprattutto nel contesto europeo. Il primo è che uno Stato dotato di sovranità monetaria, che si indebita nella sua valuta, può sempre evitare il default essendo in grado di emettere moneta per ripagare il debito. Ovvio dirai tu, ma forse non per chi ha progettato l’euro…

D. Il secondo elemento ?

R. Il fatto che, in una situazione di economica depressa, di trappola della liquidità, dove i tassi d’interesse sono pressoché azzerati ma questo è insufficiente a riportare l’economia alla piena occupazione, è possibile sostenere la domanda stampando moneta, senza che ci sia da preoccuparsi né dell’inflazione né dei tassi d’interesse. Questo è un punto importantissimo e, come abbiamo visto, non compreso da parecchi insigni politici ed economisti.

D. Su altre cose la MMT ti lascia invece dei dubbi.

R. Con riserva di approfondirla, mi pare che la MMT abbia sviluppato argomentazioni che faccio fatica a seguire, e che quindi mi risultano dubbie, sul fatto che l’espansione monetaria può e deve essere perseguita anche dopo che l’economia è tornata alla piena occupazione.

D. Questo non lo condividi.

R. No, e i motivi risultano chiari ripercorrendo il dibattito economico del secondo dopoguerra. Le politiche di sostegno della domanda hanno goduto in quel periodo di grande notorietà e successo, creando però equivoci e quindi rischi di abusi. Se il sistema economico è già in situazione di piena occupazione, il sostegno della domanda si scontra con il limite fisico di capacità produttiva che in quel momento esiste. C’è più domanda che capacità, in altri termini.

D. Quindi se spingo la domanda oltre quei livelli, per esempio aumentando la spesa pubblica…

R. …non riesco a espandere la produzione. Se il sostegno della domanda è finanziato con emissione di moneta, faccio salire i prezzi. Se è finanziato con emissione di debito, faccio salire i tassi d’interesse e quindi calano altre forme di domanda – consumi, investimenti delle aziende, export perché si rafforza il cambio.

Dal che è evidente che a fine 2012 – inizio 2013 della MMT sapevo solo quanto ne avevo letto in alcune sintesi (errate e di seconda mano). Il concetto che “se il sistema economico è già in situazione di piena occupazione, il sostegno alla domanda si scontra con il limite fisico di capacità produttiva” è assolutamente basilare ed espresso con totale chiarezza dagli economisti MMT. Ed è totalmente omogeneo alle conclusioni a cui ero arrivato per conto mio, come ho potuto verificare quando ho letto gli autori MMT invece di basarmi su rappresentazioni fuorvianti.

L’omogeneità del progetto MF / CCF ai principi MMT sta nel fatto che i Certificati di Credito Fiscale possono svolgere, in stati appartenenti a un’unione monetaria, la funzione di regolazione del deficit pubblico necessaria a perseguire, contemporaneamente, piena occupazione e stabilità dei prezzi.

Funzione normalmente attuabile emettendo moneta sovrana (nei paesi che non hanno rinunciato ad averne una, cioè praticamente tutti quelli minimamente rilevanti nell’ambito dell’economia mondiale – Eurozona esclusa).

Personalmente, mi ritengo al 95% in sintonia con l’impostazione MMT, così come descritta nel recentissimo testo di Mitchell, Wray e Watts (il più significativo e aggiornato sull’argomento, a mio parere).

Già che ci sono (ne ho già parlato, ma ritornerò su entrambi i temi) cito anche che cosa costituisce il 5% di non-(totale)-sintonia.

Primo, la tendenza della MMT a trascurare le implicazioni geopolitiche e di lungo termine dei deficit commerciali: il deficit commerciale di paesi dotati di moneta sovrana è descritto grosso modo come la capacità di ottenere beni e servizi in cambio di “carta”. Quindi una condizione favorevole, sotto molti aspetti.

Ma è anche l’indicazione che si sta perdendo base produttiva a favore di altri paesi. Il che ha implicazioni molto meno positive, anche se non immediate.

Secondo, la necessità (perlomeno, sulla base dell’esposizione di Mitchell, Wray e Watts nel libro citato) di elaborare meglio la spiegazione dei fenomeni inflattivi.

Per chiarire: Mitchell, Wray e Watts parlano frequentemente di “inflazione da costi” soprattutto con riferimento alle crisi petrolifere degli anni Settanta. Ma in effetti anche quei fenomeni inflattivi sono stati la conseguenza di uno squilibrio tra domanda e reddito potenziale del sistema economico. Solo, diversamente da molti altri casi, l’origine dello squilibrio non è stata una crescita troppo rapida della domanda, ma una caduta del reddito potenziale dovuta all’impennata dei prezzi di specifici input produttivi.

Su scala più accentuata, del resto, anche i citatissimi (a sproposito) fenomeni di iperinflazione (Weimar, Zimbabwe, Venezuela) sono stati prodotti da crolli del reddito potenziale dovuti a turbolenze politiche.

Al di là di approfondimenti su questi temi, comunque, mi sento tranquillamente di affermare che il progetto Moneta Fiscale / CCF è una modalità (credo la più semplice ed efficace, quantomeno tra tutte le idee e proposte che sono stato in grado di formulare o di cui ho sentito parlare) di applicazione dei principi MMT alle specificità dell’Eurozona.


mercoledì 13 febbraio 2019

Krugman, il debito pubblico e i fraintendimenti sulla MMT


Negli USA, si sta parlando con sempre maggiore frequenza di applicare i concetti della Modern Monetary Theory (MMT) alla politica economica.

Sembrava inverosimile pochi anni fa, non lo è più oggi: c’è la possibilità che accada se le elezioni del 2020 porteranno un democratico progressista alla Casa Bianca, spalleggiato da solide maggioranze alla Camera e al Senato. Non è – per il momento - uno scenario ad altissima probabilità, beninteso. Ma il crescente seguito di astri nascenti del quadro politico statunitense quali Alexandria Ocasio-Cortez ne aumenta le possibilità.

Paul Krugman ha quindi dedicato un paio di articoli del suo blog alla MMT e a una teoria economica dai contenuti fortemente analoghi, la finanza funzionale di Abba Lerner (vedi qui e qui). Ma pur dichiarandosi egli stesso democratico e progressista, Krugman continua a essere scettico su alcuni elementi di queste teorie.

Ancora una volta, però, mi sembra che il buon Paul perda di vista un tema fondamentale.

Il punto chiave delle sue argomentazioni è il seguente: l’impianto Lerner / MMT presuppone che qualsiasi livello di deficit e di debito pubblico possa essere finanziato se lo Stato si indebita nella moneta che egli stesso emette. Naturalmente se il deficit raggiunge livelli tali da immettere troppo potere d’acquisto nell’economia si crea un eccesso di inflazione. Ma non ci sono rischi di insolvenza.

La critica di Krugman è che se il livello di debito implica un tasso d’interesse (affinché il debito sia finanziato) superiore al tasso di crescita sostenibile dell’economia, si verifica un effetto “palla di neve” che manda il debito fuori controllo.

E’ un argomentazione debole e, quantomeno, incompleta. Eppure Krugman conosce bene la situazione del Giappone, dove un debito pubblico di oltre il 200% del PIL non crea alcun problema né all’inflazione né ai tassi d’interesse – che si mantengono da lustri e lustri intorno allo zero.

In Giappone, il deficit pubblico è, in buona sostanza, finanziato da acquisti di titoli effettuati dalla Bank of Japan: in altri termini, monetizzato.

Detto altrimenti, supporre che il livello del debito pubblico influenzi i tassi d’interesse implica che il debito debba essere collocato sul mercato dei capitali. Se interviene la Banca Centrale a finanziarlo, o - per essere ancora più semplici – se lo Stato emette direttamente moneta, il problema degli interessi da pagare scompare.

Rimane quello dell’inflazione, se si immette troppo potere d’acquisto nel sistema. Ma questo, appunto, Lerner e gli autori MMT lo affermano con totale chiarezza.

Se c’è un motivo teorico per cui la monetizzazione del debito pubblico sia di per sé (cioè a prescindere dalle dimensioni in cui viene effettuata) una via inagibile, Krugman non lo dice. E io non vedo quale possa essere.

Certo, il debito pubblico svolge funzioni utili, prima fra tutte la possibilità di offrire ai propri cittadini un servizio di gestione del risparmio. Ma questo non implica di dover “collocare debito” sul mercato. Si tratta solo di offrire la protezione dall’inflazione (per le scadenze brevi) o qualcosa di più (un punto o due per le scadenze medie e lunghe) ai risparmiatori che desiderano una “custodia sicura” per il proprio patrimonio.

Tutto questo non produce alcun effetto “palla di neve” né alcuna insostenibilità del “debito” (che bisognerebbe cominciare a chiamare con altri nomi…).

La domanda da porre a Krugman in altri termini è: perché uno Stato emittente della propria moneta dovrebbe preoccuparsi degli interessi che paga (nella moneta stessa) ? Può non pagarli, oppure può mantenerli a livelli pari all'inflazione - (quindi zero in termini reali, e di conseguenza al di sotto della crescita reale del PIL: niente "palle di neve", appunto).

Non ho dubbi che parecchi lettori solleciteranno Krugman a confrontarsi su questo argomento. Attendo con curiosità la sua risposta.